Una manovra che rischia di essere «di corto respiro», «non in grado di sostenere la crescita economica in questa delicata e critica fase», una manovra giudicata a tratti «inaccettabile», comunque che crea «perplessità», contraddittoria perché mette a repentaglio persino gli «obiettivi già indicati nel Documento di programmazione economica e finanziaria» specialmente nel Mezzogiorno. E per di più una manovra inserita in un clima complessivo che non aiuta le aziende ad investire, un clima «di incertezza» che preoccupa persino di più dell’impennata dei prezzi del petrolio e del ritorno della spinta inflazionistica.
È un giudizio pesantissimo quello espresso dalla Confindustria sulla Finanziaria Berlusconi Siniscalco, dal Sud alle tasse, dai tagli alla spesa per i ministeri alla sanità. Un giudizio presentato non direttamente da Luca Cordero di Montezemolo ma dal suo direttore generale Maurizio Beretta davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite in seduta congiunta per l’audizione.
«La correzione dei conti contenuta nella finanziaria del 2005 non sembra essere incentrata allo sviluppo» alla quale Confindustria pone «forte accentuazione» e «un giudizio complessivo e compiuto sulla manovra 2005» potrà venire solo nel momento in cui si conosceranno «gli attesi provvedimenti sulla competitività»: «sarebbe controproducente l’ approvazione dell’ uno senza l’ altro». Inizia così il direttore generale di Confindustria Beretta durante l’ audizione ponendo l’ accento sulla necessità di «riforme incisive». Senza riforme «che assicurino efficacia all’intervento pubblico nella direzione dello sviluppo e che siano in grado di promuovere il rilancio della crescita potenziale – è il richiamo – ogni operazione di risanamento finirebbe per essere effimera e di corto respiro».
Le critiche sono a tappeto, ma si dirigono in particolare sulla manovra dei tagli, sul Mezzogiorno e sul contenimento della spesa pubblica senza razionalizzazione e riforme. E «delusione» viene espressa sul ridimensionamento drastico degli stanziamenti per le infrastrutture.
Il tetto di crescita della spesa al 2% pubblica in particolare è
preso particolarmente di mira. Per i ministeri, deciso in Finanziaria,
«suscita perplessità». Per la spesa ministeriale gli
industriali avrebbero preferito che almeno nominalmente la crescita fosse
zero, cioè un vero e proprio taglio. Per sanità, pensioni
e prestazioni sociali invece la perplessità riguarda l’esclusione
in questi settori di interventi di razionalizazzione e risparmio. Discorso
diverso per gli enti locali, per i quali il tetto risulta impraticabile.
«La riuscita degli interventi di contenimento delle spese dipenderà
in buona misura dai comportamenti
degli enti locali – dice infatti Beretta – che, però, si
troveranno stretti tra limiti di risorse e accrescimento delle competenze
loro attribuite dai processi di decentramento in corso. Anche questa quindi
è una potenziale area di rischio per i conti pubblici».
Ancor più nello specifico sulla sanità, l’altro settore
che più rischia di mandare in rosso i conti pubblici, viene criticato
il mantenimento dell’obbligo, a carico dell’Agenzia del farmaco, di garantire
il livello della spesa farmaceutica, sia territoriale che complessiva,
nei termini
attualmente in vigore. «Ciò significa che le imprese
farmaceutiche – ha evidenziato il direttore di Confindustria – si troveranno
a dover ripianare,
entro il mese di ottobre, una cifra pari a circa 8096 milioni di
euro».
Beretta interviene anche sui rinnovi in vista dei contratti dei dipendenti pubblici che il ministro Maroni vorrebbe anche quelli fermare al tetto del 2%. Ma questa soglia non viene neanche presa in considerazione dal braccio destro di Montezemolo che parla, più ragionevolmente, di 3-4 per cento come reale disponibilità del governo a fronte di richieste molto più alte (8 per cento) da parte dei sindacati. Confindustria propone di concedere di più ma di bloccare il turn over nelle amministrazioni pubbliche per recuperare il risparmio.
La Confindustria inoltre ritiene inaccettabile accettabile che, «mentre si discute di necessari ed annunciati interventi di riduzione dell’Irap da parte dell’erario, si inseriscano norme che dovrebbero consentire ad alcune regioni un aumento dell’imposta». E si chiede invece che «obiettivo primario della Finanziaria» sia l’ incremento degli stanziamenti destinati al recupero dei crediti Iva «al fine di ottenere il rispetto dei tempi di rimborso previsti dalla legge». Quanto alla tassazione indiretta si dice che ci si sarebbe aspettato qualche «provvedimento significativo» in risposta al rialzo dei prezzi petroliferi, come la diminuzione delle accise sui carburanti per l’autotrasporto.
È però il Mezzogiorno è un punto centrale delle critiche confindustriali. Nel Sud, si fa notare, è necessario un sistema di incentivazione che renda veramente attraente la prospettiva di investimenti. E invece per il Mezzogiorno «in quanto vengono attribuiti in grandissima parte (7800 milioni di euro) al 2007, mentre solo 100 milioni riguardano il 2005 e 100 il 2006». E così i vincoli della Finanziaria contraddicono gli obiettivi del Dpef.
Traspare una forte “seccatura” del centrodestra nelle reazioni a
caldo di deputati e senatori al J’accuse dettagliato del direttore generale
di viale dell’Astronomia da parte del centrodestra. Per molti parlamentari
polisti, in prima fila la deputata di An Daniela Santanchè e il
leghista Pagliarini cui si accoda anche il diessino Pietro Maurandi, è
stato uno sgarbo.
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