Io
Conservatore dico: basta guerra 15 settembre 2004 di Chris Patten Commissario europeo alle relazioni
esterne Guardiamo ai fatti. Il regime di Saddam abbattuto.
La violenza che infuria in gran parte del territorio iracheno liberato.
Al posto della dittatura, un governo provvisorio che prepara la strada
alle elezioni democratiche. Quali che siano state le nostre critiche in
passato, siamo tutti chiamati a far fronte a questo impegno. Se la situazione
in Iraq continuasse a volgere al peggio, tutti noi ne patiremmo le conseguenze. Per questo dobbiamo operare assieme affinché
il progetto democratico non crolli. Cosa ci siamo impegnati a fare come Unione europea, senza tener
conto del contributo dei singoli Stati? Per quest’anno ci siamo già impegnati a stanziare 200 milioni
di euro, e spero vivamente che saremo in grado di garantirne altrettanti
il prossimo anno. Stiamo operando efficacemente per mettere a concreta
disposizione questa somma, avendo già destinato oltre 200 milioni
di euro nel corso dell’anno passato ai fondi istituiti dalle Nazioni unite
e dalla Banca mondiale. Stiamo collaborando con le Nazioni unite e la Banca
mondiale affinché queste risorse vengano erogate in modo rapido
ed efficace. Per l’anno in corso abbiamo concentrato la nostra assistenza
in tre aree: servizi pubblici essenziali – sanità, istruzione, acqua
e igiene; alleviamento della povertà e sviluppo dei mezzi di sussistenza;
governance e società civile. Non ho certo la presunzione di affermare che tutto proceda a gonfie
vele. Come potrei? Il clima di crescente insicurezza – testimoniato dal
terribile susseguirsi di rapimenti, da ultimo ai danni di operatori umanitari
impegnati a sostegno della popolazione irachena, e dalle atrocità
avvenute ieri (l’altro ieri per chi legge, ndt) a Baghdad – costituisce
un evidente limite alla nostra capacità di fornire assistenza, unitamente
al fatto che il governo provvisorio iracheno si sta ancora facendo le ossa
nell’amministrazione dell’apparato pubblico. Questa è la cruda realtà
in Iraq, ma continueremo a fare del nostro meglio tenendo conto dei limiti posti dalla situazione
sul terreno. Quello che posso affermare con assoluta certezza è
che la nostra decisione di aderire al fondo di assistenza multilaterale
è stata una scelta giusta. Lo conferma il raffronto tra la nostra
percentuale di erogazione rispetto a quella di altri donatori bilaterali,
incluso il più importante (gli Stati Uniti, ndt). Nei prossimi mesi continueremo a dare attuazione alle proposte enunciate
nella nostra comunicazione del 9 giugno scorso, che ha ricevuto ampio e diffuso sostegno. In particolare, ci concentreremo sul tema essenziale
del supporto al processo elettorale. Non appena la Commissione elettorale
indipendente e le Nazioni Unite avranno identificato con precisione le
loro necessità, saremo pronti a fornire il nostro aiuto. Mi corre
tuttavia l’obbligo di chiarire che, stanti le attuali circostanze, non
siamo in grado di proporre, e non lo faremo, una missione convenzionale
di osservatori elettorali – che sarebbe impossibile – ma che cercheremo
di individuare le modalità più appropriate per dare il nostro
pieno contributo allo svolgimento di elezioni libere e regolari in Iraq. Nel lungo periodo, dovremo valutare quale possa essere il modo migliore
per stabilire una rappresentanza della Commissione sul suolo iracheno.
Aprire una sede diplomatica sarebbe ovviamente un passo difficile, dispendioso
e potenzialmente irto di pericoli. Ma siamo pronti a prende e in considerazione tale ipotesi, qualora fosse evidente che questo
aiuterebbe a rendere più efficace il nostro aiuto alla popolazione
irachena. Mi sarà consentito di parlare con franchezza: ci impegneremo
per un futuro migliore dell’Iraq a prescindere dall’asprezza delle diatribe
passate. Voglio però affrontare un altro tema generale, nell’ambito
di questa riflessione sull’Iraq. Quando, giusto due anni fa, alcuni di noi espressero i loro timori
per l’abbandono da parte degli Stati Uniti di quel multilateralismo che
aveva caratterizzato la politica estera e di sicurezza americana sin dalla
seconda guerra mondiale, fummo bersaglio di pesanti critiche. L’America, così cercarono di rassicurarci, desiderava ancora
cooperare con i suoi alleati, a patto però che condividessero l’impostazione di Washington sul come affrontare un mondo pieno di insidie e tenessero
per sé qualsiasi riserva. Alcuni alleati decisero invero di accompagnare l’America a Baghdad,
un’iniziativa che non ha ancora determinato le facili e benigne conseguenze che erano state preventivate e promesse. La liberazione si è
rapidamente trasformata in una occupazione contro cui si è scatenata
un’accanita resistenza, la Democrazia non si è stesa come un tappeto
sulle ingrate sabbie dei deserti mediorientali. E soprattutto, la vittoria
di Baghdad non ha portato la pace a Gerusalemme e in Palestina. Così, in parte perché l’unilateralismo dei neoconservatori
americani ha chiaramente fallito nel suo obiettivo di stabilire un impero
di pace, libertà e democrazia, ci è stato detto di recente che gli alleati
e il multilateralismo sono tornati in auge dalle parti di Washington. Anche
le Nazioni unite adesso sono considerate utili e necessarie. Un evviva
per il Dipartimento di Stato. Tutto risolto allora? Si ode un mormorio di sollievo generale? Possiamo
adesso guardare avanti con fiducia al ritorno in voga di quell’antiquata idea secondo cui gli alleati devono essere guidati e non comandati,
le istituzioni multilaterali sono utili e necessarie anche per l’unica
superpotenza mondiale – e, Machiavelli permettendo, non è importante
solo farsi rispettare ma anche riscuotere approvazione? La campagna elettorale americana porta inevitabilmente a sollevare
alcune domande. Non è mia intenzione schierarmi. È l’America che elegge il suo Presidente e il Congresso.
Il resto del mondo è semplice spettatore. Noi europei dovremo cooperare nel modo migliore chiunque sia il
vincitore. Non siamo schierati nella competizione elettorale, quali che
siano le nostre opinioni personali. Inoltre, non sono certo così
ingenuo da dare credito alla propaganda elettorale. Dopotutto, anch’io
sono stato presidente di un partito. Ma dietro la propaganda si cela sempre
qualcosa di vero, e quello che vediamo è piuttosto sconcertante. Per strappare un applauso a buon mercato in certi ambienti statunitensi,
sembra che sia sufficiente attaccare l’Onu, o i francesi, o l’idea stessa che gli alleati abbiano titolo ad avere le proprie opinioni. I fautori
del multilateralismo, ci viene detto, vogliono espropriare la politica
estera e di sicurezza americana affidandone le chiavi a una masnada di
smidollati mangiatori di formaggio e masticatori di aglio. Laddove i Padri Fondatori degli Stati Uniti pensavano che il loro
Paese dovesse tenere nella massima considerazione le opinioni dell’umanità
intera, oggi sembra che quelle opinioni debbano essere trattate con disprezzo
a meno che, suppongo, non coincidano fedelmente con l’agenda dell’American
Enterprise Institute e della Fox TV. Quali conclusioni dobbiamo ricavare da tutto ciò? Come prima
cosa, che il multilateralismo è innanzi tutto nel miglior interesse
degli Stati Uniti, un assunto che le precedenti amministrazioni non avrebbero mai messo
in dubbio e che larga parte dei leader politici degli ultimi 60 anni avrebbero sottoscritto. Secondo, è di sicuro nell’interesse nazionale di una superpotenza
mettere alla prova gli alleati, ma non mettendo in discussione il loro
diritto a essere consultati bensì invitandoli a dimostrare la validità
delle loro idee e del modo in cui intendono trasformare la loro retorica
sulla cooperazione in una forma di multilateralismo efficace e non sterile. In che
modo, per prendere un esempio facile, intendiamo affrontare il problema
del terrorismo, non solo eliminando le paludi in cui esso prospera ma anche
colpendo qualche coccodrillo? E poi, come e a quali condizioni tollereremo
il ricorso alla forza per sostenere l’applicazione del diritto internazionale?
Una domanda alla quale noi europei ci sottraiamo regolarmente. Se nella cultura politica dell’eccezionalismo americano non vi è
spazio per il lavoro comune e il dialogo con l’altra sponda dell’oceano, se l’impopolarità in Europa viene assunta come segno di distinzione
e motivo di orgoglio, allora troppi europei cadranno nell’errore speculare di ritenere che la politica estera e di sicurezza europea debba
ridursi a sparare ad alzo zero sull’America. Quello che più mi preoccupa è che sulle due sponde
dell’Atlantico prevalgano le tendenze peggiori. Il mondo merita di più
che non l’arroganza di una parte e la supponenza dell’altra. Anche i cittadini americani
ed europei meritano di più. Dopotutto, affrontano gli stessi pericoli
e le stesse sfide. Voglio un’Europa che sia un partner di primo piano,
e non un cecchino scelto della superpotenza globale. Ogni altra soluzione
aprirà la strada a un futuro più cupo e periglioso.
Questo è il testo del
discorso del commissario europeo alle relazioni esterne Chris Patten sull’Iraq
svolto durante la seduta plenaria del Parlamento europeo Traduzione di Andrea Grechi