Il nuovo oro è blu
Roberto Rossi 16 settembre 2008
Più preziosa dell’oro, più redditizia
del petrolio. In Italia l’acqua, da bene primario, da diritto fondamentale
si sta trasformando in merce per multinazionali. Un business sempre più
redditizio. Negli ultimi cinque anni le tariffe sono aumentate in media
del 35 per cento. Una crescita seconda solo a quella del greggio. E figlia
di una privatizzazione feroce, compiuta in nome di una falsa efficienza.
Ottenuta, spesso, con la complicità delle istituzioni pubbliche
che, per incompetenza o per colpa, hanno abbandonato agli appetiti dei
privati il controllo e la gestione del sistema idrico.
Il punto di svolta è il 5 gennaio del 1994 con
la Legge Galli (poi confluita nell’aprile 2006 nel Codice Ambientale) che
viene emanata con l’obiettivo di semplificare la gestione pubblica delle
acque, all’epoca ripartita tra ben novemila diversi soggetti. Vengono definiti
91 Ato (Ambiti territoriali ottimali), ovvero le aree di riferimento per
la fornitura dei servizi idrici. Ciascun Ato è posto sotto il controllo
degli enti locali. I quali, però, hanno spesso il doppio ruolo di
azionisti affiancando i privati. Che in un mercato potenziale da 8 miliardi
di euro si ficcano a capofitto. Come “Acea” o le multinazionali francesi
“Suez” e “Veolia”, che tra gestione e incroci azionari, si stanno mangiando
fette di territorio a costo quasi zero. Perché i privati nell’acqua
non investono o investono poco. Neanche il 10 per cento del dovuto.
Come rilevato dall’Antitrust, per l’acqua si assiste
alla sostituzione di monopoli pubblici con monopoli privati. Una tendenza
amplificata dalla Legge Tremonti del 6 agosto 2008 che rende ancora più
complesso un ritorno degli enti locali alla gestione. Molti, infatti, ormai
lo vorrebbero.
Contro questa deriva si batte il “Movimento per l’acqua
pubblica” il cui II Forum nazionale si riunirà a metà novembre.
Il nostro viaggio attorno al mondo dell’acqua privatizzata, invece, si
concentra nel Lazio e in Toscana. Due regioni simbolo, da anni il punto
di attacco al servizio idrico.
I ribelli di Aprilia
In via Aldo Moro 45 sono arrivati in tre, di buon mattino.
Sono scesi dall’auto, si sono diretti verso la scatola dei contatori d’acqua,
hanno individuato quello della redazione de “Il Caffè”, piccolo
ma agguerrito bisettimanale locale, e applicato il riduttore di pressione,
un congegno che strozza il tubo erogatore trasformandolo in una specie
di contagocce. Il dispositivo è solo l’ultima delle armi utilizzate
da “Acqualatina”, la società che gestisce la fornitura idrica nel
Lazio meridionale, nella sua guerra per la gestione dell’acqua ad Aprilia.
“Acqualatina” nasce nel 2002 come società mista:
il 51 per cento delle azioni appartiene ai trentotto comuni dell’area (Ato
4 del Lazio) e, dunque, formalmente la maggioranza è pubblica. Ma
in realtà sono i privati, capeggiati dalla multinazionale francese
“Veolia”, a gestire l’attività e a decidere gli investimenti.
La nuova società assume il controllo delle
acque di Aprilia nel 2004 senza che il consiglio comunale abbia approvato
quel “contratto di gestione” che, tra l’altro, dovrebbe specificare il
sistema per il calcolo delle tariffe per gli utenti. Comunque, per un anno,
nessuno se ne accorge. “Acqualatina” non si premura né di leggere
né di censire i contatori. L’importo delle bollette resta uguale
a quello della gestione pubblica.
La mazzata sugli utenti arriva un anno dopo. Vengono
applicate nuove tariffe e nuovi criteri di calcolo sui consumi. Casalinghe
e pensionati si vedono recapitare bollette con importi pari al doppio e
anche al triplo di quanto avevano sempre pagato. Ci sono casi in cui il
rincaro tocca il 3000 per cento. Elena Di Francesco, titolare di un bar,
nel giugno del 2005 riceve una bolletta da quasi tremila euro per i consumi
annuali del suo locale. Con la gestione pubblica non aveva mai pagato più
di 600 euro.
La dissennata privatizzazione determina la nascita del Comitato per la difesa dell’acqua pubblica. «Abbiamo deciso – spiega Mauro Pontoni, il fondatore – di pagare le bollette direttamente al Comune applicando le tariffe pubbliche stabilite dal Cipe nel giugno del 2004». Sono mediamente inferiori del 250 per cento a quelle pretese da “Acqualatina”. In poco tempo il movimento arriva a raccogliere settemila utenti, più o meno la metà del totale. Ma la società di gestione non riconosce la validità dell’autoriduzione. Il denaro resta congelato nel conto corrente comunale mentre i cittadini, per la società privata, sono morosi.
Il fatto è che “Acqualatina” fa più o meno quello che vuole. La conferenza dei sindaci, alla quale la legge affida il compito di controllare, è assente. Anzi è presente, ma dall’altra parte della barricata. Quando la società nasce, il presidente del consiglio di amministrazione è un rappresentante delle istituzioni pubbliche, l’amministratore delegato è un manager della “Veolia”. E nel consiglio di amministrazione finisce tutto il gotha della politica locale.
A parziale consolazione degli utenti inferociti, il
23 gennaio del 2008 finiscono agli arresti sei dirigenti della società,
a partire dal suo amministratore delegato, nonché ex presidente
della Provincia, Paride Martella, passato dall’Udc all’Italia dei Valori,
spiega Roberto Alessio di Legambiente, «nel giro di una notte».
Ma, nonostante l’intervento della magistratura gli
amministratori rimangono al loro posto e “Acqualatina” va avanti nella
sua guerra ai morosi. Attraverso la minaccia di chiudere le condotte, messa
in atto con vigilantes armati e ruspe e, più spesso, come il caso
de “Il Caffè”, con l’invio di tecnici armati di riduttore. L’ultima
vittima, una pensionata residente in via Amsterdam. Quando i tecnici si
sono presentati minacciando di chiudere l’acqua, ha avuto un malore ed
è stata ricoverata in ospedale.
La «Ferrarelle» di Collelavena
Quando ci accoglie nella veranda della sua casa di Collelavena, una frazione del comune di Alatri, provincia di Frosinone, il barattolo di vetro è già in bella vista sul tavolo. Monica Ascenzi, trentenne da capelli mogano e viso forte, vi conserva dieci centimetri d’acqua. Almeno così la chiama. Perché non sembra acqua. Sul fondo del barattolo c’è uno strato di calcare bianco e candido come neve, alto due centimetri. Monica prende il barattolo, lo agita e l’acqua assume l’aspetto del latte. «È come una roccia liquida. Ne vuole un sorso?».
Lo strano fenomeno ha origine nel settembre del 2007. Per fare fronte alle periodiche carenze d’acqua in una zona comunque ricca di sorgenti, la “Acea Ato 5”, la società privata che gestisce le risorse idriche per il territorio di Frosinone, inizia a rifornire le case di circa 450 famiglie di Collelavena usando l’acqua di un pozzo comunale. Il pozzo raggiunge i 350 metri di profondità e perciò dovrebbe essere dotato di addolcitore. Ma “Acea Ato 5” non provvede a sistemarlo. «All’inizio usciva un’acqua frizzante. Sembrava Ferrarelle» dice Monica.
Ma l’illusione dura poco. «Nel giro di due giorni la Ferrarelle è diventata latte. Latte di roccia». Prima cominciano a intasarsi i tubi della doccia. A ruota si rompono la caldaia, la lavatrice e la lavastoviglie. Quando iniziano a morire gli animali, «cani, gatti, conigli, polli», Monica decide di agire. Nonostante le rassicurazioni del sindaco di Alatri Costantino Migliocca, che di mestiere fa il medico ginecologo, fa analizzare l’acqua nel laboratorio della Asl. Il responso è inquietante: dai rubinetti esce un liquido che ha una durezza di 77,5 gradi francesi. Per il consumo umano è consigliata una durezza tra i 15 e i 30 gradi e il limite massimo assoluto è fissato a 50. Monica e gli altri abitanti decidono di non usare più l’acqua della rete, né per mangiare, né per lavarsi.
«L’addolcitore di Collelavena – spiega Severo Lutrario, dell’osservatorio “Peppino Impastato” di Frosinone – è solo uno dei tanti mancati investimenti di Acea Ato 5». Eppure la società, posseduta per il 92 per cento da Acea, aveva stabilito nel «Piano d’ambito», e cioè la base della gara per la privatizzazione, di investire oltre 344 milioni euro in strutture, fognature, rete. Un quarto della cifra doveva concretizzarsi entro i primi cinque anni. «Invece se ne “cantierano” circa sei – spiega Fulvio Pica presidente dell’associazione di quartiere Colle Cottorino – Madonna della Neve – ma questo non vuol dire che siano poi stati realizzati».
Il fatto è che gli investimenti servono, per
legge, a determinare le tariffe finali. Che nell’area di Frosinone nel
giro di sei anni, da quando la gestione è stata privatizzata, sono
schizzate in alto. Per la “fascia agevolata”, cioè quella più
bassa, spiega Pica, «gli incrementi hanno superato del 95 per cento
la tariffa di aggiudicazione e anche del 250 per cento le vecchie tariffe
dei Comuni».
I mancati investimenti, naturalmente, hanno un costo
sociale. Acea non garantisce i 150 litri al giorno di acqua potabile per
abitante previsti dalla convenzione. «Alcune zone della città
– denuncia Lutrario – soffrono periodicamente di interruzioni di servizio.
Arrivi a casa e scopri e ti manca l’acqua». Chi può permetterselo
si dota di cisterne, gli altri si mettono in fila davanti alla fontanella
da dove, unica consolazione, sgorga ottima acqua di sorgente. In fila,
come si faceva sessant’anni fa.
L’ha fatto anche Monica per circa nove mesi, finché
l’Acea ha piazzato l’addolcitore. E’ successo un mese fa. «Oggi ci
vado di meno perché almeno posso lavarmi a casa. Ma bere no, proprio
non ci penso». Da sotto il tavolo tira fuori un altro barattolo di
vetro. Sull’etichetta la data è settembre 2008. Il fondo di calcare
si è ridotto a mezzo centimetro.
Tornare indietro? Il caso di Arezzo
Donatella Bidini ha un archivio particolare. Né dati, né dossier, ma bollette. Le sue bollette dell’acqua degli ultimi dieci anni. «Ecco guardi. Nel 1998, gestione pubblica, pagavo 173mila lire all’anno. Oggi pago 800 euro con gli stessi consumi».
Ad Arezzo tutti vorrebbero tornare a dieci anni fa, quando si decise di far entrare i privati nella gestione. Nel giro di un trimestre, in città e in molti altri comuni dell’area, le tariffe aumentarono mediamente del 45 per cento.
La storia comincia nel 1998 quando, per gestire l’Ato numero 4 della Toscana, che comprende 37 comuni (33 dei quali aretini, 4 senesi), viene creata la “Nuove Acque spa”. Come nel caso di Aprilia, si tratta di una società mista. Ai comuni va la maggioranza formale con il 53 per cento, ai privati il resto e la gestione. E anche qua la parte del leone la fa un gruppo francese. Non “Veolia”, questa volta, ma “Suez”, altro leader mondiale del settore. In società entrano anche due banche italiane: la Popolare dell’Etruria e Monte dei Paschi.
Con “Nuove Acque spa” la multinazionale Suez stabilisce rapporti redditizi. Soprattutto attraverso le “consulenze tecniche”, voce che comprende il «trasferimento del patrimonio di know-how e di professionalità». Il cui valore, originariamente fissato in sei miliardi di lire, nel giro di qualche mese lievita di quasi otto volte fino a raggiungere i 45 miliardi.
I privati dirigono il gioco. Spostano danaro, si aggiudicano appalti e applicano tariffe altissime. E, attraverso il project financing, ottengono anche il controllo formale della società. «Nel 2005 – spiega il sindaco di Anghiari Danilo Bianchi – “Nuove Acque spa” decide una serie di progetti di investimento. Per farlo servono tanti soldi». Settanta milioni circa. Non tutti i comuni sottoscrivono il progetto. Quelli che lo fanno sono costretti a chiedere un finanziamento. E sono proprio la Popolare dell’Etruria e Monte dei Paschi, le due banche italiane socie della “Suez”, a erogarlo. Applicano un tasso di interesse, variabile, al sette per cento, cioè di tre punti superiore a quello praticato dallo Stato con la Cassa depositi e prestiti. Come garanzia le banche chiedono in pegno ai comuni che lo sottoscrivono le loro azioni di “Nuove Acque”. E il gioco è fatto. La società è ormai controllata dai privati.
Ad Arezzo il tentativo di organizzare un movimento contro il caro-acqua fallisce, ma qualche cittadino decide comunque di agire individualmente. Una utente, Maria Rossi, si rifiuta di pagare la quota fissa della bolletta e porta “Nuove Acque” in tribunale riuscendo a ottenere il rimborso.
Il ricorso al giudice è una strada che una parte
dei comuni (quelli dell’Alta Valle del Tevere, di tutti i colori politici)
sta pensando di intraprendere per tornare alla gestione pubblica. «Indietro
si può e si deve tornare», dice Carlo Schiatti, ex presidente
«pentito» di Nuove Acque. «Me ne andai nel 2003 con una
relazione dove dicevo tutto». E, tra l’altro: «Dobbiamo avere
il coraggio di dire che abbiamo sbagliato. Il servizio idrico integrato
non può essere privatizzato. Né in parte, perché gli
amministratori pubblici non sono pronti a competere con i manager di professione,
né del tutto. L’esperienza ha dimostrato che il servizio integrato
deve restare pubblico. Onore a chi lo aveva capito prima».
![]() |