ROMA – Convenzioni “low cost”, appalti al ribasso,
rette più alte, orari più corti. Educatori precari, mal pagati,
poco formati, costretti a turni più lunghi, con un numero di bambini
da gestire spesso oltre i limiti di legge. I soldi non ci sono più,
i Comuni hanno i conti in rosso, e la rete degli asili
nido italiani, poco estesa è vero, ma in alcune regioni eccellente,
rischia adesso il collasso. Sulla pelle dei più
piccoli tra i piccoli, i bimbi 0-3 anni, in quei mille giorni della prima
infanzia
in cui un buon nido, così dimostrano ormai
decine di ricerche e soprattutto gli studi del Nobel americano James Heckman,
può diventare uno straordinario volano per
lo sviluppo futuro. Senza fondi pubblici le rette salgono e la qualità
si abbassa.
Cartoline da un’Italia che torna indietro. Dove la
crisi spazza via anche le cose migliori. Dove il numero dei posti-nido,
che
era (miracolosamente) salito dal 10 al 17% in tre
anni, grazie al finanziamento di 446 milioni di euro del piano straordinario
deciso nel 2007 dal governo Prodi, oggi rischia di
perdere numeri e qualità. Finiti quei soldi, per il 2011 ci saranno
ancora
un po’ di risorse del “fondo per la famiglia”, poi
più nulla. Un deserto. Che ci allontanerà ancora una volta
dall’obiettivo
europeo che aveva fissato per il 2010 al 33% la quota
minima di posti all’asilo nido per ogni regione.
E mentre si aprono le iscrizioni per l’anno 2011/2012
la protesta cresce. A Bologna, nel cuore del welfare che funziona,
è sceso in piazza il “popolo dei passeggini”
mamme e bebè muniti di fischietto che hanno sfilato per le vie del
centro contro
la chiusura di alcuni storici nidi comunali. A Roma
non si placa lo scandalo delle convenzioni a prezzo stracciato: appalti
concessi dal sindaco Alemanno a cooperative che hanno accettato contributi
comunali soltanto di 475 euro a bambino,
contro i 700 ritenuti necessari dal Cnel a garantire
gli standard minimi di qualità. E a Milano il comune ha “accreditato”
asili
privati a tariffe low cost (520 euro a bambino), mentre
a Firenze sono stati gli educatori dei nidi comunali a protestare contro
“l’esternalizzazione” dei servizi per la prima infanzia. In una giungla
di normative e di regolamenti dove ogni regione fa da sé, dai metri
quadri che devono essere assicurati ad ogni bambino, (6mq in Lombardia,
7 in Emilia Romagna, 10 nel Lazio) al numero di piccoli e piccolissimi
che ogni educatore deve avere in carico. Spiega Lorenzo Campioni, pedagogista,
collaboratore del “Gruppo nazionale nidi d’infanzia”: “La crisi è
grave, con questo taglio di fondi si rischia di passare dal nido come luogo
educativo al nido come luogo assistenziale, dove i bambini vengono “guardati”
ma non stimolati a sviluppare
le loro qualità e i loro talenti.
E purtroppo va in questa direzione anche la scelta di finanziare asili
domiciliari, tagesmutter, con l’idea che basta essere donne, madri, e fare
qualche ora di corso per potersi occupare di un gruppo di bambini… Il
problema non è la contrapposizione tra i nidi pubblici – continua
Campioni – e i nidi in convenzione. Il sistema integrato può anche
funzionare,
il punto sono i fondi e il controllo dei Comuni. Se
le cooperative ricevono meno soldi, faranno pagare rette più alte,
taglieranno le ore, prenderanno personale meno esperto,
senza sostituirlo nelle malattie, aumentando così il numero
di bambini per ogni educatore”.
Eppure la campagna low cost va avanti, come denuncia
Pino Bongiorno, presidente della Legacoop del Lazio, che si è rifiutata
di partecipare ai bandi proposti da Alemanno. “E’ impossibile gestire un
nido con una convenzione di 475 euro a bambino.
Per rientrare in quei costi chi gestisce gli asili
avrebbe dovuto violare i contratti, assumere in nero, abbassare gli standard
di sicurezza. Abbiamo detto no, e Alemanno è
stato anche “bocciato” dall’Authority dei contratti, che ha giudicato gli
asili
low cost illegittimi. Ma il Campidoglio va avanti:
purtroppo il parere dell’Authority non è vincolante”. A sorpresa
è stata un’associazione storica e di qualità, “Il centro
nascita Montessori”, ad aggiudicarsi uno di questi appalti, accettando
una convenzione a tariffe stracciate. Ma la presidente,
Laura Franceschini, si difende: “Siamo del tutto coscienti dei gravi
limiti di questo bando, ci batteremo perché
i parametri vengano cambiati, ma aprendo un nuovo nido volevamo salvare
il posto di lavoro ad un gruppo di nostri educatori,
dopo la chiusura di un nido aziendale che avevamo gestito per sette anni.”
Parole, dati, cifre che dimostrano quando il “sistema
nidi” sia fragile. E quanto, con le parole di Lorenzo Campioni,
basti il taglio di qualche ora, un’attenzione in meno,
per creare ansia e danni a bimbi così piccoli. “Pensate alla differenza
tra il cambiare un bambino in un minuto e mezzo, perché
ce ne sono altri 10 a seguire, o cambiarlo in 4 minuti,
sorridendo e parlandogli: le sue sensazioni saranno
di pace e serenità, invece che di fretta e di stress. Vi sembra
poco?”.
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