IMMIGRAZIONE.  Alla spicciolata i clandestini provenienti da Pian del Lago lasciano il centro
Tutti «figli» di padre Carlo
Si sta riflettendo seriamente – spiega padre Carlo D’Antoni, di Siracusa– su un progetto
che ha come finalità l’accoglienza, l’educazione alla multiculturalità, il dialogo interreligioso
15 settebre2004 VeronicaTtomassini
E’ arrivato ad Augusta con la speranza di bloccarli. Non dovevano cedere alla lusinga della clandestinità, sarebbe stato tutto inutile, altrimenti, persino il viaggio, il trastullo infernale della traversata. Padre Carlo D’Antoni, nel tensostatico della città di Megara, è giunto con questa tenace convinzione: fermare quel carico umano travasato dalle coste di Lampedusa, di centro in centro e infine per strada. Liberati per sovraffollamento,
i clandestini dell’ultimo sbarco hanno incassato il decreto d’espulsione e recepito in qualche maniera l’ingiunzione di lasciare le frontiere entro cinque giorni. In origine, erano in cento, ad Augusta, padre Carlo ne ha trovati appena trenta, eppure non si è perso d’animo, avrebbe convinto tutti
uno per uno.
Solo un sudanese ha accettato la mano tesa e lo ha seguito nel centro di prima accoglienza «Geltrude Maggiolini». Le cifre lievitano nella comunità parrocchiale di Bosco Minniti, ottantacinque reduci, redivivi, profughi, fuggiaschi, non clandestini. Non piace questa parola a padre Carlo.
Non gli piace nemmeno comparire in prima linea giacché la sua battaglia non è personale, con lui c’è intanto la diocesi e poi i giovani, dice,
avvocati, professionisti, ragazzi che hanno dato in dono il loro talento, votati alla stessa causa. Ieri mattina sette liberiani sono partiti per Sarno,
alla stazione hanno tenuto il braccio fuori, hanno salutato finché il treno non è sparito dentro la prima galleria. Dai cinquanta ospiti iniziali,
ieri dunque è andata via una piccola parte, sono rimasti in quarantatré, benché ancora per poco poiché stamani da Pian del Lago ne arriveranno
altri quarantadue, per un totale di ottantacinque posti letto da organizzare.
Nessun problema, ci si arrangia da padre Carlo, come si può, come sempre. In cucina le donne del vicinato preparano ottimi pranzi e cene e non
si scompongono se la famiglia si allarga. «Sono tutti figli nostri» dice il sacerdote. Nel giardino del centro di Bosco Minniti, un gruppetto di uomini dalla pelle bruna e lucida, gli stessi protagonisti che sui Tg nazionali, nelle foto che hanno fatto il giro d’Italia, apparivano mogi e disfatti, un livido esempio di quel che può non essere la vita, ora sorridono e seguono con attenzione le prime lezioni di italiano, per iniziativa di un paio di ragazze
del quartiere. Il fatto è che la diocesi intera guarda con apprensione al fenomeno e ha tutta l’intenzione di collaborare.
«Si sta riflettendo seriamente – spiega padre Carlo D’Antoni – su un progetto che ha come finalità l’accoglienza, l’educazione alla multiculturalità,
il dialogo interreligioso. Le istituzioni locali sono al lavoro, la diocesi nutre la speranza che si possa arrivare a soluzioni concrete e verificabili».
Gli sbarchi non sono un problema a sé, sono piuttosto la punta dell’iceberg. Celine, una delle donne liberiane accolta in parrocchia, ha raccontato
di un continente alla deriva. L’Africa è in movimento, milioni di profughi si spingono verso nord e fuggono da vecchi e nuovi mali, così come nuove guerre (l’ultima è scoppiata in questi ultimi tempi tra Uganda e Burundi) infiammano la grande madre Nera. Ha attraversato il Sahara, Celine, trentacinque giorni di marcia, poi l’alt alla frontiera libica. Di nuovo indietro, senza cibo, senza acqua, in un deserto immenso,
che oramai non è fatto di sabbia, ma di ossa umane, che sbucano dalle dune. E chi è fortunato salta in carretta o finisce in un centro-lager,
dove neanche Amnesty può mettere piede.