«E’ proibito tutto ciò che non è permesso».
6.settembre.2007Furio Colombo
Giuliano Amato. Conoscete un uomo più incline al dialogo e alla valutazione di opposte ragioni? Bene, dimenticatelo. O almeno così lui ci chiede di fare con le risposte sprezzanti che dedica a chi gli dà torto, nell’intervista pubblicata il 5 settembre da Repubblica (autore Massimo Giannini). Il tema, come il lettore che non avesse letto l’intervista immagina, sono i lavavetri. Lo svolgimento del tema, come ormai tutti sanno, va in due direzioni opposte. In una si vedono i lavavetri, mendicanti e venditori (magari un po’ ostinati) di fiori come il primo gradino di una scala che sale su fino al delitto, alla banda, alla criminalità organizzata. E propone la mitica e e disumana “tolleranza zero” dell’ex sindaco di New York (senza sapere che il bravo leader repubblicano, ora che è candidato alle elezioni presidenziali, sta cercando disperatamente di far dimenticare quella vecchia, gelida immagine di sceriffo).

Nell’altra direzione si vede, si constata, si dice, specialmente se si ha qualche esperienza del mondo, che i lavavetri sono lavavetri e i criminali sono criminali. E che nessun esperto ha mai scoperto e indicato un filo che leghi le due carriere. Ora, per ragioni che certo sono valide ma che non conosciamo, il ministro dell’Interno ha deciso che la Repubblica italiana è fondata sulle persuasioni personali dell’assessore Cioni di Firenze, dislocate non tanto lontano dalle persuasioni del sindaco leghista di Treviso Gentilini, benché Cioni vanti un bel pedigree di sinistra.

La persuasione di Cioni – che adesso è di Amato – è il rovescio della regola d’oro americana.

Quella regola dice: «È permesso tutto ciò che non è proibito». Amato e Cioni sentenziano: «E’ proibito tutto ciò che non è permesso». E poiché non permettono più nulla, né una spugna né un fiore, l’esperienza insegna che il risultato sarà, come qualunque prete della Caritas ma anche qualunque carabiniere semplice potrebbero spiegare, meno mite e assai più illegale.
Nel migliore dei casi più decoro urbano e più furti, perché è difficile che gli ex lavavetri vadano a sistemarsi in Telecom
o in Alitalia (data anche la situazione). Qui, però, devo fermarmi.

Mi sto accorgendo che – dal punto di vista del nuovo Giuliano Amato – così come rivelato dall’intervista di Giannini a pag 3
di Repubblica – con la mia breve argomentazione, sono già caduto nella “sociologia d’accatto”.
Definizione (sono parole mie): «E’ sociologia d’accatto ogni argomentazione che, benché fondata su testi
e maestri di qualche valore, non coincide con la visione Amato-Cioni».

Non conosco l’assessore Cioni di Firenze, di cui ho solo ascoltato qualche frase un po’ spiccia e sgarbata alla radio. Ma conosco Giuliano Amato, la persona, il docente, l’amico. E non so spiegare. E’ vero che quella intervista in cui un intellettuale come Amato definisce “d’accatto” anche il dissenso di Asor Rosa, comincia con la più curiosa delle domande nella storia del giornalismo italiano. Non ci crederete ma la domanda è questa: «Ministro Amato, mentre voi preparate un pacchetto di misure urgenti contro la criminalità, politici e intellettuali ex o post comunisti, si baloccano con Cesare Beccaria, filosofeggiando sui delitti e sulle pene, sdottoreggiano sull’uomo buono rovinato dalla società. Non le pare che ci sia un certo deficit culturale nel modo in cui la sinistra ragiona e affronta i temi della sicurezza»?

Un certo deficit culturale esiste certamente se uno dei più noti giornalisti italiani formula in questo modo la prima domanda
di un’importante intervista con il ministro dell’Interno su una questione che divide e contrappone parti altrettanto preoccupate e altrettanto rispettabili di ogni società democratica. Potremmo dire che questa domanda è un’attenuante non da poco.
O almeno una parziale spiegazione a tutto il resto dell’intervista.

Purtroppo però Giuliano Amato – che abbiamo visto in passato ascoltare, considerare e correggere con rispettosa pazienza persino le dichiarazioni di Bossi – ha questo da dire, in sequenza, da chi si scosta dalla sua dottrina e da quella di Cioni.

Cito: «Il dibattito era ed è burattinesco.
Emergono, con toni vibranti, dilemmi che sono assolutamente senza senso e che nascondono un problema non dichiarato».

«Chiedersi se il problema siano i lavavetri o la ‘ndrangheta è una domanda del tutto priva di senso».

«Facciamola finita con certe banalizzazioni sociologiche».

«Se qualcuno mi viene a dire che non c’è solo il problema della microcriminalità,
io gli rispondo che ho già imparato alle elementari che due più due fa quattro».

«In queste osservazioni si annida quella tara culturale che affligge una parte della sinistra».

Il disorientamento è grande. Quando sarà iniziata la trasformazione di Giuliano Amato che, per la sua accortezza e finezza
e delicatezza era stato definito in passato “il dottor Sottile”? Certo, sono brutti tempi, ma lui, fino ad ora aveva resistito abbastanza bene. Quando sarà scoppiata l’emergenza che all’improvviso, a partire dal Cioni di agosto, ha travolto l’Italia, dove uno solo dei grandi delitti d’estate è stato compiuto, a quel che si sa, da criminali non italiani? E’ vero, in ogni sondaggio di ogni giornale o tv, l’ottanta per cento dei cittadini dà ragione a Cioni e al nuovo intollerante Giuliano Amato. Vorrei ricordare che questo è il percorso che ha portato al ritorno della pena di morte in America. Furor di popolo.
La democrazia è cattiva quando i leader si defilano.