
Con le sue attività ciascun italiano emette
nell’atmosfera più di 10 tonnellate, in media, di anidride carbonica
l’anno.
Ciascun abitante degli Stati Uniti ne emette, inmedia,
20 tonnellate l’anno.
Se tutti gli uomini si comportassero come gli italiani,
ogni anno le emissioni globali di anidride carbonica sarebbero superiori
a 60 miliardi di tonnellate.
E se tutti si comportassero come i nord-americani, le emissioni
annue sarebbero superiori a 120 miliardi di tonnellate.
Ma gli oceani e le terre emerse riescono ad assorbire dall’atmosfera
solo 13 o 14 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno.
L’accumulo di quel gas in atmosfera comporta un aumento della temperaturamedia
del pianeta.
Cosicché il nostro stile di vita non è sostenibile
per la stabilità del clima.
E ancor meno lo è quello dei cittadini Usa.
Se noi occidentali accettiamo il principio di democrazia ambientale
(ogni uomo ha il medesimo diritto a utilizzare le risorse naturali del
pianeta) e vogliamo evitare il riscaldamento planetario, non possiamo fare
altro che ridurre le emissioni di anidride carbonica e,
quindi, modificare i nostri stili di vita.
Il clima come metafora.
Il clima è un esempio (il principale esempio) e insieme una
metafora del rapporto tra economia dell’uomo ed economia della natura.
Cosicché, se provate a estendere le medesime considerazioni
all’insieme delle attività umane risulta, come sostiene Wolfgang
Sachs, che noi,
abitanti dei paesi industrializzati, dovremo ridurre di dieci volte
i nostri livelli di consumo entro i prossimi cinquant’anni (Ambiente e
giustizia sociale, Editori Riuniti).
Il motivo è banale. Il nostro pianeta, per quanto grande,
è finito. E le attività dell’uomo hanno raggiunto la capacità
di incidere
sui grandi processi globali della biosfera.
L’uomo, dicono gli esperti, è diventato un attore ecologicoglobale.
Siamo al limite (qualcuno dice siamo già oltre il limite) della
possibilità di crescita di queste attività.
Una crescita ulteriore non è ecologicamente
sostenibile.
Tuttavia mai, come in questo momento, nel mondo c’è stata
tanta differenza tra ricchi e poveri.
E mai questa differenza è aumentata a un ritmo così
rapido. Questo sviluppo non è socialmente sostenibile.
Sono questi i grandi temi con cui la sinistra (italiana, europea,
mondiale) dovrà misurarsi, volente o nolente, nel secolo appena
nato. E, per farlo, dovrà – come ha scritto Sergio Latouche sul
numero di novembre di LeMonde Diplomatique – decolonizzare il suo immaginario.
Abbandonare l’idea che maggiori beni materiali significano maggiore
benessere.
E costruire la «società della decrescita».
«Décroissance!», sosteneva a tutta pagina il
quotidiano francese Liberation presentando, il 12 novembre scorso, il Social
Forum di Parigi
dove uno dei seminari più affollati si chiedeva: «Ha
ancora senso lo sviluppo?».
Il programma delle 6 R. Già, decrescere.
Diminuire la produzione e i consumi. Facile a dirsi.Ma come realizzarlo?
Come far diminuire la produzione senza scatenare una rivolta sociale?
E, prima ancora, come proporre una diminuzione dei consumi senza
farsi ridere dietro, ovvero acquisendo il consenso sociale?
Occorre ispirarsi alla carta di Rio (la Carta della Terra elaborata
a Rio de Janeiro nel 1992, nel corso della Conferenza della Nazioni Unite
su Ambiente e Sviluppo) e realizzare, sostiene Sergio Latouche, il «programma
delle 6R»:
Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre,
Riutilizzare, Riciclare.
Ovvero avviare un circolo virtuoso di decrescita «serena,
conviviale e sostenibile» dei nostri consumi di beni materiali.
Un mondo diverso è possibile, sostiene Carla Ravaioli in
un libro (Un mondo diverso è necessario, Editori Riuniti) il cui
titolo ci ricorda l’ineluttabilità della scelta. Basta passare da
un mondo centrato sulla quantità a un mondo centrato sulla qualità.
Da un mondo in cui l’economia è un fine a un mondo in cui
l’economia è un mezzo.
L’insieme di queste posizioni, che si accompagnano al filone americano
della «ecological economics» di Herman Daly o di Robert Costanza,
sembra dimostrare che nella sinistra europea stia crescendo la consapevolezza
dell’importanza decisiva del tema ecoeco (ecologico ed economico)
e sia cominciata la «decolonizzazione dell’immaginario»,
con il conseguente disaccoppiamento tra il concetto di crescita economica
e il concetto di benessere.
Tuttavia per creare la «società della
decrescita» non basta decostruire un immaginario, occorre anche costruirne
uno nuovo.
Detto in altri termini, occorre iniziare a fondare il futuro sostenibile.
E a indicare un percorso politico capace di coagulare consenso diffuso.
Allora un primo concetto da ribadire è che, quando si parla
di decrescita o di riduzione dei consumi, si intende di beni che comportano
un consumo insostenibile di materia e/o energia.
E che questo tipo di decrescita è del tutto compatibile con
un processo di sviluppo del benessere immateriale e persino dei beni di
consumo virtuali.
Paolo Sylos Labini ha provato a immaginare un percorso di sviluppo
del benessere in presenza di decrescita dei beni materiali.
In primo luogo si tratta di assicurare a tutti la soddisfazione
delle esigenze materiali fondamentali: alimentazione, diritto a vivere
in un ambiente dignitoso.
E poi di perseguire lo sviluppo umano attraverso la ricerca incessante
di una condizione immateriale di benessere: salute, cultura, qualità
della vita.
In altre parole si tratta di realizzare quello che nella Grecia
classica veniva definito uno stato di eudenomia.
Mercato e politica.
Per realizzare questa condizione dobbiamomodificare
profondamente (rivoluzionare,
si sarebbe detto una volta) il nostro sistema produttivo?
No, sostengono molti economisti.
Perché il processo di smaterializzazione e di de-energizzazione
dell’ economia è connaturale all’economia di mercato.
Nei paesi più avanzati l’impatto ambientale per unità
di ricchezza prodotta tende a diminuire e l’eudenomia è l’approdo
sicuro cui ci condurrà
l’economia di mercato se lasciata libera di svilupparsi. Compito
della politica (della sinistra) è quello di redistribuire il benessere,
materiale e immateriale, in modo che l’eudenomia diventi una condizione
diffusa e stabile.
Ipotesi piuttosto lontana dalla realtà, replicano inmolti.
Perché, come rileva Sergio Latouche, se è vero che la «nuova
economia» tende a essere più
immateriale, essa non sostituisce, ma completa la «vecchia
economia».
E quindi, fatti i conti, vediamo, come sostiene Mauro Bonaiuti presentando
Bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen pubblicato di recente in italiano
dalla Bollati Boringhieri, che l’impatto ambientale complessivo dell’economia
umana tende ad aumentare.
Per tornare al nostro esempio climatico: senza controllo politico
forte, le emissioni di anidride carbonica negli ultimi tre lustri sono
aumentate sia nelle economie avanzate (Usa, Giappone, gran parte dei paesi
europei), sia nelle economie emergenti (Cina, India, Asia sud-orientale),
sia nelle economie stagnanti(Africa).
Se vogliamo una «società della decrescita
» e del benessere immateriale, occorre dunque un cambiamento profondo
del nostro modo di produrre centrato sul mercato e
ormai globalizzato nel senso stigmatizzato di recente da Joseph Stiglitz
(La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi),
il premio Nobel per l’economia già consigliere economico di Bill
Clinton.
Una globalizzazione senza regole, fondata non sul potere delle istituzioni
democratiche ma sulla forza delle multinazionali, dove crescono insieme
la ricchezza prodotta, l’attacco all’ambiente e la disuguaglianza sociale.
Nessuno pretende che la sinistra italiana, europea e mondiale abbia
già una ricetta per costruire l’immaginario dello sviluppo sostenibile.
Ma che l’esigenza di costruirlo questo immaginario sia al centro
della discussione politica, questo sì dobbiamo pretenderlo.
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