Il ponte sul nulla, ed altre storie.

In Sicilia, ed anche a Siracusa viviamo sopra ad un tesoro, la nostra storia,
che ha lasciato stracce che camminando per le vie incontriamo ad ogni passo.
Ma negli anni, i consigli comunali e provinciali, di destra o di sinistra che si voglia
hanno lasciato scientemente degradare questo patrimonio comune, il nostro patrimonio, che è la nostra storia, la nostra memoria.
Girate per la nostra città, girate per Siracusa e potrete vedere lo scempio.
Si, ora abbiamo un nuovo ponte, il terzo, che doveva, avrebbe dovuto essere in stile con l’architettura della città.
Abbiamo il Terzo Ponte, andatelo a guardare, un orrore in perfetto stile di abbandono post-industriale, ad un’arcata con ringhierine in metallo, stile speculazione edilizia anni ’60
che nessuno, spero avrà il coraggio di dire che si incastona con lo stile delle costruzioni di via Malta, o della secolare Ortigia.
Abbiamo il terzo ponte, che dal nulla porta al nulla.
Strade in abbandono circondate da costruzioni semi diroccate e abbandonate, Via Malta dalle costruzioni chiuse, Ortigia, un guscio vuoto dove grande parte delle case sono abbandonate.
Si, abbiamo il teatro greco, l’Orecchio di Dioniso, circondato da superstrade, con macchiene
che strombazzano mentre va in scena una tragedia greca.
Poco dopo l’unificazione dell’Italia, in segno di servilismo ai nuovi padroni, La porta che dava accesso alla città fu abbattuta, e le pietri disperse.
Ed ancora negli anni ’50 i piccoli potenti scrivevano sui giornali il loro piano per dare nuove prospettive a Siracusa, a Ortigia: Procedere all’abbattimento della città vecchia, radere al suolo gli antichi quartieri, e riedificare tutto in un nuovo modernissimo cemento armato, piu’ stabile , piu sicuro, e di sicuro, d’immenso fascino.
Andate a Piazza San Giuseppe, sventrata,  per fare spazio a un palazzo orrendo,
Andate al Lungo mare e vedrete l’orrendo parcheggio  in cemento armato che si trova sull’antica darsena greca, distrutta per fare spazio all’orrore edilizio.
Percorrete le viuzze della Graziella o della Giudecca, l’antico quartiere ebraico che potrebbe tenere il confronto con quello di Venezia, vedrete macerie e case abbandonate.
E se guardare questa antica città dall’alto vedrete ancora un seguirsi infinito di tetti crollati
di case vuote.
Ma abbiamo il Terzo Ponte e questo ci salverà.
Ma nessuno vuol vedere la nostra ricchezza, la nostra storia che si sta sgretolando,
e non basterà il maquillage del restauro di pochi palazzi per fermare il disastro.
Che la cultura della distruzione delle cose belle è ancora viva.
Ma le amministrazioni, regionali, provinciali e comunali, che si succedono l’una all’altra
non hanno occhi per vedere e lasciano crollare, non recuperano per dare questo nostro patrimonio a noi, alla città.
Andate, voi che venite da fuori e voi che vivete in questa città;
le case abbandonate, oggetto di mille roboanti promesse, e ricoperte dall’ingiuria dell’inutilizzo.
Andate e percorrete a piedi, non le due vie principali, ma quelle, secondarie, ricoperte di immondizia, e percorse da fiumi di fango quando piove, Andate e percorrete Via dell’arsenale, e guardate le decine di case abbandonate, gli antichi magazzini vuoti, andate per Via Elorina dietro il porto e guardate;
andate in fondo a Via Roma a guardare L’antico teatro, abbandonato per un problema di accertamento della staticità nel ’56 e da allora sempre in ricostruzione;
andate a Via Vittorio Emanuele e guardate l’antico carcere Borbonico, chiuso, allora funzionante, dopo il terremoto del ’90: aveva resistito all’invasione non ha resistito all’abbandono.
Guardate il nostro patrimonio, patrimonio dell’Umanità e piangete con noi.

I Beni culturali? Più omeno nostri
La controffensiva delle associazioni a tutela del nostro patrimonio contro il nuovo Codice del ministero Sarebbe puerile chiedere ai due popoli di scrivere la stessa storia ed è ammirevole che accettino di coesistere in due racconti paralleli Settecento ragazzi e una dozzina di insegnanti delle due comunità si sono impegnati in uno sforzo di rielaborazione Umberto D’Angelo «Siamo arrivati al punto più drammatico per la tutela del patrimonio culturale e ambientale:
“è la prima volta da due secoli a questa parte, dai tempi di Pio VII, che invece di avanzare verso una tutela più efficace, diffusa e garantita, si torna indietro».
Con questa preoccupante denuncia, Vittorio Emiliani ha aperto la conferenza stampa che le associazioni ambientaliste e di tutela hanno tenuto
ieri mattina al Senato per ribadire le posizioni negative verso il nuovo Codice dei Beni culturali e paesaggistici, approvato dal Consiglio dei Ministri di venerdì scorso.
Si tratta in effetti dell’ultimo di una serie di atti che hanno profondamente modificato la legislazione in materia: dalla legge obiettivo di Lunardi,
che depotenzia la Valutazione di Impatto Ambientale, alla costituzione della Patrimonio S.p.A., al condono edilizio, alla gestione privatistica dei musei,
alla Finanziaria 2004, che introduce la verifica dell’interesse culturale del bene e il principio del silenzio-assenso, alla legge delega per l’ambiente. Nel giro di due anni sono state demolite le norme di tutela, messe fuori gioco le Sovrintendenze, indebolito il Ministero per i Beni e le Attività culturali, incoraggiato l’abusivismo, tutto per fare cassa con i beni pubblici e senza dare ascolto agli appelli del Presidente della Repubblica e ai rilievi della Corte dei Conti Emiliani ha sottolineato che il nuovo Codice cancella la legge Galasso del 1985 (e di fatto la legge fondamentale Bottai del 1939) e incorpora il meccanismo del silenzio-assenso per la vendita del patrimonio, guidandoci verso una regressione culturale per cui tutti i beni diventano alienabili, portando così l’Italia dall’avanguardia alla retroguardia mondiale nel campo della tutela.
Viene rovesciata l’impostazione delle leggi finora in vigore, per cui i beni pubblici non sono di interesse culturale di per sé, ma lo sono in base a una verifica, a una dichiarazione che deve essere oltretutto emessa entro 120 giorni da Sovrintendenze già oberate di lavoro e con poco personale.
A questo proposito, Irene Berlingò (Assotecnici) considera la classe dei tecnici del Ministero a un punto di non ritorno: è una delle migliori al
mondo, ma il mancato avvicendamento(non vengono più indetti concorsi da molti anni) la condurrà all’esaurimento e quindi renderà inoperanti le Sovrintendenze, che già devono gestire l’enorme patrimonio storico-artistico-archeologico- archivistico-architettonico e ambientale del paese e salvaguardare 574 tra musei, monumenti, gallerie e scavi, 216 aree archeologiche aperte al pubblico, aggiungendo i circa 3000 musei di altri enti sui quali esercitano la vigilanza e il controllo. Inoltre, uno degli aspetti della nuova organizzazione delMinistero, secondo Gaetano Benedetto del Wwf, sarà il ruolo delle Sovrintendenze uniche regionali, che operando da interfaccia tra le Regioni e il Governo centrale, passeranno di fatto da una funzione tecnica a un ufficio politico-burocratico, un luogo di trattativa sulla pianificazione territoriale.
Italia Nostra rileva che anche il paesaggio è messo a rischio, sia con la abolizione della legge Galasso, sia con la sanatoria anche in aree vincolate,
sia con il fatto che il parere delle Sovrintendenze non sarà più vincolante: con le nuove norme non solo il Fuenti non sarebbe stato abbattuto, ma se nepotrebbero costruire molti altri.
Un altro  aspetto del Codice, è che viene introdotta la distinzione tra interesse culturale elevato o meno, dimenticando, come ha fatto presente il senatore Sauro Turroni (Verdi), che la nostra cultura ha sempre considerato ogni elemento, anche minore, come parte integrante di tutto il patrimonio, una concezione che ha fatto scuola in Europa. Giuseppe Chiarante, presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli, ha sottolineato che si è aperto in questo modo un varco pericoloso, perché si è ristretto notevolmente il concetto di tutela; un effetto ci sarà sulle esportazioni dei beni culturali, finora considerata un impoverimento del patrimonio nazionale e sottoposta a divieti che ora, invece, attivano la dichiarazione di bene di particolare valore, creando differenze di trattamento e facilitando quindi la dispersione.
L’iniziativa delle associazioni è stata comunque finalizzata a intraprendere azioni comuni: il guasto principale è stato individuato nelle legge delega al governo, che è stata completamente in bianco e ha esautorato il Parlamento, che potrà solo esprimere un parere non vincolante. Inoltre, alcune norme sono palesemente incostituzionali, in particolare il conferimento dei compiti di tutela e conservazione alle Regioni, e quindi ai Comuni per il principio della sub-delega, che darebbe ai Sindaci il ruolo di controllore e controllato. Pertanto, Associazione Bianchi Bandinelli, Assotecnici, Comitato per la Bellezza, Italia Nostra, Legambiente, Gruppo Verdi del Senato, Wwf Italia si appellano al Senato «per una scelta di responsabilità» nella discussione sulla Legge delega in materia ambientale e auspicano che il Parlamento ponga un argine immediato, emendando immediatamente il Codice Urbani con una legge specifica. Il Ministro, tra l’altro, in assenza di una delega specifica, non ha mai convocato il Consiglio Nazionale per i Beni Culturali per discutere del Codice e non si è attenuto alle indicazioni espresse dalla Conferenza Nazionale sul Paesaggio.
Ma la decisione più importante scaturita durante la conferenza stampa è quella di costituire un gruppo di lavoro che elabori una proposta di legge da
contrapporre al Codice Urbani: l’appello è stato lanciato dal senatore Turroni, preceduto da un accorato intervento di Desideria Pasolini dall’Onda, presidente di Italia Nostra, che si è rivolta agli organi di stampa e ai docenti invitando tutti a «risvegliare la coscienza degli italiani, che non sanno cosa sta succedendo» al loro Paese.
Il Wwf ha già preso l’iniziativa di convocare nei prossimi giorni un tavolo di lavoro e Chiarante ha invitato a formulare anche soluzioni
concrete per un futuro governo che dovrà necessariamente abolire queste normative, trovando già pronte nuove proposte.