Agnoletto, partiamo da Cancun: come è
finita la riunione del Wto? Molti giornali hanno parlato di sconfitta.
Anche il presidente della Commissione Europea Prodi non era affatto soddisfatto.
Lei che giudizio da?
«A Cancun il movimento ha avuto un risultato positivo. Molto
importante. E’ il risultato per il quale lavoravamo da qualche anno. Dal
’99, dai giorni di Seattle. Imporre uno stop alla privatizzazione del mondo.
Ci siamo riusciti. Vediamo come sono andate le cose. Il Wto aveva tre obiettivi:
primo, proseguire la privatizzazione dell’acqua, e cioè obbligare
tutti i paesi a mettere l’acqua sul mercato. Cioè trasformarla da
”diritto” in merce. Secondo, mettere sul mercato anche alcuni servizi che
finora erano sfuggiti alla privatizzazione: l’istruzione e la sanità.
Questo era l’obiettivo più complicato perché implicava la
modifica delle Costituzioni di molti Stati che sanciscono il diritto universale
a scuola e salute. Terzo tema del Wto era la questione dei farmaci. Si
trattava di decidere cosa fare dell’accordo di Ginevra, raggiunto poche
settimane prima. E’ un accordo importantissimo, che concede alle nazioni
povere, che non sono in grado di produrre alcuni farmaci, di acquistarli
non dalle multinazionali ma da altre nazioni del Sud del mondo che li producono
(essenzialmente Brasile e India) e che li vendono a prezzi circa 20 volte
inferiori a quelli delle multinazionali. Il Wto doveva decidere se rimettere
in discussione questo accordo, o accoglierlo e inserirlo nei trattati “trips”
che sono quelli che regolano la proprietà intellettuale e dai quali
dipende anche il commercio delle medicine. Come si è conclusa la
rione del Wto? Con un niente di fatto. Niente privatizzazioni – ed era
l’obiettivo principale sul quale si batte da quattro anni il movimento
dei movimenti – e niente nemmeno sui farmaci (quindi per ora resta valido
l’accordo di Ginevra)».
Perché il vertice è fallito?
«Per una triangolazione di tre soggetti: i movimenti sociali,
le organizzazioni non governative (le Ong) e la cordata del G 20 (che ora
è G28) che ha trovato la leadership nel nuovo Brasile di Lula. E’
stata una alleanza robusta. E’ stato molto importante il ruolo dei movimenti,
perché ha dato forza ai paesi emergenti. E’ stato importante anche
il ruolo delle Ong, che hanno fornito un supporto di conoscenze fondamentale
ai paesi del Sud. Gli accordi sui quali lavora il Wto riguardano almeno
150 materie diverse. E’ difficile avere una adeguata conoscenza in queste
materie. Le Ong la hanno, perché sono molte e lavorano sui singoli
settori».
Su cosa è stata la battaglia?
«Il G20 si è presentato a Cancun con questa pregiudiziale:
noi non discutiamo su niente se prima non si trova un accordo sul problema
dell’agricoltura. Qual è il problema dell’agricoltura? Europa e
Usa stanziano 300 miliardi di dollari all’anno per sostenere la propria
produzione agricola. In questo modo permettono all’agricoltura dell’occidente
di andare sul mercato a prezzi di concorrenza sleale. E così uccidono
l’agricoltura dei continenti poveri, che non può competere. Siccome
Europa e Stati Uniti hanno fatto gli arroganti e non hanno ceduto sull’agricoltura,
i paesi del G20, alleati coi paesi più poveri del mondo, hanno bloccato
tutto. E il Wto è fallito».
Quali sono le conseguenze del fallimento del Wto?
Perché lei pensa che quel fallimento sia un successo?
«Se passavano gli accordi sulle liberalizzazioni, questi erano
vincolanti per tutti i paesi che stanno nel Wto, cioè, più
o meno, per tutto il mondo. E quindi cambiavano profondamente le politiche
sociali, economiche e culturali di molti Stati. Tutti sarebbero stati costretti
a privatizzare acqua, sanità e scuola. Privatizzare vuol dire, nella
sostanza, consegnare tutto al potere delle multinazionali. Le multinazionali
avrebbero avuto i mezzi per controllare tutta la vita civile del pianeta.
Decidere chi vive e chi muore, chi si cura e chi resta malato, chi studia
e chi no, e cosa studia, e quanto studia, e a quale fine. Avrebbero anche
deciso il tipo di sanità da sviluppare, sicuramente privilegiando
la medicina allopatica e basata sul farmaco, perché è più
interessante, lucrosa e mette in movimento altri settori, come la chimica.
Vede bene che sarebbe cambiato parecchio il mondo. Avrebbe fatto un passo
decisivo la globalizzazione liberista. Avrebbero subito un colpo mortale
il multipolarismo e la democrazia. Se il Wto non fosse fallito ci sarebbe
stato il trionfo delle multinazionali e del pensiero unico».
Qualcuno però dice che un Wto sconfitto rende
più deboli i deboli. Che ora i singoli Stati dovranno affrontare
gli Usa ciascuno da solo, in rapporti bilaterali dove sono svantaggiati…
«Non mi sembra un gran ragionamento. Se la riunione del Wto fosse
stata coronata da successo, gli Usa e le multinazionali avrebbero portato
a casa il bottino in un colpo solo. Non ci sono riusciti. Che facciamo:
ci felicitiamo, o ci strappiamo i capelli perché ora, forse, cercheranno
di ottenere con 100 o 15O singoli negoziati quello che pensavano di ottenere
con un solo negoziato e in tre soli giorni a Cancun? Il gran colpo dei
privatizzatori è fallito. Ora ci riproveranno, certo, ma per loro
sarà tutto più difficile».
L’Europa come si è comportata a Cancun?
«Ha perso una grande occasione per svolgere un ruolo autonomo
e non subalterno agli Usa. Era rappresentata da Romano Prodi, e dal commissario
Lamy che è un socialista. Noi speravamo in un po’ di coraggio. Invece
si è appiattita su Washington. Ha fatto la controparte del G20 invece
di assumere un ruolo di mediazione e di raccordo tra Usa e G20. Perché?
Per difendere i marchi dei suoi 14 prodotti agricoli. Le pare una cosa
seria? Puoi andare in un luogo dove si discute di fame, sete, sanità
e dire: a me interessa portare a casa il prosciutto di Parma e il formaggio
francese?».
La manifestazione del 4 ottobre c’entra qualcosa con
questa Europa che vi ha deluso a Cancun?
«Sì, certo. Una delle cose che chiederemo è la
modifica della Pac, cioè del piano agricolo europeo».
Scusi Agnoletto, ma la vostra richiesta anti-protezionista,
che va in aiuto dei contadini del sud del mondo, è in contrasto
con gli interessi di tutti i contadini europei. O sbaglio?
«Sbaglia. Senta questi tre dati . L’80 per cento dei finanziamenti
all’agricoltura della Comunità Europea vanno ad aziende multinazionali.
Gli stanziamenti che arrivano in Italia sono per un terzo destinati allo
0,8 per cento delle aziende. In Italia, negli ultimi anni, ogni dieci minuti
chiude una piccola azienda agricola. Il terzo dato è il risultato
dei primi due: i piccoli contadini europei sono dalla stessa parte dei
contadini del Sud del mondo. Il protezionismo li danneggia perché
favorisce la grande agricoltura, cioè le multinazionali, e rende
poco concorrenziale la piccola».
Qual è la piattaforma della manifestazione
del 4 ottobre?
«Agricoltura, pace, cittadinanza europea, diritto al lavoro.
Dell’agricoltura abbiamo già parlato. Sulla pace chiediamo che nei
primi articoli della Costituzione ci sia scritto che l’Europa ripudia la
guerra. La cittadinanza europea è un aspetto decisivo della nostra
battaglia europeista: non può nascere l’Europa se non ha suoi cittadini;
e naturalmente in questo modo pensiamo di potere affrontare la questione
della cittadinanza di tutti quelli che vivono e lavorano in Europa, non
solo di quelli che son nati qui. Il diritto al lavoro, infine, non è
sancito nella bozza di Costituzione. Si parla di diritto al lavorare: c’è
una bella differenza».
A voi non piace per niente questa bozza di Costituzione
europea…
«No non ci piace. A parte le cose che ho già detto ce
n’è un’altra: tutta la terza parte della bozza di Costituzione è
un vero e proprio inno al mercato e al liberismo. E’ una sorta di Costituzionalizzazione
del mercato, che è inaccettabile. Il libero mercato diventa l’elemento
fondante della Comunità europea».
Siete antieuropeisti?
«Tutt’altro, noi siamo assolutamente europeisti. E non siamo
contro la Costituzione europea. Vogliamo la Costituzione ma non questa».
Perché il 4 ottobre due manifestazioni e non
una sola?
«Sarà una grande giornata di mobilitazione. I movimenti
sociali e i sindacati si trovano a Roma per contestare la Costituzione
europea. Abbiamo molti punti di convergenza con i sindacati europei, poi
abbiamo anche alcuni dissensi. Specialmente sulla questione della cittadinanza
europea (e il diritto di voto agli immigrati) e sulla questione dell’agricoltura.
Con alcuni settori sindacali siamo molto vicini (per esempio con la Cgil)
con altri meno. Ma non c’è ostilità. Anche se la Cisl si
è opposta a una manifestazione unica che tenesse tutto insieme.
Il 3 ottobre noi terremo un forum all’università di Roma. Verranno
anche i sindacati e discuteremo di tutti i problemi comuni».
C’è il timore di violenze?
«Non credo. Abbiamo avuto contatto con le autorità, mi
sembra che ci siano tutte le condizioni per una manifestazione assolutamente
pacifica e tranquilla. Sarà la prima iniziativa di un autunno molto
denso. Domenica 12 ottobre c’è la Perugia Assisi e il 17 c’è
la manifestazione della Fiom».
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