L’anello debole della democrazia
                                                                          di Gian Giacomo Migone 13 novembre 2003

Poiché, come è noto, la Storia tende a ripetersi in farsa, forse si è già aperta, la caccia ad un “governo Badoglio” (prima o seconda edizione, con o senza forze politiche) che abbia come scopo principale di consentire a coloro che lo hanno fiancheggiato di chiudere l´era Berlusconi senza troppi danni alle loro pur infiacchite ed invecchiate posizioni di potere.

Dopo le ultime esibizioni del presidente dell´Unione Europea, vi è da chiedersi se Berlusconi non sia un epifenomeno, la conseguenza grottesca della debolezza della democrazia e della classe dirigente italiana. È come se, dopo la marcia su Roma, l´8 settembre, tangentopoli, la sua affermazione dimostrasse la perdurante difficoltà di coloro che rivestono le maggiori responsabilità nella società e nello Stato (Eugenio Scalfari li definisce «borghesia», ma la parola è troppo generica) di entrare in sintonia con le regole della democrazia europea. È importante porsi il problema soprattutto nella fase in cui l´improvviso tramonto di Silvio Berlusconi potrebbe coglierci tutti impreparati (è imminente la sentenza della Corte Costituzionale sul cosiddetto Lodo Maccanico o Schifani), ma in ogni caso è ora di andare oltre la doverosa denuncia del fenomeno per tentarne una migliore comprensione.
Ogni transizione storica ha determinato forti contraccolpi. Dopo il biennio rosso, l´introduzione del suffragio universale e del sistema elettorale proporzionale, con il consolidamento e la nascita di due partiti di massa (quello socialista e quello popolare), con poche eccezioni l´Italia liberale di Giovanni Giolitti assistette passivamente al colpo di Stato fascista nella convinzione che esso avrebbe temporaneamente arrestato la loro avanzata. La marcia su Roma fu facilitata dalla simpatia delle forze armate, la passività della monarchia e delle forze dell´ordine e il finanziamento e il sostegno di settori importanti della Chiesa, della finanza, della proprietà fondiaria e della massoneria. Solo alla fine degli anni Trenta l´appoggio al fascismo di quelle che Gaetano Salvemini definì le forze fiancheggiatrici cominciò a vacillare, ma non al punto di impedire a Mussolini di schierarsi con Hitler che si stava impadronendo di tutta l´Europa continentale.
Quando, dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati, cadde il regime, l´ambigua formula della guerra che continua e il successivo armistizio consentirono al re e a Badoglio, con i vertici militari e dello Stato, di mettersi in salvo, esponendo con l´8 settembre il popolo italiano alle rappresaglie nazi-fasciste. La parola d´ordine di Winston Churchill che attribuiva a «un uomo, un solo uomo» tutta la responsabilità del fascismo e della guerra consentì di assicurare la continuità dello Stato e dei poteri che avevano fiancheggiato il fascismo arginando la resistenza e quel vento del nord che sospingeva il paese verso forme più nette di cesura con il passato e di ritorno alla democrazia. La Francia ebbe De Gaulle e il popolo italiano subì Badoglio perché aveva una classe dirigente, o presunta tale, che vedeva chi aveva contribuito a ricostruire l´onore del paese come un pericolo e non come una risorsa.
Dopo molti decenni il crollo del muro di Berlino liberò un´azione giudiziaria fino ad allora imbrigliata dalla guerra fredda che esigeva l´impunità dei governanti, con effetti devastanti su un sistema politico fondato sulla spesa pubblica e la corruzione, privo di alternanza di governo. Ancora una volta larga parte di una classe dirigente incapace di esprimere una forza politica conservatrice e democratica, di stampo europeo, che la rappresentasse ha fiancheggiato una soluzione politica anomala. Con l´aiuto di Alleanza Nazionale e la Lega Nord si affermò l´homo novus Berlusconi, malgrado quel conflitto di interessi che lo avrebbe squalificato per un ruolo di governo in qualsiasi altro Paese occidentale. Fermamente radicato nelle retrovie della Prima Repubblica, egli corrispondeva ai più retrivi richiami della foresta che ancora sollecitavano buona parte della classe dirigente italiana: l´insofferenza per il principio di eguaglianza difronte alla legge, ma anche per le regole più elementari di mercato, la tendenza a privatizzare profitti e a socializzare perdite, una retorica modernizzante che esclude una competitività fondata sulla ricerca e l´innovazione tecnologica. La lista è lunga e contiene anche suggestioni più lontane nel tempo come una naturale spinta all´appropriazione dei beni pubblici e la conseguente riluttanza a contribuire in misura equa le risorse finanziarie dello Stato, l´uso discriminatorio e talora provocatorio della repressione di piazza, per non parlare di una storica propensione alla subalternità nei confronti del più forte sul piano internazionale («serva Italia…»). Insomma, una classe dirigente ancora troppo simile a quella descritta da Jorge Amado, che si riuniva al «Cafè progreso» a parlare di modernità e America, intesa come Stati Uniti, mentre tirava avanti come sempre.
Tutto ciò non è stato inventato da Silvio Berlusconi, ma egli lo ha esasperato al punto di costituire un imbarazzo per quelle stesse categorie di persone che pure, nel breve periodo, ha beneficato. In altre parole, per parafrasare un noto aforisma di un´ancora più nota personalità della società civile, quella italiana è risultata essere in maniera sempre più evidente una Repubblica della banane, con un numero crescente di italiani che non si rassegnano a tale destino.
Al punto che coloro che in varia misura hanno sostenuto e consentito l´ascesa di Berlusconi hanno cominciato a temere di essere colpiti dalle macerie della sua possibile caduta. I segnali in tal senso sono ormai molteplici: la contrapposizione tra il ministro dell´economia e il governatore della Banca d´Italia, il rilievo che viene dato ai pretenziosi quanto ambigui pronunciamenti dei presidenti della Camera e del Senato, la divergenze sempre più esplicite tra Lega Nord e la componente, più che cattolica, clericale della maggioranza (sostenuta se non guidata dal vicepresidente del Consiglio), attacchi intermittenti ma sempre più velenosi della cosiddetta stampa indipendente alla persona di Silvio Berlusconi (un editoriale del Corriere della Sera è arrivato a pronosticargli la fine di un personaggio rappresentato in un film da Robert De Niro che si taglia le vene in una latrina; un linguaggio mai usato da critici di sinistra) e così via, in un continuo stillicidio quotidiano.
Dove si vuole arrivare? Il dado non è ancora stato tratto. Esiste ancora la possibilità, forse addirittura la probabilità, che la paura di senatori e deputati della maggioranza di mettere a repentaglio i propri seggi, con una possibile ripresa congiunturale trainata dall´economia americana, consenta di proseguire la legislatura a colpi di maggioranza. In caso contrario si apre la ricerca di una formula di governo tale da evitare il ricorso immediato alle urne che rischierebbe di risultare eccessivamente premiante per la coalizione di centrosinistra. Si tratterebbe di un governo istituzionale o di tecnici, comunque tale da coinvolgere trasversalmente le maggiori forze politiche. Poiché, come è noto, la Storia tende a ripetersi in farsa, si aprirebbe, forse si è già aperta, la caccia ad un governo Badoglio (prima o seconda edizione, con o senza forze politiche) che abbia come scopo principale di consentire a coloro che lo hanno fiancheggiato di chiudere l´era Berlusconi senza troppi danni alle loro pur infiacchite ed invecchiate posizioni di potere.
E la sinistra come entra in questo squarcio di storia d´Italia? E la coalizione di centrosinistra, che con qualche decoro ha governato il paese per cinque anni, come reggerebbe alle suggestioni di simili ipotesi? Sarebbe semplicistico rifarsi al precedente storico di Togliatti che con la svolta di Salerno ruppe con socialisti e Partito d´Azione, costringendoli ad accompagnare il Pci che entrava a far parte del secondo governo Badoglio. Oggi non esiste più il condizionamento sovietico, rispettoso della spartizione dell´Europa ma interessato al rafforzamento del più grande partito comunista occidentale. Per quanto possa sembrare strano a sessant´anni di distanza e dopo il crollo del Muro persiste tuttavia un´ansia di legittimazione e tentazioni frequenti di subalternità al potere costituito, come esso viene immaginato, che potrebbero spingere in questa direzione. La naturale e immediata richiesta di elezioni anticipate dovrebbe, invece, fondarsi sulla convinzione che un´Italia impegnata a progredire in senso democratico ed europeo richiede innanzitutto la selezione di una classe dirigente meno fragile, meno arroccata nella difesa dei propri interessi e perciò meno portata a ricorrere a soluzioni d´eccezione (come quella di Berlusconi) per salvaguardarli. Insomma le elezioni ed un eventuale governo di centrosinistra avrebbero anche il paradossale compito di dare tempo e modo ad una destra democratica di maturare, all´opposizione. Dopo il fallimento di Berlusconi perché privo del retroterra di una classe dirigente borghese degna di questo nome, come osserva Eugenio Scalfari, la sinistra è chiamata a questo compito, purché intenda la parte vitale della sua storia e del suo radicamento non come un fardello, ma come una risorsa da mettere, ancora una volta, al servizio del Paese.