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Marco Lillo
A guardarla svettare nel cielo dell’Aquila, con le
sue camerate che hanno resistito al terremoto, sembra davvero solida.
Eppure la caserma Vincenzo Giudice della Guardia di
Finanza, quella che dovrà ospitare nei primi giorni di luglio
le delegazioni degli Stati del G8 nasconde sotto terra
un mistero inquietante. Le sue fondamenta sarebbero state costruite
con una tecnica anomala che non rispetta le norme
e senza i calcoli necessari per verificarne la tenuta sotto sisma.
Questo è quello che sostiene la relazione allegata
a un esposto dell’Ordine degli ingegneri di Roma inviato alla Procura dell’Aquila
del novembre del 2004. Il fascicolo è stato archiviato, ma la relazione
resta significativa. Quando le delegazioni
dei grandi del mondo, dopo una lunga giornata di lavori
si stenderanno a riposare sui letti della scuola sottufficiali,
fisseranno certamente il tetto chiedendosi prima di
addormentarsi: “Reggerà sotto i colpi di un eventuale nuovo terremoto?”.
L’onda lunga dello sciame non
si esaurisce e a luglio, se le scosse continueranno, le delegazioni dei
maggiori Stati industriali (che, nonostante il nome del vertice resti sempre
G8, sono ben 23) dovranno ballare con gli aquilani sul terreno di Coppito,
una frazione a pochi chilometri
dal centro storico. Non si sa ancora chi dormirà nel complesso.
Che sia Obama o l’ultimo degli
sherpa sarà interessato però a leggere questo documento datato
2004.
Il titolo è: “Esame tecnico strutturale e valutazione
di elementi di anomalia o illegittimità nella costruzione del complesso
di edifici “B2″ della Scuola della Finanza dell’Aquila”. La relazione riguarda
nove palazzine che ospitano metà dei 2 mila allievi ed è
firmata da un generale del genio aeronautico, Antonio Capozzi, e da un
professore ordinario di tecnica delle costruzioni, Piero D’Asdia, incaricati
nel 2004 dall’Ordine
di Roma di verificare se i nove edifici fossero a
norma e sicuri in caso di terremoto.
La relazione di 57 pagine si conclude così:
“Il progetto delle fondazioni, calcolato con uno schema, è stato
realizzato
con un altro del tutto anomalo e inspiegabilmente
privo di una valida verifica dell’interazione terreno-struttura sotto sisma”.
Non basta: “L’incertezza statica è fondata
e non assicura la pubblica incolumità”.
Parole che non sembrano spot a favore della decisione
di Berlusconi di trasferire a Coppito
il vertice.
Obama e Medvedev forse sorrideranno
un po’ meno, abbracciati al Cavaliere, sapendo che sopra la loro testa
“sussistono potenzialmente sotto sisma problemi per la pubblica incolumità”.
Brown e Sarkozy non faranno salti di gioia scoprendo
che “la situazione attuale di
incertezza nella sicurezza degli edifici in esame, sotto sisma, non è
tollerabile”.
La relazione fu fatta propria dall’Ordine nel 2004,
che la inviò in Procura. Ma è stata scritta prima del sisma
ed è contraddetta da altri tecnici e dalla magistratura. Comunque
resta un documento da valutare con attenzione, tanto che lo stesso Guido
Bertolaso, dopo esserne venuto a conoscenza, nel 2005, scrisse a Regione
e Comune per chiedere chiarimenti. Insomma, anche se la magistratura ha
archiviato tutto, anche se l’edificio ha retto al sisma, vale la pena raccontare
questa storia. Anche perché dimostra che i controlli rigidi in Italia
diventano di moda solo dopo i terremoti. Mentre prima restano riservati
a pochi e isolati Don Chisciotte del rigore.
La caserma Giudice è stata
realizzata da un consorzio guidato dalla Todini costruzioni dal 1986 al
1995
per un costo di 314 milioni
di euro. Il progetto è firmato da uno studio famoso: quello di Vittorio
De Benedetti.
Solo dopo la costruzione dell’ultimo
lotto, uno dei collaboratori dello studio, l’ingegner Sergio Andruzzi,
si accorse dell’anomalia: il
complesso B2, uno dei due gruppi di nove edifici che ospitano le camerate
degli allievi,
è stato realizzato, contrariamente
a quanto scritto nel progetto e diversamente dal B1,
senza che i pali di cemento
delle fondazioni siano collegati alla struttura.
Non c’è continuità
nella gettata di calcestruzzo tra i piloni e le nove camerate sovrastanti.
Una parte della caserma che ospiterà i grandi del mondo poggia su
uno strato di 15 centimetri di materiale “stabilizzato” e non è
vincolata ai pali sottostanti.
L’ingegnere Andruzzi, quando si avvede della difformità rispetto al progetto iniziale, salta sulla sedia. I calcoli che lui stesso aveva eseguito erano basati sulla tecnica di costruzione antisismica dei pali collegati, prevista dalla legge. La realizzazione invece si basa su un disegno che contrasta con i calcoli e usa una tecnica non prevista dalle norme senza che nel progetto si spieghi perché e soprattutto senza un calcolo che ne verifichi la tenuta in caso di sisma. Andruzzi affronta il suo professore e gli contesta la scelta (ideata dal figlio Stefano, erede dello studio). Dopo una discussione accesa, Andruzzi denuncia alla Procura dell’Aquila la storia della caserma che secondo lui è fuori legge.
Se avesse ragione, bisognerebbe abbattere un edificio costato 50 miliardi di vecchie lire e approvato (senza spendere una sola parola sull’anomala tecnica adottata) da due fior di collaudatori. Uno dei quali è il potente Angelo Balducci, che poi diverrà presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Per ben due volte la magistratura dell’Aquila archivia le denunce di Andruzzi. I periti del pm e del gip d’altronde, pur rilevando la difformità dal progetto, concordano sul fatto che l’opera non è pericolosa. Non avendo avuto successo con i magistrati, Andruzzi si rivolge all’Ordine di Roma nel 2004. Ed è proprio su incarico dell’Ordine, come detto, che i due periti D’Asdia e Capozzi stilano il loro parere . Nella disfida tra Andruzzi e il suo capo il verdetto è netto: “Ci sono illegittimità e violazioni delle normative tecniche nella progettazione e nella realizzazione della scuola e l’arbitraria separazione pali-struttura pone in dubbio la sicurezza sotto sisma”. Nonostante tutto, l’esposto viene archiviato dalla Procura dell’Aquila in meno di un mese. Il 18 febbraio 2006, i due consulenti tornano alla carica, chiedendo all’Ordine di “far valutare al Demanio e alla Guardia di Finanza il grado di sicurezza del complesso, attualmente incerto ed indefinito, come indicato nelle conclusioni della consulenza, sussistendo allo stato attuale potenzialmente sotto sisma problemi per la pubblica incolumità”.
Anche Andruzzi insiste e scrive ad Antonio Di Pietro quando diventa ministro delle Infrastrutture.
Il ministro chiede un parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici che nomina un’apposita commissione, la quale prima nota che, “in effetti, la fondazione è stata realizzata, diversamente da quanto progettato, senza vincolo di incastro tra platea e pali”, ma poi salva l’opera con questa formula vaga: “Tale tipologia di struttura, pur differendo da quanto progettato, non appare comunque totalmente inusuale esistendo altri importanti esempi di opere costruite con criteri simili in zone ad alta sismicità come il ponte Rion nel golfo di Patrasso”. Il Consiglio annota poi che nel progetto ci sarebbero dovuti essere calcoli coerenti con l’opera realizzata ma non ne trae le conclusioni.
L’indomito Andruzzi torna alla carica e insegue Di
Pietro intervenendo durante una trasmissione radiofonica per contestargli
la sua inattività. Con la solita franchezza il ministro rispose:
“Ho sollecitato gli uffici. Di più cosa potevo fare? Metterci il
mio stipendio per ricostruire la caserma? Non basterebbero cinquant’anni
di buste paga”. Effettivamente, se i mille ricorsi di Andruzzi fossero
stati accolti, il contribuente avrebbe perso 25 milioni di euro in un sol
colpo. E a tacitare le polemiche è arrivato il boato del 6 aprile.
La scuola ha subito alcune lesioni, ma è rimasta in piedi. “L’espresso”
ha risentito gli autori della relazione alla luce degli ultimi eventi.
Le loro posizioni oggi divergono. Il professor D’Asdia non rinnega quanto
scritto allora, ma aggiunge: “La scuola ha retto al terremoto e direi che,
con tutti i difetti del collaudo, ha superato una sorta di prova sul campo”.
Quindi, disco libero per il G8. Il generale Capozzi resta scettico: “Quella
caserma non rispetta le norme tecniche e oggi manca una verifica scientifica
che possa offrire le dovute garanzie di sicurezza”..
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