Il business del secolo in
Sicilia: Acqua, un affare che scotta Come gruppi economici e consorterie territoriali stanno
appropriandosi delle risorse idriche di una regione che possiede tanta acqua mentre, per paradosso, ne
patisce endemicamente la mancanza. La presenza discreta della multinazionale spagnola Aqualia. Le strategie
della società catanese Acoset. L’anomalia del sudest.
“Narcomafie”, gennaio 2009 Carlo Ruta
In Sicilia i processi di privatizzazione dell’acqua
che vanno dipanandosi negli ultimi anni si raccordano con una tradizione
composita. Se si dà uno sguardo alla storia post-unitaria, si constata
infatti che l’accaparramento delle fonti, delle favare per usare il termine
di derivazione araba, ha scandito con regolarità l’evoluzione legale
e illegale dei ceti che hanno esercitato dominio sull’isola. Il controllo
delle acque ha consentito di lucrare rendite economiche e posizionali importanti,
di capitalizzare, di chiamare a patti le autorità pubbliche, di
condizionare quindi gli atti dei municipi, degli enti di bonifica, di altre
istituzioni. E il canovaccio di tale affare, di rilievo appunto strategico,
ancora oggi rimane tale, benché si faccia uso di strumenti e progettazioni
non più a misura di un mondo agrario più o meno statico,
ma di una realtà in profonda evoluzione, sullo sfondo delle economie
globali. Si tratta di comprendere allora i modi in cui si coniugano oggi
i due elementi, innovazione e tradizione, a partire comunque dal dato che
anche in Sicilia si vive al riguardo un passaggio epocale, dopo il lungo
tragitto delle aziende municipalizzate, che sempre e comunque hanno dovuto
fare i conti con i signori delle fonti. Nel quadro dei processi generali che hanno reso l’acqua
una risorsa economica, una merce, che chiama in causa multinazionali potenti
come Suez, Vivendi, Impresilo, RWE, la legge Galli del 5 gennaio1994 sugli
ambiti territoriali ottimali, ATO, ha segnato una svolta rispetto al passato,
puntando a eliminare la frammentazione che fino a quel momento aveva caratterizzato
la gestione idrica nel territorio nazionale. Pur sottolineando sin dall’incipit
il rilievo dell’acqua quale bene pubblico, ha posto nondimeno le basi per
l’irruzione dell’interesse privato nella gestione dei servizi idrici degli
ATO, con il ricalcolo di tale risorsa sotto il profilo economico. E tutto
questo, se, come si diceva, non poteva non sommuovere, in senso lato, l’interesse
della grande finanza, come testimonia negli ultimi anni il coinvolgimento
di banche come l’Antonveneta, la Fideruram e altre ancora, ha finito con
il sollecitare una pluralità di interessi, con l’esaltare anomalie
esistenti e generarne di nuove, specie nel sud della penisola e in Sicilia,
dove l’economia più di altrove è inficiata da mali strutturali,
dove vigono appunto tradizioni tipiche, che rendono ineludibile l’ipoteca
delle consorterie. La posta in gioco in Italia è ovviamente altissima,
potendo comprendere, fra l’altro, gli ingenti finanziamenti a fondo perduto
che l’Unione Europea ha destinato a tali ambiti, perché vengano
eliminati i gap che interessano il paese. Tanto più lo è
comunque in regioni in cui le strutture e gli impianti esistenti scontano
deficit strutturali, consolidatisi lungo i decenni. È il caso della
Sicilia, dove l’EAS e le municipalizzate hanno gestito regolarmente impianti
obsoleti, dove quasi tutti gli invasi recano vistosi segni d’incuria, le
infrastrutture restano esigue, le condutture fatiscenti e in una certa
misura da rifare. Il progetto di privatizzazione nell’isola ha potuto quindi
fregiarsi di un obiettivo seducente, quello della modernizzazione dei servizi
idrici che, dopo anni di attesa interlocutoria, è stato agitato
come una sorta di rivoluzione dal governo regionale di Salvatore Cuffaro.
E dal decisionismo, sufficientemente mirato, del ceto politico di cui l’ex
presidente conserva in una certa misura la rappresentatività, corroborato
comunque dai trasversalismi che insistono a connotare la vicenda pubblica
nella regione, ha preso le mosse, negli ultimi anni, una sorta di caccia
all’oro. L’affare dell’acqua reca in Sicilia dimensioni inedite.
Sono in gioco infatti 5,8 miliardi di euro, da amministrare in trenta anni,
con interventi a fondo perduto dell’Unione Europea per più di un
miliardo di euro. Dopo un primo indugio, dettato presumibilmente da ragioni
di cautela, che ha visto comunque diverse gare andare a vuoto, la scena
si è quindi movimentata, con l’irruzione di importanti realtà
economiche, interne all’isola ed esterne. Una fetta cospicua dell’affare
è stata avocata dalla multinazionale francese Vivendi, socia di
maggioranza della Sicilacque spa, che, dopo la liquidazione dell’Ente Acquedotti
Siciliani, ha ereditato la gestione di 11 acquedotti, 3 invasi artificiali,
175 impianti di pompaggio, 210 serbatoi idrici, circa 1.160 km di condotte
e circa 40 km di gallerie. In diverse ATO si è già provveduto,
altresì, alle assegnazioni. Nell’area di Caltanissetta si è
imposta Caltaqua, guidata dalla spagnola Aqualia. A Palermo e provincia
ha vinto il cartello Acque potabili siciliane, di cui è capofila
Acque potabili spa, controllata dal gruppo Smat di Torino. Nell’area etnea
la guida del Consorzio Ato Acque è stata assunta dalla catanese
Acoset. Ad Enna ha vinto Acqua Enna spa, comprendente Enìa, GGR,
Sicilia Ambiente e Smeco. A Siracusa vige la gestione mista della Sogeas,
che vede presenti, con l’ente municipale, la Crea-Sigesa di Milano e la
Saceccav di Desio. Ad Agrigento è risultata aggiudicataria la compagine
Agrigento Acque che fa capo ancora ad Acoset. Negli altri ATO le gare rimangono
sospese. È la prima fase ovviamente, quella dei grandi
appalti, che è preoccupante non solo per la virulenza con cui i
poteri economici incalzano e mettono in discussione le istanze della democrazia,
degradando un bene comune qual è l’acqua a merce, ma, di già,
per i modi in cui evolvono le cose, in ossequio appunto a una data tradizione.
In relazione più o meno diretta con grandi società estere
e italiane interessate all’affare Sicilia, vanno muovendosi infatti ambienti
economici discussi, a partire dai Pisante, le cui imprese risultano inquisite
dalle procure di Milano, Monza, Savona e Catania per una varietà
di reati: dal pagamento di tangenti all’associazione mafiosa. Già coinvolta nell’isola in vicende legate
agli inceneritori, tale famiglia si è mossa con intenti strategici.
Si è inserita, tramite la controllata Galva spa, nel raggruppamento
guidato da Aqualia, per la gestione idrica nel Nisseno. Partecipa con un
buon 8,4 per cento alla società aggiudicataria nel Palermitano,
Acque potabili siciliane spa. Tramite le società Acqua, Emit, e
Siba detiene una discreta quota azionaria di Sicilacque che, come detto,
ha rilevato dall’EAS il controllo delle grandi risorse idriche regionali.
Ancora per mezzo della Galva partecipa altresì alla compagine vincente
nell’Agrigentino, Girgenti Acque, di cui è capofila Acoset, che
con Aqualia ha concorso in varie province. Ha invece perso nel Catanese,
perché, l’AMGA spa, capofila della compagine entro cui correva,
in competizione con Acoset, per l’aggiudicazione dell’ATO 2, è stata
esclusa dalla gara. Nelle mappe dell’acqua assumono altresì rilievo
due noti imprenditori siciliani: l’ingegnere Pietro Di Vincenzo di Caltanissetta
e l’ennese Franco Gulino, che vanno facendo non di rado gioco comune, pure
di concerto con i Pisante. Il primo, cui sono stati confiscati beni per
circa 300 milioni di euro, ha assunto la gestione dei dissalatori di Trapani,
Gela, Porto Empedocle, Lipari e Ustica, indubbiamente strategica. È
stato l’unico offerente nella gara per la gestione idrica di Trapani, poi
sospesa. In competizione con le imprese di Caltaque, ha corso altresì
per l’appalto ATO di Caltanissetta, dentro la compagine NissAmbiente, che
comprendeva pure l’Altecoen di Franco Gulino. Quest’ultimo poi. Proprietario
di un gruppo di quaranta società operanti in diverse regioni italiane,
con interessi pure in Sud America, è stato rinviato a giudizio a
Messina per concorso esterno in associazione mafiosa, per l’affare dei
rifiuti di MessinAmbiente, che tramite l’Emit ha coinvolto pure i Pisante.
Con l’Altecoen, che la stessa Corte dei Conti siciliana ha definito nell’aprile
2007 un’azienda “infiltrata dalla criminalità mafiosa”, si è
introdotto nell’affare dei termovalorizzatori, per uscirne con ingenti
guadagni. Ancora tramite l’Altecoen, è stato presente nella Sicil
Power di Adrano, insieme con la DB Group, presente nei raggruppamenti guidati
dalla catanese Acoset. Tutto questo definisce evidentemente un ambiente,
che fa da sfondo peraltro a fatti e atteggiamenti ancor più preoccupanti.
Si tratta del lato più oscuro del processo di privatizzazione, di
cui emergono un po’ le coordinate nelle dichiarazioni di un reo confesso,
Francesco Campanella, ex presidente del consiglio municipale di Villabate,
sulla costituzione del consorzio Metropoli Est, finalizzato al controllo
delle acque in alcuni centri del Palermitano. Fatti sintomatici si rilevano
comunque in quasi tutte le aree dell’isola: dall’Agrigentino, dove i sindaci
di Bivona e Caltavuturo hanno denunciato le logiche dubbie invalse negli
appalti di manutenzione, a Ragusa, dove sin dagli inizi della vicenda ATO
è stato un crescendo di atti intimidatori. E si è ancora
agli esordi. In linea con le consuetudini, vanno delineandosi in
sostanza due livelli: quello della gestione idrica in senso stretto, conteso
da multinazionali e grandi società del settore, non prive appunto
di oscurità, e quello dell’impiantistica, lasciato in palio alle
consorterie territoriali, che recano ragioni aggiuntive, oggi, per porsi
all’ombra di poteri estesi e ineffabili. Un quadro definito degli interessi
potrà aversi comunque con l’entrata nel vivo degli ammodernamenti,
nella danza di bisogni e pretese che sempre più verrà a stabilirsi
fra appalti e subappalti. Solo allora l’obolo alla tradizione verrà
richiesto con ampiezza: quando in profondo si tratterà di fare i
conti con il privato che cova già nei territori, quando si tratterà
altresì di saldare i conti con la parte pubblica, in sede municipale,
provinciale, regionale. In questa fase, in cui alcuni raggruppamenti recano
caratteri di veri e propri cartelli, la logica prevalente rimane quella
delle concertazioni a tutto campo, che traspare, fra l’altro, in certi
movimenti mirati, prima e dopo le aggiudicazioni: tali da pregiudicare
talora la linearità delle gare. Un caso esemplare, che ha avuto
pure risvolti parlamentari, con una interpellanza del deputato Filippo
Misuraca, è quello di Caltanissetta, dove la IBI di Pozzuoli, capofila
della compagine esclusa dalla gara ATO, ha presentato ricorso contro Caltaqua,
per ritirarlo appena avuta l’opportunità di inserirsi, con l’Acoset
di Catania che l’affiancava, nel gruppo assegnatario, attraverso l’acquisizione
di una quota cospicua dalla Galva del gruppo Pisante. Tutto questo, a dispetto
delle leggi e delle direttive comunitarie, che vietano qualsiasi modificazione
all’interno delle compagini vincenti. Il processo di privatizzazione in Sicilia non sta
recando comunque un decorso facile. Ha suscitato tensioni politiche, tali
da rendere difficoltose le aggiudicazioni, mentre ha agitato la protesta
delle popolazioni, allarmate dai rincari dell’acqua che ovunque ne sono
derivati. Per tali ragioni a Trapani e Messina le gare rimangono sospese,
con rischi di commissariamento dei rispettivi ATO, mentre a Ragusa si è
arrivati addirittura a un ripensamento, per certi versi un dietro-front,
che ha coinvolto gran parte dei sindaci dell’area. E proprio la vicenda
di quest’ultima provincia segna nel processo una vistosa anomalia. Sotto il profilo economico, il sudest, da Catania
alla provincia iblea, reca tratti distinti. È la sede principale
delle colture in serra, lungo i percorsi della fascia trasformata. È
area d’insediamento di grandi centri commerciali, con poli importanti a
Misterbianco, Siracusa, Modica e Ragusa. È territorio di una banca
influente, la BAPR, che riesce a collocarsi oggi, per capitalizzazione,
fra le prime venticinque banche in Italia. In virtù dell’integrazione
cui può godere, sempre più va facendosi altresì un’area
di forte interlocuzione economica, a tutti i livelli, con risvolti operativi
non da poco. Se ne hanno riscontri nella politica concertata dei poli commerciali,
quelli indicati appunto, e tanto più negli accordi strategici che
vanno maturando nel mercato immobiliare, nella grande distribuzione alimentare,
nel mercato ittico, nella costruzione di opere pubbliche, infine, dopo
la svolta della legge Galli e le sollecitazioni dal governo regionale,
nello sfruttamento privato delle acque. In quest’ultimo ambito infatti
la catanese Acoset, ponendosi a capo di un raggruppamento coeso, ha deciso
di guadagnare terreno oltre il territorio etneo, mentre la Sogeas di Siracusa,
pur avendo introdotto soci privati, cerca di mantenere, al momento, un
contegno più prudente. Negli ultimi anni la società catanese è
stata al centro di numerose contestazioni, da parte di enti e comitati
di cittadini che ne hanno denunciato, oltre che i canoni esosi, le carenze
di controllo. Il caso più clamoroso è emerso nel 2006 quando
nell’acqua da essa erogata in diversi centri sono state rilevate concentrazioni
di vanadio nocive alla salute. La Confesercenti di Catania è intervenuta
con esposti ad autorità competenti e al Ministero della Salute.
Il comune di Mascalucia ha aperto in quei frangenti un contenzioso, negando
la potabilità dell’acqua. Per la mancata erogazione in alcuni centri,
l’azienda è stata inoltre censurata dal Codacons e, in un caso almeno,
è stata indagata dalla magistratura etnea. A dispetto comunque di
simili “incidenti”, che definiscono il piglio dell’azienda mentre incrinano,
in senso lato, le sicurezze sulle qualità del servizio privato,
l’Acoset, potendo contare su alleati idonei, ha assunto i toni e le pretese
di un potere forte. Nata nel 1999 come azienda speciale, che ai fini della
gestione idrica consorziava venti comuni pedemontani, l’impresa presieduta
dal geometra Giuseppe Giuffrida si è trasformata nel 2003 in società
per azioni, con capitale pubblico e privato. Nello slanciarsi lungo la
Sicilia, ha stabilito rapporti con ambienti economici mossi. Nella compagine
di Girgenti Acque, di cui è capofila, ha associato la Galva del
gruppo Pisante e una società che fa capo alla famiglia Campione,
discussa per vicende che ne hanno riguardato un componente. Nel medesimo
tempo, con le movenze tenui che accomunano tante imprese dell’est siciliano,
l’Acoset è riuscita ad aver voce negli ambiti decisionali che più
contano nell’isola. Un test viene ancora dall’Agrigentino, dove, malgrado
l’opposizione di ventuno sindaci, che avevano chiesto l’annullamento dell’aggiudicazione,
la società catanese è riuscita a mettere le mani comunque
sull’affare idrico, con la condivisione forte del presidente provinciale
degli industriali, Giuseppe Catanzaro, del direttore generale in Sicilia
dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, Felice Crosta, del presidente
della regione Cuffaro. Pure i numeri sono quindi divenuti quelli di un potere
in evoluzione. Quale socio privato dell’ATO 2 di Catania, l’impresa eroga
l’acqua a 20 comuni etnei, per circa 400 mila abitanti. Da capofila della
società Girgenti Acque ha sbaragliato potenti società italiane
ed estere, come Aqualia appunto, aggiudicandosi un affare che le farà
affluire in trenta anni 600 milioni di euro, di cui circa 100 milioni dall’Unione
Europea. Con una quota minima, ceduta dalla Galva dei Pisante, risulta
presente nel gruppo Caltaqua, aggiudicatario della gestione idrica del
Nisseno. Sin da quando si è profilato il business della privatizzazione,
con un raggruppamento d’imprese che comprende pure la BAPR, ha deciso di
puntare altresì a sud, gareggiando ancora con la multinazionale
iberica, per assicurarsi la gestione dei servizi idrici di Ragusa, che
recano una posta di oltre mezzo miliardo di euro, di cui circa 100 mila
della UE. Se avesse centrato tale obiettivo oggi avrebbe in pugno un quinto
circa dell’intero affare siciliano. I giochi apparivano fatti. Delle tre società
concorrenti, Saceccav, Aqualia e Acoset, la prima, che concorreva già
per insediarsi all’ATO di Siracusa, è stata esclusa dalla gara per
motivi che sono apparsi sospetti, tali da indurre uno dei commissari, il
prof. Francesco Patania, a dimettersi e presentare un esposto alla procura
di Ragusa. La seconda, che di lì a poco avrebbe avocato a sé
la gestione idrica del Nisseno, per certi versi si è ritirata perché
non ha risposto all’invito della commissione di dichiarare se persisteva
il suo interesse alla gara. La compagine di Acoset, che al medesimo invito
ha risposto affermativamente, aveva quindi ragione di sentirsi vincitrice.
Le cose sono andate tuttavia in modo imprevisto. La maggioranza dei sindaci,
che nel giugno 2006 si erano espressi a favore della gestione mista, pubblico-privata,
nella seduta del 26 febbraio 2007 hanno deciso di avviare infatti la procedura
di annullamento della gara perché difforme alle direttive dell’Unione
Europea. E il 2 ottobre del medesimo anno la gara è stata annullata.
Ma perché è avvenuto tale ripensamento e, soprattutto, quali
giochi reggevano, e reggono tutt’ora, l’affare acqua del sud-est? Lo schieramento di Acoset per l’ATO di Ragusa reca
conferme di rilievo e qualche accesso. Rimane forte la presenza catanese,
con Acque di Carcaci, Acque di Casalotto e la COESI Costruzioni Generali.
Con opportuni scambi posizionali vengono altresì confermate, perché
strategiche, due presenze: la IBI di Pozzuoli, con cui nel Nisseno la società
catanese ha condotto l’operazione di trasbordo in Caltaqua, che ha suscitato
allarme nella Sicilia tutta e prese di posizione parlamentari; la DB Group
che, tramite la Sicil Power, costituisce un punto di contatto fra l’Acoset
e il gruppo di imprese che fa capo alla famiglia Pisante. Inedita è
invece, ma pure sintomatica, la partecipazione della BAPR, che meglio di
ogni altra realtà compendia il potere finanziario del sudest. La
banca iblea ha fatto una scelta anomala, per certi versi controcorrente,
dal momento che nessun altro istituto di credito dell’isola ha deciso di
porsi in campo. Ma l’ha fatta a ragion veduta. Nel quadro degli scambi che vigono nell’est siciliano,
la BAPR costituisce una presenza di peso, in grado di interloquire con
tutte le economie, a partire comunque da quelle legate all’edilizia e all’innovazione
agricola. Reca una dirigenza solida, attenta alla tradizione, non priva
tuttavia di impeti modernistici, che tanto più si avvertono nell’attivismo
di Santo Cutrone, consigliere di amministrazione, costruttore, componente
della giunta CCIIA di Ragusa, vice presidente siciliano dell’ANCE. Forte
dei ruoli rivestiti, Cutrone ha potuto stabilire relazioni da vicino con
l’imprendtoria catanese, inclusa quella legata all’acqua. Con la CG Costruzioni,
di cui è proprietario, ha fatto affari comuni con l’ingegnere Di
Vincenzo, con la costituzione di una ATI, associazione temporanea d’impresa,
che ha concorso in numerose gare, dal comune Misterbianco al porto di Pozzallo.
Quale presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Costruttori si
è esposto in favore della privatizzazione dell’acqua a Ragusa, mentre,
a chiusura del circolo, ha sostenuto nell’intimo della BAPR le ragioni,
infine vincenti, della scesa in campo con Acoset. In considerazione di tutto questo, i conti dell’acqua,
nella declinazione del sudest, tornano con pienezza. La società
guidata da Giuseppe Giuffrida, che ha accettato la sfida dei giganti europei,
ha avuto buone ragioni per imbarcare la banca siciliana, ravvisando nel
prestigio e nell’influenza della medesima una carta spendibile ai fini
dell’aggiudicazione del mezzo miliardo di euro in palio. Dal canto suo
la BAPR, sospinta dal protagonismo di Cutrone, si è risolta a rivendicare
una propria ipoteca, la prima, sull’affare del secolo, sulla scia peraltro
di taluni gruppi finanziari, per consolidare sotto la propria egida l’asse
economico Ragusa-Siracusa-Catania. Come si evince dalle movenze, tutti
i protagonisti della compagine, da Acoset a IBI, da DB Group all’istituto
ibleo, hanno comunque ben chiaro che la conquista del centro-partita nella
cuspide iblea può costituire un incipit per ulteriori affari, tanto
più dopo lo scoccare del 2010, quando, con l’apertura dell’area
di libero scambio, il territorio del sudest, in virtù dell’esposizione
che reca sul Mediterraneo, diverrà strategico. In definitiva, nella Sicilia più a sud si è
giocato per vincere, a tutti i costi. Il coinvolgimento della BAPR ne è
una prova. E Acoset, con le sue alleate, avrebbe vinto se, dopo la decisione
assunta dai sindaci dell’ATO in favore della privatizzazione, nel giugno
2006, non fossero accaduti degli incidenti, privi di riscontro in Sicilia,
per certi versi quindi imprevedibili. Un pugno di ragazzi, fondatori di
un giornale in fotocopia, “Il clandestino”, hanno deciso di mettersi di
traverso, suscitando una resistenza corale, che ha incrociato lungo il
suo cammino Alex Zanotelli, l’Antimafia di Francesco Forgione, il Contratto
Mondiale dell’acqua di Emilio Molinari, la CGIL di Carlo Podda. Dalle cronache,
in Sicilia e nel paese tutto, la storia è stata registrata come
una esperienza esemplare, cui si sono coinvolti dirigenti sindacali come
Tommaso Fonte, Franco Notarnicola, Nicola Colombo e Aurelio Mezzasalma,
esponenti politici come Marco Di Martino, esponenti dell’associazionismo
come Barbara Grimaudo. La battaglia dell’acqua, nel sudest siciliano, rimane
comunque aperta, con i poteri forti che insistono a lanciare i loro moniti,
mentre vanno preparandosi all’ultimo decisivo assalto.