25 luglio 1943:
il Gran Consiglio del fascismo priva Mussolini del potere.
Un “tradimento” che viene fatto
pagare quando nasce la Repubblica sociale italiana
PROCESSO DI VERONA I CINQUE
FUCILATI :
LA VENDETTA DEL DUCE
di PAOLO DEOTTO
Trenta uomini puntano il moschetto
contro la schiena di cinque uomini, seduti e legati alle sedie. Omicidio
o esecuzione capitale? I trenta armati vestono una divisa che, seppur un
po’ inusuale, dà alla scena una veste di ufficialità. Appartengono
a un corpo che ha il nome di polizia federale e che di lì a pochi
mesi sarà sciolto. L’ufficiale che li comanda ha il grado di maggiore,
anche se fino a pochi mesi prima era solo capo squadra (sergente) della
Milizia Fascista.
I cinque fucilati non sono
persone qualsiasi: tre di loro sono ex ministri, uno è un Maresciallo
d’Italia quasi ottantenne, un altro è, nientemeno, il genero del
Capo dello Stato.
Quando l’ufficiale abbassa
il braccio destro, parte la scarica di fucileria. I cinque cadono, poi
resterà solo l’incombenza dei colpi di grazia, ove necessari.
Sono passate da poco le nove
del mattino di martedì 11 gennaio 1944; al poligono di tiro di Forte
Procolo a Verona si è consumato l’ultimo atto del Processo di Verona,
definito negli anni con molti nomi, da cupa farsa giudiziaria a vendetta
dei fascisti più fanatici contro i fascisti che nel ventennio erano
divenuti potenti e famosi. C’è del vero in entrambe queste affermazioni,
ma non sono esaurienti. Accadde nel periodo della Repubblica Sociale Italiana,
quando tutto era possibile perché tutto era stravolto, dopo tre
anni di una guerra che aveva sconvolto molti animi.
Il Processo di Verona comunque
non fu uno dei tanti episodi più o meno truci di quel periodo. Fu
il punto cruciale su cui ruotò la vicenda della repubblichina mussoliniana,
fu l’evento che meglio di ogni altro la caratterizzò e ne determinò
il destino.
Meno di sei mesi prima, quando
nessuno avrebbe previsto una repubblica sociale e l’Italia era ancora il
Regno d’Italia, nel caldo afoso del luglio romano si era riunito il Gran
Consiglio. Sabato 24 luglio 1943 i membri del massimo organo del Fascismo
erano convocati per una riunione che non sarebbe di certo stata come quelle
che si erano svolte in passato. Se scorrete i verbali delle riunioni del
Gran Consiglio, che, nato come organo di partito, aveva poi assunto rilievo
costituzionale, vedrete che lo svolgimento della riunione era sempre uguale.
Quali che fossero gli argomenti all’ordine del giorno, i membri ne discutevano,
poi il Duce riassumeva quella che era, a suo avviso, la sostanza del dibattito,
e il discorso di Mussolini veniva approvato. All’unanimità. Ma erano
i tempi del fascismo trionfante, di Roma imperiale, del consenso che, piaccia
o meno a chi guarda la Storia con lenti deformanti, gran parte del popolo
tributava al Capo.
Poi c’era stato il 10 giugno
1940, la sciagurata decisione di entrare in guerra a fianco della Germania,
in un’alleanza impopolare e che non riscuoteva l’approvazione unanime neanche
all’interno del governo e del Partito. Morta presto l’illusione della guerra
lampo, c’era stata la tragedia della Grecia e quella ancor peggiore della
Russia, le nostre colonie d’Africa erano andate perdute; il 10 luglio di
quel 1943 le truppe angloamericane erano sbarcate in Sicilia, trovando
poca o nulla resistenza; dopo pochi giorni Roma aveva subìto il
primo bombardamento. Un popolo stremato dalla guerra, gettato nel lutto
da innumerevoli perdite, immiserito da razioni alimentari tesserate che
divenivano sempre più insufficienti, sentiva ormai in pieno tutto
l’inganno di una politica che aveva portato il Paese alla rovina. Lo stesso
comportamento delle truppe di stanza in Sicilia era stato emblematico.
Ben vengano gli invasori. Vinti o vincitori, l’importante è finirla,
finirla subito.
Questo era il clima in cui
si era riunito il Gran Consiglio; il Duce, l’unico a cui la legge riconosceva
il diritto di indire le riunioni, si era fatto convincere dalle pressanti
insistenze di buona parte dei gerarchi. Qui non è il luogo per rileggere
tutto lo svolgimento di quella drammatica riunione; è sufficiente
ricordare che l’atto finale fu l’approvazione di un ordine del giorno presentato
da Dino Grandi. Avvocato bolognese, già diplomatico e Ministro guardasigilli,
Grandi era una delle figure brillanti del fascismo, uno di quei giovani
preparati e colti che Mussolini aveva voluto al suo fianco nella conquista
dello Stato, ma che poi aveva a poco a poco emarginato, nel timore che
potessero in qualche modo mettere in ombra il suo primato.
Galeazzo Ciano, giovane ministro;
era anche genero del duce
L’ordine del giorno di Grandi
mirava, nella sostanza, a ridimensionare lo strapotere di Mussolini, chiedendo
al Re di riassumere la responsabilità del Comando Supremo delle
forze armate, nonché le altre sue prerogative e chiedendo il reintegro
dei poteri degli altri organi costituzionali. Non era esplicitamente una
richiesta di licenziamento di Mussolini, ma di certo la conseguenza non
poteva essere che questa, come ben capì lo stesso Duce, che fece
presente all’assemblea il rischio che l’approvazione dell’ordine del giorno
portasse alla liquidazione del regime. Va detto che Dino Grandi aveva trasmesso
il testo dell’ordine del giorno prima della riunione, sia a Mussolini sia
a Scorza, segretario del partito, e che rientrava nei poteri di Mussolini
mettere o non mettere ai voti qualsiasi proposta presentata dai membri
del Gran Consiglio. Tutto il comportamento di Mussolini, tra il remissivo
e il rassegnato, è uno degli enigmi più interessanti di quella
vicenda. Sta di fatto che il Duce mise l’ordine del giorno ai voti e i
“sì” furono 19, contro 8 “no” e un astenuto.
Quel che ne seguì,
è noto. Il Re fece arrestare Mussolini e nominò Primo ministro
Pietro Badoglio. Iniziarono quei terribili quarantacinque giorni in cui
il Paese fu amaramente disilluso dal sogno iniziale della fine della guerra;
seguì la rabbiosa reazione tedesca dopo il nostro armistizio con
le forze alleate, la fuga del Re e di Badoglio a Brindisi e la spaccatura
dell’Italia in due, tra il Regno del Sud, sotto occupazione alleata, e
la Repubblica Sociale Italiana, costituita il 18 settembre 1943 da Mussolini,
dopo la sua liberazione, operata dai paracadutisti tedeschi, dalla prigionia
a Campo Imperatore. La Repubblica Sociale non fu che uno dei tanti protettorati
tedeschi, presieduta da un Mussolini stanco e disilluso, che dopo il suo
arresto da parte del Re non aveva né cercato né desiderato
di riprendere i contatti con Hitler, ma che si trovava ormai, lui, protagonista
e regista assoluto per vent’anni, a dover subire la Storia e non più
a crearla.
Il Processo di Verona trovò
il suo primo fondamento programmatico e politico (non potendo avere, come
vedremo, alcuna giustificazione giuridica) proprio nel discorso che il
redivivo Mussolini tenne alla radio di Monaco il 18 settembre 1943. Dopo
una lunga serie di recriminazioni, dopo aver sintetizzato gli avvenimenti
dal 25 luglio in poi, il Duce dichiarava la costituzione di un nuovo Stato
repubblicano, poiché “… quando una monarchia manca a quelli che
sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita. Quanto alle tradizioni,
ve ne sono più repubblicane che monarchiche: più che dai
monarchici, l’unità e l’indipendenza d’Italia fu voluta, contro
tutte le monarchie più o meno straniere, dalla corrente repubblicana
che ebbe il suo puro e grande apostolo in Giuseppe Mazzini…”
A prescindere da un’analisi
storica affrettata e chiaramente funzionale, Mussolini definiva il nuovo
Stato che avrebbe costituito come “nazionale e sociale nel senso più
lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre
origini”, indicando poi quelli che chiamò “i nostri postulati”.
Il terzo “postulato” (i primi due riguardavano la ripresa della guerra
a fianco della Germania e la ricostituzione delle forze armate) imponeva
di “eliminare i traditori e in particolar modo quelli che fino alle 21,30
del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito
e sono passati nelle file del nemico”.
Parlavamo prima di un Mussolini
stanco e disilluso. È noto che l’ormai “ex” Duce, prigioniero a
Campo Imperatore, ebbe un rapido scambio di battute col suo angelo custode,
il maresciallo Antichi, quando gli alianti tedeschi atterrarono sullo spiazzo
antistante l’albergo:
“Chi sono, gli inglesi?”
“No Eccellenza, sono tedeschi”.
“Questa non ci voleva proprio…”
Mussolini era ben conscio
della disfatta e, come dicevamo, tutto il suo atteggiamento nella seduta
del Gran Consiglio del 25 luglio fu quello di un uomo rassegnato, quasi
alla ricerca di un modo per tirarsi fuori da un disastro, che accettava
supinamente una situazione (quella di essere messo in discussione dai suoi
stessi camerati) che fino a poco settimane prima sembrava impensabile.
Dopo la liberazione ad opera dei tedeschi, l’atteggiamento fu di nuovo
quello di un uomo che ormai non aveva più il controllo della situazione,
ma che non poteva scrollarsi di dosso un nome e un mito da lui stesso creati.
Trascinato dagli eventi, Mussolini iniziò l’ultimo atto di una tragedia
che probabilmente avrebbe voluto evitare: ma non era più in grado
di farlo.
Si è molto discusso
sui motivi per cui il Duce accettò di riprendere l’attività
politica e i suoi più benevoli critici fanno notare che la sua presenza
al vertice della nuova Repubblica Sociale era l’unico modo per mitigare
la durezza con cui i tedeschi, i veri padroni della situazione, avrebbero
trattato gli italiani, da loro considerati come traditori. In cui questa
opinione c’è senza dubbio del vero, ma molti altri possono essere
stati i motivi, compresa l’incapacità ormai di opporsi al frenetico
attivismo di Hitler e alle pressioni dei fascisti irriducibili, che reclamavano,
come fece Pavolini, che il fascismo, per risorgere, ritrovasse il suo “capo
naturale”. La Repubblica Sociale nacque come creatura abnorme, voluta anzitutto
da Hitler, che aveva bisogno comunque di mano libera in Italia per coprirsi
il fronte Sud. Ma i suoi padri fondatori, dal punto di vista dei contenuti,
furono quel manipolo di fascisti che avevano trovato rifugio in Germania,
e che cercavano un riscatto impossibile, chi per semplice incapacità
di comprendere la situazione (come un Buffarini Guidi), chi per livore
(come un Farinacci), chi per motivi più contorti (come un Pavolini).
Sta di fatto che la versione repubblicana del fascismo nacque avendo tra
i suoi punti qualificanti la prosecuzione della guerra a fianco dei tedeschi
e la vendetta contro i traditori e tra le sue carenze più clamorose
la mancata verifica di un reale consenso popolare. Se si riflette sul fatto
che dal 25 luglio tutta la caduta del castello di carte iniziò proprio
dalla constatazione non solo del disastro militare ma anche dello sgretolamento
della coscienza popolare, ormai sfiduciata nel fascismo e desiderosa solo
di pace, appare chiaro che la nascita del nuovo stato fascista repubblicano
avvenne in un’atmosfera che potremmo definire di sogno, nella peggiore
accezione possibile del termine, perché il sogno è un distacco
dalla realtà e questo sogno costò all’Italia nuovi lutti
e sofferenze, dando poi spazio, come vedremo, anche al sogno della parte
più pericolosa dei fascisti, di tutti quegli elementi emarginati
per un ventennio dallo stesso regime, che ora potevano riemergere, per
consumare le loro vendette non solo contro il nemico di guerra, ma anche
contro quel nemico che era il fascista “arrivato”, il gerarca che nel ventennio
aveva avuto carriera e onori. Era la vendetta dei frustrati, degli inferiori,
che ora potevano finalmente inebriarsi di quel potere che prima avevano
solo sfiorato.
La Repubblica Sociale avrebbe
dovuto darsi una definizione teorica nel primo (ed unico) congresso del
Partito Fascista Repubblicano, che si tenne a Verona dall’11 al 14 novembre
del 1943. Come i nostri lettori potranno constatare leggendo in appendice
il Manifesto di Verona, che costituì la sintesi delle posizioni
emerse al congresso, questo fu un vero guazzabuglio ideologico, in cui
c’era di tutto e il contrario di tutto, da formule vagamente socialisteggianti
e comunistoidi, a conferme dell’unicità del partito fascista, a
propositi di lotta anticapitalista insieme a riaffermazioni della difesa
della proprietà privata. Fu durante questo congresso che avvenne
un truce episodio che ben evidenzia l’atmosfera generale: arrivata la notizia
dell’uccisione del segretario federale di Ferrara, Ghisellini (gli autori
della quale resteranno per sempre ignoti) si decise tout court di organizzare
una spedizione punitiva, che si concluse con la fucilazione per rappresaglia
di 17 antifascisti prelevati dalle carceri ferraresi. In questo caos a
un tempo feroce e grottesco, definito dallo stesso Mussolini (che non aveva
partecipato al congresso, limitandosi ad inviare degli stenografi) “… una
bolgia vera e propria! Molte chiacchiere confuse, poche idee chiare e precise…”,
una cosa venne però proclamata con sicurezza da Alessandro Pavolini,
neo segretario del Partito: “i traditori del 25 luglio pagheranno!”.
Ma chi erano dunque questi
“traditori”? E meritavano questa infamante qualifica? Erano i diciannove
membri del Gran Consiglio che avevano votato a favore dell’ordine del giorno
presentato da Dino Grandi; un altro ordine del giorno, presentato dal segretario
del partito, Carlo Scorza, aveva ottenuto solo 8 voti, mentre l’ordine
del giorno di Roberto Farinacci non aveva ottenuto che il voto del suo
presentatore. Aldilà del contenuto, Grandi aveva compiuto un atto
legittimo presentando un ordine del giorno e altrettanto legittimi erano
stati i voti espressi; ricordavamo anche che l’ordine del giorno Grandi
era stato messo ai voti dallo stesso Mussolini, che non aveva l’obbligo,
bensì la facoltà di farlo. I diciannove che avevano votato
“sì” avevano quindi compiuto atti assolutamente leciti secondo le
leggi vigenti. Questi atti avevano avuto come conseguenza la rimozione
del Duce dalla carica di Capo del Governo.
Se indubbiamente da parte
del Re venne operato un vero e proprio colpo di Stato (peraltro inevitabile),
nulla giustificava un’altra accusa cara ai fascisti repubblicani, ossia
quella della congiura ordita insieme al Re da Grandi e dagli altri gerarchi
del “sì”. Il Re cercava senza dubbio da tempo un modo per sbarazzarsi
di Mussolini, né erano mancati contatti di Grandi col sovrano.
Il voto del Gran Consiglio
poteva assimilarsi a una “sfiducia parlamentare” e diede quindi al Re il
destro (o il coraggio?) per licenziare il Duce. Ma una congiura è
ben altra cosa e inoltre è ben strana una congiura in cui il capo
dei complottatori, Grandi, si preoccupa di far conoscere in anticipo alla
vittima, Mussolini, e al suo segretario generale, Scorza, il contenuto
dell’ordine del giorno che si appresta a presentare, in pratica l’arma
con cui realizzare appunto la “congiura”.
Gli stessi fascisti lasciarono
presto cadere l’accusa esplicita di congiura, perché era ben poco
sostenibile. Restava il fatto che i diciannove votanti “sì” avevano
dato il via a una serie di eventi che si erano conclusi con la fine politica
di Mussolini e del regime e per questo i fascisti repubblichini irriducibili
li bollavano come traditori.
Questi i nomi i nomi dei diciannove
traditori: De Bono Emilio, Ciano di Cortellazzo Galeazzo, Cianetti Tullio,
Pareschi Carlo, Marinelli Giovanni, Gottardi Luciano, Bottai Giuseppe,
Bastianini Giuseppe, Rossoni Edmondo, De Stefani Alberto, Albini Umberto,
Bignardi Annio, Balella Giovanni, Federzoni Luigi, Acerbo Giacomo, Grandi
Dino, Alfieri Dino, De Vecchi Cesare Maria, De Marsico Alfredo.
Diversi di questi personaggi
erano del tutto sconosciuti al pubblico. Altri erano invece gli uomini
più importanti del regime; e se il primo accusato poteva essere
Dino Grandi, presentatore del famigerato ordine del giorno, la figura di
maggior spicco era senza dubbio Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, enfant
prodige del regime, da molti accusato di aver costruito le sue fortune
politiche sul matrimonio con Edda, la figlia prediletta del Duce. C’erano
anche due quadrunviri della Marcia su Roma, De Bono e De Vecchi. Altri
personaggi noti: Dino Alfieri, che nel periodo in cui aveva ricoperto la
delicata carica di ambasciatore a Berlino si era adoperato per staccare
l’Italia dalla Germania; Alfredo De Marsico, ministro di Grazia e Giustizia,
uno dei più illustri giuristi italiani; Giuseppe Bottai, già
ministro dell’educazione nazionale, l’intellettuale più profondo
del regime fascista.
Il Congresso di Verona, nel
corso del quale, come vedevamo, era stata promessa la vendetta contro i
“traditori del 25 luglio”, si era concluso il 14 novembre 1943. Quattro
giorni dopo la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto deliberato nella
seduta di governo del 13 ottobre 1943, che istituiva i Tribunali straordinari
provinciali e il Tribunale straordinario speciale. Compito dei tribunali
provinciali era di giudicare (art.1 sub a, b e c) “i fascisti che hanno
tradito il giuramento di fedeltà all’Idea”; “coloro che dopo il
colpo di Stato del 25 luglio 1943 XXI E.F. hanno comunque con parole e
con scritti, o altrimenti, denigrato il Fascismo e le sue istituzioni”;
“coloro che hanno compiuto comunque violenze contro le persone e le cose
dei fascisti o appartenenti alle organizzazioni del Fascismo o contro le
cose e i simboli di pertinenza dello stesso”. Il Tribunale speciale aveva
invece come unico compito (art. 4) quello di “… giudicare i fascisti che
nella seduta del Gran Consiglio del giorno 24 luglio 1943 tradirono l’Idea
rivoluzionaria alla quale si erano votati fino al sacrificio del sangue,
e col voto del Gran Consiglio offrirono al re il pretesto per il colpo
di Stato”.
I membri dei tribunali straordinari
e i pubblici accusatori dovevano essere scelti (art. 2) tra “fascisti di
provata fede e di spiccata moralità”. Quelli del tribunale speciale
(art. 5), in numero di nove più il pubblico accusatore, tra “coloro
che dimostrarono assoluta fedeltà al Duce e all’Idea durante il
sorgere e lo sviluppo della rivoluzione, e particolarmente tra coloro che
dal 24 luglio 1943 XXI E.F. in poi ebbero a soffrire per la loro incondizionata
dedizione alla causa”.
Il “tradimento dell’Idea”
era punito con la morte; gli altri reati con la reclusione da 5 a 30 anni.
I membri dei tribunali erano
nominati dal Consiglio dei ministri su proposta del segretario del partito
fascista repubblicano (Pavolini).
Conviene qui sostare un attimo
per fare alcune riflessioni. La nomina di giudici “politici”, la cui parzialità
è addirittura richiesta come requisito, non stupisce più
di tanto, essendo una caratteristica comune e ricorrente nella storia di
tutte le dittature. Dal momento in cui il dissenso viene bollato come reato,
il giudice non può essere che un rappresentante del regime; piuttosto
sono altri gli aspetti sconcertanti del citato decreto del 13 ottobre 1943.
La figura di reato di “tradimento dell’Idea”, previsto all’art. 1 sub “a”
viene creata con quello stesso decreto, e in base a questa nuova ipotesi
di reato si giudicano gli imputati. Una legge penale con effetto retroattivo
è una vera mostruosità giuridica, tanto più grave
laddove si consideri che per la nuova figura di reato veniva comminata
la pena di morte. L’altro aspetto sconcertante è l’istituzione di
un tribunale speciale creato solo per giudicare un ristretto numero di
individui, già identificati, inventando così, all’interno
della nuova figura di reato, una categoria di imputati speciali per i quali
viene già affermata a priori, nello stesso testo del decreto, la
colpevolezza (“tradirono l’Idea rivoluzionaria”), lasciando sfumata (e
quindi eventualmente utilizzabile) l’accusa di complotto, con la dizione
“… col voto del Gran Consiglio offrirono al re il pretesto per il colpo
di Stato”.
Neanche in vent’anni di regime
si era arrivati ad applicare leggi penali con effetto retroattivo; lo stesso
Tribunale speciale per la difesa dello Stato, (sciolto da Badoglio nel
luglio 1943 e ricostituito da Mussolini il 13 dicembre di quell’anno),
il “cane da guardia” del regime, giudicava in base alle leggi vigenti al
momento in cui l’atto veniva commesso. Era anch’esso un Tribunale parziale,
ma era indiscusso il diritto del cittadino di sapere a priori se un determinato
comportamento era previsto come reato dalla legge.
Questo era il guazzabuglio
giuridico; ma a ben guardare l’aspetto più strano è la stessa
costituzione di Tribunali in una realtà, quella della Repubblica
Sociale, caratterizzata dall’arbitrio e dal disordine, in una realtà
in cui era difficile comprendere dove risiedesse l’autorità e dove
l’autorità veniva esercitata da troppi. La vendetta dei fascisti
irriducibili contro i diciannove membri del Gran Consiglio si sarebbe potuta
consumare nello stesso modo con cui se ne consumarono tante, da ambe le
parti in conflitto; non erano certo tempi in cui si cercassero svolazzi
giuridici per eliminare un avversario, politico o militare che fosse. L’aver
voluto dare a questa vendetta una veste di ufficialità, in una situazione
che anche militarmente non aveva più vie d’uscita, si risolse in
un boomerang storico così clamoroso da far sorgere istintiva la
domanda: perché fu fatto?
Ma non anticipiamo le problematiche
finali. Vediamo ora come si realizzò praticamente, dopo la pubblicazione
del decreto, il processo di Verona.
I firmatari dell’ordine del
giorno Grandi erano diciannove, ma solo sei di questi furono arrestati.
Mentre i più lungimiranti avevano ben capito che il regime era finito
e che si annunciavano giorni duri, in cui più nessuno sarebbe stato
amico, né gli ex-camerati, né gli antifascisti (tanto più
quelli di fresca nomina… primo fra tutti il nuovo capo del governo, Badoglio),
i più ingenui continuarono la loro vita di tutti i giorni. Grandi,
Alfieri, De Marsico si nascondono, chi all’estero chi nella stessa Roma.
Bottai, dopo essere stato arrestato su ordine di Badoglio, ma scarcerato
dopo poche settimane, scompare arruolandosi nella Legione Straniera. E
non citiamo che i più noti tra i fuggitivi. Ma sei uomini, per ragioni
diverse, non hanno capito a fondo la situazione e diverranno le vittime
sacrificali.
La Guardia Nazionale Repubblicana
e le altre numerose polizie sorte in periodo repubblichino non brillavano
certo per solerzia, ma in pratica non ci fu bisogno di alcuna indagine
per scovare i sei ingenui.
Luciano Gottardi, presidente
della confederazione dei Lavoratori dell’Industria, continua a recarsi
in ufficio fino alla metà di agosto, quanto viene destituito. Dopo
la costituzione del Partito Fascista Repubblicano scrive a Pavolini per
richiedere l’iscrizione; Pavolini, stupito che Gottardi sia ancora a Roma,
nella propria abitazione, anziché essere fuggito, gli manda a casa
non la tessera, ma i militi per arrestarlo.
Carlo Pareschi, ministro dell’agricoltura
e foreste, sa che i fascisti vogliono vendicarsi, ma non si preoccupa minimamente
di fuggire, convinto com’è di essere estraneo al gioco della politica,
lui che si considera un tecnico e che ha firmato distrattamente l’ordine
del giorno Grandi. Era venuto al Gran Consiglio per riferire sulla situazione
alimentare del Paese e pare che alla fine della riunione avesse definito
l’ordine del giorno Grandi come “le solite parole… poi non cambierà
nulla”.
Tullio Cianetti, sottosegretario
alle Corporazioni, ha invece un asso nella manica: ha votato a favore dell’ordine
del giorno Grandi, ma poche ore dopo ha ritrattato il suo voto con una
lettera a Mussolini. Si lascia arrestare nella propria abitazione senza
opporre alcuna resistenza.
Giovanni Marinelli, segretario
amministrativo del Partito, è invece convinto di essere un intoccabile.
È legato al Duce, con cui si da del “tu”, fin dalle origini del
fascismo. È stato lui l’organizzatore economico della Marcia su
Roma; poi è stata una sua creatura la famigerata Ceca, che voleva
essere una polizia politica ma in verità non era che una squadraccia
di picchiatori, che ebbe la sua tragica notorietà con il sequestro
e l’uccisione di Matteotti. Per questo delitto Marinelli fu in primo tempo
inquisito e arrestato e poi scarcerato su intervento dello stesso
Mussolini, che aveva tutto l’interesse a proteggere l’uomo di cui si serviva
per i più bassi lavori contro gli avversari politici. Solo quando
vede arrivare a casa i militi fascisti per arrestarlo, Marinelli capisce
che i tempi sono cambiati e che neanche l’intreccio di segreti e complicità
col Duce lo potrà più salvare. La scena è penosa:
Marinelli singhiozza e i militi lo devono strappare a forza dalla moglie
e dai figli.
Emilio De Bono è un
altro che si considera intoccabile. Maresciallo d’Italia, quasi ottantenne,
è un monumento nazionale; chi oserebbe fare qualcosa contro un alto
ufficiale, oltretutto amico di Mussolini? Anche lui non ha capito che i
tempi sono cambiati, che gli alti ufficiali sono comunque visti come uomini
del Re (e quindi detestabili), che il Duce non ha mai avuto amici, o meglio
li aveva solo se li considerava utili e funzionali a qualche suo progetto.
Tutto ciò che Mussolini fa per l’anziano Maresciallo è dare
disposizioni affinché sia trattenuto, anziché in prigione,
agli arresti domiciliari nella villa di Cassano d’Adda, dove vive da solo
con una domestica.
Infine, parliamo di Galeazzo
Ciano: è facile a posteriori, stigmatizzarne l’ingenuità.
Ma Ciano non era solo l’ex ministro degli esteri, o il brillante carrierista
del regime. Era anche il genero del Duce, avendone sposato la figlia Edda,
forse l’unica persona verso cui Mussolini provasse un vero affetto e una
delle pochissime persone realmente in grado di influenzarlo.
Il 27 agosto di quel 1943
Ciano era fuggito in Germania, aiutato da Wilhelm Hottl, capo dei servizi
segreti tedeschi in Italia. Hitler lo aveva accolto bene, almeno formalmente,
e gli aveva messo a disposizione una sontuosa villa sul lago di Starnberg.
Ciano aveva espresso il desiderio di riparare in Spagna o in Sud America,
ma il Führer gli aveva garantito la massima “protezione”. Quando anche
Mussolini era approdato in Germania, Ciano aveva recitato col suocero la
parte del pentito e Mussolini, da sempre molto sensibile ai vincoli familiari,
sembrava propenso a dimenticare. Poi il Duce era tornato in Italia, aveva
costituito il nuovo governo repubblicano; e il 19 ottobre Ciano era stato
prelevato dalle SS e imbarcato su un aereo con destinazione Verona. Qui
l’uomo che era stato considerato addirittura come il delfino di Mussolini
era stato arrestato dalla polizia fascista e rinchiuso al Carcere veronese
degli Scalzi.
Sei imputati da processare
c’erano, ma il decreto che istituiva i tribunali speciali e il tribunale
straordinario era rimasto, come vedevamo, chiuso nel cassetto per oltre
un mese. Il Congresso di Verona, la “bolgia” secondo la definizione di
Mussolini, aveva dato l’ultima spinta a una serie di eventi che da quel
momento in poi si sarebbero succeduti, l’uno peggiore dell’altro, e che
forse il Duce aveva sperato di evitare, dopo aver dato il contentino verbale
di una promessa di vendetta. Poteva essere l’ennesima situazione risolta
dal Mussolini mediatore e attendista, che per un ventennio aveva tenuto
in pugno un Paese anche, ove necessario, con l’arte di non-decidere. Di
sicuro Mussolini non desiderava la morte di Ciano, marito della figlia,
ma ben sapeva che, avviando la macchina della vendetta, la prima vittima
sarebbe stata proprio il genero. Più complessa era la posizione
di Alessandro Pavolini, segretario del Partito, l’unico che condividesse
realmente col Duce quella piccola parte di potere che i tedeschi avevano
concesso ai fascisti di Salò. Per Pavolini si è parlato,
a ragione, di una lucida follia che contraddistinse la sua partecipazione
alla Repubblica Sociale, della ricerca di una sorta di purificazione del
fascismo attraverso il sacrificio di quanti l’avevano profanato. Però
nella caotica nebulosa che era in quei giorni l’esercizio dell’autorità
era comunque Mussolini ad avere vox in capitulo in tutto, per decidere,
o per decidere di non-decidere.
Quanto ai tedeschi, il loro
interesse maggiore era appropriarsi dei Diari di Ciano, diversi quaderni
su cui l’ex ministro degli esteri aveva riportato fatti e personaggi, con
relativi giudizi, di anni e anni di rapporti politici tra Italia, Germania
e Regno Unito. Certamente Hitler aveva fatto sapere a Mussolini che avrebbe
considerato come “un segno di debolezza” il fatto di non saper punire i
“traditori” solo perché uno di questi era un parente. Ma comunque
i tedeschi lasciarono ai fascisti di Salò l’intera gestione del
processo, né fecero interventi diretti, nella fase istruttoria come
in quella successiva del dibattimento. La speciale tutela che per un certo
periodo le SS esercitarono su Ciano, detenuto in attesa di giudizio, era
legata alle trattative per avere i Diari, trattative che a un certo punto
previdero anche l’evasione di Ciano. Ma, come noto, questo progetto abortì.
Nel Congresso di Verona, in
cui si ritrovarono ventenni velleitari incapaci di valutare la situazione
nella sua gravità e quarantenni decisi a prendersi la rivincita
su chi nel fascismo aveva “fatto carriera”, tradendo così la rivoluzione,
in quella Assise piena di confusione e di desideri di rivalsa e vendetta,
ben si configura un clima che ormai Mussolini non riusciva più a
dominare e dal quale probabilmente temeva di essere scavalcato. Aggiungiamo
a ciò il fatto di essere ormai completamente dominato dal complesso
di inferiorità nei confronti di Hitler (complesso che era stato
determinante in alcune delle peggiori decisioni, dalla proclamazione dell’Asse
in poi): ne scaturisce la decisione di dare via libera al Tribunale speciale.
Nel 1963 Gian Franco Venè
pubblicò sul settimanale ABC il memoriale di Nicola Nino Furlotti,
fascista puro e duro, già squadrista, sergente della Milizia, assurto
al grado di maggiore, comandante della Polizia Federale di Verona, nelle
caotiche giornate della seconda metà del settembre 1943. A questo
incarico Furlotti era stato chiamato da un altro dei fascisti riemersi
in quei giorni, il Neo – Capo della Provincia (Prefetto) Pietro Cosmin.
Erano giorni in cui lo squadrismo, compresso nel ventennio, legalizzato
e militarizzato nella Milizia, rialzava la testa, approfittando dell’assenza
di autorità, che consentiva le più svariate iniziative autonome.
I diversi reparti di Polizia Federale si erano costituiti su indicazione
del segretario del Partito, Pavolini, avendo come scopo precipuo quello
di “difendere i fascisti, i loro familiari e le loro proprietà”.
Il Partito prendeva atto della propria impopolarità e provvedeva,
come prima cosa, a difendere sé stesso. Poi, è questo è
un dato ricorrente in tutta la breve storia repubblichina, i nuovi organismi
che nascevano si creavano lo spazio e il potere permesso dalle circostanze
e dall’aggressività dei propri capi.
Furlotti era appunto uno dei
tanti ex squadristi; uomo grigio, entrò nella Storia per caso, perché
il processo si tenne a Verona e fu lui a dover assicurare il servizio d’ordine
e poi a comandare il plotone di esecuzione. La lettura di quel memoriale
è estremamente istruttiva e consigliamo ai nostri lettori di andare
in emeroteca a sfogliare la raccolta di febbraio e marzo 1963 del settimanale
ABC. Furlotti non era né meglio né peggio di tanti altri
uomini di quel periodo; quarantenne, si trovò all’improvviso proiettato
a risentirsi ventenne, a rivivere i ricordi eroici del periodo squadrista
e ad esercitare un’autorità che mai prima si sarebbe sognato. Fascista
puro e duro, aveva in Mussolini il suo idolo, ma al tempo stesso deprecava
il fatto che il Duce era troppo tenero di cuore. Per Furlotti, come per
molti altri, era necessario dare “un esempio”, agire con “intransigente
fermezza”, colpire senza pietà “i traditori”.
Emerge dal memoriale che,
laddove i giudici – ipotesi remota – fossero stati troppo indulgenti, i
militi della Polizia Federale erano comunque decisi a “far giustizia”,
laddove si vede come di questo concetto si faccia spesso scempio. È
assente dalle memorie dell’ex fucilatore ogni accenno alla situazione militare
disperata, alla evanescenza della Repubblica Sociale come soggetto politico.
C’è il bisogno della vendetta, e l’uomo più odiato è
Galeazzo Ciano; gli altri arrestati, in fondo, non sono che un contorno
anonimo, compreso il Maresciallo d’Italia De Bono, definito da Furlotti
come “un vecchietto stanco e sordo”. In questa atmosfera si preparava un
“processo”, ossia un atto che, per definizione, dovrebbe render giustizia.
Ma tutto era stravolto, tant’è che un’altra autorità, quel
prefetto Cosmin, dichiarava con la massima naturalezza che gli avvocati
difensori erano “da far fuori” se non si fossero attenuti “alla giustizia
del processo”.
Parlavamo di atmosfera di
sogno, inteso nel suo senso più deteriore. Qui erano gli elementi
più rozzi e semplici che sognavano, incapaci di valutare una situazione
in cui il redde rationem si avvicinava ogni giorno di più. Ma che
accadeva invece agli uomini che, almeno in teoria, avevano il bagaglio
culturale e intellettuale per comprendere la situazione?
Arrestati sei ricercati su
diciannove, pubblicato il decreto, ora bisognava nominare i giudici e i
pubblici accusatori. Antonio Tringali Casanuova, ministro della giustizia,
era morto per un attacco di cuore il 30 ottobre 1943. Gli era succeduto
nella carica Piero Pisenti, fascista fedelissimo ma anche giurista di chiara
fama, che si rifiuta di porre la propria firma in calce al decreto di nomina
dei giudici, che viene così pubblicato solo con le firme di Pavolini
e di Mussolini. Il rifiuto di Pisenti nasceva da due motivi: anzitutto,
l’illegalità della costruzione giuridica nel suo complesso, viziata
dalla retroattività penale; inoltre i giudici erano così
palesemente di parte che non era possibile definire quella corte come corte
“di giustizia”.
Un altro che si defila, almeno
in parte, è l’avvocato Vincenzo Cersosimo; designato quale pubblico
accusatore al processo, obietta che la complessità della materia
richiede una istruttoria formale, per la quale occorre molto tempo. In
verità Cersosimo, come avrà in seguito a dichiarare, si rende
conto che manca la sostanza per elevare un’accusa; ma in lui, evidentemente,
manca il coraggio di prendere una posizione netta come quella assunta dal
ministro Pisenti. Pavolini, che non vuole perdere tempo in questioni che
giudica “inutili”, decide per un pasticcio: gli avvocati Vincenzo Cersosimo
e Andrea Fortunato vengono designati entrambi quali pubblici accusatori,
“con possibilità di sostituzione reciproca”. In verità poi
Cersosimo, già giudice istruttore del Tribunale speciale per la
difesa dello Stato, svolgerà gli interrogatori in carcere e non
presenzierà mai in aula, mentre Fortunato, un invalido privo di
una mano, fascista accanito, oratore irruente e bilioso, sosterrà
in aula la parte della pubblica accusa.
I giudici designati sono quanto
di meno imparziale si possa pensare: il presidente, Aldo Vecchini, era
presidente del Consiglio Nazionale Forense, esautorato dopo il 25 luglio.
Non solo: riconosciuto per le vie di Roma, era stato assalito dalla folla
e per poco non era stato linciato. Al tempo del processo, Vecchini porta
ancora addosso visibili i segni delle percosse. Altri cinque giudici sono
ufficiali della Milizia fascista e tutti sono stati perseguitati nei quarantacinque
giorni di Badoglio. Uno di questi, il generale Renzo Montagna, in carcere
è stato sottoposto ad ogni genere di umiliazioni. Un altro giudice
a cui non si potrebbe assolutamente chiedere l’imparzialità è
Celso Riva: torinese, fascista accanito, dopo il 25 luglio ha visto il
proprio figlio, fascista come lui, linciato per strada dalla folla dei
dimostranti. Celso Riva, a sua volta assalito dai novelli e feroci antifascisti,
ha dovuto assistere impotente allo scempio.
Il tribunale speciale straordinario
stabilisce la sua sede in Castelvecchio a Verona, nella stessa grande sala
utilizzata per il congresso del Partito Fascista Repubblicano. Vicino a
questo salone, che in tempo di pace ospitava concerti, il presidente Vecchini
si fa allestire una stanza da letto: non uscirà più da Castelvecchio
per tutta la durata del processo.
Il ministro Pisenti, di cui
già riferivamo il rifiuto ad essere implicato in tutta la faccenda,
fa un ultimo tentativo (siamo ai primi di dicembre del 1943) con Mussolini:
ricevuto dal Duce, gli fa presente che, dopo uno studio di tutta la materia
processuale, è giunto alla conclusione che non esiste nessuna prova
di un complotto dei firmatari e che comunque il comportamento degli imputati
durante la seduta del Gran Consiglio era stato assolutamente legittimo.
Mussolini (come racconterà il suo segretario, Dolfin) ascolta in
silenzio Pisenti, poi ha uno scatto d’ira: “Pisenti, lei vede la faccenda
solo sotto l’aspetto giuridico. Io invece devo vederla sotto l’aspetto
politico, po-li-ti-co, capisce? Ormai il processo si farà, niente
più può fermarlo…”
Cersosimo, giudice istruttore
di un processo in cui la stessa accusa (tradimento dell’Idea) è
quanto mai vaga, inizia gli interrogatori dei sei detenuti, scontrandosi
subito con le difficoltà per poter parlare con Ciano, intorno al
quale le SS hanno steso una sorta di cordone sanitario. Ciano non può
parlare con nessuno, perché (come si apprenderà) sono in
corso i negoziati per la cessione dei Diari. Il giudice istruttore, in
teoria l’uomo sotto la cui responsabilità si trovano gli imputati
fino all’apertura del dibattimento, deve ricorrere, per poter interrogare
Ciano, ai buoni uffici di Frau Beetz, falso nome di Felicitas Burkhardt,
spia di mestiere, segretaria del tenente colonnello Hottl, capo del servizio
segreto tedesco in Italia. Giovane e graziosa, Frau Beetz è l’unica
persona che può entrare e uscire quando vuole dalla cella di Ciano.
Il suo compito originario era quello di impossessarsi dei famosi Diari.
Di fatto poi non riuscirà
nell’intento, aiutando anzi Edda Mussolini, moglie di Ciano, a mettere
in salvo in Svizzera i preziosi quaderni del marito. Forse, come vogliono
alcuni giornalisti più dediti al romanzo rosa che alla Storia, Frau
Beetz si innamorò di Ciano e questo la spinse a saltare la barricata.
Forse, ma questo è, tutto sommato, di scarso interesse. Sta di fatto
che con Ciano, come con gli altri imputati, tutti detenuti al Carcere degli
Scalzi (salvo De Bono, agli arresti domiciliari), il giudice Cersosimo
ha il suo bel daffare, perché anzitutto scopre che il verbale della
riunione del 24/25 luglio del Gran Consiglio è introvabile e quindi
deve ricostruire quanto è accaduto in quella sede “dai giornali
e dalle dichiarazioni degli imputati”.
Non sostenibile l’accusa di
complotto monarchico, l’istruttoria può in pratica basarsi solo
su un fatto: la riunione del Gran Consiglio era stata interrotta, per una
breve pausa, prima di mettere ai voti l’ordine del giorno Grandi. Alla
ripresa, prima di iniziare la votazione, Mussolini aveva detto ai presenti
che quell’ordine del giorno poteva mettere in gioco l’esistenza stessa
del regime. Gli imputati avevano ben capito quella frase del Duce? E se
l’avevano compresa, come mai avevano votato “sì”?
Come si vede, dal punto di
vista strettamente giuridico la situazione si faceva insostenibile, perché,
seguendo questa linea d’accusa, si doveva concludere che il gran Consiglio
poteva deliberare solo e unicamente su materia che, ad esclusivo giudizio
del Duce, non mettesse in discussione alcun equilibrio politico. Questo
non era previsto da alcuna norma; ma a tutto provvedeva lo sbrigativo reato
di “tradimento dell’Idea”, con effetto retroattivo, laddove l’Idea finiva
per identificarsi nella stessa persona di Mussolini.
L’istruttoria è senza
storia.
Diversi gli atteggiamenti
degli imputati: sprezzante è Ciano, ha ben compreso che tutto è
finito; Marinelli, che pure ha capito, ma non ha la forza d’animo di Ciano,
piange e si dispera, sentendosi male più volte, sicché diviene
praticamente impossibile interrogarlo. Pareschi e Gottardi cercano di trincerarsi
dietro la loro posizione di “tecnici”, che nulla capivano di politica.
L’unico che sa di avere delle chanches per salvarsi è Cianetti,
che ha ritrattato il suo voto, con una lettera al Duce, poche ore dopo
la riunione. Agli imputati non è concesso ricevere visite in carcere
e neppure Edda Mussolini, che pur gira con un lasciapassare firmato dal
padre, potrà vedere il marito. All’apertura del processo il giudice
Vecchini respinge tutte le richieste di testimoni formulate dagli imputati.
Non ci sarà nessun teste a difesa.
Sia Ciano sia De Bono avevano
richiesto che venisse sentito in loro difesa lo stesso Mussolini. De Bono
aveva fatto la richiesta con ingenuità, basandosi sul fatto che
in vent’anni fra lui e il Duce non c’era mai stato “alcun intermediario”.
Ciano aveva richiesto la presenza di Mussolini con intento volutamente
provocatorio. Perso per perso, il mancato delfino si toglieva almeno la
soddisfazione di mostrare di non avere più paura né rispetto
per nessuno.
Il salone di Castelvecchio
è addobbato in modo lugubre. Il lungo tavolo a cui siedono i giudici,
tutti in borghese e in camicia nera, è coperto da un tappeto rosso
scuro. Dietro ai giudici è appeso un grande arazzo nero con un fascio
littorio in oro. L’aula è gelida e mal illuminata; a un tavolo a
fianco di quello dei giudici siede il pubblico ministero, l’avvocato Fortunato.
Dietro agli imputati, seduti su sei sedie poste su una pedana, sono schierati
gli allievi ufficiali che li hanno condotti dal carcere, giovani con elmetto
e mitra ad armacollo.
Sparsi per la grande sala,
sono gli uomini di Furlotti, che sarà sempre presente al processo,
avendo avvisato il presidente Vecchini che “lui e i suoi uomini si aspettano
dai giudici una esemplare severità”. Il collegio di difesa tenta
una prima obiezione, eccependo che alcuni degli imputati sono militari
in servizio e pertanto devono essere giudicati da un tribunale militare.
Ai giudici servono pochi minuti per respingere l’eccezione e il pubblico
ministero Fortunato reputa opportuno rivolgersi con veemenza agli avvocati
(già intimiditi dal comportamento minaccioso del prefetto Cosmin):
“… non è sollevando questioni pregiudiziali che si aiuta la causa
della patria e della storia!”
Gli imputati tengono in aula
comportamenti diversi: tranquillo e con l’aria vagamente annoiata Ciano,
agitato e piangente Marinelli, mentre il vecchio De Bono fa chiaramente
fatica a sentire, continua a portare la mano destra a imbuto vicino all’orecchio
e spesso si rivolge a Ciano per chiedere spiegazioni. Apparentemente tranquilli
gli altri.
L’interrogatorio del presidente
Vecchini non può che riprendere i punti già trattati da Cersosimo
in istruttoria. In più, c’è l’atteggiamento del giudice,
che dà comunque per scontato che il voto favorevole costituisse
per sé stesso tradimento. Infatti le domande spesso non hanno alcun
contenuto “giuridico”. “Lei, Marinelli, da tanti anni vicino al Duce, perché
lo ha tradito?”; “Lei Ciano, come ha potuto tradire il nonno dei suoi figli?”.
Da parte dell’accusa si tenta anche di dimostrare una collusione tra gli
imputati e il Maresciallo Cavallero, il cui famoso memoriale, trovato “casualmente”
dopo la fuga a Brindisi aveva svelato parte della ribellione che già
covava negli alti gradi dell’esercito. La collusione non esiste, ma in
fondo questo è ben poco importante. La sentenza era già scritta
da tempo, da quando dalla Radio di Monaco il redivivo Duce aveva enunciato
i postulati della Repubblica Sociale, tra i quali era “eliminare i traditori
e in particolar modo quelli che fino alle 21,30 del 25 luglio militavano,
talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file
del nemico”.
Per nessuno degli imputati
era possibile dimostrare che fosse “passato al nemico”, ma anche qui non
c’era problema, stabilendosi tout court che “il voto del 25 luglio minava
lo spirito combattivo del Paese e come tale favoriva oggettivamente il
nemico”.
Martedì 10 gennaio
1944, la sentenza: morte per tutti gli imputati, ad eccezione di Tullio
Cianetti che, grazie alla sua ritrattazione del voto, se la cava con una
condanna a trent’anni di reclusione. Il vecchio Maresciallo De Bono fatica
a intendere le parole del presidente Vecchini e, al solito, si rivolge
a Ciano. Questi, con indifferenza, indica Cianetti: “solo lui si salva,
per noi è finita, morte per tutti”.
Per ricostruire gli ultimi
atti della tragedia ci viene ancora in aiuto il memoriale di Furlotti.
Le autorità di Salò si trovarono tra i piedi un inciampo
non previsto: le domande di grazia, ovviamente indirizzate a Mussolini,
Capo dello Stato. Il decreto istitutivo del Tribunale straordinario speciale
non regolava la materia, semplicemente perché non la prevedeva.
Su suggerimento di Cersosimo,
per analogia con le norme che regolavano l’attività del Tribunale
Speciale per la difesa dello Stato, le domande vennero sottoposte alla
massima autorità militare per territorio, il generale Piatti Del
Pozzo, che però respinse seccamente l’incombenza, valendosi anche
del parere di un consulente legale. Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio
Pavolini, che aveva con sé le domande di grazia, iniziò così
una strana peregrinazione in compagnia di Cosmin, di Fortunato e del capo
della polizia Tamburini.
Andò dapprima da Pisenti,
ministro della Giustizia, che disse che avrebbe subito sottoposto le domande
a Mussolini: esattamente ciò che Pavolini non voleva. Disse che
della faccenda si era occupato esclusivamente il partito, e che il Duce
non doveva essere posto di fronte ad una alternativa così dolorosa.
Ma proprio lui, Pavolini, come massima autorità del partito, si
dichiarò incompetente a respingere le domande di grazia. Fu interpellato
allora anche il Ministro dell’Interno, Buffarini Guidi, il quale a sua
volta ebbe la pensata di scovare un comandante militare disposto ad assumersi
la responsabilità dell’esame delle domande.
Dopo varie telefonate ed altre
peregrinazioni, Pavolini riuscì a mettere le domande in mano al
console della milizia Italo Vianini, convocato alle tre di notte nell’ufficio
di Cosmin, ispettore della V Zona, e quindi competente per territorio.
Così, con una procedura contorta (le domande non furono espressamente
respinte ma semplicemente “non inoltrate”, e con lo stesso provvedimento
Vianini ordinava l’esecuzione della sentenza) i cinque condannati furono
avviati alla morte.
Mentre Pavolini era impegnato
con le domande di grazia, Furlotti organizzava l’esecuzione per l’indomani,
cercando tra i suoi uomini trenta volontari e trovandone oltre cinquanta.
Come inutile, ultima crudeltà, la disorganizzazione imperante fece
balenare qualche speranza nei condannati, perché alle otto del mattino
non erano ancora stati prelevati dal carcere. Forse Mussolini aveva deciso
di accettare le domande di grazia? Mussolini, come abbiamo appena visto,
non aveva neppure ricevuto le domande. Semplicemente, Furlotti non riusciva
a trovare un ufficiale subalterno disposto a comandare il plotone, mentre
al poligono di Forte Procolo non era stato ancora preparato nulla per l’esecuzione.
La decisione di fucilare i
condannati alla schiena venne presa al poligono da Cosmin, perché
erano disponibili solo delle sedie e non i pali a cui legare i condannati
per fucilarli al petto. Il plotone fu comandato dallo stesso Furlotti,
che dovette anche sparare due colpi di grazia a Ciano, che non era stato
ucciso dalla scarica di fucileria.
La giustizia della Repubblica
Sociale era stata eseguita: cinque cadaveri stavano a testimoniarlo.
La storia di tutte le dittature
è ricca di farse giudiziarie, di tribunali che giudicano avendo
già scritto prima la sentenza, ma in genere queste mostruosità
giuridiche rispondono ad una logica, seppur perversa. La dittatura consolidata,
o comunque già molto avanzata sulla strada della stabilizzazione,
che intende eliminare gli avversari dando nel contempo un monito generale,
una manifestazione di potenza, ottiene con la pubblicità del processo
un risultato ben maggiore di quello che avrebbe con la semplice eliminazione
fisica degli avversari. Il miglior esempio in questo campo ci viene dato
dai processi delle famose purghe staliniane.
Il Processo di Verona ha
invece un fondo di illogicità che colpisce. La Repubblica Sociale
nasce come Stato evanescente, già militarmente sconfitto, privo
così palesemente del consenso popolare che il Partito-guida si dota
(come abbiamo visto) di una polizia per proteggere sé stesso.
In questa situazione non avrebbe
stupito l’eliminazione di Ciano (che di fatto era l’obiettivo del processo)
con una qualsiasi azione di killeraggio. Ma la celebrazione di un processo,
la finzione legalitaria costretta, per mandare a morte gli avversari, a
stracciare ogni base del diritto penale, queste cose non solo non avevano
una funzionalità, ma addirittura furono un boomerang. La popolazione
o restò indifferente (considerando il processo come una faida tra
fascisti) o fu inorridita da una crudeltà che aveva come unico fondamento
il desiderio di vendetta. Il risultato fu comunque quello di approfondire
il solco che divideva ormai il popolo dal Partito. Mussolini, in tutta
la vicenda, ha un comportamento emblematico della crisi finale in cui si
era involuto. Sarebbe stato in grado di fermare tutto, perché nella
confusione di poteri della Repubblica sociale lui era l’unica figura che
avesse ancora un carisma. Poteva fermare la stessa celebrazione del processo,
ma non lo fece; poteva fermare le fucilazioni perché, aldilà
del fatto che le domande di grazia non fossero arrivate al suo tavolo,
era al corrente della sentenza capitale emessa dal Tribunale. Non fece
neanche questo, nonostante le pressioni disperate della figlia Edda, che
si batteva per la salvezza del marito.
In un colloquio col cappellano
del Carcere degli Scalzi, Monsignor Chiot, che aveva assistito i condannati,
Mussolini tentò un’autodifesa, addossando a imprecisati “altri”
la colpa dell’accaduto ed enfatizzando la sua propria sofferenza, di uomo
tradito da tutti, abbandonato anche dalla figlia, quasi fosse lui la vittima
di avvenimenti ineluttabili della Storia.
Ma a ben guardare il “non
– decidere” di Mussolini ebbe in questa circostanza la connotazione del
comportamento di un uomo che aveva ormai perduto anche l’istinto della
sopravvivenza. E con lui anche gli altri protagonisti, Pavolini e i giudici
di Verona, vissero quel distacco dalla realtà, quel sogno di cui
parlavamo, dicendo in apertura che il Processo di Verona fu il punto cruciale
su cui ruotò la vicenda della repubblichina mussoliniana, fu l’evento
che meglio di ogni altro la caratterizzò e ne determinò il
destino. Con quel processo la neonata repubblica di Salò, condannò
a morte anche sé stessa, dandosi, caso unico nella Storia, la caratteristica
di uno Stato costituito da pochi soggetti, a scopo di vendetta. Tutto ciò
che ne conseguì, fino alla tragica macelleria di piazza Loreto,
fu costruito a Verona.
BIBLIOGRAFIA
1944, il Processo di Verona,
di AA. VV. – Mondadori, Milano, 1973
L’Italia della guerra civile,
di Indro Montanelli e Mario Cervi – Rizzoli, Milano, 1983
L’esercito di Salò,
di Giampaolo Pansa – Mondadori,Milano 1970
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