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15 settembre, Sabato
Da spettatore a partecipante, a una delle migliaia di persone colpite dalla repressione massiccia e, e il caso di dirlo, “ indiscriminata “. |
15 settembre, Sabato
Da spettatore a partecipante, a una delle migliaia di persone colpite
dalla repressione massiccia e, e il caso di dirlo, “ indiscriminata “.
Non avevo proprio pensato ad una eventualità del genere. Certo,
c’erano state un pò di paure nei giorni del coprifuoco: una perquisizione,
un commando fascista, o anche solo un combattimento vicino con molti spari,
erano nell’ordine delle probabilità.
La sera del 14, per esempio, vedo un gruppo di carabinieri armati,
a piedi, sotto casa. Stanno cercando il franco tiratore? Rumori dalle scale,
forse stanno salendo. Mi siedo sul divano, il passaporto vicino, sono solo
in casa, fingo di leggere un romanzo. I rumori salgono un po’… Ridiscendono!
Avevo provato…a immaginare I’eventuale irruzione: ma solo più
tardi, dai racconti nello stadio, mi renderò conto di cosa avrebbe
potuto succedere.
15 SETTEMBRE
(Da un mese esatto sono a Santiago). Esco in una mattina di sole, verso
il centro, una lettera in tasca da imbucare. Finalmente sono riusciti a
telefonarmi da Roma, poco da dirgli (“ raccogliere soldi… “) ma ci risentiremo.
L’ambasciata argentina è fortemente presidiata; non hanno proprio
nessun “galateo golpista”, bloccano le ambasciate, e l’altro giorno hanno
fatto sgomberare i diplomatici cubani a fucilate …
Leggo sul giornale il comunicato del generale Prats, che si esilia
in Argentina, imbocco l’Alameda, la strada che faccio quasi tutti i giorni.
Nessuno davanti all’Unctad, il palazzo della mensa universitaria davanti
al quale stavano sempre molti compagni. Ci sono invece alcuni capannelli
di borghesi sotto i grattacieli, le Torres San Borja, c’è un pò
di movimento, mi avvicino per sentire se parlano degli spari della sera
prima. “Signore, ci dia il suo passaporto …” è un abitante della
Torre “vogliamo controllare la gente che sale qui, sa, è per nostra
maggiore sicurezza”. Mi rendo conto che si sta insospettendo. Del resto
non ho nulla da temere, passaporto e visto da turista. “Ah, straniero!
Aspetti qui …” ed entra nel grattacielo con il mio passaporto in mano.
Sento gli altri chiacchierare tra loro.
Improvvisamente, dalla torre escono, con le mani in alto, un uomo anziano
e una ragazza, pallidissimi; i carabinieri gli puntano il fucile alle spalle
e portano un ciclostile a mano, alcuni manifesti, riviste … il sottufficiale
guarda il mio passaporto, mi guarda, “in fila, con gli altri, mani alla
nuca!”. Il gruppetto di borghesi guarda la scene, facce soddisfatte. Ci
portano in un ammezzato nella torre vicina, il sottufficiale ascolta sospettoso
le mie spiegazioni, ” Voglio parlare con l’ambasciata “, “Dopo, dopo, adesso
si metta in fila con gli altri contro il muro”. Dopo un po’ ci fanno uscire
e salire su un grosso pulman che sembra vuoto. Non è vuoto, c’e
gente sdraiata a terra, non faccio in tempo a vedere la scena, il clima
è cambiato improvvisamente, senza un perchè i carabinieri
urlano “A terra!”, spinte, calci di fucile. Il pulman parte; “Chi muove
la testa gli spariamo” e in qualche punto del pulman stanno pestando qualcuno.
Sento un fucile e uno stivale appoggiati sulla mia schiena. Altra fermata,
sento gridare “ambasciata argentina!”, spari, altri spari, molto vicini,
cerchiamo di rattrappirci per offrire meno spazio ad un’eventuale pallottola.
Fanno salire altri prigionieri. “Dov’è l’uruguaiano ? Tupamaru,
eh ?” Lo perquisiscono, lo colpiscono. “E ci sono boliviani ?”. Una voce
rotta: “Io”: “Usted lo vamos a eliminar”. Sono furiosi, aggressivi, capaci
di tutto; ma da qualche parte ci porteranno, mi interrogherà qualche
ufficiale che capisce le “necessità diplomatiche” coi paesi europei.
Un carabiniere mi ha rubato il portafoglio, anche ad altri; ci fanno scendere
per una prima registrazione di dati, il sottufficiale prepara la lista
della sua preda di caccia. Sul bus sono rimasti alcuni infermieri, arrestati,
a prendere colpi di calcio di fucile. Risaliamo tutti, scendiamo davanti
a una galleria in cemento, è lo Stadio Nacional! Ci fanno portare
a noi gli oggetti sequestrati, numeri di “Chile hoy”, qualche caschetto
di plastica rosso e nero del MIR, persino il libro di Garcia Marquez “Cent’anni
di solitudine “, il ciclostile.
Ora davanti a noi, in piedi con le mani alla nuca, gambe divaricate,
altre quattro file di prigionieri, sembrano per lo piu giovani proletari..
Alcuni della prima fila si appoggiano al muro stremati: devono essere lì
da parecchio. II soldato dietro di me continua a toccarmi la schiena con
la punta del fucile: non capisco perche lo fa, ha la faccia da bambino,
un’aria indifferente. Sarà un gesto di simpatia! Quindici, venti
minuti così e poi in ginocchio, in un corridoio scavato nel cemento,
grande, deve essere il ventre dello stadio, gli spogliatoi. Non posso alzare
la testa per guardare, rischio una legnata, ufficiali e soldati ci passano
di fianco, un ufficiale medico lo sento che passa “Dipende da noi, se vogliamo
si può ancora salvarlo …”.
Si sentono rumori di camion e ogni tanto qualche sparo isolato. Mi
chiamano per registrare i miei dati e l’ora di arrivo sul librone della
“recepcion” e di nuovo in ginocchio. Questa volta gli stranieri siamo una
fila a parte; cerco di capire dove interrogano e tra quanto mi toccherà.
Un altro ufficiale mi fa alzare e mi perquisisce, è il primo
che trovo un pò civile, non mi porta via la lettera per Nino, meglio
così, era un pò troppo esplicita … “In piedi, avanti, svelti,
fermi, entrate”.
Adesso finalmente mi rendo conto: uno spogliatoio dello stadio pieno
zeppo di uomini di tutte le età e, a quanto pare, di quasi tutte
le razze. Non è una sala d’attesa … “Di che paese sei, dove ti
hanno preso, ti hanno pestato, come ti han beccato ?”.
“Soy italiano”. “Beh, ci mancava un italiano; siamo qui da un giorno
parecchi sono stati prima due o tre giorni in commissariato, vedi quelli,
hanno le costole rotte …” Dopo forse tre ore, finalmente si può
parlare, dare e trovare solidarieta, accendere una sigaretta, buttare la
lettera nel cesso, accingersi a capire con chi sono e cosa succede.
M i sento precipitato di colpo in mezzo a un’avventura lontana.
Il capannello che mi attornia funziona già con la mentalità
dei prigionieri. “Sta attento a non far cadere le sigarette… e fai un
po’ di attenzione a parlare di politica, non conosciamo tutti qua dentro..”.
Mi guardo attorno: uno stanzone col muro giallastro, senza finestre, solo
alcune piastre di vetro opache, due panche di legno lungo i lati più
lunghi, quasi un quarto dello spazio è occupato dal bagno, senza
porta, rubinetti docce cessi. C ‘è gente seduta o sdraiata dapertutto,
per lo più avvolti in una coperta scura, uomini grossi con la faccia
mezzo-india dei peruviani, vecchietti in cappotti scuri, qualche biondo
dall’aspetto europeo o americano.
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