Bambini in piazza a Baghdad
09.09.2004
 Si tenevano per mano, spauriti. Alcune decine di bambini hanno manifestato giovedì mattina a Baghdad chiedendo la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta e degli altri due iracheni rapiti con loro. I bambini, accompagnati dai genitori e da altri sostenitori dell’organizzazione Un ponte per , si sono radunati nella piazza del Paradiso, nel centro della capitale, resa celebre dalle immagini del carro armato americano che al suo ingresso a Baghdad abbattè la statua raffigurante Saddam Hussein.

«Il Ponte per è un ponte per la speranza» urla una donna che si appella ai santi e ai profeti« affinchè le due Simone e i loro due compagni possano tornare immediatamente liberi». A manifestare sono tutti iracheni che hanno conosciuto le ragazze rapite, che hanno ricevuto e dato con loro aiuto ad altri. C’è la mamma di Bashar Najif, 14 anni: «Mio figlio è malato da quando ne aveva 4 – ci racconta – e nei lunghi anni di embargo le uniche persone che hanno potuto rifornirlo di medicinali e quindi salvargli la vita sono state loro. Adesso siamo qui perchè tocca a noi pregare per salvare la loro vita».

Intanto secondo il racconto di testimoni oculari del rapimento i sequestratori delle due volontarie italiane e dei due iracheni erano «gente ben addestrata, educata. Rasati, pettinati, parlavano un arabo impeccabile, al cento per cento iracheni della buona società. Nessun tipo di accento straniero. Avevano studiato le mappe della nostra palazzina. E c’era un capo. Un tizio con la giacca scura che restava in disparte e impartiva ordini brevi, secchi. A un certo punto uno dei rapitori è scivolato sulla scala che porta al primo piano. Era salito a perquisire le stanze da letto delle due italiane, il mitra M16 gli è caduto a terra. E subito si è rivolto al capo per scusarsi con un inequivocabile saidi, come nella gerarchia militare si parla al comandante». Insomma, sembravano uomini delle truppe scelte di Saddam.

Secondo un ex agente del Mukhabarrat, il servizio segreto di Saddam, nell’intelligence irachena c’era «la “al Ameliat al Khassa”, un’unità specializzata in rapimenti incaricata di far sparire gli oppositori del regime, capi tribù troppo indipendenti, gente scomoda alla nomenklatura». «Magari sono stati riciclati -dice l’ex agente- ora lavorano per l’estremismo islamico, o per gli ex baathisti che operano tra Fallujah e Mahmudia, attorno a Baghdad». O forse per altri ancora.

Certo è che continua l’offensiva statunitense proprio nelle regioni sunnite, iniziata dopo la resa di Al Sadr a Najaf, e nel quartiere della resistenza di Sadr City a Baghdad. Da giorni Falluja continua a essere bombardata. Stamattina è stata centrata una casa. Gli americani hanno detto che l’edificio era «una base di Al Zarkawi». Anzi hanno detto che si trattava di «un edificio frequentato da terroristi. Tre complici di (Abu Mussab) Zarqawi vi sono stati segnalati. Nessun’altra persona era presente al momento dell’attacco». Fonti ospedaliere parlano di una quindicina di morti – le cifre oscillano tra i 12 e i 16 – di cui quattro bambini, e due donne, come confermato dalle foto dei reporters. Anche tra i feriti ci sono bambini, alcuni in fasce.

Altri scontri si sono concentrati nelle ultime ore soprattutto nel nord del paese, intorno alla cittadina di Tal Afar, dove una ventina di persone sono state uccise e una cinquantina ferite. Tal Afar si trova a ovest di Mosul ed è considerata il crocevia più utilizzato dai guerriglieri per raggiungere l’Iraq dalla Siria. Sabato scorso la città era stata teatro di un violento combattimento tra forze Usa e guerriglieri, costato la vita a13 persone. Un elicottero era stato costretto a un atterraggiodi emergenza e un blindato Stryker, inviato in soccorso dell’equipaggio, era stato colpito da un razzo «Nelle ultime settimane» si legge in un comunicato dell’esercito, «sono stati presi di mira anche i civili. Gli attacchi sono stati compiuti con razzi, bombe a mano, ordigni piazzati lungo le strade e colpi di mortaio che hanno costretto molte famiglie ad abbandonare le proprie case».