il periodo di storia che io devo trattare e cioè il periodo che va dal delitto Matteotti alle leggi eccezionali, è quello che segna la definitiva svolta del regime fascista verso i suoi aspetti totalitari e la parallela definitiva liquidazione di ogni proposito più o meno sincero e di ogni speranza più o meno fondata di osiddetta “normalizzazione”. Chiudendo la sua seconda lezione, il professor Alatri ha messo in evidenza il contrasto obiettivo esistente fra queste speranze di normalizzazione, coltivate allora dai cosiddetti “fiancheggiatori” del fascismo e da una parte degli stessi oppositori, e la strada che il fascismo si era tracciata con la propria origine, con la propria ideologia, con il proprio programma, con le forze che lo componevano e lo sospingevano, con la logica stessa delle cose messe in moto che poi costringono a procedere nella stessa direzione”. Sono d’accordo con Alatri per quanto riguarda quest’ultima affermazione, cioè il richiamo alla logica delle cose messe in moto, che spingevano inesorabilmente verso una certa direzione, ma avrei qualche dubbio per quanto riguarda invece il richiamo alle origini, alla ideologia, al programma, che furono viceversa espressione di bisogni, interessi, sentimenti, passioni tutt’altro che univoci e coerenti.
Credo sia necessario, pur senza alcuna pretesa di tornare indietro dai limiti dei periodo a me assegnato, chiarire ancora questo punto dell’ambiguità iniziale del fascismo per meglio comprendere il significato dei diversi atteggiamenti e il ruolo delle diverse forze operanti sulla scena politica, sia dentro che fuori il fascismo: ciò ci aiuterà soprattutto a comprendere le ragioni e il significato dell’orientamento totalitario che alfine prevalse nettamente, che è appunto il tema che io devo trattare nelle due serate a me riservate, orientamento che sciolse le ambiguità precedenti secondo quella che Alatri ha giustamente definito “la logica stessa delle cose messe in moto”.
Tre forze principali sono, a mio avviso, all’origine del fascismo: i ceti medi, gli agrari e la Confindustria. I ceti medi, che ne furono gli iniziatori, apportarono al fascismo, oltre che la sua base di massa, tutta l’irrequietezza, la vuota retorica e la fumisteria ideologica di cui erano tradizionali portatori in un paese travagliato dalle più gravi contraddizioni economico-sociali che la guerra aveva esasperato: nel loro bagaglio ideologico c’erano contemporaneamente ideali nazionalisti e ideali democratici, rivendicazioni antiproletarie e anticapitalistiche, velleità rivoluzionarie e aspirazioni all’ordine e alla tranquillità. Mussolini, che aveva innestato un nazionalismo di origine recente su un vecchio tronco populistico-barricadiero romagnolo, che nella sua formazione culturale aveva rimasticato tutto il confusionismo vociano, Sorel, Barrès, Nietzsche, la mistica dell’io e la mistica della nazione, senza solidi principi a cui ancorarsi, e che era perciò tanto più facilmente portato all’empirismo senza scrupoli nella scelta dei mezzi da mettere al servizio della sua sconfinata ambizione e sete di potere, era il leader ideale di questo ceto medio perennemente scontento, perennemente inquieto, perennemente teso nello sforzo di inserirsi organicamente nello sviluppo di una società che distruggeva i vecchi equilibri politico-sociali senza riuscire a crearne uno nuovo e stabile.
Gli agrari erano i difensori degli interessi più retrivi, assetati di rivincita contro le conquiste che l’organizzazione socialista aveva strappato nella valle padana anche grazie alla benevola neutralità dello Stato giolittiano, e furono gli assoldatori e i finanziatori dello squadrismo agrario, formato in gran parte da quegli stessi strati di sottoproletariato che già prima della guerra avevano fornito le squadre dei crumiri in occasione dei grandi scioperi agrari, inquadrati ora da appartenenti al ceto medio e comandati soprattutto da “figli di papà”. Il loro obiettivo era non solo la distruzione totale dell’organizzazione di classe dei lavoratori della terra per poter di nuovo dettar legge nei patti agrari, ma anche la fine dello Stato giolittiano e delle sue pretese riformatrici.
Un elemento piuttosto nuovo nella vita politica italiana era rappresentato dall’organizzazione industriale, costituitasi nel dopoguerra per esprimere una volontà unitaria di classe nella lotta contro l’avanzata dei lavoratori e per esercitare una più diretta influenza sulla gestione del potere pubblico. Gli interessi che vi dominavano erano quelli delle industrie protette e in particolare dell’industria pesante, che si erano enormemente affermati nel corso della guerra, soprattutto grazie alle forniture militari che avevano affrettato lo sviluppo di alcune grandi imprese, incapaci ormai di passare dal clima tranquillo dei “profitti senza rischi”, assicurati dalle commesse belliche, ad una fase di riconversione pacifica che avrebbe potuto garantire ancora un ulteriore sviluppo solo a condizione di allargare il mercato verso l’esterno (e quindi di affrontare la concorrenza straniera) o di approfondirlo all’interno (e quindi di elevare il livello generale dei consumi e cioè il livello generale di vita delle masse): due eventualità che contrastavano con la politica tradizionale dell’industria italiana. Impreparata a questi compiti nuovi, ma preoccupata di non perder comunque l’abitudine dei facili guadagni, insofferente di ogni controllo e desiderosa di scaricare su altri ceti il costo della guerra, la classe industriale guardò dapprima al fascismo come a uno strumento da usare per i suoi compiti immediati: come milizia antioperaia per schiacciare la forza dell’organizzazione sindacale e ridurre le richieste dei lavoratori, e come mezzo di pressione sul governo che, soprattutto con Giolitti, aveva annunciato una serie di provvedimenti antiplutocratici (avocazione allo Stato dei sovrapprofitti di guerra, inchiesta parlamentare sulle spese di guerra per la revisione dei relativi contratti, imposta di successione fortemente progressiva, nominatività dei titoli azionari, obbligazionari, di rendita, ecc.).1 Ma a misura che lo Stato giolittiano si mostrava incapace di dominare la nuova situazione e rivelava così la sua crisi di autorità, la grande industria orientava più chiaramente i suoi propositi verso mete più ambiziose: sostituire la vecchia organizzazione statale con una che fosse più direttamente ad essa legata, più ligia ai suoi interessi, che non solo la liberasse dalle paure e dai pericoli del bolscevismo (il bolscevismo delle masse e quello di Giolitti “il bolscevico dell’Annunziata”), ma le ridesse altresì una possibilità di larghi e sicuri profitti attraverso i mezzi tradizionali delle protezioni doganali (che la difendevano dalla concorrenza estera e con ciò consentivano più alti prezzi di vendita), della compressione dei salari (che riducevano i costi di produzione), e di ogni altro privilegio o favore di cui era già ricca la storia dell’industria italiana2. La crisi del 1921, che determinò il crollo di due di questi colossi industriali, l’Ansaldo e l’Ilva, e di un colosso finanziario, la Banca Italiana di Sconto, fece avvertita la classe dirigente che il vecchio Stato era ormai impotente a creare questo clima e la spinse ad assoldare decisamente il movimento fascista in vista della manomissione totale del potere3.
E poiché questi interessi erano di gran lunga gli interessi più forti nella vita del paese e quelli più dotati di mezzi e di capacità di intervento nella situazione, era naturale che fossero essi, in definitiva, a prevalere4. Ma, almeno in principio, era anche naturale che altre forze, altri interessi, altre tendenze ideologiche, e soprattutto altre velleità, si mantenessero a galla, in modo particolare fra le varie componenti del fascismo dei ceti medi, alcune delle quali continuavano a richiamarsi a istanze più o meno democratiche, populistiche o addirittura del sindacalismo operaio, e sia pure di un sindacalismo fortemente intinto di motivi piccolo-borghesi, come era stato il cosiddetto sindacalismo rivoluzionario.
A queste forze altre se ne erano via via affiancate nel corso dello sviluppo: una parte dell’apparato statale, la stessa monarchia, la Chiesa cattolica, infine, a misura che la vittoria del fascismo si era consolidata, una parte della vecchia classe dirigente e le clientele meridionali con i relativi capiclientela pronti a inserirsi, secondo la buona regola del trasformismo, in ogni nuova organizzazione del potere. Ma era naturale che queste forze cercassero di spingere le cose in direzioni diverse a seconda dei diversi interessi che rappresentavano: alcune, in modo particolare i rappresentanti della vecchia classe dirigente, considerando il fascismo come un fenomeno passeggero, una rottura di argini determinata dagli squilibri lasciati dalla guerra mondiale, destinata tuttavia a farsi riassorbire perdendo le punte più avanzate e a lasciare di nuovo il passo alla vecchia Italia burocratica, una volta cessate le cause contingenti che l’avevano provocata, erano sempre pronte a fiancheggiare e a negoziare per assicurarsi al momento del trapasso la legittimità della successione; altre, come la Chiesa, la Confindustria, i nazionalisti, ecc., puntavano su una trasformazione organica dello Stato in senso nettamente autoritario e antidemocratico, in modo da tenere a freno le masse, ma nell’ambito di una nuova legalità che rispettasse il potere dei ceti privilegiati tradizionali, respingendo, dopo averla utilizzata, la parte “plebea” del fascismo e le sue manifestazioni più rumorose e violente; questi ultimi invece, cioè gli elementi più inquieti e spregiudicati del ceto medio, appoggiati agli strati più torbidi del sottoproletariato e dello squadrismo in genere, non erano per nulla disposti a cedere il potere conquistato con la violenza e l’illegalità ai superstiti della vecchia classe dirigente o della vecchia burocrazia e volevano quanto meno una congrua partecipazione alla spartizione del bottino attraverso un inserimento organico in tutte le manifestazioni possibili del potere e del privilegio5, sotto minaccia di continuare altrimenti la violenza squadrista. Una piccola minoranza infine, almeno fino al delitto Matteotti, continuò a sognare di una possibile trasformazione del fascismo nel senso di un accostamento agli interessi degli strati popolari.
Mussolini era al centro di questi contrasti di idee e di interessi e si destreggiava abilmente in modo da assicurarsi di rimanere sempre alla testa delle forze che in definitiva sarebbero state vittoriose. Ha scritto di lui giustamente Massimo Rocca, un fascista dissidente:
“Il difetto e le qualità principali del movimento si trovano pure nell’uomo: una sovrana intuizione pratica, una innegabile genialità empirica, ma nessuna linea ideale che permetta a quell’intuizione e a quella genialità di capitalizzare costruttivamente i loro sforzi, invece di servire soltanto a superare i momenti difficili”.
Una sola costante nella sua azione: mantenersi ad ogni costo al potere, una volta conquistatolo, mescolando l’empirismo quotidiano con il cinismo più raffinato per aggirare qualsiasi ostacolo. È probabile che i suoi gusti personali andassero nel periodo che stiamo esaminando a quella che si chiamava la normalizzazione, cioè fine delle violenze arbitrarie e ristabilimento di un ordine legale, ma naturalmente di un ordine diverso da quello precedente. È probabile ch’egli desiderasse assicurarsi per quest’opera di normalizzazione anche l’appoggio di vecchie forze antifasciste, magari della stessa C.G.L., purché queste si lasciassero completamente addomesticare e accettassero di diventare strumenti di conservazione del sistema. Perché questo giuoco alla lunga riuscisse, bisognava tuttavia, da un lato, far tacere quegli oppositori che non eran disposti a piegare la schiena, e, dall’altro, tenere a freno gli appetiti squadristici: in questo giuoco difficile si esercitò Mussolini e in esso sta la causa principale delle apparenti contraddizioni della sua politica in questo periodo.
Nessun dubbio che Mussolini condusse molto abilmente le cose nella direzione voluta, in quella cioè che fu definita come il suo neogiolittismo: l’assorbimento graduale di tutte le forze valide entro gli schemi del regime e la liquidazione pratica di ogni opposizione di principio e di ogni possibile alternativa. Ma questo giuoco si svolgeva entro limiti ristretti, perché il nuovo equilibrio presentava due punti fermi, poggiava su due forze essenziali che in nessun caso avrebbero accettato di subire limitazioni o di fare rinunce. Una era l’insieme dei detentori del privilegio economico, soprattutto del grande capitale rappresentato dalla Confindustria, che intendeva servirsi del fascismo per esercitare una più diretta influenza sul potere politico al fine di assicurare quei profitti senza rischi, che saranno poi difatti la caratteristica del regime grazie all’autarchia, al corporativismo e all’imbrigliamento del movimento operaio, ai salvataggi di aziende e alla conseguente socializzazione delle perdite, alle forniture statali, ai sussidi, agli sgravi e agli infiniti sistemi che sono stati documentati. L’altra forza era il gruppo dei detentori del potere politico, cioè Mussolini e i suoi collaboratori, ben decisi a non abbandonare in nessun caso le posizioni ottenute, disposti ad allearsi con altre forze, come la monarchia o la Chiesa quando fosse necessario o utile, disposti magari a giocare i propri alleati o i propri collaboratori o fiancheggiatori gli uni contro gli altri, disposti a servirsi senza scrupolo di ogni concorso e di ogni apporto, ma disposti anche a liberarsene l’indomani con incomparabile cinismo. Mussolini era uomo capace di accettare qualsiasi compromesso, capace anche di liquidare lo squadrismo e di appoggiarsi sull’apparato statale, se avesse sentito egualmente solido il suo potere: una cosa sola non avrebbe potuto in nessun caso accettare, e cioè il rischio inerente ad ogni competizione democratica, perché questo rischio poteva essere il rischio di perdere il potere. Il problema di Mussolini era quindi quello di assicurarsi comunque un apparato di potere politico sotto la propria direzione, per fare in ultima analisi la politica voluta dai grandi interessi economici, cioè dei veri “padroni del vapore”. In ogni caso questo era l’equilibrio del nuovo regime e da esso non si poteva uscire attraverso nessuna normalizzazione del regime stesso, ma solo abbattendolo. Una politica economica asservita agli interessi dei “padroni del vapore” e la fine di ogni competizione democratica: questi erano i due pilastri del regime, queste le forche caudine sotto cui doveva passare chiunque volesse inserirsi nel regime normalizzato.
L’assassinio di Matteotti rappresenta un momento ben definito di questa complessa strategia. Ha rilevato giustamente Alatri, al termine della sua seconda lezione, che se mai vi fu un momento favorevole ad una normalizzazione costituzionale del fascismo, questo momento fu certamente quello seguito alle elezioni del 6 aprile 1924. E non mancarono propositi o perlomeno annunci in questa direzione. Nel discorso celebrativo della vittoria elettorale fascista, tenuto il 10 aprile, Mussolini disse: “Vogliamo dare cinque anni di pace e di fecondo lavoro al popolo italiano […]; periscano tutte le fazioni, anche la nostra, ma sia grande, sia rispettata, sia forte la patria italiana”. Il 22 aprile, nella seduta del Gran Consiglio, egli riaffermò “la necessità che il partito rientri nella più assoluta disciplina”. Ma la normalizzazione ventilata, come precisò un comunicato del direttorio del PNF del 24 aprile, doveva essere “intesa esclusivamente come normalizzazione del regime fascista, e non già come ritorno al regime stroncato dalla marcia su Roma”. E poiché il regime fascista traeva la sua legittimità originaria non dalle elezioni del 6 aprile 1924 ma dalla marcia su Roma, cioè da un atto di forza, era chiaro che la normalizzazione del regime doveva comportare anche la consacrazione definitiva del regime, che solo un altro atto di forza avrebbe potuto eliminare. Su ciò fu esplicito Mussolini in un discorso del 5 maggio, in cui affermò appunto: “Noi abbiamo Roma per diritto di rivoluzione! Soltanto da un’altra forza e dopo un combattimento che non potrebbe essere che asperrimo, ci potrebbe essere tolta”. Su questa base la normalizzazione diventava possibile solo se gli oppositori avessero rinunciato a rivendicare le condizioni elementari di un’opposizione che sono le condizioni di vita democratica, e si fossero piegate ad inserirsi in qualche modo nel regime ormai vittorioso o comunque ad accettare un ruolo di opposizione di comodo. E certamente non mancò allora, fra gli oppositori, chi sperò di poter trovare qualche più o meno onorevole compromesso con il regime: erano quegli oppositori che Gobetti bollò spregiativamente come “fascisti mancati”. Per vincere le resistenze comunque Mussolini contava, come sempre, sulla lusinga e sulla minaccia, sulla corruzione e sulla violenza, e certamente aveva ragione Gobetti quando dichiarava di paventare assai più le arti del corruttore che la violenza del tiranno. D’altra parte ad ostacolare la normalizzazione c’erano anche i fascisti cosiddetti “puri”, quelli che reclamavano ad ogni momento la “seconda ondata”, di cui il più autorevole interprete fu Roberto Farinacci. È difficile stabilire in quale misura Mussolini ne incoraggiasse, o semplicemente ne tollerasse, le violenze: probabilmente egli faceva a volte l’una e a volte l’altra cosa, e della loro violenza si serviva per spaventare monarchia e industriali e imporsi come il solo possibile “normalizzatore” della situazione: in ogni caso non ebbe mai a prendere una posizione aperta contro la violenza perché in ultima analisi la sua forza riposava ancora sullo squadrismo ed egli non poteva privarsene. E certo non era uomo che avesse mai il più piccolo scrupolo di fronte a qualsiasi illegalità, a qualsiasi violenza, a qualsiasi delitto, perché solo un calcolo di opportunità guidava le sue azioni.
Era evidente comunque che nel giuoco ch’egli conduceva per giungere ad una definitiva consacrazione plebiscitaria del suo regime, ad una normalizzazione costituzionale del fascismo che non lasciasse più spazio per un’alternativa qualsiasi, i principali ostacoli, e quindi i suoi principali avversari, erano quelli che Gobetti definì come “antifascisti di stile”, quelli che non erano in nessun caso disposti né a trattare né a fuggire, né a lasciarsi corrompere né a lasciarsi intimorire. Le vittime principali della violenza del regime, almeno le vittime di aggressioni partite da un’iniziativa centrale, appartengono tutte a questa categoria di oppositori: Matteotti, Amendola, Gobetti. Temperamenti profondamente diversi, politicamente su posizioni tutt’altro che coincidenti, con una formazione culturale assai lontana, soprattutto per quanto riguarda Matteotti in confronto con gli altri due, ma uniti nella coscienza che l’opposizione al fascismo non poteva essere che un’opposizione radicale, senza compromessi, senza patteggiamenti, senza debolezze, che solo un’intransigenza risoluta poteva porre le basi di una rinascita democratica, fuori dalla quale ci poteva essere anche la normalizzazione, la tranquillità, la cessazione delle violenze, ma a prezzo della servitù dello spirito e della degradazione morale nel conformismo gregario.
Per queste ragioni Gobetti intuì subito il significato politico dell’assassinio di Matteotti e, a pochi giorni dal delitto, denunciò la responsabilità politica di Mussolini.
“Ho conosciuto Matteotti, – egli scrisse sul suo periodico ‘Rivoluzione
Liberale’ – al discorso Turati a Torino. Ci si intese subito nell’antifascismo.
Anche lui lo sentiva di istinto. Nella fronte corrugata a serietà,
negli occhi fermi e pensosi, nelle labbra atteggiate a tagliente ironia
avvertii un vero stile di oppositore. Il suo assassinio deve dunque far
parte di un piano raffinato che non può non essere stato dettato
dall’alto. Il gregario furioso; il fascista esaltato potrebbe colpire Turati,
Maffi, Lazzari. Ci vuole un’intelligenza fredda e calcolatrice per scoprire
l’avversario vero in Matteotti, l’oppositore più intelligente e
più irriducibile fra i socialisti unitari, il più giovane
d’anni e d’animo di un partito che si ricorda troppo di Pelloux”.6
Matteotti era dunque uno di questi oppositori irriducibili, uno che non sarebbe stato mai addomesticato. Non solo lo aveva provato con tutto il suo stile di vita, con la fredda tenace inflessibile determinazione con cui dirigeva il partito socialista unitario di cui era il segretario politico, con il coraggio con cui aveva sfidato tanti pericoli e con cui aveva resistito alle precedenti aggressioni fasciste. Ma anche il suo metodo di oppositore era diverso. Egli evitava sia la fraseologia rivoluzionaria e la retorica, sia la manovra astuta e la tattica sapiente. La sua opposizione era radicale e si basava su una documentazione precisa e rigorosa; la sua parola era scarna ma ricca di contenuto e inesorabile di logica. Era stato lui che aveva raccolto nel volume Un anno di dominazione fascista tutta una serie di fatti ed episodi che caratterizzavano in modo indiscutibile il fascismo come regime di violenza e di arbitrio. Era stato lui che aveva ripescato con cura e ripubblicato con esattezza tutta una serie di articoli di Mussolini degli anni precedenti, per inchiodarlo alle sue contraddizioni, per mettere a nudo la totale assenza di serietà delle sue affermazioni, per precisare le responsabilità politiche che lo stesso fascismo aveva assunto rispetto ad avvenimenti che ora condannava. Era stato ancora lui che, poco prima della morte, aveva indirizzato alla rivista inglese “The Statist” una chiara messa a punto della situazione italiana per smascherare le menzogne ufficiali.7 Ma era stato soprattutto lui che aveva pronunciato alla Camera, nella seduta del 30 maggio, il più stringente e implacabile atto d’accusa contro la maggioranza governativa. Si discuteva la proposta avanzata dalla Giunta delle elezioni di convalidare in blocco gli eletti della maggioranza, e Matteotti rispose proponendo invece l’invalidazione in blocco di tutta la maggioranza.
Denunciò spietatamente, senza lasciarsi arrestare dalle violente, continue interruzione fasciste, i singoli attentati fascisti alla libertà elettorale in una serie di località italiane, ricordando fra l’altro quel che era successo a Gonzales a Genova, ad Amendola e Bentini a Napoli. Condensando i rilievi singoli in sintesi impressionanti, egli denunziò che su ottomila comuni italiani, e con mille candidati delle minoranze, la possibilità di parlare in pubblico per le opposizione si era ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante aveva consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona; in particolare, su cento candidati socialisti unitari “circa sessanta non avevano potuto circolare liberamente nelle loro circoscrizioni”. Molti candidati avevano dovuto cambiare residenza, molti rinunziare alla candidatura per non essere boicottati nel lavoro o dover emigrare all’estero. E qui venne il ricordo del povero Piccinini assassinato nella sua casa, ricordo che fece ammutolire per un momento la canea fascista. Sfilarono nella requisitoria matteottiana le illegalità e i soprusi attinenti alle operazioni elettorali: in sei circoscrizioni le formalità notarili impedite con la violenza; in taluni luoghi fatta incetta di certificati elettorali; i rappresentanti di lista delle minoranze non ammessi quasi mai a presenziare le votazioni; in moltissimi comuni specialmente in campagna, fascisti introdottisi nelle cabine a controllare l’elettore mentre votava. Ricordò anche i trucchi predisposti per scoprire come aveva votato l’elettore. Già il fatto che la custodia delle cabine elettorali fosse affidata alla milizia fascista costituiva motivo di impugnazione generale della validità delle elezioni. Al che si aggiungeva l’argomento politico massimo: l’elettore non era libero, trovandosi di fronte ad una esplicita dichiarazione che il governo, anche soccombente, sarebbe rimasto al potere con la forza. Ciò che fu confermato immediatamente, con assenso all’oratore, dall’onorevole Mussolini8.
Concluse: “Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicare la dignità domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”.
Sulla strada di questa sottomissione Matteotti si era rivelato come l’ostacolo principale, e bisognava eliminarlo. Non oserei affermare che l’ordine di ucciderlo sia partito direttamente da Mussolini: può darsi che egli volesse dare semplicemente una lezione, intimorirlo, costringerlo al silenzio. Può darsi che lo zelo o l’imprudenza dei sicari siano andati al di là del mandato: quel che è certo è che il delitto è nato nell’atmosfera di intimidazione, di minacce, di cinismo brutale che Mussolini si preoccupava di mantenere con le sue stesse parole. Sulla necessità di dare una lezione a Matteotti si era già espresso pubblicamente “Il Popolo d’Italia”, organo personale di Mussolini; nessun dubbio che dopo il discorso a Montecitorio e dopo un incidente fra Matteotti e Mussolini avvenuto qualche giorno dopo, ancora nell’aula di Montecitorio, quando il deputato socialista aveva ricordato che Mussolini aveva difeso l’amnistia ai disertori della guerra, l’invito a dargli una lezione era stato certamente ripetuto. E a quali lezioni per i suoi oppositori Mussolini pensasse, lo rivelò egli stesso alla Camera il 6 giugno, quattro giorni prima dell’assassinio, quando interrompendo un oratore comunista esclamò: “In Russia sono dei magnifici maestri e noi abbiamo il torto di non imitarli in pieno, perché a quest’ora non sareste più qui, sareste al bagno penale! Avreste avuto il piombo nella schiena! […] Ma ne abbiamo il coraggio e ve lo dimostreremo! Siamo sempre in tempo e più presto di quello che non crediate!” Basta mettere in relazione queste minacce con l’individuazione specifica dell’onorevole Matteotti come un avversario cui bisognava dare una lezione, oltre che con la catena delle precedenti aggressioni sempre impunite che si era abbattuta sugli avversari del regime, dai fascisti dissidenti Misuri e Forni agli avversari dichiarati come Nitti o Amendola, per affermare con assoluta sicurezza che Mussolini era, nella più benevola delle ipotesi, un mandante morale dell’aggressione e dell’assassinio. Più tardi i memoriali dei suoi collaboratori verranno a provare che proprio la banda degli assassini, che aveva compiuto alcuni dei misfatti precedenti e che ebbe poi l’incarico di dare la lezione a Matteotti, si annidava all’ombra protettrice del Viminale.
Il 10 giugno 1924 questa banda aggrediva l’onorevole Matteotti sul lungotevere Arnaldo da Brescia, in pieno giorno – tanta era la certezza dell’impunità – e lo trascinava a forza su un’automobile, dove l’assassinio veniva consumato. Noi non sapremo mai con certezza i particolari tragici di quelli che furono i momenti supremi del martire. Conoscendone la fierezza, l’indomito coraggio, la fermezza morale, e conoscendo, per contro, la ferocia belluina dei sicari fascisti, possiamo immaginare, se non i particolari, almeno quella che fu l’essenza del dramma. Da quel confronto Matteotti non poteva che uscire cadavere, qualunque fossero le intenzioni iniziali dei suoi aggressori, perché egli non era uomo cui si potesse imporre silenzio altrimenti che con la morte e perché i sicari non erano uomini che potessero comunque arrestarsi dinanzi a nessuna considerazione di umanità.
Quando si sparse la notizia del delitto consumato in piena Roma, che per il suo carattere di rapimento organizzato si qualificava non come uno dei tanti atti di violenza squadristica a cui si era ormai abituati e a cui si era usata da parte di certi strati dell’opinione pubblica una bonaria indulgenza, ma come un delitto preparato a mente fredda, fuor dal tumulto della guerra civile, come qualche cosa che non poteva avere nessuna delle giustificazioni o delle attenuanti tante volte invocate ma rivelava una ben precisa corresponsabilità del regime, enorme fu l’impressione che si sollevò in tutto il popolo italiano e lasciò gli animi attoniti e sospesi.
“Mai forse nella storia dell’Italia unita, – osservò Jacini, – una notizia suscitò una simile ondata di spavento nel Paese, che ben presto passò dall’orrore all’indignazione e alla vergogna. L’ondata di commozione straripando in poche ore dal palazzo di Montecitorio, invase Roma, dilagò per l’Italia, si ripercosse ai quattro canti dell’Europa e del mondo civile, e investendo il regime lo fece scricchiolare dalle fondamenta”.9
Si videro in quei giorni molti occhielli privi del distintivo ostentato fino al giorno prima (è uno spettacolo che si rinnoverà il 26 luglio 1943); molti fascisti furono presi dal panico e si diedero a pensare come potessero sottrarsi alle responsabilità del regime; molti furono gl’incerti, i disorientati. All’interno dello stesso gruppo dirigente ci furono recriminazioni, palleggiamenti di responsabilità, accuse reciproche, desideri di sganciamento, perplessità, incertezze, paure. Vi fu un brevissimo periodo, fra il 12 e il 15, in cui il fascismo sembrò veramente agonizzare10.
È ancora aperta oggi la discussione del se sarebbe stato in quell’occasione possibile ad un’opposizione decisa compatta e vigorosa di abbattere il fascismo. Faremo la prossima volta la cronistoria degli avvenimenti dal delitto Matteotti alle leggi eccezionali e l’analisi dei comportamenti dei diversi partiti antifascisti e delle reazioni fasciste, e ognuno di voi potrà farsi un’idea più chiara intorno a questo se. Prima di concludere la conversazione di questa sera, vorrei soltanto aggiungere un quadro di quella che era in quel momento la situazione dell’antifascismo, o, per meglio dire, delle forze politiche all’infuori del movimento fascista e suscettibili eventualmente di partecipare ad una successione. Queste forze si possono distinguere in tre gruppi: forze liberali-democratiche che avevano espresso in passato la classe dirigente, movimento cattolico e movimento operaio.
Le prime erano già profondamente divise dall’epoca dell’interventismo, e le rivalità fra i principali esponenti politici si erano ulteriormente accentuate. Ancora alla vigilia della marcia su Roma, ognuno di essi, Giolitti, Salandra, Orlando e lo stesso Nitti, che pur fu di costoro il più coerente antifascista, avevano cercato di raggiungere ciascuno per conto proprio delle intese con il fascismo, nella speranza naturalmente di utilizzarlo ai propri fini e di assorbirlo nella propria maggioranza. Queste speranze non erano ancora andate distrutte, almeno per quanto riguarda i primi tre: pur dopo il delitto Matteotti, Giolitti continuava a pensare che non fosse giunto ancora il momento di rovesciare il ministero Mussolini perché riteneva che al ministero Mussolini spettasse il compito di liquidare lo squadrismo e l’illegalità, dopodiché si sarebbe potuta aprire una successione nel quadro di una nuova maggioranza parlamentare, di cui, è evidente, avrebbero dovuto far parte moltissimi deputati eletti nel listone fascista. È certo comunque che né Giolitti né le forze che ancora potevano richiamarsi a lui, nell’ambito della vecchia classe politica e burocratica, potevano pensare a soluzioni fuori dalla stretta legalità e dalla stretta prassi parlamentare, dove peraltro Mussolini continuava ad avere una solida maggioranza, tenuta assieme, se non da altro, dalla comune responsabilità per le colpe del regime e dal comune timore dei pericoli che una caduta di esso avrebbe potuto rappresentare. Quella parte del mondo liberale e democratico che si era posta su posizioni antifasciste, e che militerà poi con l’Aventino, non era neppur essa unita: alcuni dei suoi leader, come Colonna di Cesarò, avevano in un primo momento collaborato con Mussolini; altri, come Bonomi, erano fra i principali responsabili politici dell’avvento fascista, per averlo appoggiato in ogni modo quando detenevano il potere. Giustamente Gobetti rifiuterà sempre di confondere il proprio antifascismo con l’antifascismo di questi uomini. Diverso il caso di Amendola, che fu anzi il vero leader dell’Aventino e il suo più tenace sostenitore, e a cui si deve l’intransigenza morale dell’opposizione aventiniana. Se Amendola dava la più assoluta garanzia di non accettare compromessi con il fascismo, era però al tempo stesso leale verso la monarchia e non concepiva un passaggio di poteri dal governo Mussolini a un altro governo se non attraverso l’investitura costituzionale da parte del re, ciò che praticamente rendeva impossibile qualunque forma di iniziativa popolare che facesse uscire l’antifascismo dai binari della ortodossia costituzionale a cui Amendola si richiamava.
Quanto al movimento cattolico, esso era fortemente diviso fra la spinta democratica che proveniva dalla base più giovane e attiva, e che aveva i suoi migliori rappresentanti in Donati, direttore del “Popolo”, Ferrari, Piccioni, ecc., le tendenze possibiliste di una parte del gruppo parlamentare che, ancora dopo le elezioni del 1924, aveva fatto balenare a Mussolini la possibilità di ulteriori convergenze, le manovre dei clerico-moderati che non volevano saperne di alleanze a sinistra e, infine, le pressioni della Chiesa, che era sensibile alle profferte mussoliniane di accordi e voleva liquidare rapidamente l’autonomia politica dei cattolici e il loro antifascismo. Se è doveroso riconoscere che nel suo complesso il partito popolare, dopo l’uscita dei clerico-fascisti, resistette efficacemente alla pressione vaticana, salvo le dimissioni e l’esilio di Sturzo, è pur certo che sarebbe stato impossibile a un partito cattolico assumere delle responsabilità politiche maggiori, come quelle di una ventilata collaborazione con i socialisti unitari che trovò la ferma esplicita opposizione dello stesso Pio XI.
Infine il movimento operaio era appena uscito da una grave sconfitta, che ne aveva distrutte le organizzazioni, dispersi ed esiliati dai rispettivi centri molti capi, incendiate e devastate le sedi, seminando ovunque il terrore, ed era per di più dilaniato dalla duplice scissione e dalle continue e ancora recenti polemiche11: pur continuando a rappresentare la più efficace forza antifascista di massa, non aveva certo un grande potenziale offensivo. Non solo, ma è doveroso anche aggiungere che esso non era ancora riuscito a definire un’appropriata strategia di lotta: dopo che si erano dileguate le possibilità, o anche soltanto le speranze, di azione rivoluzionaria, connesse alla situazione dell’immediato dopoguerra, l’ala sinistra del movimento, comunisti e socialisti massimalisti, non era ancora arrivata a formulare nuove vie e metodi d’azione che, senza cadere nel riformismo, fossero adeguati ad una situazione da cui erano assenti obiettive possibilità rivoluzionarie; dal canto suo l’ala destra, cioè i socialisti unitari, che avrebbe senz’altro potuto inserirsi in una nuova maggioranza democratica se questa avesse preso la successione, era piuttosto sprovveduta di fronte alle necessità di lotta che imponeva una situazione in cui non si trattava semplicemente di partecipare a una maggioranza ma di creare le condizioni perché una nuova vita democratica sorgesse sulle rovine del regime.
In questa situazione, come vedremo meglio la prossima volta, era
difficile trovare un terreno di azione unitaria fra tutti gli antifascisti.
E se è vero che l’Aventino fu in ultima analisi più una rinuncia
all’azione che un’azione, esso ebbe perlomeno un merito: quello di dare
corpo e fondamento politico ad un’opposizione di principio, intransigente,
che segnava una netta rottura ideale con tutte le speranze di facile normalizzazione
e di addomesticamento, con tutte le piccole furberie di cui è piena
sempre la nostra vita parlamentare. Sotto questo rispetto può dirsi
che il sacrificio di Matteotti, il sacrificio di un oppositore intransigente,
abbia agito come momento selezionatore e catalizzatore nelle file dell’antifascismo.
Certo ci saranno ancora debolezze e cedimenti, ma presso tutti gli spiriti
migliori e presso la giovane generazione si farà chiaro che ormai
il terreno della lotta doveva essere ricercato non entro la legalità
del regime ma fuori e contro di essa: le cospirazioni e la stampa clandestina
saranno i nuovi mezzi di lotta che nasceranno in questo periodo e gli antifascisti
sapranno che il prezzo che essi dovranno pagare sarà quello duro
e difficile delle persecuzioni, del carcere, dell’esilio e della morte.
Il sacrificio di Gobetti e di Amendola, il lungo carcere di Gramsci e di
tanti altri, l’esilio di Turati e di migliaia di antifascisti noti ed ignoti
saranno il doloroso ma logico sviluppo di queste nuove condizioni di lotta.
Il delitto Matteotti aveva colto di sorpresa non solo l’opinione pubblica ma le stesse opposizioni, all’indomani di una campagna elettorale combattuta con grande coraggio e con risultati significativi, ma che non offriva certo prospettive di successione immediata al fascismo. Noceva indubbiamente ad una valida lotta antifascista il mancato approfondimento del carattere del fenomeno fascista: pochi allora ne vedevano gli aspetti specifici di classe e i comunisti, pur dedicando attenzione a questi aspetti, lo facevano in modo generico e settario, considerando il fascismo alla stessa stregua di qualunque partito borghese (e spesso consideravano borghesi tutti i non comunisti), rendendo così impossibile qualsiasi alleanza. Nell’immensa maggioranza degli antifascisti era ancora diffusa l’illusione che si trattasse soltanto di una “parentesi”, di un’aberrazione momentanea, di un fenomeno caratteristico della situazione patologica del dopoguerra, destinato comunque ad essere riassorbito, e questa diagnosi portava in generale a due diverse conclusioni. Gli uni volevano facilitare il processo di riassorbimento attraverso la “normalizzazione”, cioè incapsulando Mussolini nella legalità, distaccandolo dalle punte estreme della violenza fascista, separando quindi mussolinismo da fascismo, e a poco a poco facendo di Mussolini uno dei tanti presidenti del Consiglio destinati ad alternarsi e a consumarsi nel tradizionale giuoco parlamentare: dopo Mussolini sarebbe venuto immancabilmente il turno dell’ottantenne Giolitti. Per altri, che non volevano compromettersi con il regime, la conclusione era un’altra: si trattava, al contrario, di non collaborare, di non aiutare in nessun modo il fascismo, ma al tempo stesso di non offrirgli neppure il pretesto a seconde o terze ondate, di non cimentarsi in una lotta impari e inutile, mantenendo le proprie posizioni con fermezza ma salvaguardando le proprie forze senza sprecarle nelle quotidiane scaramucce.
L’inizio della nuova legislatura, caratterizzata dalla forte maggioranza fascista, aveva tolto molto del suo interesse alla lotta parlamentare: il Parlamento diventava soltanto una tribuna per il paese, ma era una tribuna da cui era sempre più difficile e forse anche inutile parlare di fronte alla canea minacciosa e urlante della maggioranza. Del resto, già durante la precedente legislatura si era pensato di disertare la discussione della riforma elettorale e la stessa aula parlamentare per dare evidenza all’opposizione di principio che, altrimenti, rischiava di disperdersi nel tecnicismo e nella procedura12. Così, più tardi, si era parlato di una massiccia astensione dalle elezioni e l’idea aveva trovato molti sostenitori. A elezioni celebrate, un settimanale della sinistra popolare, il “Domani d’Italia” di Ferrari aveva espressamente parlato di un “ritiro sull’Aventino”, dandogli “un significato di lealismo costituzionale”13. L’idea ritornava naturalmente nella nuova Camera.
“I repubblicani ed Amendola, – scriveva Turati alla Kuliscioff il 29 maggio, – sono più vogliosi di noi di cogliere ogni pretesto per disertare. Anche oggi, ai primi diverbi cogli agenti provocatori che abbiamo alle spalle, Amendola e qualche altro consigliavano l’uscita in massa; ma io stesso ho resistito. Se si esce, bisognerebbe farlo per non ritornare; e per questo ci vogliono motivi più decisivi”.14
In questo stato d’animo era naturale che la prima reazione delle opposizioni al delitto Matteotti fosse l’abbandono dell’aula per non assistere neppure alle ipocrite dichiarazioni che Mussolini avrebbe fatto. Il delitto offriva indubbiamente quel “motivo più decisivo” di cui aveva parlato Turati, e d’altra parte l’abbandono dell’aula, per il suo carattere negativo di protesta, aveva anche il vantaggio di poter offrire un minimo di unità alle opposizioni che, come fu palese in seguito, si sarebbero trovate divise su un qualunque programma positivo di azione. L’unità si fece spontanea lo stesso 12 giugno, quando la notizia dell’evento era ormai pacifica; alla riunione del gruppo dei socialisti unitari, cui Matteotti apparteneva, intervennero spontaneamente i rappresentanti degli altri gruppi d’opposizione: Gramsci, Vella, Lussu, Bergamo, Molé, ecc. Solo i popolari, ancora irretiti nelle loro incertezze, non intervennero, e tutti furono d’accordo che in quella seduta, l’ultima cui parteciparono, un solo oratore del gruppo di Matteotti avrebbe espresso la protesta di tutti. L’indomani si tenne una riunione di tutte le opposizioni, compresi anche i popolari, e unanime fu l’accordo di disertare la seduta del giorno stesso. Ma quale fosse il grado di accordo esistente a quel momento fra i diversi gruppi risulta abbastanza chiaramente da una lettera di Turati alla Kuliscioff di quel giorno: “Una vicenda assidua di riunioni ha sciupato tutta la giornata. Il Comitato delle opposizioni è una vera Bisanzio. Impossibile metterlo d’accordo per qualsiasi affermazione positiva e uno sforzo enorme per non concludere nulla. I popolari sono i più renitenti”15. In una successiva lettera del 17 giugno Turati ritorna sulle discordie interne delle opposizioni, che erano di doppio ordine: una, piuttosto di temperamento, fra chi voleva agire e chi voleva essere prudente; l’altra, nettamente politica, fra chi, come i comunisti e i massimalisti, voleva associare le masse all’azione antigovernativa e gli altri che volevano mantenersi su un terreno strettamente parlamentare.
Chi aveva ragione? Credo sia lecito affermare che nei primissimi giorni dopo la notizia del delitto, una qualunque azione di forza, un appello alle masse o anche semplicemente, forse, l’atto risoluto di un gruppo di audaci avrebbe potuto rovesciare la situazione. Lo spirito pubblico in quei giorni era con l’opposizione. Mussolini aveva perduto quasi tutti gli alleati moderati e timorati, che non volevano esser ritenuti complici delle scelleratezze compiute di cui si parlava ormai apertamente, e in parte gli stessi elementi più facinorosi che temevano il peggio. L’impressione che Mussolini fosse in procinto di essere liquidato faceva sì che ben pochi fossero disposti a impegnarsi in sua difesa e un atto di audacia avrebbe probabilmente trascinato i più larghi consensi. Abbondano in questo senso le testimonianze. Scrive Turati alla Kuliscioff il 17 giugno: “Amendola è fra i più renitenti e Gronchi lo seconda. Io sento invece che ogni quarto d’ora perduto è un tradimento. Ieri l’altro eravamo i vincitori senza quasi saperlo, e quello era il vinto e lo sapeva. Ieri si sono già rinfrancati”16. E Gobetti: “Forse tra il giovedì della settimana del delitto e il martedì successivo sarebbe stato possibile sorprendere il duce, approfittare della sua paura”.17 Press’a poco nello stesso senso si esprimeva, molti anni dopo il fatto, il popolare Jacini:
“Oggi, a ragione veduta, rimane a dimostrare se un gesto audace e rivoluzionario che avesse fatto appello all’opinione pubblica e avesse posto la Corona nella necessità di scegliere tra la rappresentanza reale e la rappresentanza legale del paese non avrebbe, meglio di molte dichiarazioni di congressi e di autorevoli parlamentari, impedita la ripresa della marcia fascista che doveva trovare la propria consacrazione nel discorso del 3 gennaio 1925”.18
È molto semplicistico pronunciare oggi delle condanne contro gli uni o contro gli altri, attribuire delle colpe o delle benemerenze, affermare che questi o quelli avevano ragione. La verità è che un’azione comune richiede in generale unità di obiettivi e di metodi e l’una e l’altra mancavano ai partiti antifascisti, ch’erano stati posti di sorpresa di fronte a una situazione imprevista. La parte costituzionale o moderata dell’opposizione temeva che la partecipazione di masse comuniste e socialiste ad uno schieramento unitario di lotta desse a questo il carattere di uno schieramento rivoluzionario, ponesse cioè in movimento la situazione nel senso di una rivoluzione proletaria e potesse quindi in ultima analisi giustificare addirittura il fascismo. Dal loro punto di vista sarebbe perciò difficile criticare la loro riluttanza a marciare a braccetto con partiti di estrema sinistra i cui obiettivi non collimavano con quelli dell’opposizione moderata: proprio perché mi metto dall’angolo visuale dello storico e non del politico vorrei ammonire dai troppo facili ma fallaci accostamenti con la situazione di oggi, dopo tante esperienze che hanno realmente trasformato la natura e gli scopi dei partiti operai e hanno resa valida anche per essi una prospettiva democratica. La storia presenta spesso analogie ma mai ripetizioni meccaniche.
Tuttavia, più ancora che la disunione sugli scopi, era la disunione sui mezzi che rendeva impossibile un’azione comune. Vi erano, in astratto, tre vie per rovesciare il fascismo: la via dell’azione diretta delle masse, cioè la lotta dal basso, la via parlamentare, cioè la formazione di una nuova maggioranza, e infine l’intervento della Corona. La lotta delle masse dopo i primi giorni era diventata più difficile e di esito più dubbio.
Comunque, però, era chiaro che per chi credeva nella possibilità di una nuova maggioranza mediante distacco dal fascismo di una parte degli eletti nel “listone”, o sperava in un licenziamento del presidente-assassino da parte del re, la principale preoccupazione era quella di non spaventare né il re né i fiancheggiatori del giorno prima, e nulla li avrebbe spaventati di più che la paura di disordini e di ritorni al periodo prefascista, nulla soprattutto li avrebbe spaventati di più, o avrebbe permesso a Mussolini di ricattarli, che l’agitarsi dello spauracchio comunista.
Detto questo, per intendere lo stato d’animo di coloro che si opposero ad ogni idea di sciopero generale, proposto da comunisti e massimalisti, è d’uopo dire anche che in pratica l’Aventino, su questa strada, finiva con il rinunciare ad ogni iniziativa e si poneva completamente alla mercé di forze estranee ad esso. L’idea di Amendola, che vedeva gli avvenimenti attraverso la propria coscienza morale, era precisamente che la questione morale avrebbe dovuto travolgere Mussolini, che cioè, sollevata e documentata nei suoi confronti la questione morale, il re avrebbe dovuto licenziarlo, sicché nell’attesa di questo intervento della Corona che non venne egli si sforzava di attenuare o addirittura di impedire delle iniziative che avrebbero potuto risolversi in un’azione di forza e rendere così impossibile la soluzione costituzionale. Fu così che si arrivò, tra molti contrasti e difficoltà, alla riunione del 27 giugno in cui Turati pronunciò a nome di tutte le opposizioni il discorso in ricordo di Matteotti e in cui fu votata una dichiarazione che, dopo aver affermato che il delitto era stato “tramato da una congiura annidata all’ombra degli stessi poteri dello Stato”, e dopo aver proclamato che le circostanze del delitto “rendono impossibile alle opposizioni, finché durino le circostanze presenti, la partecipazione ai lavori della Camera”, si limitava tuttavia a chiedere: 1) l’abolizione di ogni milizia di parte; 2) la repressione inesorabile di ogni illegalismo e la reintegrazione assoluta, nei confronti di tutti, dell’autorità della legge, e ciò si chiedeva ad opera “di un governo alla cui composizione le opposizioni non possono che rimanere estranee”. Era veramente troppo poco, specialmente di fronte al risveglio del paese, e la timidezza degli aventiniani favoriva indubbiamente il giuoco degli avversari, la ripresa di Mussolini e il desiderio di tutte le forze conservatrici che temevano, aprendo una crisi, il classico salto nel buio.
Si può dire che in quel periodo vi sia stata una netta sfasatura fra la volontà di lotta della base antifascista, almeno della sua parte più avanzata, e l’inerzia dei dirigenti; si può anzi dire che si siano manifestate, fin dal primo momento, due diverse concezioni della politica aventiniana. Basterà ricordare il diverso suono che davano, rispetto alla dichiarazione votata a Roma, gli ordini del giorno votati dalle organizzazioni periferiche. A Torino il 18 giugno su proposta del gruppo di “Rivoluzione Liberale” veniva votata all’unanimità, nella riunione delle opposizioni, una risoluzione del seguente tenore:
“L’assemblea dei rappresentanti dei partiti, delle organizzazioni dei combattenti e delle tendenze politiche torinesi non fasciste; constatato che nell’omicidio di Giacomo Matteotti è implicata la responsabilità di tutto il governo fascista; reclama le dimissioni di Mussolini e invita i deputati della minoranza – i soli eletti legittimamente dalla volontà popolare – ad autoconvocarsi e a provvedere all’ordine del paese e al nuovo governo”.19
Ad essa faceva seguito pochi giorni dopo la costituzione del comitato milanese delle opposizioni, il quale, dichiarando “di parlare a nome della maggioranza dei cittadini milanesi”, reclamava non solo le dimissioni del governo e lo scioglimento della milizia, ma altresì lo scioglimento della Camera e nuove elezioni generali sulla base della proporzionale.20 In sostanza c’era da un lato una tattica attesista, che si limitava praticamente alla protesta morale, e dall’altro c’era chi voleva che il blocco delle opposizioni assumesse le iniziative necessarie per provocare non solo un cambiamento di governo nell’ambito della maggioranza parlamentare, ma un vero rovesciamento di indirizzo politico, una reale svolta democratica. E questa volontà democratica, soprattutto alla periferia, tendeva a trasformarsi in azione, che i vertici dei partiti purtroppo cercavano poi di raffrenare.
Sotto questo rispetto la coalizione aventiniana fu certamente un fatto positivo: sotto la spinta dell’ondata di indignazione sollevata nel paese, e grazie alla maggiore forza che l’unione dei partiti antifascisti rappresentava in confronto delle iniziative separate, fu possibile svolgere sul terreno comune della lotta per la riconquista di garanzie di vita democratica un’azione molto più vivace, con una più attiva partecipazione di base, quale non si aveva da molto tempo: i comitati delle opposizioni sorti in tutte le principali città, e composti dai rappresentanti non solo dei partiti aventiniani ma anche di associazioni democratiche apartitiche, ebbero vita più o meno lunga e più o meno intensa, ma in qualche città operarono seriamente e furono un anticipo di quelli che dovevano essere vent’anni dopo i CLN. Sorsero in questo periodo anche nuove organizzazioni antifasciste, fra cui merita di essere ricordata in particolare l’Italia libera, organizzazione di combattenti antifascisti, che fu forse l’elemento più attivistico di quel periodo, e anche i gruppi goliardici per la libertà che si formarono in numerosi atenei e in qualcuno dei quali, come per esempio in quello milanese, conquistarono in libere elezioni la maggioranza dell’organismo universitario.
Ai vertici, invece, nelle direzioni romane, era impossibile metter d’accordo i partiti aventiniani su un’azione comune, e l’Aventino si riduceva ad una vuota protesta e ad una vana attesa. Alcuni dirigenti per convinzione sincera, altri forse per pavidità preferivano pensare che un processo irreversibile di dissoluzione della maggioranza fosse in atto e che un intervento delle opposizioni avrebbe potuto rallentarlo o arrestarlo. Naturalmente, carenti di iniziative le opposizioni, le speranze erano affidate alle iniziative altrui, degli oppositori non aventiniani, cioè, praticamente, di Giolitti, dei fiancheggiatori che si staccavano o minacciavano di staccarsi, come Orlando o Salandra o i combattenti, degli stessi ministri di Mussolini, come Federzoni, o dei militari, naturalmente per decisione del re. Le lettere di Turati alla Kuliscioff danno il senso drammatico di questa impotenza. Scriveva il 24 giugno: “Tutti hanno il senso del piccolo ambiente parlamentare, non hanno quello del paese, di tutto il mondo civile e del domani storico, che ci domanda di non essere inferiori, di non essere abili, di ghermire l’istante, di non attendere successivi momenti. Il tempo lavora pel nemico”.21 E il 13 luglio: “Tutti si sente che bisognerebbe fare qualche cosa, ma non si riesce a concretare nulla di positivo. Sentiamo che, col passare del tempo, il nemico ripiglia fiato, che l’episodio dei povero Matteotti ha ormai dato forse tutto ciò che poteva dare”.22
Fu per cominciare a dare una prospettiva anche all’Aventino che Turati diede il 1° luglio un’intervista al “Popolo”, organo del PPI, in cui riprendeva il tema di una possibile collaborazione governativa fra socialisti e popolari, intorno alla quale si era già inutilmente discusso in passato. Alla proposta fece eco favorevole De Gasperi in una riunione dei segretari provinciali del PPI del 16 luglio, ma fu pronta la reazione dei gesuiti che nella “Civiltà cattolica” del 2 agosto dichiararono “inopportuna” la presa di posizione di De Gasperi e fecero invece l’elogio dei “nobili propositi” manifestati dal ministro dell’Interno Federzoni e dalle direttive del governo “circa la religione”. E nel numero del 16 agosto rincararono la dose scrivendo:
“Se il governo fascista fosse costretto a lasciare il potere, è stato accennato da varie parti che verrebbe sostituito dal Partito socialista unito col Partito popolare. Questa prospettiva aggrava più che mai la questione e fa impensierire ogni serio cittadino, e molto più l’autorità ecclesiastica, per quanto questa voglia, come deve, mantenersi al di fuori e al di sopra di qualsiasi partito e competizione meramente politica. Perciò […], pure noi teniamo a dire chiaramente che tale collaborazione, nelle presenti circostanze, e cogli elementi che si hanno da una parte e dall’altra, non sarebbe né conveniente, né opportuna, né lecita”.
E seguiva un raffronto fra partito fascista e partito socialista a tutto vantaggio del primo. Nella polemica interveniva successivamente lo stesso papa Pio XI, prendendo netta posizione contro la ventilata collaborazione, e ai tentativi del “Popolo” di dare un’interpretazione generica alle parole del papa replicava “L’Osservatore Romano” ribadendo in modo perentorio che nessun cattolico avrebbe potuto approvare la collaborazione con i socialisti, “col pretesto” di opporsi alle violenze fasciste. Questi moniti della Chiesa trovarono, come è facile immaginare, larga eco anche nei deputati popolari, nonostante che De Gasperi e il coraggioso direttore del “Popolo”, Giuseppe Donati, si battessero per dare al PPI una ferma e coerente impostazione antifascista.
Era comunque inevitabile che la mancanza di prospettive e le incertezze aventiniane favorissero il giuoco mussoliniano e la ripresa del fascismo. Non occorre seguire giorno per giorno la cronaca degli avvenimenti: basta qui fare un quadro generale del modo come l’azione fascista fu condotta per rendersi conto di quella che è stata allora la tattica mussoliniana e di come avesse ragione Gobetti quando, di fronte alle speranze che molti oppositori riponevano nelle manovre di vertici e nei contatti di corridoio con fiancheggiatori o fascisti in crisi, ammoniva che su quel terreno Mussolini sarebbe stato certamente il vincitore perché era di gran lunga il più furbo e perché era assolutamente senza scrupoli. Subito, all’indomani del delitto, Mussolini si era naturalmente sforzato di negare ogni responsabilità e di promettere piena luce e giustizia. Nella seduta del 13 alla Camera, assenti le opposizioni, aveva affermato che “solo un nemico, che da lunghe notti avesse pensato qualche cosa di diabolico contro di me, poteva effettuare questo delitto, che ci percuote d’orrore e ci strappa grida di indignazione”, ma al tempo stesso aveva affermato che respingeva qualsiasi speculazione politica, qualsiasi tentativo di allargare la sfera delle responsabilità.
“Si sappia chiaramente che il governo punta i piedi, che il governo si difenderebbe ad ogni costo, che il governo, avendo la coscienza enormemente tranquilla, ed essendo sicuro di avere già fatto il suo dovere e di farlo in seguito, adotterà i mezzi necessari per sventare questo giuoco che, invece di condurre alla concordia gli animi degli italiani, li agiterebbe con divisioni ancor più profonde”.
L’appello alla necessaria concordia, alla pacificazione degli animi, alla normalizzazione diventerà ormai di prammatica. Ma per ristabilire la concordia, era naturalmente necessario lasciare in pace il governo, tanto più che solo il governo Mussolini era in grado di tenere a freno gli squadristi insofferenti delle accuse delle opposizioni. Comincia così il giuoco delle parti: da un lato Farinacci, gli squadristi, gli estremisti, chiedono con insistenza la seconda ondata, la morte fisica degli oppositori e la distruzione dei loro giornali; dall’altro i pacificatori, i normalizzatori, i fiancheggiatori sollecitano Mussolini a reprimere le violenze e a ritornare nella legalità; il re, sollecitato dall’opposizione costituzionale, dagli ex presidenti del Consiglio e forse da altri membri del suo entourage, esita in attesa degli eventi, e intanto chiede a Mussolini alcune misure di normalizzazione, ma soprattutto si preoccupa di assicurarsi che il regime non rivolga la violenza contro la monarchia, perciò da un lato vuole da Mussolini garanzie di fedeltà che gli saranno date e dall’altro gli tiene a bada gli oppositori senza far cadere le loro speranze; Mussolini mira soprattutto a guadagnar tempo, raffrena gli eccessi dei vari Farinacci, ma sotto mano, probabilmente, ne incoraggia le minacce e le violenze per poter assumere la parte del pacificatore e del normalizzatore, per mostrarsi indispensabile, mentre nello stesso tempo si fa prodigo di promesse verso l’altra parte, tenta di corrompere con minacce o lusinghe gli incerti o i tepidi, addirittura fa correre voci di grandi rimpasti ministeriali e di partecipazione dell’opposizione al governo. Non c’è dubbio che in quel periodo egli si rivela ed è di fatto possibilista: disposto ad accettare qualsiasi soluzione o combinazione, purché si faccia attorno a lui, ma al tempo stesso deciso a non impegnarsi sul serio, a non compromettersi definitivamente con nessuno, a lasciarsi tutte le porte aperte, la seconda ondata o la normalizzazione, l’accordo con le opposizioni o la liquidazione fisica delle opposizioni stesse, a seconda di come si sposti il rapporto di forze nel paese, a seconda di come si orientino gli avvenimenti che non è in grado di controllare.
Così, in un primo momento, il 14 giugno, butta a mare come zavorra il sottosegretario agli Interni, Finzi, e il capo del suo Ufficio stampa, Cesare Rossi, implicati nel delitto Matteotti, ma due giorni dopo, forse per dare garanzie al re, dà lui stesso le dimissioni da ministro degli Interni e si fa sostituire da Federzoni, nazionalista e monarchico, mentre il giorno stesso il generale De Bono, ex quadrumviro della marcia su Roma, lascia il suo posto di capo della polizia al prefetto Crispo Moncada e pure il questore di Roma viene sostituito. Pochi giorni dopo, riapertosi il Senato, Mussolini vi pronuncia un discorso normalizzatore di cui vale la pena di rileggere alcuni brani. Mussolini distinse l’aspetto morale, quello giudiziario e quello politico del delitto Matteotti. Sul primo la solita ipocrisia: “Non ho bisogno di ripetervi tutta la mia deplorazione e tutto il mio orrore per il delitto commesso […]; nessuno potrà dubitare sulla sincerità dei miei sentimenti”. Sul secondo, altrettanta ipocrisia nel rivendicare un’inesistente indipendenza della magistratura: “La magistratura italiana, sulla cui probità e capacità il popolo è certo di poter contare, farà sicuramente tutto il suo dovere. Dubitare è cosa indegna”. Sul terzo, riaffermazione di volontà normalizzatrice:
“Chiamai al governo uomini di tutti i partiti. Riapersi il Parlamento e ne ebbi dopo regolari discussioni i pieni poteri. Affrontai e risolsi di lì a poche settimane il problema gravissimo degli squadrismi. Ho esercitato i pieni poteri per un anno. Potevo chiedere la proroga. Avrebbero votato a favore anche i popolari. Vi rinunciai. Non avevo proposto leggi eccezionali e mi tardava di fare un altro passo innanzi sulla strada della legalità […]. Ottenuto il suffragio del popolo, le necessità della politica interna si delinearono ancora più chiaramente nel mio spirito, precisate in questi capisaldi fondamentali: 1) far funzionare regolarmente e nobilmente l’Istituto Parlamentare come organo del potere legislativo, restituendogli le sue capacità e il suo prestigio; 2) regolare dal punto di vista della Costituzione la situazione della Milizia Volontaria; 3) reprimere i superstiti illegalismi ai margini del partito; 4) chiamare all’opera di ricostruzione tutte le forze vive della Nazione, e cioè tutti gli elementi di qualsiasi origine che non ignorano la Patria. Tutte le mie manifestazioni politiche dal 6 aprile in poi tendono direttamente a questa meta: a accelerare, cioè, a perfezionare l’entrata definitiva del fascismo nell’orbita della costituzione, a fare del fascismo un centro di raccolta e di conciliazione nazionale […]. Per quel che mi riguarda io confermo solennemente quanto ebbi a dichiarare alla Camera Elettiva; l’obiettivo della mia politica generale di governo resta immutato: raggiungere a qualunque costo nel rispetto delle leggi la normalità politica e la pacificazione nazionale; selezionare e depurare con instancabile e quotidiana vigilanza il partito, nonché disperdere con la più grande energia gli ultimi residui di una concezione illegalista, inattuale e fatale”.
Infine l’appello alla concordia: “Si levi di fronte alle vigilanti gelosie straniere il grido della concordia, fra quanti Italiani sono pensosi soprattutto delle sorti della Patria!”
Pochi giorni dopo, nuovo rimpasto ministeriale: al posto di Gentile, Carnazza e Corbino che ne escono, sono immessi nel ministero due liberali, Casati e Sarrocchi, un cattolico filofascista, Cesare Nava, e il nazionalista Lanza di Scalea. A questo rimpasto, apparentemente rivolto in senso pacificatore, fa però subito seguito un provvedimento repressivo, un nuovo regolamento della stampa, che praticamente abbandona la stampa all’arbitrio dei prefetti, che possono sequestrare i giornali e diffidare, o addirittura sospendere i gerenti responsabili, rendendo impossibile l’ulteriore uscita del periodico così colpito. Ad esso segue un altro provvedimento, diretto a tranquillizzare la monarchia, un nuovo statuto, cioè, della milizia fascista, la quale, pur rimanendo alle dipendenze del capo del governo, deve giurare fedeltà al re. Si palesa sempre più chiaramente la tattica mussoliniana: dare garanzia alla monarchia e assicurarsene la complicità, tranquillizzare gli incerti, inchiodare le opposizioni alla passività e al silenzio, soffocandone la voce nella stampa, e così guadagnare tempo e superare la crisi.
Di fronte a questo atteggiamento mussoliniano e al suo evidente temporeggiare crescono a poco a poco le impazienze del paese e dell’opinione pubblica. Nei mesi estivi l’ondata dell’opposizione sale: i combattenti si staccano dall’alleanza aperta con il fascismo; i mutilati, nonostante l’ambiguità, per non dir peggio, del loro presidente Delcroix, fanno intendere nel loro congresso voci di opposizione; il congresso dei liberali, tenutosi a Livorno, approva a larga maggioranza una mozione di ispirazione giolittiana e di contenuto antifascista; i giornali, salvo quelli di stretta osservanza fascista, sviluppano una campagna di opposizione molto forte, esponendosi a numerosi sequestri, ma mobilitando strati sempre più larghi di opinione pubblica. Di giorno in giorno, a misura che le rivelazioni della stampa fanno conoscere il carattere criminale dei metodi usati dal regime, si accentua il divorzio fra l’opinione pubblica e il governo; di settimana in settimana pare che la crisi sia alle porte. Nell’agosto, al CC del PCI, lo stesso Gramsci prevede un prossimo e forse placido tramonto.23
Ma invece il fascismo guadagnava tempo e superava la crisi. Ognuno aspettava che da altri partisse l’iniziativa: l’Aventino, paralizzato dall’idea della legalità, attendeva l’iniziativa dal re; il re, prigioniero della sua incomparabile viltà, della sua grettezza e dei suoi rancori, dichiarava che, come re costituzionale, non poteva licenziare un governo che aveva la maggioranza parlamentare e faceva ricadere sulla maggioranza la responsabilità dell’iniziativa; a Montecitorio una maggioranza, di cui due terzi almeno non avrebbero esitato un istante a passare dalla parte di un nuovo governo se fosse stato costituito, non ardiva prendere alcuna iniziativa che comportasse un rischio e voleva essere sicura di conoscere prima chi fosse vincitore per poter volare in suo soccorso. La Chiesa e le alte sfere dello Stato preferivano la normalizzazione fascista al rischio di un “salto nel buio”, di una qualsiasi iniziativa delle masse o di un qualsiasi mutamento che implicasse una partecipazione aventiniana: così “L’Osservatore Romano” fin dal giugno aveva manifestato il timore che “la retrocessione del fascismo dalla sua posizione di partito dominante” ed eventuali nuove elezioni potessero provocare un “fatale salto nel buio”; così la Corte di Cassazione, sotto la presidenza del D’Amelio, faceva sentire la sua voce con una mostruosa sentenza che riconosceva piena legalità a qualsiasi arbitrio dell’esecutivo.24 Soprattutto la grande industria, che aveva finalmente trovato un governo al suo servizio e ne aveva già tratto molti vantaggi (abolizione della nominatività dei titoli, scioglimento della commissione d’inchiesta sulle forniture di guerra e relativi contratti, rinuncia al monopolio delle assicurazioni vita, passaggio della rete telefonica all’industria privata, forte diminuzione dell’imposta sulle successioni, ecc.) e altri maggiori confidava fondatamente di ricavarne in avvenire, non aveva alcuna ragione di volersene disfare: solo se la sconfitta fascista fosse stata certa, come fu vent’anni dopo, essa sarebbe passata all’opposizione.
Appariva così chiaro che quelle forze intermedie che avevano fiancheggiato il fascismo, invece di combatterlo quando si era in tempo, che dopo la marcia su Roma avevano ceduto prima sui pieni poteri e poi sulla legge elettorale, sempre presi fra il timore di esasperare la violenza squadrista e la speranza di rapida normalizzazione e di riassorbimento del fascismo, si accorgevano del proprio errore e passavano, o cercavano di passare, all’opposizione quando ormai era troppo tardi e il terreno ceduto senza resistenza non era più ricuperabile se non con la forza. Giolitti aveva appoggiato il fascismo perché lo sbarazzasse dei partiti di massa che gl’impedivano di governare e, una volta superata la crisi del vecchio sistema, gli lasciasse di nuovo il passo, ma ora s’accorgeva quanto fossero stati errati i suoi calcoli. Chiaro anche appariva quanto illusoria ed equivoca fosse stata la prospettiva della normalizzazione, di cui lo stesso Mussolini aveva incoraggiato la speranza: per gli antifascisti infatti, e anche per i non fascisti, era stata la speranza di un ritorno alla precedente normalità costituzionale, mentre per Mussolini si era sempre trattato della normalizzazione del regime fascista e dell’assorbimento in esso delle opposizioni. Ma intorno a questo equivoco si erano sciupate delle energie, si erano persi degli anni e soprattutto si era trascurata la prospettiva di una seria lotta attorno ad una soluzione più radicale e di una unità antifascista attorno ad essa.
In novembre la Camera fu riaperta e si poté misurare quanto piccolo fosse il numero dei deputati che osasse prendere posizione: il 12 novembre, assenti naturalmente gli aventiniani e i comunisti (che si erano staccati dall’Aventino di cui non condividevano la tattica ma che erano rimasti egualmente fuori dell’aula di Montecitorio), vi furono solo 6 voti contrari, fra cui Giolitti (che peraltro era stato eletto con liste indipendenti) e 26 astenuti, fra cui Orlando e i combattenti, eletti invece nel listone. In un voto successivo si ebbero 17 contrari e 18 astenuti, mentre al Senato, dove la nomina a vita dava una maggiore tranquillità, si giunsero a contare in quel periodo 54 contrari e 37 astenuti. Ed è certo che al Senato, soprattutto per merito di Albertini e Sforza, si ebbero in quel momento le voci più coraggiose e più ferme dell’opposizione.
Nel frattempo però il fascismo aveva ripreso baldanza e le minacce avevano di nuovo il sopravvento sulle promesse e le lusinghe. Certo si aveva ancora paura di manifestazioni popolari quando il 16 agosto, scopertosi finalmente il cadavere di Matteotti, si era imposto che non fosse portato a Roma, ma caricato sul treno a Monterotondo e portato quasi clandestinamente al suo paese nativo di Fratta Polesine. Ma il 31 dello stesso mese Mussolini aveva pronunciato il discorso del Monte Amiata:
“Il giorno che [le opposizioni] uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremo lo strame per gli accampamenti delle camicie nere”. E poco dopo: “Il fascismo […] è ben deciso a snudare la spada se l’olivo della pace non venisse raccolto”. E Farinacci l’11 ottobre: “O abbattere le opposizioni o abbattere il fascismo”. Le opposizioni aventiniane dal canto loro si dibattevano in una via senza uscita: esse si erano precluse l’azione di rottura, la lotta aperta nel paese, che d’altra parte diventava sempre più difficile, e le armi della legalità si spuntavano nelle loro mani perché Mussolini cambiava i termini della legalità: la stampa non era più libera, la magistratura asservita, i poteri pubblici ritornavano ad appoggiarsi sulla violenza. A Milano veniva assassinato il tranviere socialista Oldani e i giudici assolveranno poi gli assassini dall’imputazione di omicidio, scoprendo che il povero Oldani era morto perché il suo cranio era troppo debole; a Mirandola veniva assassinato il colono Faustino Baraldi e i giudici ancora una volta assolveranno gli assassini asserendo che il Baraldi era morto per causa diversa dalle bastonature. L’ultimo atto di disperato coraggio da parte delle opposizioni fu la denuncia, fatta dal direttore del “Popolo” Giuseppe Donati, del generale De Bono all’Alta Corte, cioè al Senato, per complicità nell’assassinio Matteotti: De Bono sarà poi assolto, naturalmente, ma il processo servirà a mettere in luce molte brutture del regime.
Tuttavia la partita era ormai perduta per le opposizioni. Fattosi sicuro, Mussolini abbandonava le vesti del normalizzatore e si presentava apertamente come il tiranno, essendosi definitivamente assicurata la complicità della monarchia, della Chiesa, degli industriali e dell’alta burocrazia. Il 3 gennaio 1925, alla riapertura della Camera, pronunciò il famoso discorso con cui dichiarò di assumersi da solo “la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!” E aggiunse: “Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è nella forza”. Tuttavia assicurò che sarebbe bastata la forza governativa per liquidare l’opposizione e aggiunse che entro 48 ore la situazione si sarebbe chiarita.
E la situazione si chiarì difatti.
Tre giorni dopo il ministro dell’Interno Federzoni poté riferire
al Consiglio che erano stati chiusi 95 fra circoli e ritrovi politicamente
sospetti, sciolte 25 organizzazioni sovversive nonché i 120 gruppi
dell’associazione “Italia Libera”, come “organismo politico avente fini
politici sediziosi e anticostituzionali”; che erano stati chiusi 150 esercizi
pubblici, fatte 655 perquisizioni a domicilio, e arrestati 111 “sovversivi”.
Inoltre i prefetti erano stati invitati a prendere senza esitazione provvedimenti
d’urgenza contro ogni manifestazione di antifascismo e ad applicare più
rigorosamente i decreti sulla stampa. Infatti i sequestri dei giornali
di opposizione divennero quasi quotidiani, e qualche giornalista fu arrestato25.
I ministri liberali, che erano entrati nel governo dopo il delitto Matteotti nel quadro della promessa “normalizzazione”, Casati e Sarrocchi, si dimisero e con essi anche il guardasigilli Oviglio: furono sostituiti da Fedele, Giuriati e Rocco. Poco dopo Farinacci fu nominato segretario del partito fascista, per dare evidenza al fatto che ormai il fascismo, abbandonata ogni ipocrisia normalizzatrice, si identificava con la sua corrente più intransigente.
È inutile raccontare momento per momento, episodio per episodio, quella che fu la lenta agonia delle ultime superstiti libertà tra il gennaio 1925 e il novembre 1926. Quei due anni furono caratterizzati da un crescendo di provvedimenti che preparavano a poco a poco l’avvento dello Stato totalitario: misure sempre più drastiche e applicazione sempre più rigida contro i superstiti giornali e periodici d’opposizione; provvedimenti che disponevano l’esonero dal servizio dei funzionari che non dessero affidamento di fedeltà al regime; soppressione di ogni autonomia locale e delle amministrazioni comunali e provinciali elettive, sostituite da nomine governative, i famigerati podestà e i presidi delle province; consolidamento anche formale delle prerogative del partito e del duce. Uno di questi provvedimenti merita tuttavia una menzione particolare: è quello con cui fu creato il cosiddetto “Stato corporativo”, la legge Rocco del 3 aprile 1926 che consacrava un ordinamento ispirato in gran parte dai principi corporativi cattolici, e affidava ai sindacati fascisti il monopolio della rappresentanza sindacale dei lavoratori, illudendosi di congelare i rapporti di classe e impedire la realtà della lotta.
Questa legge segnava il punto d’arrivo del processo di liquidazione dei sindacati autonomi dei lavoratori, che il fascismo aveva sistematicamente perseguito in pieno accordo con i datori di lavoro. Prima si erano avute le persecuzioni violente, gli incendi e le devastazioni, che tuttavia non avevano spento la combattività operaia, tanto che ancora nel marzo 1925, nel pieno sviluppo dell’offensiva totalitaria, la Fiom aderente alla C.G.L. era in grado di far fallire lo sciopero metallurgico proclamato dal sindacato fascista e di far riuscire invece quello che essa stessa proclamava due giorni dopo.26
Il 2 ottobre 1925, sotto la presidenza di Farinacci, veniva stipulato il cosiddetto “Patto di Palazzo Vidoni” fra la Confindustria e i sindacati fascisti, con cui le due organizzazioni si riconoscevano reciprocamente la rappresentanza esclusiva delle rispettive categorie (industriali e lavoratori) a tutti gli effetti, e di conseguenza si dichiaravano abolite le commissioni interne demandandone le funzioni al sindacato fascista, cioè si proibiva ai lavoratori di scegliere liberamente i propri rappresentanti obbligandoli a rivolgersi a dei burocrati scelti dall’alto. Poco dopo i prefetti provvedevano a sciogliere le Camere del lavoro ancora funzionanti, per distruggere alla radice ogni possibilità di organizzazione autonoma dei lavoratori: la legge Rocco dell’aprile 1926 consacrava definitivamente questa situazione.
Si veniva così completando l’edificio dello Stato totalitario, in piena rispondenza agli interessi apertamente proclamati dalla Confindustria, e il partito fascista, assorbito ormai definitivamente nello Stato, tendeva a spogliarsi a poco a poco del suo volto plebeo e a trasformarsi in uno strumento per la normale routine del potere. Il capo degli estremisti, Farinacci, veniva allontanato dalla segreteria del partito, perché Mussolini, ormai definitivamente consolidato al potere, non aveva più bisogno del continuo ricatto estremista: al contrario doveva tranquillizzare monarchia e Confindustria che la nuova legalità fascista sarebbe stata rispettata mentre si preparava a liquidare definitivamente la vecchia legalità costituzionale, ormai agonizzante. In Parlamento la voce dell’opposizione era rappresentata dai comunisti che, non facendo parte dell’Aventino, eran ritornati nell’aula alla ripresa del gennaio 1925, ma trovava ormai scarsa eco nel paese; nel 1926 anche uno dei gruppi aventiniani, i popolari, tentarono lo stesso ritorno ma furono cacciati dai fascisti. Nel paese le libere voci si spegnevano a poco a poco: i partiti anemizzavano, senza più possibilità di azione, ogni giorno cadeva un brandello del vecchio edificio. Tuttavia, proprio in questo periodo, le libere voci ebbero ancora delle note forti e delle vaste risonanze, che dovevano lasciare un segno durevole e profondo nell’anima soprattutto delle giovani generazioni. Una speciale menzione merita la risposta stesa da Croce a un manifesto degli intellettuali fascisti, risposta che rivendicava i principi liberali contro quelli fascisti e che raccolse (maggio 1925) molte autorevolissime adesioni fra uomini di cultura.27 Ma la voce che meglio di ogni altra seppe parlare, attraverso la rivista “Rivoluzione Liberale”, ai giovani, fu la voce che a Torino levò Piero Gobetti. Sono passati quasi 35 anni dalla sua morte, e ancora non so rievocare senza emozione la figura di questo fratello maggiore che mi fu in quegli anni amico e maestro. Maestro a me, come a tanti altri, non già di sapienza politica, ma di impegno morale. Ho parlato delle difficoltà e delle contraddizioni dell’Aventino, delle speranze di molti oppositori in aiuti esterni, del tentativo di liquidare il fascismo con le furberie, con le manovre, con le piccole congiure parlamentari. Gobetti fu l’antitesi di questa mentalità e di questi metodi: convinto che il fascismo rappresentasse il concentrato di tutte le tradizionali malattie italiane, il conformismo, la controriforma, il paternalismo, il trasformismo, l’assenza di vera lotta politica, la superficialità, la retorica, il gusto della sagra, ecc., conseguenza di un’assenza di vita moderna, egli lottava perché si formasse in Italia una nuova generazione di uomini liberi, capace di combattere e, occorrendo, di morire per le proprie idee, senza ricorrere a calcoli opportunistici e senza ammantarsi di retorica dannunziana.
Accanto a “Rivoluzione Liberale” si possono qui ricordare altre riviste minori che in quello stesso periodo combatterono la medesima battaglia, subendo in gran parte l’ispirazione o l’influenza di Gobetti:
“‘Conscientia’, un settimanale di studi protestanti che assunse sempre pili apertamente una fisionomia politica e un tono fortemente polemico; ‘Studi Politici’, una rivista redatta da un gruppo di giovani studiosi romani, fra cui Tullio Ascarelli, recentemente scomparso; ‘Il Caffè’, settimanale milanese, diretto da Riccardo Bauer con la collaborazione di Parri ed altri, che fu rapidamente stroncato dai provvedimenti prefettizi; ‘Parte Guelfa’, una battagliera rivista cattolica diretta da Giordani e Cenci, che coraggiosamente sostenne l’incompatibilità dei principi cristiani con la reazione violenta e attaccò il filofascismo dei cattolici, ma fu subito soppressa da un veto dell’autorità ecclesiastica; il ‘Quarto Stato’, il settimanale attraverso cui Rosselli cercò di ridare nuovo impegno teorico e nuovo vigore di lotta al socialismo italiano e che resistette, pur sotto la pioggia dei sequestri, fino alle leggi eccezionali; infine ‘Pietre’, coraggioso tentativo di un gruppo di giovani genovesi, rinato poi per breve ora a Milano sotto veste culturale dopo le leggi eccezionali”.28
Mentre le autorità si sforzavano di far tacere una per una queste voci che parlavano alla luce del sole, nasceva la stampa clandestina, di cui il “Non mollare” di Firenze rimane la testimonianza più viva. Come a Torino Gobetti e “Rivoluzione Liberale” si eran fatti centro di quanto di più valido e vitale esprimeva, al di fuori dei partiti di massa, l’antifascismo militante, così Gaetano Salvemini, un altro maestro di vita morale, era diventato il centro dell’antifascismo a Firenze, il capo morale dei giovani che animavano in quel periodo di una forte carica antifascista il Circolo di Coltura in Borgo SS. Apostoli, chiuso con decreto prefettizio del 5 gennaio 1925. Fu questo gruppo di giovani (Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi) che con Salvemini, subito dopo la svolta del 3 gennaio, diede vita al foglio clandestino “Non mollare”, rapidamente diffusosi da Firenze in tutta Italia. Presentandosi nel primo numero, diceva: “Nel titolo è il nostro programma”, il programma cioè di un’opposizione intransigente, che non avrebbe in nessun caso mollato e che difatti non mollò. “Non ci è concessa libertà di parola, – scriveva ancora; – ce la prendiamo”. E anche questa, dopo tanti mesi di opposizione legalitaria, era un’affermazione di grande valore. Non che si potesse naturalmente pensare di sostituire con un foglio clandestino la stampa quotidiana o periodica che veniva a poco a poco a cessare: era soprattutto un problema di metodo, di mentalità che si imponeva dopo che la prudenza e l’attesismo avevano per troppo tempo frenato la volontà di lotta ancora viva nel paese. Io ho il ricordo preciso di quel tempo: so che per i giovani della mia generazione (io non avevo ancora toccato i ventuno anni nel pieno dell’esperienza aventiniana) nulla fu più ingrato che il ricevere frequenti ammonimenti di prudenza, frequenti insegnamenti di una facile filosofia della storia secondo cui tutto sarebbe accaduto per una inevitabile concatenazione di cose senza un intervento diretto e deciso della nostra volontà, o, quel che era peggio, frequenti lezioni pratiche di astuzia parlamentare, tutte cose per le quali ho concepito un’avversione profonda. Noi fummo d’istinto con Gobetti che ci parlava di intransigenza morale e di una lotta ventennale da affrontare senza calcoli di sorta, fummo d’istinto con il “Non mollare”, che attendevamo con ansia e distribuivamo con zelo anche a Milano, che c’insegnava a prenderci le libertà che ci erano negate, e scriveva: “Bisogna resistere malgrado le armi della milizia, malgrado l’impunità assicurata ai delinquenti, malgrado tutti i decreti che possono venire firmati dal re. Se vorremo, vinceremo”.29
La polizia diede una caccia spietata agli autori del foglietto e grazie alla solita complicità di una spia riuscì a scoprire i nomi di Salvemini e Rossi. Quest’ultimo riuscì a porsi in salvo; Salvemini fu invece arrestato nel giugno e processato nel luglio 1925. Fu il primo grande nome della cultura italiana che il fascismo osasse trascinare in catene avanti a dei giudici, e la risonanza fu enorme in tutta Italia. Messo in libertà provvisoria, Salvemini decideva l’espatrio essendosi ormai resa impossibile qualsiasi seria attività politica in Italia e potendo la sua opera essere più utile all’estero dove il suo nome era largamente conosciuto.
La lunga catena degli esuli aveva così, dopo Nitti e Sturzo, un altro anello in Salvemini cui seguiranno poi, dopo le leggi eccezionali, innumerevoli altri anelli.
Ma il processo non mise fine alla vicenda del “Non mollare”, che continuò a pubblicarsi ad opera degli altri collaboratori ancora per parecchi mesi, grazie anche al materiale che Salvemini e Rossi inviavano da Parigi. Furono le violenze del successivo ottobre che stroncarono definitivamente l’organizzazione clandestina, quando la brutalità fascista scatenata si diede al saccheggio e all’assassinio: insieme con altri vi trovarono la morte due dei più fervidi militanti socialisti della città, l’avvocato Console e l’ex deputato e mutilato di guerra Pilati, che si aggiungevano alla catena dei parlamentari socialisti assassinati, Di Vagno, Piccinini e Matteotti. La schiera delle vittime del fascismo si arricchì in questo periodo di altri due nomi illustri: quello di Amendola, che aveva già subito una bastonatura prima del delitto Matteotti e che fu aggredito brutalmente una seconda volta, nel luglio 1925 a Montecatini, con conseguenze che lo portarono alla tomba a Cannes pochi mesi dopo; e quello di Gobetti, morto anch’esso in Francia, dove si era recato per continuare la sua battaglia dopo la soppressione della sua rivista e della sua casa editrice, per una violenta crisi del cuore che non aveva retto alle violenze fisiche e morali subite e alle fatiche di una lotta condotta con incredibile energia nelle condizioni più difficili. Naturalmente anche gli autori di tutte queste violenze e di questi assassini dovevano rimanere impuniti.
Non si può avere un quadro dell’Italia di allora se non si ricorda che tutti gli antifascisti erano ormai praticamente dei fuori legge, su cui poteva abbattersi ad ogni momento e senza alcuna ragione individuale la violenza devastatrice della casa o addirittura la violenza omicida. E se si ricordano sempre gli stessi episodi è perché ad essi sono legati i nomi più conosciuti, non perché gli altri innumerevoli che si verificarono un po’ dappertutto siano da meno. Un solo nome vorrei ancora ricordare, il nome che rievoca l’eroismo non di un singolo ma di un’intera città: Molinella. Molinella era stata uno dei tipici centri di quel socialismo degli inizi del secolo che non aveva dimenticato, pur nelle vicende della lotta per il lavoro e per il pane, anche lo sforzo di elevazione morale. Sotto la guida di un medico socialista, Giuseppe Massarenti, i braccianti di Molinella avevano condotto degli scioperi eroici e si erano assicurate migliori condizioni di vita, ma avevano altresì conquistato coscienza della loro dignità di uomini e di cittadini e rafforzato la loro tempra di militanti. Perciò non cedettero mai alle violenze fasciste che si abbattevano su di loro e sulle loro organizzazioni: per mesi e mesi, in un paese dove ciascuno era personalmente conosciuto per le sue idee e per le sue azioni, tennero fermamente il loro posto, sfidarono a fronte alta la violenza quotidiana senza rinnegare le proprie idee e senza abbandonare le proprie organizzazioni, furono bastonati a sangue e ingiustamente arrestati, ebbero non soltanto le cooperative ma le case stesse incendiate, distrutte le poche masserizie, furono privati del lavoro e ridotti alla fame, ma dettero un esempio forse unico di resistenza, subendo il martirio quotidiano contro cui non avevano mezzi per difendersi, rifiutando di cedere, rifiutando di cambiar tessera, rifiutando di fuggire.
Al termine di questa lezione, dopo aver messo in luce tutti gli aspetti negativi della politica aventiniana, bisogna dire tuttavia che l’Aventino ebbe un inestimabile valore come protesta morale, come momento di frattura fra uomini liberi e fascismo, come esperienza educativa per un popolo che nella sua storia aveva avuto rare occasioni di impegnarsi per un ideale fino al sacrificio supremo. È in quell’esperienza che bisogna trovare molti dei semi che poi germoglieranno nei mesi gloriosi della Resistenza.
In questa lotta implacabile fra fascismo e antifascismo, anche l’attentato doveva ritornare in auge. Tra il novembre 1925 e l’ottobre 1926 se ne ebbero quattro di diversa ispirazione e significato: il primo, preparato con cura dall’ex deputato socialista Zaniboni ma fallito, a causa di un agente provocatore, prima di essere eseguito; il secondo, dell’aprile 1926, ad opera di una squilibrata signora inglese; il terzo, coraggiosamente realizzato con una bomba a mano dall’anarchico Lucetti, ma andato anch’esso a vuoto; il quarto, infine, verificatosi a Bologna in circostanze tuttora misteriose il 31 ottobre 1926, in occasione del quale fu linciato dai fascisti e appeso cadavere a un lampione un ragazzo quindicenne, Anteo Zamboni, responsabile ufficiale dell’attentato ma che fu quasi certamente l’innocente vittima di una macchinazione fascista. Certo si è che l’attentato del 31 ottobre 1926 fu la più propizia occasione per vibrare il colpo decisivo all’antifascismo, prima con la violenza e poi con le leggi eccezionali. In tutta Italia si scatenò la più selvaggia rappresaglia: i giornali antifascisti che ancora resistevano furono di nuovo assaliti, saccheggiati o incendiati, e comunque definitivamente soppressi d’autorità; abitazioni private furono pure invase e saccheggiate; bastonature e violenze si abbatterono ancora una volta sugli antifascisti; il terrore si sparse dovunque.
Dopo cinque giorni, il 5 novembre, vennero i provvedimenti governativi: soppressione di tutti i giornali e periodici antifascisti; istituzione del confino di polizia che comportava la perdita della libertà personale per semplice provvedimento amministrativo e sulla base del solo sospetto; creazione di un Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ristabilimento della pena di morte. Quattro giorni dopo la Camera, riaperta per approvare le leggi eccezionali, deliberava anche la decadenza dei deputati aventiniani: in un primo momento la mozione, presentata da Farinacci, aveva parlato solo di aventiniani ed era stata motivata proprio con il fatto della secessione parlamentare: ne restavano perciò esclusi i comunisti che da lunghissimo tempo erano presenti in aula. Ma poi la mozione fu emendata ed estesa anche ai comunisti: salvo la piccola pattuglia giolittiana, ridotta allora a 6 deputati e che si assottiglierà ulteriormente, i soli rappresentanti legittimi del popolo, i soli eletti democraticamente, erano cacciati dal Parlamento. Calava così definitivamente il sipario su ogni parvenza di lotta legale: ogni manifestazione di antifascismo diventava ormai una sfida alle leggi, punita con pene severissime. Sarà un’illegalità che troverà tuttavia alimento per tutto il ventennio.
Un solo partito si trovò preparato, fin dal primo momento, per questa lotta, il partito comunista, che vi si era allenato spiritualmente e organizzativamente e che aveva predisposto i suoi centri all’estero. Nell’azione clandestina esso verrà arricchendo le sue fila di sempre nuovi valorosi militanti e si preparerà a svolgere un ruolo di primo piano nella Resistenza, ma pagherà il suo sforzo tenace e coraggioso con secoli di carcere e con molti militanti uccisi o morti a causa di persecuzione. Grandeggia su tutti la figura di Antonio Gramsci, il più formidabile cervello dell’antifascismo, quel cervello che preoccupava Mussolini e di cui egli decretò che non dovesse più funzionare contro il regime. L’8 novembre 1926 Gramsci era ancora deputato, coperto da immunità parlamentare. Ma come tanti altri deputati e oppositori del regime, fu arrestato, assegnato a confino a Ustica e tradotto nell’isola bruciata. Doveva restarvi poche settimane: la mattina del 20 gennaio 1927 lasciava Ustica, in istato di arresto, per raggiungere, in 19 giorni di “traduzione ordinaria”, il carcere di San Vittore a Milano. Sarà giudicato dal Tribunale speciale, cioè da un tribunale istituito dopo che egli aveva compiuto gli atti che gli erano addebitati, sarà giudicato in base a leggi assurde e mostruose per fatti che erano pienamente leciti nel momento in cui venivano compiuti. Sarà condannato con tanti altri dirigenti comunisti a una ventina di anni di carcere, che per un uomo nelle sue condizioni di salute era una condanna a morte prolungata nel tempo. E per anni quest’uomo che lentamente si spegneva nelle patrie galere, questo cervello che continuava formidabilmente a lavorare e a produrre, saranno il simbolo dell’Italia in catene, saranno la testimonianza vivente di quanto possa uno spirito libero contro la sopraffazione della forza brutale. Del regime fascista, allora così potente, sopravvivrà soltanto la vergogna, del funesto dittatore magari soltanto il ridicolo quando le generazioni venture continueranno ancora ad abbeverarsi al pensiero che nella sua cella solitaria aveva elaborato Antonio Gramsci.
Va al di là dei limiti temporali a me assegnati parlare di tanti altri antifascisti, meno noti ma non meno coraggiosi, che hanno continuato, senza o con scarsi appoggi esterni, la lotta contro il regime nella clandestinità. Penso agli arresti e ai processi dei primissimi anni, al mio gruppo di “Pietre” che aveva il suo centro a Milano e diramazioni un po’ dovunque, e che fu travolto dagli arresti dell’aprile 1928; penso ai gruppi di Giustizia e Libertà, ai milanesi che facevano capo a Rossi e a Bauer, ai torinesi di cui abbiamo qui innanzi a noi uno dei più degni rappresentanti, Mario Andreis. È compito dei testimoni rievocare episodi, figure, atmosfera, farvi rivivere in quel periodo drammatico e pur così caro al nostro cuore, quel periodo in cui, secondo l’insegnamento di Piero Gobetti, lottavamo per un domani lontano, senza calcoli, senza astuzie, senza bizantinismi, per un’altra Italia, rinnovata moralmente e politicamente, che non avrebbe più tollerato fascismi.
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Note:
1 Era
questo il programma con cui Giolitti aveva presentato alla Camera il suo
ultimo ministero, nella seduta del 25 giugno 1920.
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