
«La guerra in Iraq è
stata un grande errore storico». Ted Kennedy
senatore degli Stati Uniti
La democrazia si deve difendere anche con la forza
se necessario. Ma non si può esportare con la forza.
«L’esportazione con la forza della democrazia
è guerra preventiva. La guerra preventiva è, in sé,
estranea alla democrazia».
Ma non sentite un insopportabile senso di claustrofobia, un odore
di chiuso, finestre chiuse, porte sbarrate e noi a respirare l’alito stantio
di una destra che ha già sbattuto – nel mondo e in Italia – contro
la Storia? Ma no. Ha sbattuto contro i fatti, il buon senso, gli avvertimenti
della cultura europea americana (tutta), contro l’evidenza di ciò
che accade ogni giorno.
Ci dicono che è saggio mantenerci in una certa sintonia con
il sentimento politico e morale americano. Ci ammoniscono che è
doveroso ma anche inevitabile, dopo l’11 settembre. È vero. E proprio
per questo ho notato con vero sollievo due frasi uguali, una americana
e una italiana. La prima volta questa frase mi è stata detta pochi
giorni fa, a Roma, dal senatore degli Stati Uniti Ted Kennedy. Era parte
della delegazione del Senato americano ai funerali di Giovanni Paolo II.
Ma la sera prima – l’unica trascorsa a Roma in quel brevissimo passaggio
in Italia -, aveva voglia di parlare della politica del suo Paese. Lo ha
fatto in modo aspro e netto, insolito per esponenti della vita politica
americana quando sono all’estero. Kennedy ha detto: «La guerra in
Iraq è stata un grande errore storico» . E anche: «La
democrazia si deve difendere anche con la forza se necessario. Ma non si
può esportare con la forza. L’esportazione con la forza della democrazia
è guerra preventiva. La guerra preventiva è, in sé,
estranea alla democrazia, perché nessun popolo e nessun Parlamento
voterebbe una guerra preventiva, a meno che vi siano ragioni gravissime,
come quelle annunciate da Bush e da Blair (e poi risultate false) prima
di attaccare l’Iraq. Dunque questa avventura tragica non potrà ripetersi
più. E adesso il problema è come uscire dalla guerra senza
tragedie ancor più grandi».
La stessa frase è stata detta, due giorni fa, a Roma, dal
leader della Unione Romano Prodi, quasi con le stesse parole: «La
guerra in Iraq è stato un grande errore storico. La democrazia si
difende ma non si impone. Imporla vuol dire negare la democrazia».
È uno spiraglio di aria fresca che viene da chi rifiuta di farsi
dare dalla destra (specialmente la destra dei neo-conservatori, che allarma
e stravolge l’America e ha fatto insorgere per la prima volta dopo il Vietnam
tutta la cultura americana) la lista degli impegni politici e delle cose
da fare.
«Questa America non ci piace», è il titolo di
un editoriale di Ernesto Galli della Loggia che apre il Corriere della
Sera del 4 maggio scorso. Il motivo dell’articolo è il doloroso
e inspiegato caso Calipari. Nonostante il titolo il senso di ciò
che l’editorialista del Corriere scrive non è un invito ad essere
anti-americani (come è stato detto di noi e di questo giornale quando
abbiamo scritto le stesse cose) l’intento è di riflettere «su
una America che non è l’America di Roosevelt, Truman, Eisenhower,
Kennedy, Johnson» (ma io avrei aggiunto anche Nixon, che ha avuto
il coraggio, attraverso il lavoro di Kissinger, di aprire alla Cina in
piena guerra fredda e di far uscire, appena possibile, l’America dal Vietnam)
ma che sta subendo la grave distorsione della dottrina “neoncon”, dell’unilateralismo
basato sulla potenza e sul presunto diritto di non dare alcuno spazio di
ascolto e di rispetto alle esigenze e ai punti di vista degli alleati.
Dunque anche Galli della Loggia apre lo spiraglio di una finestra
su un’altra America, dimostrando, finalmente, che dissentire da alcuni
ideologi esaltati dal mito della potenza (invece che dal senso di responsabilità
che ha segnato tutto il resto della storia americana contemporanea) non
è antiamericanismo.
È un modo di respirare senza riciclare l’aria viziata di
altri.
Il che vuol dire, per esempio, che i rapporti fra due governi altrettanto
liberi e altrettanto indipendenti non dovrebbero risentire della dottrina
imposta dal governante di una delle parti.
Il fatto è che quella dottrina richiede solo di ascoltare
e di accettare.
Per esempio gli Usa hanno diritto di opporsi ad ogni liberazione
dei loro ostaggi. Ma gli italiani hanno la persuasione opposta di dover
salvare quante più vite è possibile, e l’opinione pubblica
italiana ha imposto questa persuasione al proprio governo che pure si considera
rappresentante esclusivo in Europa della dottrina neoconservatrice che
temporaneamente domina gli Stati Uniti.
Ecco perché «Questa America non ci piace», come
dice Galli della Loggia senza timore di essere definito anti-americano.
Non sta parlando dell’America delle “Carte Federaliste” e dei diritti civili.
Al contrario, come dimostra la mia conversazione con il senatore Kennedy,
Galli della Loggia annuncia (e noi che lo abbiamo sempre fatto non possiamo
che rallegrarci) di non riconoscersi nella deformata America dei “neocon”
e di identificarsi, invece, con quella vasta porzione di opinione americana
da Philip Roth a Michel Waltzer, da Paul Auster a Jonathan Safran Foer,
che si aspettano, dal Paese di cui sono orgogliosi, ragionevolezza e collaborazione
con i Paesi amici, proprio al fine di persuadere i meno amici ad avvicinarsi
sia all’America che alla democrazia. È ciò che Galli della
Loggia descrive, quasi parafrasando una bella e recente intervista di Safran
Foer, con queste condivisibili parole: «Essere capaci di mettere
il ruolo planetario della superpotenza americana in sintonia con gli stati
d’animo e i valori delle donne e degli uomini liberi di tutta Europa e
non solo».
Giustamente Sergio Romano, in un elzeviro del Corriere della Sera
(5 maggio) dedicato a un mio libro in cui si parla con una certa passione
delle “Carte Federaliste ” americane (i documenti fondativi degli Stati
Uniti) mi ricorda che «l’America non è sempre stata così»
e cita una serie di discutibili decisioni di vari presidenti americani
da Kennedy a Clinton. Ha ragione. E ha ragione quando dice che Alexis de
Tocqueville, – se ritornasse oggi – non definirebbe l’America di Bush «il
più alto e miglior esempio di democrazia del mondo», come
scrisse nel 1848.
Ma persino nella parte di torto che l’affermazione di Sergio Romano
mi attribuisce, trovo una ragione di conforto per ciò che ho scritto
sul distacco della presidenza di George W. Bush dal cuore della tradizione
democratica americana, sentendomi profondamente vicino all’America nel
dirlo.
È necessario però che anche la più convinta
argomentazione contro il pensiero neo-conservatore, contro la barriera
durissima che quella dottrina ha fatto precipitare come una ghigliottina
fra gli Stati Uniti, e tutti gli altri Paesi, soprattutto l’Europa, tenga
conto di alcuni fatti. Il più evidente è la spietata sincerità,
chiarezza, dichiarazione esplicita di radicale cambiamento di strada dei
neoconservatori. Sono essi ad esigere che si riconosca il cambiamento totale
da essi proposto.
Tanta chiarezza ci guida nel capire perché «questa
America non ci piace». Può rappresentarsi in alcuni punti
essenziali.
Primo. Nessuna frase o paragrafo o dichiarazione della “dottrina”
neoconservatrice enunciata da George W. Bush nel 2002, pur essendo in un
testo estremamente curato e dettagliato, non contiene alcun annuncio, intenzione
e progetto di esportare la democrazia. In esso si teorizzano la necessità
della potenza, l’importanza che nessun Paese possa mai porsi allo stesso
livello di potenza degli Usa, il diritto di impegnarsi esclusivamente nelle
esigenze e nella strategia utile agli Stati Uniti. E viene proposta la
guerra preventiva come solo strumento efficace di difesa nell’epoca del
terrore.
Secondo. Numerosi testi della dottrina neoconservatrice che, in
questo periodo, guida la politica estera americana e pone limiti alla sua
politica interna sono chiari e brutali nell’annunciare che la superpotenza
accetta aiuto ma non chiede aiuto. E, poiché non chiede aiuto, non
ha nulla da concedere e nulla da discutere con Paesi che non hanno lo stesso
peso militare. I due scritti principali, a questo proposito, sono “Paradiso
e Potere” e “Il diritto di fare la guerra” di Robert Kagan, uno dei giovani
padri della dottrina neoconservatrice americana. Sono testi che hanno fatto
dire all’economista del New York Times Paul Krugman: «Questa non
è una corrente politica, è una rivoluzione radicale che si
compie fuori dal percorso democratico che noi conosciamo».
Scrive infatti Kagan (”Paradiso e Potere”, Mondadori 2002, pag.
106): «L’idea è che gli Stati Uniti siano la nazione indispensabile.
Gli americani si propongono di difendere e favorire un ordine internazionale
liberale. Ma l’unico ordine internazionale liberale stabile e duraturo
che essi riescono a concepire è un ordine che abbia al suo centro
l’America. E non riescono neppure a concepire un ordine internazionale
che non sia difeso dalla forza militare, e più precisamente dalla
forza militare americana». E completa in modo altrettanto esplicito
il suo pensiero (o “commentario” della dottrina neoconservatrice) con la
seguente affermazione: «La questione della egemonia americana ha
suscitato forti preoccupazioni negli europei, che però si sono resi
conto di non poter fare nulla. Fin dagli anni Novanta le speranze di un
mondo multipolare sono svanite. Oggi tutti riconoscono l’assoluta impossibilità
di contrastare il potere americano nei prossimi decenni». (”Il diritto
di fare la guerra”, Mondadori 2004, pag. 17)
Terzo. Sia coloro che ammirano che coloro che vorrebbero essere
accettati da questa nuova e “rivoluzionaria” dottrina del potere egemone,
e si lasciano attrarre dall’improvvisato ornamento della “esportazione
della democrazia” (trovata estemporanea e tardiva dei discorsi politici
presidenziali dopo il fallimento clamoroso delle famose armi di distruzione
di massa) dovrebbero subito notare che si tratta di un pensiero rigido,
incapace di adattamenti o aggiustamenti pragmatici, assoluto nella sua
formulazione prima ancora di diventare assoluto nella sua (tentata) realizzazione.
Dunque non solo si tratta di un impianto di pensiero estraneo alla
tradizione del realismo americano, ma anche di uno scontro brutale di tipo
ideologico e para-religioso con i fatti della vita. Esempio. Nelle pagine
di un solo numero del New York Times (4 maggio) si leggono le seguenti
notizie. Primo articolo: «L’Inghilterra non potrà mai più
buttarsi in una guerra con gli americani senza un vasto, preliminare dibattito
politico. Ed è probabile che, a meno di minacce dirette e immediate
al Paese, non ci sarà mai più l’approvazione per una simile
guerra». Secondo articolo: «Gli Stati Uniti stanno violando
le regole di reclutamento». L’autore spiega che la drastica diminuzione
dei volontari in ogni specialità delle Forze armate, dopo l’infinita
guerra in Iraq, rende insopportabilmente lunga la ferma dei soldati già
arruolati e spinge alla necessità di reclutare a tutti i costi nuovi
giovani per continuare l’occupazione. Terzo articolo: «Le Forze armate
americane si sentono esauste». Si tratta di un rapporto del Capo
di Stato Maggiore americano, Gen. Richard Myers. In esso si rassicura il
presidente che, se necessario, le forze americane potranno far fronte ad
altri conflitti. Ma si precisa che «bisognerà ridiscutere
il tipo di risposta militare», facendo capire che diventa sempre
più difficile disporre di truppe di terra, e ancora più difficile
contenere le perdite umane, che appaiono così insopportabili per
l’opinione pubblica americana. Insomma la vita è imperfetta. Si
spiega bene l’errore luciferino dei neoconservatori e il loro disprezzo
per il rifiuto europeo della guerra. Si spiega con parole scritte nel 1958
da Friedrich Durrenmatt, tuttora profeticamente utili: «Mai lasciarsi
tentare di condannare il mondo che non si conforma ai nostri piani in una
sorta di morale caparbia e dispettosa. Mai tentare di imporre una visione
perfettamente razionale delle cose. Giacché proprio la sua perfezione
assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore
cecità».
I neoconservatori e le loro promesse impossibili, il loro annuncio
di un paradiso militare capace di dividere i giusti dai nemici e di colpire
il nemico in anticipo (impegno poi travestito da “esportazione della democrazia”)
a patto di ubbidire agli ordini, senza mobilitare parlamenti e piazze,
sono già il nostro passato, un brutto passato.
Per questo occorre aprire porte e finestre e fare entrare un po’
d’aria fresca del futuro. È inevitabile immaginarlo un futuro di
ricostruzione e di pace. Americani ed europei uniti, come nel 1945, finalmente
liberati dalla guerra.
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