NESSUNO DEVE SAPERE
Furio Colombo l’unita 26 ottobre 2003
La sequenza è questa. Claudio Abbado, direttore d’orchestra italiano celebre nel mondo, viene insignito del «Praemium Imperiale», uno dei riconoscimenti artistici più alti al mondo. Lo conferisce l’imperatore del Giappone, con la solennità di un evento di corte in quel Paese. Come per il Nobel, di cui il «premio imperiale» sta acquistando la statura, i «nominati» pronunciano un breve discorso. Il maestro Abbado, presentato al pubblico da Umberto Agnelli e dall’ex primo ministro Nakasone, ha detto:
«Lasciatemi leggere poche righe di Peter Schneider: è compatibile che nella parte più antica, nel cuore culturale del continente europeo, ci sia un uomo che controlla l’80 per cento
dei mezzi di informazione e che quest’uomo sia il primo ministro»?
Ora ecco la cronaca costernata che dedica all’evento il Corriere della Sera con un articolo di prima pagina del giornalista di cultura Armando Torno dal titolo:
«Un premio imperiale e una nota fuori posto».
«Nulla osta che una grande bacchetta esprima un giudizio politico. Ma quello che lascia perplessi è la sede in cui è avvenuta la dichiarazione: un peccato di stile che non giova all’immagine dell’Italia».
Ciò che spaventa è il gesto spontaneo del Corriere e dell’autore dell’articolo, perché
è su slanci volontari come questo che si forma un regime. Regime è prima di tutto chiudere porte e finestre.
Non scrivete su giornali stranieri, non parlate male di Berlusconi all’estero.
L’idea del silenzio all’estero è un tratto ricorrente e tipico di coloro che
vogliono o progettano limiti alla libertà.
Come può un grande quotidiano prendere l’iniziativa di sgridare un artista
(un artista del livello di Abbado), di dargli dello stonato per avere esercitato un normale diritto democratico?
Come può quel giornale non avere notato che Abbado – usando e leggendo le parole
dello scrittore tedesco Peter Schneider – ha mostrato clamorosamente
che il caso Berlusconi è in sé uno scandalo di portata internazionale, noto a tutti,
raccontato come una grave questione giudiziaria dall’Economist
e come una grottesca barzelletta dal New York Magazine?