LETTERA AGLI ONESTI
DI TUTTI I PARTITI
Felice Cavallotti
Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dell’anima: ma le scrivo
colla coscienza serena, dopoché per più giorni, tentando
il possibile, resistendo a provocazioni che avrebbero stancata la pazienza
di un santo, ho sperato di evitare a me stesso la fatica amara di doverle
scrivere. Tentativo di speranza di cui nessun merito avrei, se proseguissi
un qualunque interesse mio o mi tentasse qualsiasi povera ambizione: perché
sol chi vuol salire, naturalmente desidera trovar meno aspri i gradini.
Ma, finito appena sia il compito, che verso il Paese m’imposi, so di poter
dimostrare la mia ambizione sola qual era, e invoco l’ora di poter in altr’aria,
fra ben altre memorie, rifarmi dell’aria respirata fin qui.
Ho sperato più giorni si aprisse qualche porta per cui
s’uscisse dalla situazione convulsa, impossibile, creata al Paese e alla
Camera, senza bisogno dì farmi sembrare cattivo. E dico impossibile,
perché non serve dir ad un altro paese, come dire ad un uomo, di
lavorare, di attendere utilmente ai propri interessi di casa, se non ha
il cuore in pace, se ha una spina confittavi, se un martello nell’animo
gli manda sossopra le idee. E inutile pretendere che un’assemblea rappresentativa
funzioni, se vi son dentro cento o centocinquanta persone tormentate dal
sospetto o dal convincimento di trovarsi in faccia ad un ministro disonesto.
La tempesta di animi che impedisce alla Camera, al Paese, ogni utile lavoro
proseguirà, finché la pietra dello scandalo non sia rimossa.
Sognarono di una sfida feroce lanciata da me alla maggioranza:
la mia feroce ostilità è tanta, che da tre giorni che son
nella Giunta delle Elezioni, non ho fatto finora che proporre convalidazioni
di elezioni della maggioranza, quella di un ministro, Paolo Boselli, compresa;
e avrei sinceramente desiderato per gli amici personali, per gli onesti,
che della maggioranza fanno parte in buona fede (degli altri non parlo
e non curo) di lasciar che il ministro del loro cuore li liberasse da un
conflitto penoso, cadendo decorosamente in una battaglia politica, magari
colla illusione di essere caduto per la sua divisa, “per Dio e per il re”.
Non mi è stato possibile, non lo si è voluto. E
mentre si accusava me di fuggire, all’assemblea della nazione – sanguinosamente
insultata, violentemente chiusa per i comodi d’un uomo – si è negato
– dopo cinque mesi – il diritto persino di una spiegazione qualsiasi e
dopo avere calunniata la Camera antica, accusandola di scandali e di offese
al presidente, assistiamo allo scandalo inaudito di un ministro che tratta
il capo eletto dell’assemblea come un suo servo infedele, e gli intima
lo sfratto con vituperj feroci.
Ebbene mi pare che ora basti… E dovea bastare anche prima,
perché mi pareva di aver detto, sul quesito morale che s’impone,
già assai più di quanto sarebbe occorso in qualunque paese
libero del mondo, perché un uomo pubblico accusato dovesse capire
il dover suo. Nossignori; è da me che, con inversione novissima,
si pretende un supplemento di prova! è a me che s’intima di completarla!
E quando l’avrò fatto, sarete contenti?
Non per questo mi trascinerete fuor del terreno del diritto mio.
Non vi bastava il fin qui detto, non bastava un’accusa la più precisa
che sia stata mai? volete ancora dell’altro: e io vi servo. Ma vi ho chiamato
in giudizio: e ci dovete venire. Perché se i punti sugli i non vi
bastano, se non vi bastano i documenti che vi dò, avrò ancora
di che contentarvi; ma credo che adesso basterà pel Paese; e se
per qualche cosa di quello che dirò pretendeste che io vi porti
il testimonio nella Camera, fate conto che il testimonio nella Camera ci
sia. Del resto, al punto in cui trovansi le cose, non sono più i
vituperj della Riforma che bastino a strozzar la questione. Gli urli spasmodici
dell’organo dello zio Dittatore, i suoi rabbiosi “mentisce! mentisce! mentisce!”
a me non fanno né più caldo né più freddo di
quegli altri “mentisce! mentisce! mentisce!” – perfettamente identici –
che quel certo altro tipo – senza confronto più artistico – strillava
a ogni capitolo della mia storia meravigliosa. – E s’è visto com’è
andata a finire!
Al punto a cui sono portate le cose, non vi è più
assemblea rappresentativa al mondo che possa sottrarsi alla necessità
di sapere se ella conti nel proprio seno o un ministro disonesto o un deputato
calunniatore.
Non lo volesse egli, il giudizio per lui, qualunque de’ miei
colleghi avrebbe diritto di volerlo per me.
Intanto, e sino a un giudizio nuovo, nessun improperio, nessun
vituperio di scribi, assoldati col pubblico furto, sopprimerà mai
il dislivello morale tra chi fino ad oggi esercitò il suo mandato
col più severo scrupolo, senza lucrarvi un centesimo, e chi per
anni, notoriamente, ne fece una lunga speculazione; tra chi in faccia ai
magistrati fece sempre i dover suo, e chi avendo ingannato ab antico con
un falso documento il suo Dio, ingannava più tardi con una falsa
testimonianza il suo giudice.
Poiché, quando un accusato, per tutta difesa, si limita
a negare vomitando sull’accusatore improperi, è ben lecito e giusto
di cercare anzitutto, nelle sue note caratteristiche, il peso ed il valore
delle negative.
Cerchiamole dunque. Ma prima di tutto una parola a quei tali i
qual tiran fuori – niente altro potendo – la solita storiella ch’io parli
di cose sul Crispi a me già note, quand’ero ancora in buoni rapporti
con lui. No cari signori, v’ingannate: sono anni che combatto Crispi, ma
non lo conoscevo, non l’ho conosciuto prima dell’autunno e del dicembre
scorso il Crispi che a me oggi sta innanzi nella sua trista figura morale.
Quando entrai nella Camera a trent’anni, sapevo di lui le sue pagine parlamentari:
gli volevo bene per quelle, e per ciò che credevo delle sue pagine
di storia, non avendo pensato ad appurarle mai. Quando scoppiò lo
scandalo del 1878, e tutti gli furon sopra, domandai per lui il diritto
di difesa come lo domandavo al 14 del dicembre scorso; poi tacqui, perché
allora egli accettò la sua posizione di imputato: e rispettò
la condanna dell’opinione pubblica: e perché un errore – quand’è
creduto il solo – non basta a distruggere il giudizio su la vita intera
di un uomo. Più tardi, al governo, dall’88 al ’90 lo conobbi bugiardo,
dissimulatore, violento, prepotente: e niuna lotta più acerba è
notoria di quella fra lui e me dal 1888 al 1890; ma sopravviveva la stima
per alcune qualità dell’uomo, e troppe altre cose ignoravo di lui.
Nel dicembre, a Molfetta, saputolo tornato al potere provai una stretta
dell’anima: rividi nella mente il 1889 e il 1890 il che non mi tolse di
dargli – da lui richiesto – il mio avviso, e di negargli il mio voto e
combatterlo da capo, appena lo vidi rifar la strada antica.
Ma restava per l’avversario un avanzo di stima: e non dimenticherò,
campassi cent’anni, la triste notte del Comitato dei Cinque – e la tristissima
lettura – per cui la stima fu spenta nel cuor mio. Perché fu da
allora che risalii ad altre indagini, di altri fatti: così come
a furia di sentirlo cantare eroe autentico delle patrie battaglie, le voci
autentiche – per davvero – delle battaglie si destarono.
Lasciamole dunque le storielle da parte e nelle note caratteristiche
dell’uomo cerchiamo cosa valgono le smentite sue.
Ah, quelle note fate male ad obbligarmi a rivederle! È
là fra esse, che o ritrovo il falso antico del 17 dicembre 1854,
il famoso atto nuziale delle vostre nozze di Malta.
Un bel documento affè mia per le vostre odierne smentite!
Ce l’ho qui davanti nel suo testo latino, nel manoscritto originale fotografato
e non oserei chiamarlo falso, sentirei freddo a chiamarlo così,
se non vi fosse bastato l’animo di proclamarlo cinicamente voi stesso,
quando vi tornò comodo di liberarvene dopo averlo per 25 anni sfruttato!
E a rendermene più rivoltante la lettura, ho qui innanzi
autografa, in carta bollata, la supplica che la povera vittima di quel
falso, invocando il sacramento e i servigi resi all’Italia come figlia
della Savoja, indirizzata a Benedetto Cairoli, presidente del Consiglio
nel 1878, una supplica che stilla sangue e che il mese scorso mi ha fatto
fremere nel leggerla; e io dinanzi nei volumi dei biografi panegiristi
il cinico racconto del come dia poveretta venne il falso un bel dì,
come una allegra burla, buttato sul viso! […]
Ah, le vostre note caratteristiche in fatto di credibilità,
fate male a costringermi a rivederle!
È ancor fra esse che io trovo, quattordici anni dopo,
il famoso atto notorio dei cinque testimoni del 30 settembre 1877, voluto
dall’articolo 78 del Codice Civile,
e la dichiarazione terribile del primo dei cinque testi, ivi firmati,
il prof. Salvatore Francone che si vide pei comodi vostri carpita… una
testimonianza falsa!
Mi ripugna trascriverlo tutto. Bastano poche righe:
Sig. Direttore del Piccolo Giornale,
uno fra i testimoni dell’atto notorio del matrimonio dell’onorevole
Crispi,
io sono stato sorpreso nel leggere l’atto di precedente matrimonio
da voi pubblicato sere fa.
Lo credetti falso e scrissi all’onorevole Crispi una lettera
che fu firmata anche dagli altri firmatarii dell’atto notorio per chiedergli
una categorica risposta,
uno schiarimento, una smentita. Ma l’on. Crispi non ci ha risposto…
…Io non potevo avere nessun interesse di rendergli servigio
(a lui Crispi) a prezzo del mio onore… Io ero stato vivamente pregato
di aggiungere la mia firma
ad altre per compiere una buona azione…
Io non potevo supporre che mi si volesse trarre in inganno. in
pienissima buona fede, credendo di compiere una buona azione, consentii
a sottoscrivere l’atto notorio… Come sospettare che chi ha ottenuto la
fiducia della Camera come suo presidente, chi ha compiuto le più
delicate missioni diplomatiche presso le corti straniere, chi ha meritato
la fiducia di due corone, volesse buscarsi la taccia di bigamo e far buscare
agli altri la taccia e la pena di falsi testimonii?!
SALVATORE FRANCONE
Bei precedenti per essere creduto nelle smentite sull’affare Herz!
E dire che questi precedenti bastarono per costringere allora Francesco
Crispi a discendere
dal potere innanzi al verdetto della pubblica coscienza.
E fu allora che il severo Giacomo Dina nelle colonne della Opinione (26 e 28 marzo 1878, n.d.r.) scriveva:
L’on. Crispi potrà difendersi vittoriosamente davanti ai
Tribunali: ma rimane un Tribunale più elevato, quello della coscienza
pubblica, al cospetto della quale
egli è già comparso e da cui fu condannato, senza attendere
gli oracoli del procuratore del re. La vita politica dell’on. Crispi è
finita.
E poi:
L’on. Crispi riuscirà a giustificarsi davanti ai Tribunali:
ma la coscienza popolare è tanto più inesorabile quanto più
la legge è impotente a tutelare certi riguardi
di pubblica morale.
E tornano a mente le parole di fuoco con cai Sidney Sonnino –
oggi
collega di Crispi e ministro del Tesoro – stimmatizzava Francesco Crispi
il 10 marzo 1878.
Parla, parla o Sonnino!
Che magistrati e giurati assolvano o no Francesco Crispi, che egli abbia
o no una maggioranza di deputati pronti a dargli all’occasione un voto
di fiducia, ormai
il verdetto, quanto alla moralità dell’uomo, è stato
pronunciato dalla nazione intera: e per quanto sia sconfortante il pensare
che uomini in cui il senso morale è così basso possano in
Italia pervenire ai più alti uffici dello Stato, non siamo però
giunti a tale indegnità che vi si possano mantenere di fronte alla
riprovazione unanime
di tutta la cittadinanza Onesta.
S.SONNINO, Rassegna, 10marzo 1878
È quello che penso anch’io. Come si dimentica presto in Italia! E poi dicono che Sonnino è un testardo.
Ma tu meni il can per l’aja, odo dirmi: e parli di cose di quindici
anni fa! Troppo giusto: lasciamole dormire: se invece di quindici fossero
almeno venticinque, tutt’al più servirebbero per mandare un galantuomo
a Port’Ercole, come quel povero diavolo, ottimo padre di famiglia, denunziato
al domicilio coatto, per avere nell’anno 1870 lanciato in isbaglio una
ciabatta a un brigadiere!
Ah, per voi occorre un falso di data più recente? Come
vi piace, vi servo anche di questo.
Esso è là, documentato in atti; solo nessuno se n’era
accorto mai. Interrogato in carcere, Bernardo Tanlongo, dal giudice istruttore
Capriolo, il 21 febbraio 1893,
a domanda, risponde:
L’on. Crispi, siccome dissi, mi raccomandò più volte
l’on. Chiara ed altri per sussidi e cambiali.
(Processo Banca Romana)
In seguito di tale deposizione, va il magistrato istruttore a esaminare Francesco Crispi, nel suo proprio domicilio di cavalier dell’Annunziata, ed ecco il brano di verbale dell’esame del teste Cavaliere:
A domanda, se sia vero quanto afferma il Tanlongo a suo discarico.
che cioè il dichiarante abbia raccomandato più volte l’onorevole
Chiara ed altri ecc.,
ed invitato a dare dilucidaziani, ecc. risponde:
“Il Tanlongo s’inganna non avendo io mai raccomandato alcuno
per isconto di cambiali alla sua banca”.
(Esame Crispi Cav. Fr. 4 Proc. Banca Rom. esame 21 maggio)
Il Crispi deponeva questo al giudice a faccia franca, il 21 maggio,
e badate che non ci è sbaglio di memoria possibile, perché
la stessa domanda gliela rinfrescava
e non si trattava di somme di un centesimo; solo, egli credeva di farla
franca, non pensando, quel giorno 21 maggio, che Bernardo Tanlongo quattro
mesi più tardi, gli giuocasse il brutto tiro di pubblicargli il
libro verde ove si legge:
Roma, 6-9-89
I.
Onoratissimo Comm. Tanlongo
Dal presidente del Consiglio dei ministri.
Caro Commendatore,
l’on. deputato Roberto Galli le recherà questa mia. Abbia
la bontà di consentirgli il favore che le domanderà.
Con anticipati ringraziamenti.
aff. CRISPI
(Postilla di Tanlongo: Il favore domandato è stato quello
di favorire l’onorevole Galli che stante la raccomandazione del presidente
del Consiglio ho dovuto ajutare – 9 sett. B.T.)
12 ottobre, 90
II.
Il Comm. Tanlongo riceverà l’on. Pietro Chiara e vorrà
(addirittura l’imperativo!) essergli gentile come altra volta.
F. CRISPI
E così via di seguito: omettiamo per risparmio di tempo
gli altri biglietti di Crispi a Tanlongo che sono là nel libro verde
e gli altri per Cucchi, per Cardella ecc.,
di Crispi al “caro Comm. Tanlongo” che sono là nel processo
della Banca Romana.
Ora apriamo la busta IV del plico Giolitti, e leggiamo nel primo
elenco del registro dell’ispettore Martuscelli:
N. 420. Cedenti Chiara Pietra e Nicola; ordine Banca Romana. Effetti
per L. 389.404 e cent. 70 andati in sofferenza nel gennajo 1862. Sino al
l0 gennajo 1893 (cioè fin a dopo le scoperte delle ispezioni):
“non si è pagato nulla”.
Consta agli impiegati della Banca che i vari sconti delle cambiali
furono fatti in seguito a vivissime raccomandazioni di F. Crispi.
E il comm. Martuscelli ispettore sapeva le cose tanto bene e meritava
tal fede intera che il senatore Finali nel proprio interrogatorio, richiesto
d’informare sui risultati dell’ispezione alla Banca Romana “volendo non
dire che cose di matematica esattezza” se ne riferiva “in tutto all’ispettore
Martuscelli per ogni particolare!”.
Ebbene per mesi e mesi, dopo la relazione dei Cinque, si è
seguitato – lo ricordate? – nei giornali che Crispi paga non del suo –
a dare del bugiardo – come oggi
a me – a Bernardo Tanlongo – meno male – e all’ispettore Martuscelli!
Chi fosse il bugiardo ora si vede!
E d’ora innanzi tra Crispi e un Bernardo Tanlongo sappiam, da
un atto ufficiale, che è… Tanlongo che merita più fede!
E l’altro vorrebbe… che gli credessero per Herz!
Ma qui si vede qualche cosa di più. Se anche da ogni parte
non trapelasse che il Chiara non è che un prestanome, o per usare
una frase precisa dell’ispettore Martuscelli “una testa di legno”, anche
se la raccomandazione non fosse resa più immorale dalla parentela,
dall’enormezza della cifra, dall’insolvenza del debito – abbiamo nella
falsa testimonianza del Crispi la prova – dico meglio, la confessione –
ch’egli sapeva di non aver fatto cosa né corretta, né lecita:
altrimenti non avrebbe, per nasconderla, ricorso a quell’altra cosa scorretta
e illecita, che si chiama… una deposizione falsa!
Mi direte che se, come tale, essa è contemplata dall’art.
214 del Codice Penale, va però esente da pena, per il successivo
art. 215, “chi innanzi al giudice manifestando il vero, esporrebbe inevitabilmente
sé medesimo a grave nocumento nell’onore”.
Ma questa stessa dizione del Codice, sopprimendo la pena materiale,
aggrava la figura morale del teste falso! E certo infatti non era onorevole,
per un capo
di governo, intimare favori per un parente a quella Banca Romana di
cui per solenne dichiarazione e censura del Comitato dei Sette
il Crispi conosceva da un anno il criminoso segreto!
Ebbene io domando: se qualche cosa di simile l’avessi fatto io,
mi lascerebbero oggi nella Camera sedere? o dove dovrei andare a nascondermi?
Ma anche il falso del 1893 è cosa vecchia! Infatti son
corsi due anni. Volete dei falsi proprio più freschi? O almeno una
qualche complicità in falso, per poter credere al signor Crispi
– quando smentisce – ad occhi chiusi? Ecco il signor Crispi, in piena Camera,
chiamato a dar conto dei tribunali statari, annunzia solennemente di “avere
in mano documenti schiaccianti”.
E trionfalmente li presenta, li legge, fa fremere la Camera e
le strappa il voto che è costato a tanti la galera!
Quanti sono gli schiaccianti documenti? due soli! il trattato
di Bisacquino e il proclama dei Vespri firmatissimo. Neanche a farlo apposta…
due falsi in una volta!
Altro che il bugiardo di Goldoni! Adagio, sento dirmi! lui non
sapeva di presentare due falsi! lui non sapeva di ingannare la Camera!
questo s’è scoperto dal processo, poi!
Ebbene, no! proprio dal processo si è scoperto – e fu
l’avvocato fiscale Soddu-Millo che l’annunziò – che il trattato
di Bisacquino; parto letterario del delegato
di questura Morandi, era già stato nell’ottobre 1893 – cioè
mesi prima che il signor Crispi osasse con esso mistificare la Camera,
dichiarato dal sotto prefetto
di Corleone non degno, per il suo tenore grottesco, di essere trasmesso
alle autorità superiori.
L’avvocato stesso fiscale non esitò a dichiararlo una
fantasticheria e bastava infatti a qualunque galantuomo, per capirlo tale,
un atomo solo di serietà e di buona fede. Nossignori, arriva Francesco
Crispi, e in mano sua ritorna buono, per salvare la patria e mistificare
la Camera, il documento falso, già come tale ripudiato
dalle autorità!
E vorrebbe essere creduto nelle smentite su Herz!
Ma c’è l’altro documento falso; è il proclama insurrezionale
dei vespri – firmatissimo – parto della vendetta di un cancelliere di pretura
contro il marito della donna che lo respinse.
Qui almeno, sento dirmi, era il Crispi in buona fede! Volete
vederla la buona fede?
Atti Ufficiali della Camera, seduta 28 febbraio 1894:
Crispi, presidente del Consiglio: “A dare un concetto dei proclami
che si spargevano nei comuni, ne leggerò uno solo che vale per tutti”.
E qui legge il proclama:
“Operai figli del Vespro! ancora dormite? morte al re, agli impiegati,
fuoco al municipio e al casino dei civili [ecc. ecc. ecc.]”.
Prampolini: “È firmato?”
Crispi, presidente del Consiglio: “E firmatissimo. (Ilarità).
Tutto risulterà dal processo”.
Ebbene era falso che quell’appello fosse stato sparso nei comuni,
era falso che fosse stato pubblicato e letto da anima viva, tranne il suo
autore;
era falso che mentre Crispi lo leggeva, fosse, nonché firmatissimo,
neppure semplicemente firmato!
La firma era una menzogna del signor Crispi, lì per lì,
per far colpo sulla Camera, e che nella sua stessa invenzione lo provava
consapevole della falsità dell’atto
che leggeva!
E vorrebbe essere creduto nelle smentite su Herz!
Ora io riapro il Codice Penale e nel titolo delitti contro la
fede pubblica trovo all’art. 276 che il pubblico ufficiale (mettiamo che
sia tale… il Presidente del Consiglio!) “che ricevendo o firmando un
atto, nell’esercizio delle sue funzioni, attesta come veri fatti e dichiarazioni
non conformi a verità, od omette o altera (come sarebbe, nevvero?
inventare una firma) le dichiarazioni ricevute, ove ne possa derivare pubblico
o privato nocumento è punito con la pena dell’articolo precedente”
cioè con la reclusione da cinque a dodici anni.
Altro che nocumento! quante centinaia di anni di galera di più
costarono quei documenti falsi presentati dal signor Crispi come ministro,
e fatti scrivere negli Atti ufficiali della Camera, per carpirle un voto!
Voi mi dite che alla reclusione il Crispi non ci va – né
per dodici anni, né per cinque – perché si tratta, anche
per lui, di un reato che è coperto dall’immunità parlamentare:
ringrazi dunque la sua buona stella e la suprema Corte di Cassazione che
quella immunità l’ha fatta valere, altrimenti vede a che guaio,
colle sue teorie, andava incontro! E come si troverebbe a mal partito con
chi gli adoperasse il grande argomento de’ suoi scribi, e gli chiedesse:
ma è lecito servirsi del manto dell’immunità per diffamare,
non già un solo cittadino né due, ma centinaia, e adoperare
carte false per mandarli al reclusorio?
Ma le son cose del febbraio dell’anno scorso! Son passati quindici
mesi! cose vecchie! Vogliamo una qualche complicità in falso più
fresca, più fresca ancora!
Siete proprio incontentabili. Pigliate allora il memoriale Marescalchi,
e leggetevi trascritto nel suo testo, il rapporto falso del questore Sangiorgi,
inventante di sana pianta il tenore di un discorso pubblico non mai
tenuto, per mandare un povero diavolo al domicilio coatto!
Il falso, voi mi dite, è un reato del questore! I tre
giudici della Commissione, cioè Marescaichi e i due magistrati,
non ne vollero sapere! Benissimo. Adesso leggete la lettera di Crispi al
prefetto Giura con cui ammonisce acerbamente il Marescalchi che il suo
preciso dovere era di prestar mano a quel rapporto falso
e a tutti gli altri della questura e che associandosi invece ai due
magistrati nel respingerlo, egli ha tradito il proprio dovere.
Se il falso documento non ha servito, convenitene, non è
colpa del signor Crispi che ha fatto di tutto per farlo valere!
Ma e l’affare Herz? Abbiate pazienza, che verremo anche a quello.
Dovendo prima mettere bene in sodo che quando Crispi e i suoi scribi smentiscono
una cosa potete giurare a occhi chiusi che è vera, sebbene ce ne
sia già d’avanzo, amo finire la dimostrazione, tanto più
che l’affare Herz non è che l’anello di una catena.
Vi sognate voi qualche cosa di lontanamente simile che fosse stato
possibile con uomini i quali si chiamassero Quintino Sella o Lanza o Feracciù
o Baccarini? Quell’affare fu possibile, perché c’era al potere chi,
nel metter a frutto gli uffici pubblici, non aveva mai in sua vita patito
di scrupoli.
Ed è appunto perché questo vizio salta fuori ad ogni
piè sospinto dalle pagine della sua vita, che a furia di leggerne
tante,
si trova essere di troppo questa pagina di più.
Vi ricordate l’ultimo giorno della Camera? Presentata la relazione
dei Cinque e sorta su di essa la discussione, Francesco Crispi, livido,
s’alzò a dichiarare
che “era tutto un tessuto di perfidie e di menzogne”.
E ad ogni buon conto da lì a un’ora scappava.
Già: perfidie e menzogne anche gli elenchi del commendatore
Martuscelli, ispettore della Banca, corrispondenti, cifra per cifra, data
per data, numero d’ordine
per numero d’ordine, ai registri ispezionati della Banca e a tutti
i documenti del processo!
Perfidie e menzogne anche la lettera 16 febbraio 1894 del comm.
Mazzino, reggente della Banca in persona, che in questa sua qualità
trascriveva semplicemente
dai registri una nota degli effetti di casa Crispi esistenti presso
la Banca e rimasti, fino alla scoperta dell’inchiesta, insoddisfatti ed
occulti.
Questo mi ricorda perfettamente un aneddoto della penultima seduta
della Commissione dei Cinque.
L’onorevole Cibrario, della maggioranza, eletto relatore con
tre voti contro due, quello di Carmine e il mio, leggendoci la sua relazione,
descrivente il contenuto
delle buste, devoto a Crispi, ma galantuomo, si studiava conciliare
capra e cavoli, il tenore dei documenti col dispiacere che gli recavano.
Arrivato alla lettera
del reggente Mazzino nella relazione se la cavava così:
“Lettera in foglio intestato Banca Romana riferentesi ad alcune dicerie (!!!) che circolavano nella Banca Romana.”
“Ferma un momento”, dico io. “Mi pare, amico Cibrario che tu sbagli.
Prego l’amico presidente (Damiani) di avere a buon conto la bontà
di rileggere
il documento lettera Mazzino”. E porgo, estraendola dal plico, la lettera
al presidente che legge:
BANCA ROMANA
Roma, 16 febbraio 1894
Eccellenza,
in risposta alla richiesta confidenziale fattami da V.E. ho l’onore
di rassegnarle i seguenti schiarimenti, quali risultano dalla contabilità
della Banca e dalle dichiarazioni dei capi uffici preposti alli medesimi.
Esiste allo sconto un effetto cambiario, creato il 20 dicembre
1892, con scadenza 31 marzo 1893, portante l’accettazione del signor Palumbo
Cardella e la gira
di S.E. Francesco Crispi.
Esiste inoltre un conto corrente aperto il 15 luglio 1890 in
nome di Valli Gio.Batta per conto L.C., che secondo i capi servizio (non
essendo ciò stato mai
a mia cognizione) significa Donna Lina Crispi per lire 14.000 e più
gl’interessi dal 15 ottobre 1890.
Esiste infine una partita a debito della signora Lina Crispi
di lire 4305.15 per controvaluta di fiorini 1969,91, pagate dalla Banca
per la detta signora
con lettera di credito, più gl’interessi dal 4 settembre 1890.
Esiste poi un debito a carico dei signori Pietro e Nicola Chiara
per la somma di lire 390.404,70 contro i quali si stanno facendo gli atti
giudiziali a Palermo.
Ho l’onore di rassegnarmi dall’E.V. devotissimo
B. MAZZINO
Ma il presidente non arrivò della lettura neanche in fine:
perché dopo il primo esiste, il secondo esiste, il terzo esiste,
arrivato alla quarta parola esiste, ho chiesto pacatamente al relatore:
“Amico Cibrario, ti pare che siano dicerie?”
E lui lealmente: “Hai perfettamente ragione; non mi ricordavo più
il tenore.” E cancellò lì sull’atto tutto quanto l’inciso.
Non dico che lo facesse con piacere. […]
Volete vedere come eran cose sapute? Nella lettera Mazzino il
secondo esiste riguarda un conto corrente aperto il 15 luglio 1890 in nome
di Valli Gio. Batta
per Conto L.C. per lire 14 mila e più gli interessi dal 15 ottobre
1890.
Questo conto corrente così figura nell’elenco autentico
del Martuscelli:
Valli Gio. Batta per conto L.C.
Ricevute il 15 luglio 1890 lire 14.000, meno lire 214 per interessi
a tutto il 14 ottobre successivo.
Debito al 10 gennaio 1893… lire 14.000 (!!!). Non si pagano
e neppure si liquidano interessi.
Ciò è enorme, nevvero? siamo d’accordo: ed è
anche più enorme il leggere nell’elenco dell’ispettore Martuscelli
queste precise parole (riconfermate nella lettera
del reggente Mazzino):
Consta alla Banca Romana che le iniziali L.C. significano Lina Crispi.
Ossia la moglie di quello stesso deputato che mentre ancora di questo debito nemmeno si pagavano e nemmeno si liquidavano gli interessi, si opponeva all’inchiesta sulla Banca Romana!
E avete lasciato passar di questa roba sapendolo? domandai in
dicembre scorso ad uno dei Sette.
“Lo sapevamo così poco”, mi rispose, “che ci si era persin
fatto credere che quelle iniziali L.C. significassero… Lamberto Colonna
o Lazzaroni Cesare!”.
E basti per saggio.
“E lo stesso Mazzino se avesse fatto innanzi a noi le rivelazioni
precise specificate che si trovano nella lettera sua al Giolitti, è
chiaro e certo che il Comitato avrebbe fatto altre indagini e non avrebbe
indietreggiato avanti ad un giudizio anche più severo. Nel fatto,
così come sono le indicazioni della lettera Mazzino,
sono per la maggior parte, per me e per i miei colleghi dei Sette una
novità”.
Altro che cose vecchie e sapute!
Ma torniamo al primo fatto della lettera Mazzino, ossia torniamo
dalla moglie al marito.
Quando io la prima volta fermai l’occhio, con istupore e disgusto,
nei documenti dei Cinque, sul fatto gravissimo dell’effetto Crispi 29 dicembre
’92, a distanza
di pochi giorni dal discorso di Crispi del 20 nella Camera, contro
l’inchiesta della Banca Romana, non aveva ancora tutta intera dinanzi,
ne’ suoi precisi contorni, definiti dal codice penale, e da quello dei
galantuomini, la enormezza del fatto. E basti dire ch’era sfuggito a me,
com’era sfuggito a tutti.
Appena il fatto fu segnalato e l’enormezza cominciò a
trasparire, la Riforma e gli altri salariati misero avanti le mani e negarono
sfacciatamente che il Crispi,
il 20 dicembre, avesse difeso nella Camera la Banca! Capivano che una
volta assodato questo, siccome le date parlavano, la concussione era lampante
(come lo è).
Ahimè! il deputato Crispi nella seduta del 20 dicembre
aveva fatto più che difendere la Banca Romana!
Presentata da Napoleone Colajanni la domanda dell’inchiesta fieramente
contrastata dal Miceli e da altri, i quali sapevano come stavano, il più
violento e più astuto nell’opporsi alla domanda onesta fu il Crispi.
E doveva essere ben forte l’interesse che lo moveva ad unirsi al governo
perché fosse respinta, da fargli dimenticare persino il suo odio
personale contro il Giolitti. Impedire quel giorno la inchiesta sui fatti
criminosi e segreti che la Banca Romana celava nel seno, era ben più
che difenderla! era salvarla addirittura!
E Francesco Crispi quel giorno la salvò!
Oggi che tutta Italia ha saputo quali erano le oneste cose che
quel giorno si vollero nascondere e ha saputo dal solenne verdetto dei
Sette che Francesco Crispi
in quel dì le conosceva – oggi è alla luce vergognosa
di quelle rivelazioni di poi, che io consegno alla gogna della storia parlamentare
le parole di Francesco Crispi
in quella tornata del 20 dicembre, e poi vedremo – per triste colmo
di scandalo – qual era la posizione personale del signor Crispi in quel
preciso momento che
dal suo stallo di deputato compiva parlando il brutto ufficio. E si
comprenderà perché al darne conto abbia preferito il 15 dicembre
fuggire.
Tornata del 20 dicembre 1892 (Atti ufficiali):
Crispi: Non mi sarei atteso che si fosse venuto dopo quattro anni
alla Camera a parlare di fatti già quasi giudicati (!) e per moltissimi
dei quali si è già provveduto (!).
L’inchiesta parlamentare non si può, non si deve votare.
Non si deve perché non sarebbe atto patriottico, mi scusi l’on.
Colajanni, il votarla.
Inchieste ne furono fatte parecchie. Alcune ordinate sotto il
mio ministero furono rigorosissime.
Non ho nulla da aggiungere alle parole del mio caro amico Miceli,
il quale, colla onestà che lo distingue, ha raccontato le cose come
sono andate.
I parlamenti hanno un dovere: quello della prudenza nelle loro
deliberazioni.
Possiamo discutere tra di noi; accusarci tra di noi; ma non possiamo
accusare quelli che non sono qui (cioè Tanlongo). (Bravo! Benissimo!)
L’on. Colajanni vorrebbe costituire un Comitato di salute pubblica:
non ne è il tempo. (Ilarità).
Colajanni: Ci arriveremo.
Crispi: Non ci arriverete. Sono sogni d’infermo. (Interruzione
dell’on. Colajanni: Benissimo). Ho combattuto contro altri più forti
di voi, e se volete continuare
sopra una via che non è la nostra, sbagliate.
Colajanni: Potrei rispondere malamente.
Crispì: Potete rispondere come volete, troverete la replica.
Il nostro credito all’estero peggiorerebbe per una inchiesta parlamentare.
Quanto all’opera nostra dell’89 non abbiamo che a lodarcene. Se momenti
critici non fossero sopraggiunti, saremmo venuti alla Camera con un disegno
di legge che avrebbe una volta per sempre riparato all’anarchia bancaria.
(Il disegno di legge, di cui qui si parla, non occorre dirlo,
era il famoso disegno per la Banca Unica, alla quale il ministro, salito
al potere col programma della Sinistra, della pluralità delle Banche,
s’era rapidamente convertito in pro della Banca Nazionale… avendo pudicamente
acceso con essa il grazioso prestito delle 254 mila lire, tenuto clandestino,
e sotto condizione di non pagare, stando al potere, un centesimo né
di interessi, né di capitale. Simonia di cui la storia delle corruzioni
parlamentari non ricorda più tipico esempio). […]
E il discorso non è che una pallida illustrazione del
contegno del signor Crispi, mentre il Colajanni faceva contro la Banca
la sua formidabile requisitoria; contegno così irritato e provocante,
che avendolo i deputati dell’Estrema, a lui vicini, invitato a chetarsi,
rispose rabbioso a Caldesi, a Garavetti e agli altri lì presso:
“Tanlongo ha dei milioni da seppellirvi tutti quanti!”. […]
Che Crispi fosse; quel dì 20 dicembre in cui salvava dalla
inchiesta Tanlongo e la sua Banca, debitore clandestino di effetti ingenti
in sofferenza alla Banca Romana, risulta ormai ad esuberanza dai documenti
dell’inchiesta.
Ed è chiarito con la maggior precisione dal trovarsi quegli
effetti Crispi nella nota dei titoli d’indole clandestina, consegnati da
Lazzaroni a Tanlongo: dall’interrogatorio Lazzaroni 14 aprile ’93 da cui
è assodato come i tre effetti Crispi (uno di 10.000 a scadenza 15
gennaio ’93, uno di 25.000 a scadenza
30 febbraio, l’altro di 20.000 a scadenza in bianco) appartenessero:
“alle operazioni riservate che non passavano per la trafila ordinaria della
Banca”. […]
Ma qualche cosa di ben più grave del debito occulto in
corso è il favore nuovo che il signor Crispi non si vergognò
di mandar a chiedere a Tanlongo immediatamente dopo resogli nella Camera,
come deputato, l’immenso servizio del 20 dicembre 1892.
Questo favore è descritto nella terza operazione dell’elenco
n. 11 dell’ispettore Martuscelli il qual elenco è il seguente:
Atti Parlamentari n. 76 a.
Portafogli. Situazione al 10 gennaio 1893.
Operazione n. 94 del 5 gennaio 1893.
Bufardeci Emilio cedente dell’effetto n. 374, accettato da Bufardeci
Sebastiano per L.13.000 – scadenza 3 aprile 1893. – Si crede nella Banca
Romana
che questi effetti sieno Stati scontati nell’interesse della famiglia
Crispi.
Operazione n. 9251 dell’8 novembre 1892.
Campagnano Vitale di Raffaele, negoziante in mercerie, cedente
degli effetti n. 28.684 a 28.687, accettati da Campagnano Raffaele, per
L.16.000,
scadenza 8 febbraio 1893. L’8 febbraio 1893, con operazione n. 940
bis, gli effetti furono rinnovati, coi n. 2.592 a 2.595, con riduzione
a lire 15.900.
Secondo dichiarazione verbale dello stesso Campagnano Vitale,
gli effetti sarebbero dipendenti da acquisti non pagati da Lina Crispi.
Operazione n. 10.757 del 20 dicembre 1892.
Crispi Francesco cedente dell’effetto n. 34.526 accettato da
Giuseppe Palumbo Cardella per lire 20.000 scadenza 28 marzo 1893.
Come vedesi questo terzo dagli effetti tenuti amorosamente in
portafogli (tralascio di consegnare all’ammirazione gli altri due precedenti)
porta la data del 29 dicembre, vale a dire di nove giorni appena dopo il
servizio reso dal Crispi, come deputato, a Tanlongo il 20 dicembre.
Domando a chiunque abbia senso elementare di onestà con che
nome nel codice dei galantuomini chiamasi… lo sposalizio di quelle due
date.
Ma aspettate ancora! Trattandosi di sposalizio, è giusto
che per Crispi le date siano almeno tre; frugate in una noticina piccina
piccina, rincantucciata in calce
alla nota degli effetti Crispi, e scoprirete che questo effetto è
il medesimo, di cui l’elenco Martuscelli ha rettificato la data che era
segnata per isbaglio 19 dicembre,
invece di 29 dicembre.
Dice la noticina:
Questo effetto (di 20 mila lire senza scadenza) che al 24 dicembre 1892
risulta come sospeso di cassa nella verifica di detto giorno, come dal
libro sequestrato
ed in atti, venne caricato in portafogli il 19 dicembre 1892 con la
scadenza del 28 marzo 1893, epoca in cui venne pagato.
L’errore di stampa che ha cambiato il 29 in 19 è evidente
dal contesto e dal confronto coll’elenco Martuscelli: resta adunque inoppugnabilmente
accertato che
non al 29, ma al 24 dicembre, quattro giorni soli dopo il discorso,
l’onorevole oratore, difensore di Taniongo nella Camera, aveva già
ottenuto dal medesimo
il riconoscente ricambio del servizio resogli; ossia, supposto che
non più di un giorno sia intercorso per la richiesta, il favore
fu domandato quando non erano
ancora asciutte le bozze stenografiche del discorso del 20!
E l’uomo che reclamava in quel momento questo onesto scambio
di servigi, era quegli a cui Taniongo non poteva nulla negare, perché
egli, Crispi, teneva in pugno da due anni, come incautamente confessò,
e come i Sette constatarono, il segreto delle “cose da Corte d’Assise”
che il 20 dicembre volle sottrarre alla luce!
Ed ora che il fatto è accertato e fuor di qualunque discussione,
ossia ora che abbiamo nel documento Martuscelli, rischiarante i documenti
dei Sette,
la prova che su questo punto, come su quello delle raccomandazioni
indarno negate dal Crispi al giudice, il Tanlongo ha confessato la pura
verità – possiamo
su questo punto dare al Tanlongo la parola:
“Anche il Crispi ha una cambiale di 5000 ed una di 20.000 lire fatta
pochi giorni prima del mio arresto, che ne domandò 60.000 e che
dovetti limitarmi a motivo della circolazione, che con il ritiro avvenuto
dei depositi di conti correnti era quasi tutta emessa.
Oltre a lui, vi sono alcune cambialette della sua signora, che faceva
figurare come concessionario un mercante ebreo di tessuti.” (Relazione
dei Cinque – lettera Tanlongo 17 luglio 1893).
E le 55.000 lire sono infatti esattamente la somma comprovata
dai due documenti sequestrati n. 157 e 190 del Processo della Banca; le
20.000 di “pochi giorni prima dell’arresto” (che fu il 19 gennaio) sono
quelle dell’effetto caricato in portafoglio il 29 dicembre; (sospeso di
Cassa del 24 dicembre); il mercante ebreo
di tessuti prestanome della signora è il Raffaele Campagnano,
come risulta dal documento Martuscelli e amplissimamente dalle 102 lettere
private di Lina Crispi
al maggiordomo Lanti che la Commissione dei Cinque, a mia proposta,
decise di restituire. Vale a dire, il Tanlongo nella sua lettera risulta
su questo punto veritiero ed esatto fino allo scrupolo: come lo era quando
affermò al giudice le raccomandazioni di Crispi da questi al giudice
negate: motivo per cui diventa preziosa
e indiscutibile la sua confessione (14aprile) che “quell’effetto delle
20.000 non figurava nemmeno sui registri della Banca” (la clandestinità
è già provata) e la edificante rivelazione che quelle povere
ventimila rappresentano una riduzione della domanda primitiva! l’onesto
Crispi, – da oratore che si rispetta e da avvocato principe – aveva valutato
il suo discorso del 20 dicembre al triplo – e aveva chiesto uno sconto
di sessantamila!
E colto così colla mano nel sacco, il signor Crispi se
ne va a faccia fresca a raccontare al giudice Capriolo ed ai Sette che
le cambiali presso la Banca Romana “furono alla scadenza pagate!”. Bella
forza! […]
Il signor Crispi si faceva bello di aver saldato i suoi effetti
– giacenti clandestini fino al principio del ’93 – dopo che l’ispezione
Martuscelli e le perquisizioni
e il processo dalla Banca avevano pontato alla loro scoperta!
E fino a che le scoperte non vennero, fino al giorno dell’arresto
di Tanlongo, casa Crispi faceva onore ai suoi effetti nel modo che l’ispettore
Martuscelli
al 25 febbraio ’93 descrive: “nemmeno si pagano e nemmeno si liquidano
gli interessi!”
Tornando all’effetto del 24-29 dicembre, cioè all’onesto
clandestino compenso del discorso del 20 dicembre – (che se fosse stato
scoperto a me, mi avrebbe obbligato ad uscir sui due piedi dal Parlamento)
mi sono tenuto ai documenti noti ed acquisiti i quali – come vedesi – esuberano
alla dimostrazione del reato.
Solo ad abbondanza qui ripeto quanto dissi già, che nelle
lettere della signora Crispi Barbagallo, – non quelle a Lanti, restituite
dai Cinque, ma quelle a Bernardo Tanlongo di cui parla l’elenco 7 febbraio
del delegato di P.S. Rinaldi, e di cui è cenno incompletissimo e
superficiale negli appunti consegnati ai Sette – lettere che si trovano
giacenti e nascoste fra gli undicimila atti del Processo della Banca Romana
– se ne ritrova precisamente una della fine di dicembre ’92,
che collega il discorso fatto dal marito alla Camera in difesa della
Banca, con una nuova domanda di danaro alla stessa! […]
Dunque riassumiamo:
– È provato che l’onorevole Crispi dal 1889, “come Presidente
del Consiglio conobbe la situazione della Banca Romana, qual era, dalla
relazione Biagini”
cioè conobbe i reati da Corte d’Assise in essa descritti “ma
credé opportuno di passarli sotto silenzio”.
– È provato che tenendo in pugno con un siffatto segreto,
acquisito per ragion del suo ufficio, l’istituto e il governatore colpevole
che non poteva perciò nulla rifiutargli, (e questa è la circostanza
per la quale il caso del signor Crispi è enormemente più
scandaloso e più grave di quello di tutti gli altri deplorati, i
quali bensì pregavano favori illeciti, ma non avevan armi in mano
da imporli) il signor Crispi onestamente se ne valse per farsi scontare
effetti sopra effetti di favore, che ancora al 20 dicembre ’92, mentr’egli
salvava nella Camera il Tanlongo, ammontavano a L. 55.000, (senza contar
le 50.000 estorte per l’elezione del V collegio di Roma
e senza contare le altre sofferenze di famiglia); e se ne valse, inoltre
per obbligare il governatore, che era, come vedesi, alla sua mercé,
ad altri uguali favori ai propri intimi. […]
– E provato che appena ebbe il 20 dicembre ’92 col suo discorso
nella Camera salvato l’Istituto e il governatore colpevole dalla inchiesta
proposta da Colajanni,
ne approfittò per farsi dar subito il 24 dicembre – oltre quelle
che già doveva – altre lire 20.000 sapendo il governatore nell’impossibilità
di negargliele.
E se questi non costituiscono nella più precisa forma i
reati di concussione e corruzione, contemplati alti articoli 169, 170 e
171 del Codice Penale,
tutti e tre questi articoli si potrebbero cancellare dal Codice.
E siccome questi rientrano nella categoria dei reati pei quali
non pare che esista immunità parlamentare (lo provò Rocco
De Zerbi la cui opera nella Commissione parlamentare, per valida che fosse,
non ebbe tuttavia l’influenza solenne e perversa del discorso 20 dicembre
che permise alla Banca, da Crispi salvata in quel dì,
di far perdere allo Stato degli altri milioni), così, o il signor
Crispi ne dà spiegazione alla Camera o dovrà altri occuparsene
pei diritti della pubblica accusa.
SECONDA PARTE
Ed è alla luce di questi precedenti dell’uomo in materia
di attendibilità, di delicatezza, di onestà, di scrupolo,
– soprattutto alla luce ditali criterj, sulla fede
che meritano le smentite sue – che esamineremo quest’altro affar pulito
della… decorazione a Cornelio Herz.
E poiché a me piace in tutto la esattezza e la precisione
– e l’una e l’altra mi fanno tanto comodo quanto all’on. Crispi fanno paura
– sarà bene che io richiami, innanzi tutto, in che termini l’accusa
è stata formulata. Il noto filandro della Capitale, ai sette di
gennaio dell’anno scorso, cioè poco prima di entrare al servizio
di casa Crispi, l’aveva riassunta semplicemente così:
Nel 1890 si ebbe un Crispi famoso per la invenzione dell’oro straniero.
Il quale però non impedì al cavalier Crispi di beccarsi le
50.000 lire di Reinach
per far dare una decorazione al famigerato Cornelio Herz.
(Capitale del 7-8 gennaio 1894)
E qui il filandro era inesatto, come i domestici che origliano agli usci. Io che amo invece la esattezza, la accusa del Secolo la ho precisata così:
che il decreto per la decorazione Herz, fu, può dirsi,
proprio l’ultimo dato a firmare alla Corona dal Crispi, dimissionario,
rovesciato sette dì innanzi, il 31 gennaio, dal potere proprio dell’ultima
udienza reale che ebbe, indelicatamente abusando dell’ufficio provvisorio
coperto per la sola tutela dell’ordine e per il disbrigo degli affari correnti
(due giorni dopo Di Rudinì entrava in carica); tanto perché
l’ultimo suo atto fosse degno dei suoi quattro anni. di governo;
che per ottenere quel decreto dalla Corona, il Crispi le diede
a intendere una menzogna, che fu presto a Parigi scoperta e, scoperta che
fu, s’impose l’alta ragione
di revocare il decreto; menzogna della quale è in mia mano un
documento autografo con una firma che taglia la testa al toro;
che oltre quella menzogna, il Crispi, per contestar l’operato,
ne invocò e ne fece invocare dai suoi giornali un’altra peggiore,
pretestando un rapporto del general Menabrea, ambasciatore a Parigi, sui
pretesi meriti scientifici dell’Herz; rapporto che infatti esiste, e di
cui per ora è pietà il tacere, ma del quale il signor Crispi
si è onestamente guardato dal far conoscere un periodo che fa
onore alla sincerità del Menabrea e bastava a rendere la proposta
decorazione impossibile;
che scoperto il brutto inganno, non solo il signor Crispi non
lacerò egli il decreto colle sue mani, come fece dalla Riforma sfacciatamente
asserire (e non potea neppur farlo, perché non era più ministro)
ma per tutto quel mese di febbraio contrastò con la più cinica,
con la più ostinata resistenza alle pratiche replicate fatte presso
di lui per persuaderlo colle buone a non opporsi alla revoca del decreto,
scendendo perfino alla indecenza (quando si vide colle spalle al muro,
davanti
alle scoperte venute da Parigi) di offrire uno cheque francese di 60.000
lire (!!!) a beneficio del magistero dell’ordine, purché sulla revoca
non si insistesse;
che il signor Crispi non deve aver avuto nemmeno la delicatezza di
avvertire il suo cliente, a cui si era affrettato a spedir copia del decreto,
di avvertirlo, dico,
in febbraio, dei nuovi ostacoli sorti; poiché il povero diavolo
di Reinach, non vedendo il diploma originale arrivare mai, spediva con
lettera del 24 marzo la somma imprudentemente confessata dalla Riforma
quando già il decreto, mercé la fermezza del ministro Di
Rudinì, era stracciato da una settimana;
che infine la ragion data di quella somma dal signor Crispi e
dalla sua onesta Riforma, come pagamento di onorari d’avvocato di quattro
anni addietro, è un’altra semplice e solenne e ridicola menzogna,
e le 50.000 lire riguardano il signor Herz e nessun altri – come in sede
opportuna dimostrerò.
Ora se io fossi meticoloso, dopo aver precisate le cose in questi
termini, io avrei diritto di dichiarare che non ho altro, per ora, da aggiungere,
poiché non è più a me che incombe di dare spiegazioni.
[…]
Ma il signor Crispi non è da oggi che fa il sordo per l’affare
Herz.
Nel 1893, quando le accuse apparvero e le bugie della Riforma
furono subito schiacciate, la Tribuna e altri giornali fecero intendere
al signor Crispi che l’opinione pubblica reclamava la soddisfazione di
un giudizio.
Il signor Crispi non rifiatò; e confidò nel facile
oblio che è, in Italia specialmente, il grande ajutatore dei disonesti
scoperti.
Ma dopo quattro mesi che io gli vado rinfrescando la memoria,
e sbattendo sul volto il suo reato, per quanti conoscono e sanno l’indole
vendicativa del Crispi,
per quanti sanno che, se egli avesse la lontana speranza di farmi condannare
come diffamatore, egli assaporerebbe la voluttà degli Dei, non è
più un mistero
che se il Crispi vi rinunzia, è perché sa che da un pubblico
giudizio n’uscirebbe stritolato.
Dopo tutto quello che dell’affare Herz fu già stampato,
io potrei oggi dispensarmi da qualunque dimostrazione o abbandonare il
signor Crispi al giudizio degli onesti: perché dal marzo 1893 il
signor Crispi si è reso confesso doppiamente:
l° col fuggir dal processo;
2° col farsi cogliere in bugia. […]
Perché, ripeto, questo signore, come tutti i disonesti
audaci, fa il conto sull’oblio degli altri: e negando oggi l’affare Herz,
si lusinga che nessuno si ricordi come egli, su questo preciso affare,
fu già colto in flagrante di bugia, proprio colla mano nel sacco,
fino dal marzo 1893, quando il turpe mercato venne in luce.
Non me ne ricordavo – e vi basti! – nemmen io. Assorto in quei
giorni nella duplice lotta per l’elezione di Corteolona e il processo di
Mantova, rammentavo confusamente che su quel fatto vi era stata una polemica
da cui il Crispi era uscito male: ma questo dicembre, appena scopersi,
come commissario dei Cinque, le concussioni del Crispi – per associazion
naturale corsi subito col pensiero a quel ricordo – e iniziai quella stessa
settimana le indagini che mi condussero alla certezza del fatto. E fra
i documenti più preziosi dell’accusa tengo i numeri di quel tempo
dell’organo intimo personale del signor Crispi, la Riforma, che è
quanto dire le asserzioni del signor Crispi in persona, e la sua autodifesa
di allora; il cui confronto colle sue difese d’adesso è quanto può
immaginarsi insieme di divertente… e di schiacciante. È un guajo
certamente pel signor Crispi che le sue difese del ’93 ei non sia riuscito
a farle sparire; ma è perciò appunto che nei processi si
fanno a riprese e ad intervalli gli interrogatorii, che poi servono a cogliere
l’imputato – tradito dalla memoria – in contrasto fra le bugie inventate
prima e le bugie inventate poi. […]
Fu nel dicembre 1892, che, scoppiato a Parigi lo scandalo delle rivelazioni sul Panama e su Cornelio Herz e avvenuta la tragica morte del banchiere Giacomo Reinach, si venne per la prima volta a sapere di relazioni passate fra Comelius Herz, l’inclito ricattatore, e Francesco Crispi.
La improvvisa relazione destò scandalo. Come? L’uomo che
denunziava furibondo i radicali per le loro relazioni coi francesi, scoperto
a trescare con quanto ha di più losco il mondo politico in Francia?!
Il Joumal di Parigi mandò subito un suo redattore dal
Crispi, il quale si difese espressamente con una intervista, dal Journal
pubblicata il 26 dicembre. (E precisamente quella tale intervista, in cui
l’italianissimo signor Crispi, parlando della politica d’Italia e dei suoi
uomini di Stato col giornalista francese, per uso di un giornale francese,
chiamava l’ex presidente del Consiglio ce pauvre mr de Rudinì).
Ecco il colloquio autorizzato dal Crispi:
“Or ora, Eccellenza, mi parlavate del Panama. Il vostro nome fu
pronunciato a proposito di Cornelio Herz”.
(Crispi): “Sì, lo so. Nel 1889 il signor Herz, del quale
conoscevo il nome come scienziato (!!!), venne a ritrovarmi in Napoli.
Feci delle difficoltà per riceverlo,
ma infine lo ricevetti, ed egli mi disse: “Non vengo in nome di nessuno,
sono io personalmente che ho preso l’iniziativa di presentarmi a voi per
conoscere le vostre intenzioni riguardo alla Francia”.
Risposi al sig. Herz che non avevo nulla da rispondergli, le
mie opinioni essendo note. Il signor Herz mi disse: “Forse tornerò
a vedervi in altre condizioni”. E ciò fu tutto”.
(Journal, 26 dicembre 1892)
Ce fût tout! E ciò fu tutto!!!
Ammiratelo ben bene e legatelo in oro questo magnifico: “e ciò
fu tutto” detto da Crispi in dicembre 1892, due anni dopo la decorazione
di Herz, due anni dopo…
il resto che si vedrà!
Ma l’Opinione il giorno appresso, fra lo stupore universale,
riportando quel “ciò fu tutto” aggiungeva:
Non tutto. Per quanto sappiamo, a Cornelio Herz era stato concesso il gran cordone dell’ordine Mauriziano, cordone che dopo la crisi del 31 gennaio, rimase sospeso.
[…]Ma mentre l’Opinione così inaspettatamente completava
il pudico “e ciò fu tutto” del Crispi, ecco si viene a sapere che
Cornelio Herz era stato a Carlsbad in rapporti cordialissimi colla moglie
di Crispi. Crispi fa rispondere che difatti Herz aveva tentato avvicinar
la sua signora, ma che era stato tenuto a distanza.
Allora il Figaro manda un suo redattore a Londra da Cornelio Herz:
il quale gli fa le seguenti dichiarazioni:
“Certo io non sono l’agente di nessuno. Ma, a un dato momento,
quando la diplomazia francese non si era ancora orientata verso l’alleanza
russa, io m’ero assunto di rompere la Triplice, distaccando l’Italia.
Mi recai in Italia e vi coltivai l’amicizia del Crispi: allo
stesso scopo procurai di guadagnarmi le buone grazie di madama Crispi,
alla quale mi feci presentare durante il suo soggiorno di Carlsbad.
Oh, io so bene che oggi delle interviste più o meno sincere
cercano attenuare la natura de’ miei rapporti coll’ex primo ministro d’Italia:
ma se il giurì d’onore che sollecito vuol prestarvisi, allora produrrò
la corrispondenza del signor Crispi.
Quanto alla nobile signora sua compagna, poiché si è
preteso che io mi ero presentato a lei come un intruso, ecco la lettera
d’introduzione che il generale Menabrea mi aveva dato per lei.”
(Figaro, 20 gennaio 1893)
E qui viene la lettera del generale Menabrea, 12 agosto 1888,
con cui presenta il dottor Cornelius Herz “all’intelligente e graziosa
sposa dell’illustre primo ministro d’Italia” e lo descrive come creatore
“dell’importante pubblicazione… La lumière électrique”.
Cornelius Herz prosegue:
“Posso mostrarvi altre lettere del Generale Menabrea. Avevo preso presso di me come impiegato il figlio di esso generale. Gli avevo assegnato uno stipendio di mille lire al mese… Non avevo nulla trascurato per cattivarmi le buone grazie di questo ambasciatore…”
E sopprimo il resto.
Ma purtroppo seguono qui, nel loro testo, tre lettere del generale
ambasciatore Menabrea, del 20, 26 febbraio 1886 e del 24 ottobre 1888 di
cui basta – e ahimè, ne avanza! – la prima, per quello che vedremo
poi.
Parigi, 26 febbraio 1886
Caro dottore,
sono stato oggi a cercarvi al vostro ufficio: non avendovi incontrato,
vengo a prevenirvi che mio figlio, avendo compiuto tutti i lavori che gli
avete affidato per Roma, e non avendo ricevuto avviso contrario, mi ha
telegrafato che disponevasi a ritornare a Parigi per mettersi a vostra
disposizione.
Tutto vostro affezionato.
L.F. MENABREA
Teniamone nota e torniamo a Crispi.
Il “ciò fu tutto”, come vedesi, seguitava a crescere a
vista d’occhio: era già diventato un’amicizia con carteggio.
La Tribuna di Roma, impressionata, mandò a chiedere al
Crispi, nel di lui interesse, una intervista. Stavolta il “ciò fu
tutto” egli si guardò dal ripeterlo. Nell’intervista riportata dalla
Tribuna, che dice averla riprodotta “con esattezza fonografica”, il colloquio
breve e quasi sgarbato, concesso con difficoltà, di cui Crispi aveva
parlato nell’intervista anteriore, stavolta, meno male, diventa un colloquio
lungo, espansivo: poi Crispi si degna di ammettere anche il carteggio,
ed aggiunge:
“Rividi l’Herz a Ginevra nel 1891. Alloggiava all’Hotel de la Paix. Herz vide il mio nome tra i forestieri, venne a trovarmi, e pranzammo insieme; non si parlò che di politica sul solito tema…”
Un colloquio nuovo che salta fuori, e delle vacanze estive del’91;
prendiamone nota: ci avverrà di ricordarlo.
E proseguiamo l’intervista:
“Il signor Herz voleva decisarnente staccare l’Italia dalla Triplice?”
(Crispi). “Il signor Herz parlava come tutti i francesi, i quali
sono sempre ed avanti tutto patrioti”. (Oh, che tenerezza!)
“Dell’alta onorificenza italiana che Ella avrebbe voluto dare
al signor Herz la storia vera qual è?”
(Crispi). “Ecco, una onorificenza per Herz mi fu chiesta nella
sua qualità di scienziato di vaglia”.
“Da chi?”
(Crispi). “Mi permetta, caro signore, di non soddisfare la sua
curiosità. Ogni designazione di persona potrebbe influire in questo
momento ad accrescere le correnti di sospetto o determinarne; ed io credo
dovere di galantuomo di non contribuirvi in alcun modo”.
“Menabrea forse”
(Crispi). “No”.
Il nome che Crispi si rifiutava di svelare – e adesso si capisce
il perché – era quello… del banchiere affarista Giacomo Reinach.
Decisamente era un nome che al signor Crispi scottava in quel momento il
pronunciare.
Ma ridiamogli la parola:
“Avuta la domanda (prosegue il Crispi) feci prendere le informazioni d’uso. L’Herz mi fu dipinto come valoroso patriota che aveva fatto splendidamente il suo dovere durante la guerra del 1870-’71, come scienziato d’indiscutibile valore. Però per ragioni che è inutile ricordare, io (e l’on. Crispi accentuò questo monosillabo intenzionalmente ripetuto) io non diedi corso alla pratica, sicché il mio successore (Di Rudinì) non ha dovuto l’otto febbraio sospendere un bel nulla.”
Tante parole, tante menzogne, come più avanti vedremo.
Ma se era una cosa onesta e lecita, domando io, perché
prima nasconderla e poi mentire in quel modo nel confessarla?
E qui mi fermo un momento per dar la parola… al Corriere della Sera di quell’epoca, giustamente scandalizzato (1° aprile 1893):
Chi era Herz? Aveva un nome eguale a quelli di Pasteur, di Virchow,
di Koch, di Edison, di Berthelot? Niente affatto. L’ambasciatore Menabrea,
nella lettera di presentazione alla signora Crispi, enumerava i suoi meriti
scientifici, chiamandolo il fondatore dell’importante pubblicazione…
La lumière électrique!
E per quest’uomo (aggiungiamo pure per questo bel tipo morale
di affarista ciarlatano) un ministro italiano propone nientemeno che il
gran cordone dell’ordine Mauriziano, la più alta onorificenza cavalleresca
italiana che non è stata data a nessuno degli scienziati di fama
mondiale che abbiam nominati (e che è negata, aggiungo io, a tanti
nostri generali e colonnelli incanutiti sui campi!)
Ed a richiesta di chi vien fatto questo atto straordinario? Chi
garantisce i meriti eccezionali del signor Herz? Uno scienziato più
famoso ancora? No, un banchiere, un affarista, il signor Reinach!
Il Crispi, ben vero, aggiunge che gli era stato dipinto “come
un valoroso patriota che aveva fatto splendidamente (!) il dover suo nella
guerra del 1870-’71”.
E questa, se anche non fosse stata bugia, era un’altra ragione
non meno stramba per dargli il gran cordone Mauriziano – tanto più
che Herz, a quanto pare, non è francese, ma cittadino americano.
Insomma, da qualunque parte guardata e riguardata, la scoperta
di questo gran cordone al preteso scienziato affarista Herz era e restava
per tutti, in quel principio del ’93, un enigma strabiliante, inesplicabile!
Ma, al 17 di marzo di quell’anno ’93, venne a piovere sull’enigma
una luce improvvisa.
Il signor Imbert, liquidatore giudiziario della successione dei
banchiere Giacomo Reinach, suicidatosi, come vedemmo, in seguito alle rivelazioni
sul Panama e alla sua rovina morale e materiale, era venuto a sapere che
alla vigilia della sua morte, il suicida aveva affidato ad un amico, il
signor Carpentier, una busta contenente carte, da consegnarsi al di lui
fratello, Oscar di Reinach-Cessac.
Dietro invito del signor Imbert, Oscar Reinach si presentò
infatti nello studio del medesimo, dove fece la consegna del piego ad esso
liquidatore, in presenza del giudice di pace, assistito dal suo cancelliere,
e dal signor Perard, notaio. Il piego non era suggellato: perciò
il liquidatore si oppose che venisse esaminato, se non alla presenza della
Commissione parlamentare d’inchiesta intorno agli affari del Panama.
La Commissione d’inchiesta, avvertitane, delegò un de’
suoi membri, il deputato Depuy-Dutemps, ad assistere all’esame.
E questo ebbe luogo nel pomeriggio di venerdì diciassette
marzo, alla presenza di tutte le dette persone. Prima di essere consegnate
in piego aperto al signor Imbert tutte queste carte erano state copiate.
Alla lettura delle medesime, fatta nello studio Imbert, apparvero le prove
di un ricatto mostruoso, da cui venne la rovina e pare anche il suicidio
di Reinach.
Il suicida aveva consegnato nel piego la indicazione e i documenti
di tutte le somme che il ricattatore e già suo socio d’affari, Cornelio
Herz, colla continua minaccia di deferirlo ai tribunali, aveva costretto
il Reinach a pagargli nelle sue mani o a pagare a terzi per conto suo.
Il primo documento del piego ne formava il riassunto; e consisteva
in un foglio recante la copia, o a dir meglio, il duplicato tutto di pugno
del suicida, di una nota od elenco, diretto da lui, Reinach, ad Herz, e
precisante l’ammontare delle somme versategli in seguito ai diversi ricatti.
In questo documento autografo che vedremo più sotto, e
che fu, nel suo testo comunicato e pubblicato dal Journal des Débats,
dal Temps, dal Rappel e da altri giornali, apparì il nome di Crispi
per 50.000 lire, e annesse nel piego erano le lettere scambiate fra Crispi
e Reinach, che a questa cifra si riferivano.
Il Journal des Débats pubblicava tosto nel suo numero
successivo del 18 marzo, facendone una scelta, il testo preciso di molti
dei documenti del piego, telegrammi e lettere Herz-Reinach, beninteso di
quelli soli che riguardavano il Panama e che avevano interesse per il pubblico
francese. Ne usciva, in tutta la sua laidezza, la mostruosa figura morale
dell’Herz. Quelli dell’affare Crispi, siccome non riguardanti cose francesi,
il Débats li tralasciò e si limitò ad accennare che
riferivansi “al conferimento fatto dal governo italiano a C. Herz del gran
cordone dei santi Maurizio e Lazzaro. Era il signor Reinach che avendo
fatto ottenere al suo terribile associato questo gran cordone, fu poi obbligato
di pagare 50.000 franchi per… spese di cancelleria. Ecco intanto il prospetto
del signor Reinach… ecc.”
Appena giunta in Italia questa scoperta sbalorditiva, il signor Crispi, per parare il colpo, fece spedire dalla compiacente Stefani un telegramma circolare a tutti i giornali del seguente tenore:
Il Rappel di Parigi afferma che fra le carte del barone di Reinach
il nome dell’onorevole Crispi figurerebbe per 50.000 lire.
L’on. Crispi è stato avvocato delle case Reinach di Parigi
e di Francoforte, pei loro interessi in Italia, dal 1866 fino all’epoca
in cui assunse il potere.
Nel febbraio 1891 il signor Jacques di Reinach pregò l’onorevole
Crispi di riprendere il suo ufficio e liquidò con lui gli onorari
dovutigli fino al 1887 (!!!)
L’on. Crispi è ancor oggi avvocato del barone Luciano
de Reinach, figlio del defunto il quale ha proprietà immobiliari
in Italia.
Della decorazione Herz neanche una sillaba!
Tanto valeva non commettere lo sbaglio di confessare il pagamento!
Ma per corroborare la smentita, Francesco Crispi si fece intervistare dal
suo uomo di fiducia, Alfredo Comandini, il quale telegrafò al Corriere
della sera in questi termini:
Appena conosciute le notizie del Rappel sui pretesi rapporti di Crispi col Reinach, interrogai l’on. Crispi. Mi disse: “Ho già fatto precisare dalla Stefani come stanno le cose. Fui avvocato dei Reinach di Parigi e di Francoforte dal 1866 al 1877. Andato ministro, chiusi lo studio sul serio, ermeticamente, non da burla, come hanno fatto altri. Ma tornato nel febbraio 1891 alla vita privata, Reinach mi mandò a chiedere se avrei ripreso il patrocinio dei suoi affari e risposi in modo affermativo. Allora fu che Reinach mi liquidò egli stesso i conti delle mie prestazioni passate, ed egli personalmente mi pagò con un vaglia del Banco di Napoli. La clientela del Reinach la ebbi per mezzo dei fratelli Weill-Schott coi quali sono anche in rapporto per ragioni professionali. Anche oggi sono avvocato del barone Luciano di Reinach, ufficiale dell’esercito francese, figlio del defunto che ha beni in Italia. Questo è tutto”.
Ancora da capo il “questo è tutto”!
Ma no che neppure adesso non era tutto! perché proprio in quel mentre l’Italia Reale di Torino del 19 marzo usciva con uno schiacciante riassunto di parecchie delle circostanze emerse dalle lettere Crispi-Reinach incluse nel piego. Annunziava cioè l’Italia Reale, in una lettera da Parigi, colla sigla Y.C.: Dai documenti comunicati venerdì dal signor liquidatore Imbert al signor Dupuy Dutemps risulta:
che il barone Giacomo Reinach, il 19 gennaio ’91 aveva pregato
il suo amministratore a Roma cav. Filippo Palomba, capo sezione al ministero
di grazia e giustizia, di adoprarsi a che venisse accordato il gran cordone
a Cornelius Herz;
che il Palomba rispose promettendo che avrebbe mandato il fratel
suo, avvocato Palomba, dal ministro Miceli;
che con lettera successiva il Palomba dichiarava esser meglio
dirigersi
direttamente a Crispi; e che da qui cominciava il carteggio con Crispi,
con una lettera di Reinach, scongiurantelo a ottenergli per la sua quiete
morale e materiale, la decorazione in parola.
Infine l’Italia Reale pubblicava un estratto della lettera Reinach, accompagnante il 24 marzo 50.000 franchi a Crispi, nonché la lettera di Crispi accusantene ricevuta.
Ecco giunto finalmente, non è vero?, il momento pel signor
Crispi e per la sua Riforma di difendersi! Eccolo giunto il momento di
dare una risposta stritolante, di quelle che dà e sa dare ogni galantuomo,
quando si trova faccia faccia colla calunnia!
La Riforma – cioè Crispi – (nel n. 82 del 22-23 marzo
1893) risponde che “tutto questo è una vile menzogna come tutti
possono scorgere a prima vista, confrontando i pretesi fatti e le pretese
lettere con le date”.
E per prova che tutto questo è una vile menzogna, la Riforma…,
confuta le date? ohibò; confuta le lettere? ohibò! Per tutta
prova la Riforma – cioè Crispi – oppone questo argomento unico,
schiacciante: “E fatto accertato e notorio che fu l’onorevole Crispi stesso
a non dar corso al decreto per la decorazione di Herz”.
È chiaro?
Per essere più chiaro ancora, il Crispi in persona, al
Comandini ripete formalmente e conferma che “il decreto fu lacerato da
lui Crispi, mentre era ancora ministro dimissionario”.
Ebbene, quest’unico schiacciante argomento, scelto fra tutti,
per prima e sola risposta, questo fatto accertato e notorio era – come
oggi tutti sappiamo essere cosa notoria e accertata, – era una solenne,
sfacciata menzogna.
E siccome di ciò la prova limpida, irrefragabile il lettore
la troverà più avanti, qui domando ad ogni magistrato, ad
ogni onest’uomo, se avrei o non avrei il diritto di limitarmi a questa
prova unica – e convinto il signor Crispi di avere mentito anche qui –
come già aveva mentito (e s’è visto) nelle interviste antecedenti
– dispensarmi, pel giudizio, da ogni indagine ulteriore – come se ne dispensa
il pretore che coglie in falso il ladruncolo alla sua prima risposta.
Ma ho promesso di abbondare sino allo scrupolo e, siccome le menzogne
abbondano, la promessa manteniamola.
E fermiamoci alla confessione preziosa, strappata coi denti,
del ricevimento delle 50.000 lire (oro vero francese), per ammirare la
spiegazione bugiarda che il signor Crispi ha tentato di darne.
Evidentemente il signor Crispi qui è stato di una inabilità
affatto unica, come accade a coloro che si impigliano nelle proprie bugie.
Se la scoperta del piego Reinach e l’impressione che destò non lo
avessero colto alla sprovvista, mai egli si sarebbe lasciata, nel primo
sbalordi mento, sfuggire la confessione che il pagamento esisteva, perché
avrebbe capito che la spiegazione non reggeva all’esame, ed era provata
bugiarda.
Una volta appigliatosi al disperato partito di chiamar tutto
menzogna, meglio valeva negar il pagamento, che inventare la bubbola degli
onorari di Reinach… arretrati del 1887!
Lasciamo andare che non vi è un cane in Italia, a cui
far credere che Francesco Crispi del quale le consuetudini avvocatesche
e i bisogni continui, sitibondi di danaro, sono noti, attendesse fino al
marzo 1891 per farsi liquidare da Reinach le sue competenze… del 1887.
Lasciamo andare che da tutti i conti dell’amministrazione Reinach
risulta escluso il più piccolo debito, la più piccola pendenza
aperta con Crispi per onorari vecchi di causa dovutigli.
Che era ed è notorio a Parigi e in Francia e in Italia
e dovunque, che il banchiere Giacomo Reinach non era l’uomo da far sospirare
quattro anni e mezzo ai suoi avvocati gli onorari; anzi era splendido in
queste cose; che il signor Crispi non ha mai saputo dire quali furono queste
cause, e nel 1887 qui in Roma di cause civili del Reinach se ne trova una
sola, e, neanche a farlo apposta il Crispi! – come avvocato non figura
in essa un cavolo, o meglio, può dirsi, vi figurava in senso precisamente
inverso; poiché è una causa risoluta per sentenza arbitrale
degli arbitri commendatore Capone, già presidente d’appello, comm.
Caccia, direttore della Corte dei Conti, e senatore Augusto Pierantoni,
a favore di Reinach contro il suo avversario… il sig. Pinelli, intimo
e alter ego di Crispi (oggi suo capo di gabinetto), condannato dagli arbitri
a rigurgitare e restituire al Reinach molte migliaia di lire onestamente
tenutesi; ma dopo tutto questo, abbiamo anche la prova precisa, palmare,
che le 50.000 lire – su cui non è più questione, perché
dal Crispi confessate – si riferivano ad Herz – ossia alla sua decorazione
e a nessun’altri e a nient’altro. […]
Il signor Crispi, il quale non ha maggior rispetto dei morti che
dei vivi, non pensa che vi è un’ora terribile e sacra in cui l’uomo
ha diritto di essere creduto: ed è quella in cui, faccia a faccia
colla morte, spontaneamente cercata, l’uomo dice addio alla terra e rivela
il segreto che gli stava sull’anima. In quell’ora anche un banchiere che
preferisce la morte al disonore, ha più diritto certamente a esser
creduto di un uomo politico che ha nel suo passivo documenti falsi e testimonianze
false!
E il barone Giacomo di Reinach, di cui Francesco Crispi afferma
e si onora di essere stato l’avvocato, come di esserlo tuttora del figlio
suo, il barone di Reinach, avrebbe la vigilia della sua morte inventato
contro il suo avvocato difensore la perfidia infernale di distrarre dalle
centinaia di migliaia di lire da lui spese in cause, proprio queste sole
50.000 lire, per farle comparire, esse sole, di compendio di uno affaraccio
per Herz, e di un ricatto anziché di onesti onorari; e ciò
per il solo gusto di infamare il suo proprio avvocato nell’andarsene all’altro
mondo! E Francesco Crispi, calunniato a quel modo come avvocato del padre,
avrebbe voluto esserlo ancora del figlio!
Eh via, rispettiamo i morti, e la testimonianza suprema di chi
sta in faccia alla morte.
La parola è al suicida – a Giacomo di Reinach.
Il foglio grande autografo, da lui scritto la vigilia della morte,
(duplicato della nota mandata ad Herz), annesso come indice agli altri
documenti, letto il 17 marzo nello studio del liquidatore Imbert, alla
presenza dello stesso fratello del defunto, del deputato dell’inchiesta
Dupuy-Dutemps, del notaio Perard, del giudice di pace e del suo cancelliere
– consegnato quel dì stesso alla pubblicità nel suo testo
autentico integrale, su cui non è più questione, e depositato
presso il magistrato – reca in testa di tutto pugno del suicida, come tutto
il rimanente, questa scritta: Somme consegnate da me a Herz in conseguenza
del suo ricatto.
Vale a dire, che le cifre di questo elenco riguardano unicamente
Cornelius Herz. È chiaro? Ecco il documento autografo nella sua
integrità.
Sommes rémises par moi à Herz par suite de son chantage.
Vos billets ……………………………………………………………………….
fr.
3,039,000
Schwob …………………………………………………………………………..
”
319,000
Donon ……………………………………………………………………………
”
150,000
Venise ……………………………………………………………………………
”
5,000
Francfort …………………………………………………………………………
”
30,000
John Reinach …………………………………………………………………….
”
240,000
Chabert …………………………………………………………………………..
”
150,000
Versements à vous ……………………………………………………………….
”
670,000
Chèques …………………………………………………………………………..
”
2,765,475
id. ………………………………………………………………………………..
”
150,000
id. …………………………………………………………………………………
”
23,700
Panama …………………………………………………………………………..
”
1,250,000
Chez Rotschild …………………………………………………………………..
”
250,000
300 actions electricité ……………………………………………………………
”
150,000
Le 30 décembre 1890 ……………………………………………………………
”
775,000
Le 1 févriér 1891 ………………………………………………………………..
”
30,000
Le 9 févriér l89l …………………………………………………………………
”
30,000
Le 26 févriérl89l …………………………………………………………………
”
75,000
Le 12 mars (Nice) …………………………………………………………………
”
15,000
Le 24 mars 1891 (Crispi) …………………………………………………………
”
50,000
Le 3 avril 1891 (par Chabert) …………………………………………………….
”
135,000
Le 6 juin 1891 (par Chabert) ……………………………………………………..
”
50,000
Le 9 juin 1891 (envoi a Berlin) ……………………………………………………
”
50,000
Le 2 juillet 1891 (envoi a Francfort) ……………………………………………..
”
253,000
Le 1 octobre 1891 ……………………………………………………………….
”
350,000
Le 20 décembre 1891 (Londres) …………………………………………………
”
50,000
Le 1 juillet – 1 septembre 1892 ………………………………………………….
”
125,000
Fr.
11,190,175
E fra tanti documenti che la Riforma pubblicò, questo si
è ben guardata dal pubblicarlo!
E contro questo documento, contro la dichiarazione solenne del morto,
che esso reca in fronte, il signor Crispi ha il coraggio di venirci ancora
a parlare… di onorari!
Mettiamoci in conto quest’altra menzogna e andiamo avanti.
C’è ancora bisogno di aggiungere che i documenti del piego
giustificanti le cifre specificate dal suicida in quel foglio-indice, si
riferivano ad esse e non ad altro? Che il suicida non poteva, né
aveva nessuna ragion di commettere verso il suo avvocato e difensore da
tanti anni, e col quale risulta, dalle stesse difese del Crispi, esser
stato fino all’ultimo in rapporti eccellenti – di commettere, dico, quest’altra
infamia diabolica di includere nel piego, inteso a dimostrare il ricatto
di Herz, e intestato come tale, le lettere scambiate con Crispi sui terreni
di Prato di Castello o su altre sue cause civili?
Or mentre la Riforma smaniava a chiamar turpe menzogna la scoperta
avvenuta nello studio Imbert, e il signor Crispi, ridotto a confessare
le 50.000, inventava la scappatoia degli onorari, ecco cascare addosso
all’uno e all’altra un’altra rivelazione di Y, il corrispondente dell’Italia
Reale. Y (sigla del signor E.B. che alla cortesia di un famigliare di Reinach
doveva di aver potuto vedere e trascrivere i documenti del piego – e perciò
poté accennare anche al colore ed al sesto dei foglietti gialli)
scriveva da Parigi all’Italia Reale:
La notizia trasmessavi è grave, ma rigorosamente esatta.
Parte dei documenti mi fu posta sotto gli occhi. Il telegramma
di Crispi: “Venite qui appena potrete” e la letterina di ricevuta li ho
avuti in mano. La frase “da noi” la lessi, alla sfuggita, in una lettera
che cominciava: “Non so come facciate voi repubblicani; ma da noi monarchici
le cose vanno più adagio”.
E che Y fosse ne’ suoi ragguagli esattissimo, ne dié prova la Riforma di pochi giorni dopo, del 29, pubblicando, costretta, la lettera del 25 luglio ’90 sui repubblicani e monarchici, che comincia precisamente in quel senso!
Contemporaneamente, a Parigi, il Journal des Débats che
aveva da fonte diretta avuto e pubblicato il testo dei documenti del piego
riferentesi al Panama, pubblicava nel numero del 24 marzo sera anche il
testo, tradotto in francese, della famosa lettera del 24 marzo, accompagnante
l’invio delle 50.000.
Il testo era il seguente:
Caro Crispi,
eccovi le 50.000 lire di cui farete l’uso convenuto.
Insisto di nuovo presso di voi che vorrete finire questa faccenda
al più presto, perché ne ho bisogno assolutamente per i miei
affari. Se fosse necessario, farei un nuovo viaggio, se me lo domandaste.
Vogliate spedirmi una ricevuta per mia quiete.
Credetemi con stima ed affezione
Vostro GIACOMO REINACH
E la ricevuta di cui è qui cenno, era stata già pubblicata dall’Italia in questi precisi termini:
Caro Jacques,
ho ricevuto la fav. v. col noto documento.
Mi metto subito all’opera e spero che riusciremo presto.
Credetemi vostro
CRISPI
Or rilevando la frase della lettera Reinach “di cui farete l’uso
convenuto” il grave Débats metteva già a posto la storiella
allegra degli onorarii, con questa semplice osservazione di buon senso:
“Dunque il danaro sarebbe stato versato, non in vista di risultato
ottenuto, ma in vista di un risultato a ottenere… ”
La pubblicazione del Débats della lettera Reinach (già
data, in sunto fedele, dall’Italia Reale cinque giorni prima) fu un fulmine
per la povera Riforma. Aveva strillato che i documenti dell’Italia erano
una turpe menzogna clericale, che erano “documenti immaginari falsi o travisati”
(Riforma 26 marzo); e ahimè, come fare a ripeterlo per il grave
serissimo Débats, che avendo pubblicato sei dì innanzi, il
18, il testo riconosciuto esattissimo degli altri documenti del piego,
aveva benevolmente omesso quelli di Crispi, e non potea credersi che, pubblicandone
ora uno, commettesse per lui solo la eccezione di inventarlo?
Di questa lettera l’Italia Reale quello stesso giorno rivelava
esistere la ricevuta dell’ufficio postale di Parigi, così come il
Figaro il mese scorso la pubblicò col fac-simile autentico sott’occhio.
La bugia di Crispi nell’intervista Comandini (vedi sopra) di
avere avute cioè le 50.000 personalmente dal Reinach in Roma ne
restava letteralmente stritolata. Difatti, per confessione della Riforma,
(numero 29 marzo ’93) il Reinach era stato a Roma il 5 marzo, e il Reinach
accenna appunto a quel viaggio nel dichiararsi pronto a farne un altro,
mentre invia le 50.000 lire il 24, data su cui non rimane dubbio, perché
il prospetto del suicida, documento acquisito, la certifica.
La Riforma (così prodiga di documenti!) questa volta non
solo si guardò pudicamente dal riprodurre la lettera Reinach, pubblicata
dal Débats, ma nel dispetto di esser messa al muro, non potendo
adesso più attaccare la lettera… attaccò il morto che l’aveva
scritta!
State attenti e divertitevi.
Ai 19 di marzo (Riforma n. 78, dispaccio alla Stefani, intervista
Crispi-Comandini), tutto è bugia e Reinach è un cliente di
cui
Crispi vanta la clientela; ai 22 di marzo (Riforma n. 82) tutto è
vile menzogna “e tutte le lettere sono lettere pretese…”; ma ai 28 marzo
(Riforma n. 88), uscita la lettera del Débats, l’organo dell’avvocato
di Reinach accusa il povero morto di aver ricorso a “un artifizio per dissimulare
le sue appropriazioni” (già! in una nota di undici milioni e 200.000
gli occorrevano proprio, per dissimularle, quelle misere cinquantamila!!!);
e loiolescamente insinua che un tale artifizio “spiegherebbe – se esiste
– la lettera che fu riprodotta dal Journal des Débats!”
Vi raccomando la bellezza di quel tardivo…: Se esiste!
Povero Reinach! Che cosa ti valse essere stato cliente di Crispi
per tanti anni! Che cosa ti valse l’avergli liquidato onorari da principe!
e conservato la clientela nel figlio? Ecco, appena morendo una tua riga
lo disturba, il tuo difensore ti denunzia calunniatore e ladro, e sputa
sulla tua tomba.
Ma ahimè! dopo insultato il morto, siccome intanto la
sua lettera rimane, la povera Riforma si prova a confutarlo. Meno male!
Vediamo la confutazione.
E sapete in che consiste? Nel puro e semplice telegramma di Crispi
del 18 marzo alla Stefani che inventava la frottola degli onorari antichi!
E oggi; dopo altri due anni! la povera Riforma è rimasta
ancora lì! e nel suo numero del l° giugno corrente, per difendersi
e smentirmi, ricorre da capo… al telegramma della Stefani… ma la lettera
del 24 marzo, di Reinach a Crispi, che accompagnava le 50.000, meno male,
adesso non è più una bugia! adesso non la si nega più!
Al contrario, adesso è lei, la Riforma, che la invoca, per dimostrare
che recando essa la data del 24 marzo… “è posteriore all’uscita
di Crispi dal governo” e che in essa “non parlavasi di onorificenza per
Herz”, ma si diceva soltanto “Spero che vi metterete subito all’opera”.
(Riforma l° giugno 1895). Quale opera, di grazia, Riforma cara? Se
non hai altra difesa, povera Riforma, la tua causa è perduta!
Che la lettera Reinach del 24 marzo accompagnante le 50.000 (e
son teco d’accordo, o povera Riforma!, che era posteriore di due mesi e
mezzo all’uscita di Crispi dal governo – ma in ciò sta il brutto,
come avanti vedrai) – che la lettera Reinach concernesse, come l’altre
del piego, il signor Herz, ergo il suo cordone, – e niente altro che lui,
e niente altro che questo non solo s’è visto dal prospetto di pugno
del Reinach, perché lettera e cifra stanno unite insieme: ma sappiamo
dal relatore della Commissione parlamentare francese d’inchiesta sul Panama,
che assistette alla lettura dei documenti, e alla Commissione ne riferì:
vale a dire, dall’onorevole deputato Dupuy-Dutemps, oggi ministro dei lavori
pubblici di Francia. È evidente che il relatore, avendo tetto le
lettere Reinach-Crispi del piego, poté ben farsi un’idea chiara
ed esatta di quello che esse riguardavano.
Il deputato, ora ministro, Dupuy-Dutemps? sento chiedermi.
Eh già, proprio lui! Non lo dicevo nella lettera dello
scorso dicembre, che era doloroso e mortificante che in mano di membri
di un governo straniero stessero elementi di giudizio sull’onore del capo
del Governo d’Italia?
Lo so bene, mia povera Riforma, che su questo che t’impensieriva,
avevi da ultimo messo il cuore in quiete.
E, son pochi giorni, nel dirmi un sacco di vituperi, ti stropicciavi
le mani annunziando tutta lieta (Riforma 7 corr.) che il deputato Millevoye
aveva chiesto alla Presidenza della Camera francese un sunto od estratto
del verbale d’inchiesta riguardante Reinach, ma che avendo la Camera deciso
di non pubblicare l’inchiesta, la domanda non è stata accolta.
Ebbene, cara Riforma, Millevoye per me non s’è affatto
incomodato: se però non ti dispiace, quel verbale io ce l’ho lo
stesso. […j
Messa al muro, come già vedemmo, dalla pubblicazione del
Débats della lettera del 24 marzo, la povera Riforma, quando tentò
non più di smentirla, ma di spiegarla, capì che la spiegazione
andava poco; e si aiutò tirando fuori due lettere di Crispi a Reinach,
una del 25 luglio 1890, l’altra del 4 maggio 1891, che messe lì
insieme, a vederle, in chi nient’altro ne sappia, potrebbero fare un effettone.
Nella prima infatti il Crispi, sollecitato da Reinach per il cordone mette
avanti scrupoli e difficoltà, e mostra voler andare coi piè
di piombo; nell’altra, di 10 mesi dopo, prega il Reinach di non più
insistere, perché le informazioni sull’Herz non son più quelle
di prima, e insomma dice di non seccarlo più. Se tutta la storia
fosse lì, verrebbe voglia di dire: che ministro scrupoloso!
Ma questo si chiama cambiar le carte in mano, ed io devo castigare
il baro. […]
Dunque, ai 25 di luglio 1890, sollecitato per il cordone, Crispi,
presidente del Consiglio e ministro degli esteri, rispondeva così:
Roma, 25 luglio 1890
Caro Reinach,
ho le vostre del 22 cadente. Io non so come procedano le cose
costì. Ma noi, poveri monarchici, abbiamo norme che dobbiamo osservare.
Quando si propone una decorazione mauriziana, bisogna mandare
al Gran Magistero una nota nella quale devono essere indicati i meriti
del decorando, e i servizi prestati al paese. Per gli stranieri si supplisce
con una lettera del ministro italiano residente nel paese in cui è
il decorando.
Per la Corona, basta la proposta del ministro al re. Il ministro
è giudice dei meriti.
Il vostro raccomandato ci renderà dei servizi, non ne dubito.
Rimettiamo l’affare al tempo in cui i servizi saranno resi.
Vostro aff.mo F. CRISPI
E i fogli di Crispi, in coro, a portar questa lettera in trionfo!
Deh, in che luce diversa questa lettera appare, sol che le si
aggiunga la storia vera!
Dunque io affermo subito che la lettera 25 luglio, dove il ministro
Crispi per il gran cordone di Herz affaccia al suo amico Reinach tante
difficoltà e fa le mostre che occorrano tanti requisiti, questa
lettera, che pare così bella, diventa una lettera brutta e sporca
e puzza lontano di artificio per coprirsi le spalle pensando il come le
difficoltà poi scomparvero e il come i requisiti poi furono trovati!
Diventa brutta, se si pensa che il Ressmann, richiesto appunto
in quella state di dare a Roma informazioni sull’Herz, garbatamente se
ne schivò, perché fiutava che le si amavano buone, e sapeva
i pasticci e i vincoli, tutt’altro che belli, d’interesse, che legavano
l’Herz coll’ambasciatore titolare Menabrea.
Diventa sporca, se si pensa che questo riserbo significante del
Ressmann avrebbe dovuto bastare a porre sull’avviso chi avesse voluto intendere:
e che il domandare informazioni sopra l’Herz a Menabrea era, per un ministro
degli esteri che si rispetta e per una persona delicata, la cosa più
indelicata del mondo. Non occorre essere un grand’uomo di Stato né
un ministro di prim’ordine – basta l’abbicì del mestiere – per sapere
che in un ministro degli esteri non è ammessa, né lecita
la ignoranza delle situazioni personali dei propri ambasciatori nelle sedi
ove rappresentano, al cospetto dell’estero, l’onore della nazione. Ma oltre
che il ministro non avea diritto di ignorarlo, (e meno fra tutti il Crispi
già entrato in rapporto d’amicizia coll’Herz per la presentazione
laudatoria fattane dallo stesso Menabrea alla sua signora, a Carlsbad,
fin dal 12 agosto 1888) – era notorio che l’ambasciatore Menabrea pur troppo
avea contratto vincoli stretti e disdicevoli di interesse coll’Herz, il
quale avea preso il di lui figlio come impiegato presso di sé, a
lire 1000 al mese, cioè a uno stipendio molto superiore ai suoi
meriti, e aveva da lui stesso, Menabrea, quando questi ebbe bisogno di
danaro, comperato per una somma elevatissima un villino presso Aix les
Bains – villino che il Menabrea non avea più diritto di vendere
(e siccome si tratta di una causa niente bella che fece chiasso e si trascinò
pei tribunali, e che non entra nel mio tema, passo oltre; solo informerò
il signor Crispi che precisamente in quel villino Cornelio Herz si è
vantato di essersi trovato più di una volta con lui).
E i vincoli che tenevano il Menabrea alla stretta dipendenza
dell’Herz erano tali che questi s’era già valso di lui per ottenere
un’onorificenza nella legion d’onore!
Rivolgersi al Menabrea in condizioni simili per chiedere – a
lui! – le notizie sul decorando e sui meriti, era non solo, lo si vede,
una brutta commedia e una solenne sconvenienza, ma era un mettere senza
scrupolo il Menabrea nel più penoso conflitto di coscienza tra gli
obblighi del suo ufficio e i suoi obblighi personali di gratitudine! Ah,
come qui si sentono i metodi della casa!
Eppure qui io debbo dire una parola in difesa del Menabrea – e
a me, deputato, il pronunciarla è dovere – perché il cinico
crudele aggrapparsi delle difese crispine al Menabrea stava per costringere
me a chiedere in pubblico severo conto della condotta di quest’ultimo.
È vero! il Menabrea vecchio soldato, devoto al re e al
suo paese, benemerito per servigi antichi, illustre nell’armi e nella scienza,
fu a Parigi sopraffatto pur egli dal contagio che semina tante rovine morali,
ed ebbe la disgrazia di mettersi in urto coi rigidi doveri della sua posizione
e del suo nome. Venuti a galla gli scandali del Panama e il nome dell’Herz,
il Menabrea, cavaliere dell’Annunziata, il capo d’anno ’93 non comparve
ai ricevimenti in Quirinale.
Ma nella sua anima di soldato, la lotta, a cui disgrazie domestiche
contribuirono, dovette essere dolorosa: e messo alle strette da Crispi
a dover riferire su di Herz, davanti alla indelicata richiesta – non poté
dimenticarsi interamente di essere soldato, gentiluomo ed ambasciatore
italiano. Cercò di conciliare meglio che poté la gratitudine…
colla coscienza: fece nel suo rapporto l’elogio dei pretesi meriti dell’Herz
come scienziato – (ed è la parte del rapporto invocata da Crispi
a propria scusa) – ma poi lo vinse lo scrupolo e fece le riserve sull’uomo.
Ed è la parte di Crispi messa in tacere!
Dopo gli elogi, faceva intendere nel suo rapporto il Menebrea
ad un dipresso, che siccome, non di meno trattavasi di un uomo, la cui
posizione e la cui vita erano tanto enigmatiche, da vederlo un giorno vendere
i mobili per vivere o per pagare debiti plateali, un altro giorno tutto
d’un tratto maneggiar milioni, non osava pronunciarsi per una così
alta onorificenza italiana!
Questo faceva intendere nel suo rapporto il Menabrea – e non
aggiungo commenti – perché ogni commento guasta.
Oserebbe il signor Crispi di negarlo?
La mia risposta è semplice: fuori il rapporto Menabrea!
Io sfido il signor Crispi a produrlo, il rapporto Menabrea! –
egli non deve avere, per Dio, difficoltà a produrlo – egli che in
febbraio 1891, lasciando la Consulta, se l’era prudentemente asportato
– e, non più ministro, in quel marzo ’91 e ancora due anni dopo,
lo conservava amorosamente nel suo cassetto (a proposito di sottrazione
di documenti d’ufficio!!!) per darne da leggere i brani che gli accomodavano,
a chi veniva per altissimo ordine a reclamargli la restituzione della copia
del decreto; per darli da leggere due anni appresso, quando in marzo ’93
il brutto affare venne scoperto, ai giornalisti di cui invocava le difese!
Lo sfido, ripeto, il signor Crispi, a produrlo quel rapporto
Menabrea, a darlo da leggere intero, – non come lo ha mostrato al giornalista
Mantegazza – e se non vuol darlo da leggere a me, a darlo ai primi cinque
gentiluomini che gli indicherò!
E a chi darà egli ad intendere che in quel momento in
cui l’Italia Reale aveva stritolato le sue bugie, lo aveva stritolato sotto
i documenti, al punto da costringere la Tribuna a dichiarare ormai necessario
un processo per far luce – in quel momento in cui era ridotto per ultimo
scampo a metter fuori le due misere lettere sue del 25 luglio e del 4 maggio,
(che appunto perché sue provavan nulla), egli avrebbe rinunziato
a metter fuori il rapporto Menabrea, il solo che poteva sembrare giustificarlo!
il solo che in quel momento sarebbe bastato per tutti! A chi darà
egli ad intendere ch’ei abbia fatto per abnegazione patriottica! e che
solo per questo se la cavasse mostrandolo – e sol nella parte che tornavagli
– a un giornalista, di soppiatto, perché in pubblico gli facesse
da compare e attestasse d’averlo coi proprii occhi veduto!
Dunque – fuori il rapporto! ma siccome in verità io vi
predico che il signor Crispi da questo orecchio non ci sente – voi avete
capito senz’altro che io parlo colla sicurezza precisa di quello che dico;
ed è una vera disgrazia per il signor Crispi che il rapporto contenga
quella schiacciante riserva – la quale bastava da sola a rendere la decorazione
impossibile.
E quindi è solo ad abbondanza che dalla lettera del l°
maggio scorso contenente le dichiarazioni di un eminente ed informatissimo
uomo politico francese – il quale fu avvocato di Herz nella sua lunga causa
con Rothschild e nelle sue vertenze con Reinach, riproduco quest’altro
passo testuale:
“Herz, per causa della decorazione, si guastò in seguito con Menabrea, avendo appreso che egli – richiesto da Roma di informazioni – aveva mandato una relazione contenente riserve”.
Le riserve da Crispi soppresse! Ma seguitemi, che il bello, ossia il brutto, viene poi.
La riserva del rapporto Menabrea era tanto eloquente che per tutta
quella state del ’90, e per tutto il resto di quell’anno, la domanda di
decorazione fu messa da parte, a dormire!
Ma il povero Reinach aveva il vampiro Herz alle costole, aveva
bisogno di ottenergli la decorazione per placarlo, ed eccolo, ai 19 gennaio
’91, rivolgersi al suo amministratore in Roma, perché a qualunque
costo gli si ottenga il cordone. E il suo carteggio con Crispi per l’affare
ricomincia.
Vien voglia di esclamare: quel Reinach! che faccia di bronzo!
Aver il coraggio di rivolgersi per un favore di quella fatta ad un uomo
da lui trattato con tanta disinvoltura, e che da ben quattro anni aspettava
ancora (a sentir Crispi!) gli onorari arretrati dovutigli! e onorari di
cinquantamila lire!
Ora sì ch’era il momento di vendicarsi di un debitore
così moroso! e tirar fuori quella tal riserva prudente del rapporto
Menabrea!
Ma il signor Crispi era in vena di perdonare; ai suoi onorari
neanche ci pensava, e la pratica di Reinach lo trova d’una amabilità,
di una arrendevolezza affatto meravigliose, strabilianti nell’uomo che
ai 25 luglio dell’anno prima aveva bisogno di tante informazioni! Le informazioni
– non occorre dirlo, erano e restavano ancora quelle – sempre quelle del
rapporto Menabrea. Quello stesso rapporto che aveva fatto mettere la pratica
a dormire! E nessun’altra di nuova? Nessun’altra! Tanto vero che per giustificarsi,
dopo, a cose scoperte, tirò fuori, sempre dal suo cassetto di studio
di via Gregoriana, quel rapporto unico e solo!
Sgraziatamente, quando meno il pensava, vale a dire, quando appena
la pratica era ripresa, le sante memorie piombavano su lui e lo rovesciavano
dal potere.
Rassegnate le dimissioni, Crispi stette provvisoriamente in carica
a tutto l’8 gennaio, per il solito mantenimento dell’ordine e per il disbrigo
degli affari ordinari urgenti. Il 9 febbraio Di Rudinì assunse l’ufficio.
Due giorni innanzi, il 7 mattina, ebbe, come ministro provvisorio,
l’ultima
udienza reale, per la firma degli ultimi decreti.
Proprio in quell’ultima udienza perché l’ultimo
atto del grande Ministero fosse degno di tutta la sua vita – proprio fra
gli ultimi decreti il Crispi presentava alla firma reale la onorificenza
del gran Cordone di San Maurizio e Lazzaro d’Italia per Cornelio Herz!
Poteva la Corona in quel momento rifiutarvisi, qualunque fossero
le riluttanze istintive? No.
Non si poteva, per un sentimento di cordialità e cortesia
ben naturale, dir no in una udienza di congedo ad un primo ministro che
affacciava le ragioni del rapporto Menabrea, meno quell’unica taciuta,
e che presentava il decreto come un servizio al paese! – l’ultimo, dopo
tanti, ch’egli, pur nell’andarsene, rendeva alla patria ingrata; e il servizio
consisteva in ciò: che quella onorificenza altissima era desiderata,
domandata da Freycinet, allora presidente del Consiglio dei ministri di
Francia, e che quindi era una cortesia personale al capo del governo francese,
la quale poteva contribuire a migliorare in un momento difficile i nostri
rapporti colla Francia e diminuire per noi i danni della tensione fra i
due paesi!
E questa ragione – diciamolo subito – questa bugia con cui si
vinsero gli ultimi scrupoli e le esitanze della Corona – che cioè
la decorazione era un servizio al paese, perché desiderata e richiesta
da Freycinet – fu poi risfoderata, ma in forma umoristicamente più
timida, dal Crispi stesso nella Riforma, nella ultima miserevole risposta
in ritirata, davanti agli attacchi dell’Italia Rea/e!
State a sentire: (Riforma 29 marzo 1893).
A nessuno può destar meraviglia il fatto che un ministro italiano, accusato come era l’on. Crispi di francofobia, non si rifiutasse recisamente e immediatamente di accordare una onorificenza ad un uomo che notoriamente era in intimi rapporti coi governanti e gli altri principali uomini politici francesi, che dallo stesso governo francese era stato insignito di un’alta onorificenza nella Legion d’onore: e quando avea motivo di ritenere che, acconsentendo, avrebbe fatto cosa gradita a quei governanti.
Avea motivo di ritenere! non potea rifiutarsi recisamente! quanta modestia improvvisa di frasi!
Ma no, on. Crispi! voi avete fatto assai di più che non
rifiutarvi recisamente! Avete preso la cosa tanto a petto, che questa volta
non badaste più ai requisiti che ci volevano, questa volta vi tornò
buono il vecchio rapporto del Menabrea e del “motivo a ritenere” avete
fatto di punto in bianco un desiderio di Freycinet, e per contentarlo –
proprio voi, che nella lettera 25 luglio affacciavate tanti ostacoli –
avete pensato bene di saltar via degli ostacoli il più grosso, presentando
il decreto di onorificenza alla firma, a insaputa o meglio di nascosto
del Consiglio dell’Ordine, il cui previo avviso è prescritto per
questi decreti: ma al Consiglio dell’Ordine si sarebbe dovuto presentare
la domanda di Freycinet, si sarebbe dovuto presentare, non monco, il rapporto
di Menabrea. Evidentemente era più spiccio cogliere di sorpresa
la Corona!
E per fare tutto questo, per conferire ad un affarista straniero
di quella risma una altissima onorificenza italiana, rifiutata a senatori,
a generali italiani, per far senza persino del Consiglio dell’Ordine, per
sorprendere la buona fede del re, si sceglie di straforo l’ultima udienza
di congedo, approfittando, diciamo la parola “abusando” dell’ufficio provvisoriamente
tenuto pel mantenimento dell’ordine e pel disbrigo degli affari ordinari!
Altro che gli scrupoli della lettera 25 luglio ’90! Meno male
che di questo, quando in ombra lo accennai, persino l’Opinione si scandalizzò!
Ma andiamo avanti che il bello, ossia il brutto, viene poi.
Le bugie, dice il proverbio, hanno le gambe corte. E siccome si
dava la combinazione che il Ressmann (povero Ressmann, l’hai pagata cara!)
quei giorni si trovasse in Roma, la bugia naturalmente fu subito scoperta.
Poiché il Ressmann, per desiderio della Corona interrogato,
udito appena del decreto firmato, da uomo onesto, non nascose il suo stupore,
sia per la cattiva fama di cui l’Herz risultavagli circondato, sia per
la assoluta sua incredulità riguardo alla storiella spacciata dal
Crispi alla Corona, che si trattasse di un desiderio di Freycinet.
Appunto in questa circostanza il Ressmann rammentò che,
non per niente, l’anno prima, sapendo i rapporti di Herz col suo principale
Menabrea, si era schivato dal rispondere ad una domanda di informazioni.
Ad ogni modo – ad abbondanza di scrupoli – promise che a Parigi, ove subito
tornava, avrebbe appurato il fatto di Freycinet. (Il Ressmann è
vivo: è gentiluomo. Mi smentisca se io mento). Frattanto queste
prime gravissime impressioni del Ressmann, non potevano non far grave senso
in chi avea consentito la firma sulla fede del motivo addottogli e per
alta cortesia verso un ministro dimissionario.
Qualunque sia il giudizio sulle decorazioni, non può piacere
a nessun capo di Stato il sapere che una delle più alte onorificenze
a cui si legano, oltre i confini, il nome nazionale e il prestigio del
proprio paese, sia il frutto di un inganno e fregi il petto di uno straniero
di mala fama.
Fu altissimo desiderio che, ad ogni buon fine e in attesa delle
informazioni ulteriori che sarebbero giunte da Parigi, venisse per intanto
tenuta in sospeso la registrazione del decreto, non che il rilascio della
copia all’interessato.
È notorio difatti che per tutte queste pratiche burocratiche
non occorrono ordinariamente mai meno di una quindicina di giorni e anche
più.
Ma era destino che si andasse di sorpresa in sorpresa. La persona
incaricata di eseguir l’alto ordine, va da Domenico Berti e trova, con
suo stupore… che, per sospendere, è troppo tardi.
Che cosa era avvenuto?
Una cosa semplicissima: quella mattina stessa del 7 febbraio,
appena uscito dalla udienza di congedo reale, colla stessa carrozza che
già attendevalo, senza perdere un minuto, Francesco Crispi era andato
dritto dritto dal Quirinale al Magistero degli Ordini, era piombato come
una saetta, povero Berti, e, messogli il decreto firmato sotto il naso,
ne aveva reclamata la registrazione immediata e il rilascio della copia
in giornata. Tutto ciò per una nomina tenuta nascosta al Consiglio
dell’Ordine, ottenuta con una bugia e in base ad un rapporto bugiardamente
mutilato.
Altro che gli scrupoli meticolosi e lo andare col piè
di piombo della lettera del 25 luglio!
Il Berti ebbe un bel protestare che non era possibile, che ci
volevano al solito una quindicina di giorni, che, anche a far prestissimo,
parecchi dì abbisognavano: Francesco Crispi non intendeva ragioni.
Voleva ad ogni costo in giornata registrazione e copia per l’interessato,
e Domenico Berti chinò la testa promettendogli che in giornata l’avrebbe.
E così fu.
E qui, ad illustrare la buona fede del signor Crispi, ritorna
edificante il confronto fra la prima audace smentita della Riforma e quella
di poi, quando le lettere dell’Italia Reale l’obbligarono a ringoiarsela.
Al 23 marzo 1893 la Riforma stampava esser tutta una vile menzogna
ed “essere fatto notorio ed accertato che fu l’on. Crispi stesso a non
dar corso (!) alla decorazione di Herz”.
Al 29 marzo, sei giorni dopo, messa al muro, confessava pudicamente:
“Fece l’on. Crispi, negli ultimi giorni del suo ministero, firmare il decreto,
la cui copia gli fu trasmessa il 6 febbraio”.
Oh pudica Riforma! Ti vergogni tanto di dir chiaro che tutto
avvenne, decreto e consegna, in un giorno solo e medesimo, tanta era la
furia di tuo zio! e che la copia “che gli fu trasmessa” fu il Crispi in
persona a pretenderla, appena avuta la firma in tasca e che quel dì
7 il suo ministero (!) era caduto da sette giorni!
Non restò che aver pazienza ed attendere le informazioni
di Ressmann da Parigi, sperando che almeno confermassero trattarsi di un
favore a Freycinet.
Le informazioni arrivano… e sono desolanti. Ressmann non solo
conferma i pessimi ragguagli sull’Herz, ma avverte che, recatosi dal presidente
del Consiglio Freycinet, per domandargli se era vero che il gran cordone
per l’Herz era stato desiderato e chiesto secondo che Crispi avea detto
al re, al sentir questo “scattò” addirittura, protestò con
apostrofi vivacissime contro la menzogna e contro l’abuso del nome suo
ed ebbe duri epiteti per l’Herz, dicendo che era stanco di sentirsi nominare
quel mal’arnese, chiamandosi già anche troppo arrabbiato perché
si fosse dovuta conferire all’Herz – per far piacere al Menabrea – una
onorificenza francese.
Insomma non c’era più dubbio; il re dal Crispi era proprio
stato ingannato. Altro che protestargli devozione a chiacchiere!
Apro una parentesi. Il fatto di un decreto estorto a questo modo
mi sembrò così grave, che, oltre l’accertarmene in Roma,
ho voluto accertarmene a Parigi. E la conferma avuta su questo punto chiarirà
anche per il resto, la precisione con cui scrivo.
Pregai dunque l’amico Eandi a Parigi che si rivolgesse a voce,
o meglio, per iscritto, al senatore Feycinet con una domanda precisa, onde
averne precisa risposta per sì o per no.
La domanda, fatta per iscritto, fu concepita in questi termini:
Parigi, 7-5-’95
Signor senatore,
dal mio amico Felice Cavallotti, il deputato dell’Estrema Sinistra,
ricevo l’incarico di domandarvi qualche schiarimento intorno al decreto
che conferiva a CornelioHerz il gran cordone dei Ss. Maurizio e Lazzaro.
Si assicura che il ministro Crispi disse al re, che sottoscrivendo
quel decreto, avrebbe fatto cosa grata a voi; e che richiesto dal nostro
ambasciatore Ressmann dichiaraste falso quanto a voi si riferiva.
F. Cavallotti non desidera che la conferma o no della vostra
smentita; vi sarei grato se voleste darmi cinque minuti in proposito.
Gradite signor senatore ecc.
G. EANDI
Risposta scritta di Freycinet:
Paris, 8 mai 1895
Je m’empresse de repondre a votre lettre d’hier.
Je ne possède pas de renseignements sur la question qui vous
occupe et je ne puis que confirmer pleinement la déclaration de
votre ambassadeur.
Agréez, monsieur, l’expression de ma consideration très
distinguée
C. DE FREYCINET
M.r Giovanni Eandi
Délégué de l’Association Syndacale de la Presse
étrangère.
Non commento e tiro avanti.
Arrivata la informazione da Parigi, il re non esitò un
solo minuto. Un provvedimento, e subito, s’imponeva.
Bella novità sento dirmi. Questo non fu merito delta Corona!
questo fu tutto merito di Crispi! Lo ha fatto stampar lui nella Riforma
a più riprese (Riforma 23 marzo, 25 marzo, 29 marzo ’93), e a lettere
di scatola, che questo si deve a lui solo! Che fu lui e nessun altri a
lacerare il decreto con le sue mani appena vennero informazioni diverse.
Ancora adesso, nel darmi del mentitore e di tutti i titoli, ha
stampato da capo nella sua Riforma (10 giugno ’95, n. 148) “che l’on. Crispi
lasciò il potere il 9 febbraio dopo avere spontaneamente deciso
di sospendere l’effetto del decreto per l’onorificienza, mentre avrebbe
potuto liberamente dargli corso (quanta bontà!): e quindi l’assurdo
della calunnia del signor Cavallotti è evidente”.
Altro che evidente! Avendolo sospeso, il decreto, – come essa
dice – prima del 9 ed essendo stato firmato il 7 – il Crispi non attese
neanche il tempo per scrivere a Parigi! – non ha fatto che farlo firmare,
prenderlo dalle mani del re e stracciarlo!!! Un gusto come un altro. Ma
che si vuole di più? C’è là, stampata la lettera del
signor Crispi del 4 maggio 1891, dove prega il Reinach di non più
insistere, perché è venuto un rapporto contrario! È
vero che la lettera è del 4 maggio, ossia di nientemeno che tre
mesi dopo; ma la risoluzione, non c’è ombra di dubbio, Crispi l’ha
presa prima del 9 febbraio. Lo dice lui e tanto basta.
Vediamo dunque in che modo il signor Crispi, appena avute le
informazioni diverse, si affrettava a lacerare il decreto.
Giunto che fu il rapporto sfavorevole del Ressmann, capitava
il dì appresso a Domenico Berti la visita del commendatore Rattazzi,
ministro della Real Casa (possiam fargli il nome, perché già
fu detto dall’on. Di Rudinì davanti ai Sette, e al Di Rudinì,
come vedremo, il Rattazzi, per debito d’ufficio, dové narrare ogni
cosa); e, d’incarico del re, significava al Berti le notizie arrivate da
Ressmann, e la necessità che egli si recasse dal Crispi, per fargli
restituire il diploma. Il Berti, all’annuncio, per poco non isviene dalla
emozione. Dice che ormai è cosa fatta, che non v’era più
rimedio, che il tornarci sopra poteva esser peggio, e che ad ogni modo
lui non sentivasi di andar ad affrontare il Crispi: insomma, scongiura
di dispensarnelo.
Ribadendogli l’on. Rattazzi trattarsi di un desiderio del re,
l’on. Berti rispose che si riserbava di parlarne a S.M. egli medesimo.
Visto che non ci era nulla a cavarne, il comm. Rattazzi riferiva l’esito
della gita e riceveva l’incarico di andare dal Crispi direttamente lui.
Trattandosi però di un atto politico, prima di andarci,
il comm. Rattazzi, per doverosa correttezza, si recava dal presidente del
Consiglio in carica, l’on. Di Rudinì, ad esporgli il desiderio dì
S.M. e sentirne l’avviso. Eravamo alla seconda metà del febbraio.
Ora lascio la parola all’on. Di Rudinì il quale davanti
al Comitato dei Sette naturalmente fece un semplice riassunto.
“A domanda. R.: Quando io andai al ministero, seppi dal Rattazzi che, per proposta dell’on. Crispi, S.M. aveva concesso una onorificenza, il gran cordone Mauriziano, e che S.M. desiderava revocare il decreto. Risposi che a mio modo di sentire, S.M. aveva ragione di opporsi.”
E fermiamoci per ora qui. Ripiglieremo l’interrogatorio più
avanti.
Avuto questo assenso dall’on. Di Rudinì, l’on. Rattazzi
prendeva il suo coraggio a due mani e si recava in via Gregoriana ad affrontare
la tempesta.
Ahimè! ci siamo.
Senza molti preamboli l’on. Rattazzi annunzia, all’onorevole
Crispi, che veniva per incarico e desiderio del re a pregarlo di restituire
il diploma, ritirato da lui, essendo giunte da Parigi sull’Herz informazioni
pessime e per di più essendo giunta a cognizione di S.M. che la
ragione politica addotta per l’onorificienza non sussisteva, da che il
presidente del Consiglio Freycinet, interrogato s’ei l’avesse desiderata
o chiesta, aveva recisamente smentita la cosa.
Crispi scatta furiosamente esclamando: “È impossibile!
Non è vero!”. L’altro gli osserva cortesemente e con flemma che
il negare non serve, che la smentita proviene direttamente da Parigi, dal
Ressmann, raccolta dalla bocca stessa del Freycinet, (ah, povero Ressmann,
l’hai pagata cara!) e che le notizie intorno all’Herz sono proprio cattivissime.
Crispi, confuso, protesta ch’egli ne avea avuto di eccellenti
dall’ambasciatore Menabrea (quelle tali del rapporto famoso dell’anno addietro,
in seguito al quale la pratica si era dovuta metter la prima volta a dormire!)
e che riserbavasi di fargliele vedere per convincere lui ed il re.
Insomma per quel giorno non ci fu verso di cavarne nulla. Altro
che stracciare il decreto appena giunte le informazioni nuove! Il Rattazzi
si reca ad informare della resistenza energica trovata, tanto il re che
il Di Rudinì, colla cui piena intesa, ritorna infatti, di lì
a qualche giorno, dal Crispi, e lo trova più duro, più ricalcitrante
che mai. A un certo punto il Crispi tira fuori finalmente da un cassetto
del suo scrittoio, a destra, il famoso rapporto Menabrea (ah Giolitti,
Giolitti sottrattore di documenti!) dove eran segnati dei brani, e ne legge
col Rattazzi quelli che a lui Crispi facevan comodo nei quali infatti si
parlava dei meriti scientifici dell’Herz e della sua campagna del 1870;
ma nella lettura scappa fuori, e l’altro afferra naturalmente, anche il
brano dove il Menabrea, per discarico di coscienza, accennava al genere
di vita equivoco dell’Herz, e sconsigliava l’altissima decorazione! Il
Crispi, confuso e colto in fallo, si rimangia una parte delle sue parole,
si degna convenire che il rapporto Menabrea non è tutto favorevole
(figurarsi poi che cosa sarebbe stato, se Menabrea nel mentre lo dettava
non fosse stato debitore dell’Herz!) ma, aggiunge, che infine qualche cosa
di favorevole ci si trova (sfido io!) e promette di mandargli le informazioni
trascritte, perché anche S.M. si persuada.
Insomma di fargli restituire il diploma neanche quella seconda
volta non vi fu verso! Altro che stracciar il decreto non appena giunte
le informazioni contrarie! Arrivano di fatti, il di appresso, al Rattazzi
i famosi estratti delle informazioni del rapporto. Inutile il dire che
le cattive erano state omesse! Altra visita inutile; altra resistenza del
Crispi che piglia tempo qualche giorno ancora. Ma qui dobbiamo far pausa
un istante, e aprire una parentesi, perché qui si intercala un curioso
intermezzo che, da quanto narrai, riceve finalmente la spiegazione.
Evidentemente le cose pel Crispi si imbrogliavano. Le insistenze
del Rattazzi, nel compimento del suo dovere, mettevano il Crispi colle
spalle al muro. Quel caro Reinach, per amor del quale si era così
compromesso, lo aveva posto in un gran brutto impiccio: chi sa (voi direte)
in cuor suo quante imprecazioni doveva mandargli! Ohibò! Proprio
in quei giorni che il Rattazzi lo tormentava, era venuta a Crispi la felice
ispirazione di telegrafare al Reinach a Parigi, di venire ad intendersi
a viva voce.
È telegramma, del resto non più negato, che I’
Y. della Italia Reale ebbe nelle proprie mani.
E il risultato di questa chiamata improvvisa nei giorni che il
Crispi era, per colpa del Reinach, assediato e messo dal Rattazzi alle
strette, è la improvvisa commovente risoluzione del Crispi di ritornare
avvocato di quel Reinach al quale doveva tanti guai, e che, a suo dire,
non gli aveva neanche pagato ancora gli onorarj di quattro anni (!) indietro.
Ah! quella chiamata frettolosa del Reinach a Roma e quella cara
lettera di comodo, proprio del 17 febbraio (nei giorni delle visite Rattazzi!)
tirata fuori dalla Riforma! “Caro Jacques, poiché lo volete, tenetemi
per vostro avvocato!”.
E quella improvvisa liquidazione di arretrati, proprio in quei
giorni, che intermezzo comico e faceto! Farei torto ai lettori, che hanno
già capito, se mi perdessi ad illustrarlo.
Ripigliamo il filo del racconto, che è meglio.
Dopo l’ultima inutile visita, capita al comm. Rattazzi uno dei
soliti bigliettini nervosi del Crispi che gli dice di ripassare da lui.
– Meno male, avrà pensato il Rattazzi, finalmente si è
persuaso!
Va e trova il Crispi, rasserenato, che gli dice: “C’è
del nuovo!”.
Il nuovo era questo: l’on. Crispi tirò fuori dal cassetto
un bel vaglia di 60.000 lire, col quale, disse lui, visto che i titoli
dell’Herz non persuadevano, si poteva aggiustar tutto (!) mediante elargizione
di beneficenza dell’Herz al Magistero dell’Ordine!
Tableau! E siccome la scena il Rattazzi l’ha dovuta per forza,
per dover suo, raccontare subito allora al ministro Di Rudinì come
vedremo – possiamo provarci a raccontarla quasi fotograficamente, anche
noi.
Il Crispi e il Rattazzi stavano seduti. Alla strana, inattesa,
esibizione il Rattazzi si alzò da sedere e con un gesto della mano
repulsivo, significantissimo, disse al Crispi:
“Ah no, la prego! Per carità non tiri fuori di quella
roba. A prendere del denaro di Francia per una decorazione italiana, che
direbbero i francesi di noi?”.
E Crispi: “È una lezione che lei mi vuol dare?” (testuale).
Rattazzi: “Non è una lezione. Le dico che il decoro del
re, del Governo italiano, del Paese ne va di mezzo e la invito, ancora
un’ultima volta, in nome del re, che lo vuole, a restituirmi il diploma”.
Crispi: “No: questo no. Né oggi, né mai”.
Rattazzi comprese che era tempo perso: troncò il colloquio
e andò a render conto al ministro Di Rudinì della scenata.
Rudinì comprese che bisognava finirla: appoggiò
la decisione del re e S.M. il re dispose che il decreto non avesse corso.
Ora, a maggiore conferma del racconto, possiamo qui ripigliare
il resto dell’interrogatorio Di Rudinì, davanti il Comitato dei
Sette.
Interrogatorio Di Rudinì.
“Tornò Rattazzi e mi disse che Crispi insisteva dicendo che
Herz avrebbe elargito L.60.000 all’Ospedale Mauriziano, e che S.M. resisteva.
Risposi che S.M. aveva, per me, ragione di resistere e seppi poi che S.M.
aveva ritirato il decreto. Del resto io non conoscevo l’Herz e la ragione
della mia opposizione si deve alla mia costante ripugnanza a conferire
onorificenze a stranieri, specie quando vi sia di mezzo come forma di corrispettivo
il denaro…
Infine tutto il merito della non conferita onorificenza all’Herz
si deve al re.”
E in quest’affare non ci è che dire, la correttezza del
Re fu appena uguale alla sua pazienza! Così, e in questo modo, Crispi,
informato delle notizie sfavorevoli sull’Herz, “aveva lacerato il decreto”!
Ma domando io: se la resistenza del signor Crispi fosse stata
onesta e lecita, perché negarla così spudoratamente?
E, colto in flagrante colla sua menzogna, che bisogno di altro
per giudicar le restanti? A che serve tentare ancora negar le lettere dell’Italia
Reale chiamate al primo giorno tutte false, dopo che per propria difesa
vi siete ridotti ad ammetterne e confessarne parecchie?
O non dirle tutte false prima, o confessarle tutte vere poi.
Dove siano d’altronde andate a finire le 60.000 lire mostrate
da Crispi al comm. Rattazzi è un quesito che l’Opinione ha voluto
porre a sé medesima. Io non lo pongo, poiché mi occupo solo
delle cose che so e che mi risultano certe e provate.
Perciò, qualunque sia stata la fine delle 60.000 lire
che erano quel dì già in mano al Crispi, (rispettiamo l’impenetrabile
segreto e ammettiamo che Crispi abbia aperto la finestra e fattele volar
via) io mi occupo di quell’altre 50.000, posteriori, su cui di dubbio non
ce ne resta più. E, se un’ombra ne restasse, basterebbe a dissiparla
il sentire l’onesto accusato, scoperto bugiardo a quel modo, in tutte le
difese sue, dalla prima all’ultima, l’onesto dilettante di testimonianze
false e di falsi, ricorrere all’ultima ratio e gridare: “Mostratemi il
foglio dove io l’abbia confessato!”.
No, no, onesto accusato: questo nei casi tuoi, non si usa. Questo
nessun pratico lo fa, bisognerebbe essere un imbecille. Quando si fanno
le ricevute in questi casi, si fanno in forma prudenziale, come la tua:
“Ricevo la fav. v. col noto documento. Mi metto subito all’opera
e riusciremo presto”.
Ma è appunto per questo che si ricorre in questi casi
ad altre prove! E tu hai già confessato anche troppo il 18 marzo
1893, quando all’annunzio della scoperta delle 50.000 pagateti, invece
di scattar furibondo, hai balbettato nel dispaccio della Stefani che erano
pagamento d’onorari vecchi: fu incauto confessare il pagamento, mentre
del titolo che ne hai addotto ti è mancata la prova! Io, invece,
ho dovuto e potuto provarti colla testimonianza precisa del relatore della
inchiesta, colla testimonianza solenne del suicida in persona, colla lettera
Reinach 24 marzo – ammessa dalla Riforma tardivamente e per forza – che
il titolo era un altro: che le cinquantamila lire furono date per il cordone
di Herz – e per niente altro.
È prova piena sì o no?
Dopo scoperte le tue bugie e dopo letti i tuoi precedenti, basterebbe
ad un magistrato la decima parte di quella prova!
Ma la prova esubera, perché il signor Crispi e la Riforma
si incaricavano di completarla.
Io non so immaginare – dopo quello che siamo venuti scoprendo
– documenti più gravi per il Crispi di quella lettera Reinach del
30 aprile 1891 e di quella lettera Crispi del 4 maggio successivo che la
Riforma “disorientata” ha commesso la imprudenza di pubblicare.
Il 30 aprile (quasi un mese e mezzo dopo che il decreto era stato
annullato dal re) Reinach scriveva a Crispi (Riforma 29 marzo 1893): “sono
davvero molto infelice perché non mi fate questo piacere e favore”.
Lamento che concorda perfettamente con quello dell’altra sua lettera trovata
nel piego: “Ho dato a Crispi cinquantamila lire per un affare che poi non
ha fatto”.
E – in data 4 maggio 1891 – finalmente il Crispi scrive candidamente
a Reinach (Riforma, 29 marzo 1893) una lettera monumento ove dice:
Roma, 4 maggio 1891
Caro Jacques,
vi prego di non insistere più nella domanda per la saputa decorazione.
Le ragioni per le quali era stata domandata son venute meno… Mancando
la ragione politica ed i meriti del decorando, prudenza esige non se ne
parli più. Del resto fate che il vostro amico renda qualche servizio
all’Italia ed allora potrà meritarsi un premio al quale, al presente,
parmi non possa aver diritto. Vostro aff.mo
CRISPI
Oh, delicatissimo uomo! Solamente ai 4 di maggio, due mesi dopo
che il decreto era annullato, ti sei risoluto a far sapere al povero Reinach
la verità? E non gli hai detto nulla né alla fine di febbraio,
né ai primi di marzo, quando Rattazzi ti metteva alle strette e
il Reinach per tua confessione – trovavasi qui in Roma chiamato da te?
E invece di sfogarti irritato con lui per la triste figura che
ti aveva fatto fare, l’hai lasciato nella sua beata illusione, al punto
che il 24 marzo (data ammessa da te, provata schiacciantemente dall’indice
del morto) per abbreviare i ritardi, egli credesse necessario ungere ancora
le ruote e ti
mandasse le 50.000 lire per spese di cancelleria, come è detto
a chiare lettere nel verbale di Parigi?
E – dopo le informazioni sapute sull’Herz non te la senti venire
neanche una amara parola – tu che tante contro i galantuomini ne trovi!
e hai il coraggio ancora di esprimere in termini affettuosissimi al caro
Jacques la speranza che un tipo di quel genere renda alla tua Italia servigi?
Non ai 4 di maggio, ma ai 4 di marzo la dovevi scrivere quella
lettera, e una lettera in quei termini non la scrive che chi ha perduto
il diritto di dire le sue ragioni.
Una lettera, come quella, poteva scriverla soltanto chi, avendo
al Reinach il 5 marzo taciuto ogni cosa, nascostogli che il re rivoleva
il diploma, lasciava partire il Reinach nella illusione, e accettava che
egli mandasse due settimane ancora dopo – quando il decreto non era più!
– 50.000 lire per le spese di cancelleria del medesimo!
Evvia: io non cerco nel codice come si chiamano di queste cose.
– Mi limito a dire che c’è un Dio – non so se sia quello di Napoli;
– ma un Dio certamente, che punisce i colpevoli e che ha suggerito al signor
Crispi di stampare – credendo di difendersi – la lettera accusatrice del
24 maggio!
Poiché era ben chiaro che un dì o l’altro bisognava
pur scriverla! Non vedendo mai venir nulla, il Reinach e l’Herz si sarebbero
stancati, e il dì che dovette confessare, il signor Crispi, nei
panni suoi, non poteva pigliarli che colle buone.
Anzi ancor più che colle buone! poiché, giunti qui al termine dell’istoria, possiamo rifarci al principio: a quella intervista del gennaio 1893 col redattore della Tribuna, dove Crispi lasciossi sfuggire essersi trovato a Ginevra con Herz all’Hotel de la Paix e aver pranzato insieme da buoni amici. E siccome è presto e facilmente accertato che l’incontro fu estivo, cioè posteriore alla lettera 4 maggio, non restami che ammirare questa affettuosa, incrollabile, insuperabile amicizia, resistita nel cuore dell’ex ministro ai disinganni sull’amico suo e alle pessime e perfide informazioni sul di lui conto mandate da quel tristo di Ressmann, che avean fatto lacerare il decreto, ma per tener testa alle quali l’amico devoto non aveva esitato a tener testa anche al re!
E avrei finito, se non m’accorgessi che ho dimenticato di far
cenno di quel curioso documento apparso nella Relazione dei Cinque, e che
il prefetto Winspeare di Milano fu ad un pelo di pagare ben caro.
Parlo del telegramma cifrato 26 marzo ’93 con cui il prefetto
trasmetteva a Giolitti, Presidente del Consiglio, la copia di un dispaccio
di Weill-Schott a Crispi, di quel giorno, che diceva:
Luciano arrivato qui stanotte sarà Roma Hotel Europa lunedì mattina, mi assicura non poter nulla consegnare non avendo libera disposizione carte paterne.
Questo telegramma con quella data, che nella Relazione dei Cinque
sembrò un rebus, non lo è più per il lettore che mi
ha seguito fin qui.
Esso coincide col momento preciso in cui Crispi e la Riforma
(che – alla brutta scoperta di Parigi – avean creduto di salvarsi col dispaccio
della Stefani del 18 marzo e con lo smentire ogni cosa) si trovavano presi
fra le proprie bugie e le rivelazioni schiaccianti dell’Italia reale.
E in quei dì il corrispondente dell’Italia Reale a Parigi, recatosi
d’ordine del suo direttore alla palazzina Reinach, a parlare con Luciano
Reinach, apprendeva precisamente dal famigliare medesimo dal quale aveva
già avuto le copie delle lettere, che il Luciano era partito, chiamato
a Roma in gran fretta e segreto da Palamenghi-Crispi. […]
Luciano Reinach, chiamato a Roma di furia nell’ora che la Riforma
si trovava a mal partito, telegrafava lungo il viaggio che non potrà
consegnar nulla, non avendo più la libera disposizione delle cane
paterne.
Infatti, eran già in mano del giudice!
E giunge, il Reinach, a Roma il lunedì 27, ricevuto alla
stazione in gran segreto da due intimi segretari di Crispi, coi quali va
difilato a chiudersi in una casa ai Prati di Castello; e il suo arrivo
è tenuto segreto e nascosto come l’arrivo di un cospiratore o di
un latitante, e con tanta gelosa cura che si ottiene di farne cancellare
il nome persino dal registro dei forestieri!
Ma il suo arrivo produce un cambiamento a vista: e l’effetto
immediato è… l’articolo della Riforma del dì successivo
(28-29 marzo ’93) dove muta interamente il piano di difesa, rinunzia alle
smentite temerarie del 18, del 22, del 24, non parla più di lettere
false o pretese e si degna d’ammettere l’esistenza… della lettera Reinach
24 marzo 1891!
TERZA PARTE
Del resto il delicatissimo uomo, cui parve delicato tanto l’opporsi
alla inchiesta sulla Banca Romana, essendone debitore clandestino e domandandole
due dì appresso altro sconto, quanto lo attestare il falso ad un
giudice, ha torto di affastellare contro la luce del sole smentite inutili,
bugie, quando si scopre che si mandano cinquantamila lire per un gran
cordone. Dopo tutto non è gran somma; egli è abituato a ben
maggiori e – fatto ragguaglio dei tempi e della età e dell’altissimo
grado dell’uomo, non esorbita le proporzioni del prezzo che – semplice
giovane avvocato in Palermo – sotto il governo dei Borboni chiedeva per
ottenimento, non di decorazioni, ma di impieghi.
Ne fa fede un vecchio istromento notarile del dicembre 1845 da
tempo giuntomi nel suo autentico originale, rogato dal notaio Francesco
Marchese al quale è annesso l’allegato seguente:
Palermo, dicembre 1845
Tengo in mio potere ducati trecento, denaro del cav. Giuseppe Vassallo
Paleologo che mi obbligo pagarlo al sig. avvocato D. Francesco Crispi,
qualora in fra mesi quattro dalla data del presente otterrà un posto
di consigliere di Intendenza in una delle provincie del regno delle due
Sicilie.
Scorso tal termine senza che il real decreto o real rescritto
di elezione siasi emanato, i suddetti ducati trecento saranno da me restituiti
al cennato sig. cav. Vassallo. Il cennato sig. avvocato Francesco Crispi
resta obbligato di giustificare che nel termine anzidetto abbia avuto luogo
la elezione a consiglier di Intendenza del signor cav. Vassallo e ciò
non fatto nel termine stesso, io sottoscritto potrò restituire a
quest’ultimo i ducati trecento.
Visto: GIUSEPPE VASSALLO PALEOLOGO
Segue istromento notarile 26 decembre 1845 atti Marchese di Palermo
confermante la obbligazione suddetta relativa al deposito fatto di onze
cento da parte del sig. Giuseppe Vassallo Paleologo, per pagarle al sig.
avv. Francesco Crispi ove fra quattro mesi si verificasse la condizione
in detto tengo in mio potere annunziata.
L’atto è in forma esecutiva e firmato autenticamente dal notaio.
Venuto a sentore di questo documento, quel tal amico di Crispi,
retour de Londres (Comandini, n.d.r), mise subito avanti le mani e telegrafò
per tutta Italia ai giornali della Casa, che la mia prova dell’affare di
Herz non sarebbe stata altro che questo. Ma no, ottimo reduce, io non cito
quell’aneddoto antico che a solo studio di fisiologia, perché è
nella giovinezza dei grandi uomini che se ne giudicano le vocazioni.
A 24 anni, a 22 anni i fratelli Bandiera e Domenico Moro nel
luglio 1844 avevano la vocazione di morir per l’Italia e farsi fucilare
dai soldati del Borbone nel Vallone di Rovito. A 26 anni, nel dicembre
1845 – un anno e mezzo dopo – Francesco Crispi aveva quella di procurar
impieghi del Borbone per denaro.
Un contratto lecitissimo, non c’è che dire; anzi il reduce
di Londra e gli altri scribi della Casa assicurano che vi furono a Napoli
“numerosi avvocati, giovani specialmente, che patrocinavano affari personali
presso i dicasteri centrali governativi e tali patrocinatori chiamavansi
appunto avvocati ministeriali: e l’avvocato Francesco Crispi era del numero”,
sicché era proprio una cosa bellissima; tanto vero che fu rogata
da notaio.
Lo spionaggio ansioso, sporco, affannoso, esercitato in questi giorni dal servitorame di casa Crispi intorno a me – spinto fino al nauseante spettacolo di membri del governo postisi alle costole di intimi miei – se ha ben rivelato come sentasi di coscienza il padrone, che per non dar di sé conto, ai 15 dicembre scappava – meritava dopo tutto un castigo.
Che del resto il Crispi già ventiseienne all’epoca che
i Bandiera e i Moro e tanti altri più giovani di lui per l’Italia
eran già morti – non desto ancora agli entusiasmi italici, fosse
perfettamente a posto suo nel delicato ufficio che esercitava allora –
e che spiega tanta parte del Crispi di poi – cioè si fosse cattivate
le simpatie vive e le buone grazie del Borbone – che era il requisito indispensabile
per esercitarlo, questo neanche i suoi stessi biografi panegiristi lo negano.
Ei se l’era cattivate colle sue prose borboniche del 1840 e 1841 nel giornale
di Palermo l’Oreteo (dove eravate intanto voi pensatori e cospiratori e
martiri della Giovane Italia?) in onore e gloria di Ferdinando di Borbone
e della sua casa “a cui era data (sue parole) la gloria di rigenerare la
Sicilia”. […]
Né io le ricorderei qui, se non avessi le orecchie stanche
alla nausea dal sentir tutti i giorni gli scribi della Casa, ad ogni legittima
censura degli atti del padrone, rispondere col ritornello che egli stava
facendo l’Italia, mentre i censori non erano nati.
E fu in grazia di quelle prose che Francesco Crispi, da Palermo
tramutandosi al foro di Napoli, ottenne la grazia specialissima – riservata
solo ai ben pensanti – della dispensa dall’esame rigorosamente prescritto
per la iscrizione regolare nel foro napoletano: grazia secondo quanto fu
detto allora e poi, personalmente e direttamente chiesta al re: tanto che
gli stessi biografi panegiristi non lo impugnano e il povero Leone Fortis
nella biografia per commissione è ridotto a confessare, che anche
“data od esclusa la domanda diretta e personale è certo che la concessione
fatta al Crispi dovette avere il beneplacito del re, come è fuor
di dubbio cheCrispi per l’esercizio della sua professione, ebbe a chiedere
frequenti udienze del Borbone – il quale fu sempre con lui affabile e cortese
e fece spesso ragione ai suoi reclami tanto che Crispi stesso riconosce
di non avere a che lodarsi dei rapporti avuti con lui”.
Ah, gli amici! Già per certi servigi non ci son che loro.
Ma quando il povero Leone Fortis scriveva quelle linee di storia, non era
ancor venuto fuori il rogito notarile di Palermo del 1845 – a rivelare
in qual modo Francesco Crispi metteva a profitto le “frequenti udienze
del Borbone per l’esercizio della sua professione”.
E se io fossi stato presente a quella udienza in cui Francesco
Crispi – ai deputati di Calabria, venuti, non è guari, a reclamare
per la loro terra infelice contro il furto impudente dei soccorsi a lei
dati dalla pubblica carità – rispondeva insolentendo e richiamando
burbanzosamente i suoi vanti di cospiratore per la Calabria sotto i Borboni,
ah, se io fossi stato presente, come lo avrei messo al posto, rifacendogliela
io la sua storia vera da cospiratore!
Io, sì, gliela avrei detta quale fu la sua parte nella
cospirazione calabra e messinese del 1847, dove fioccarono innumerevoli
condanne feroci alla morte ed all’ergastolo e alle pene minori, ed egli
non ebbe neppure torto un capello, neppure il più piccolo disturbo
di una chiamata in polizia, a cui non isfuggivano anche i più lontanamente
sospetti; – e la sua parte nella rivoluzione del gennaio 1848 a Palermo
dove – sapendo che la insurrezione era fissata pel 12, lasciò La
Masa da Napoli recarvisi solo e aspettò che La Masa e i Carini e
Buscemi e Oddo e Paolo Paternostro e Jacona e Bivona e Grammonte e tutti
gli altri eroi chiamassero il popolo in Fieravecchia alle armi e lo portassero
alla battaglia e alla vittoria, per imbarcarsi allora da Napoli, sullo
stesso piroscafo che portava il generale borbonico, recantesi a negoziare
cogli insorti vittoriosi!
Io sì, se fossi stato coi deputati calabri, insolentiti
nell’ora in che compivano un dovere, glie l’avrei ridotta alle proporzioni
vere e modeste la sua parte in quei giorni, per la Sicilia gloriosi, che
ebbero – meno male! – virtù di convertire alla nuova fede il postulante
delle udienze borboniche: in quella insurrezione, di cui ebbe il coraggio
di farsi, dai suoi scribi adulatori pagati, dipingere come l’anima e la
mente, il capo (!)- mentre il general Filangeri, sottomettendo Palermo,
non gli fece neanche l’onore di comprenderlo nei 43 gloriosi esclusi dalla
piena generale amnistia!
E gli avrei ricordato i vanti non meno grottescamente bugiardi
con cui della Impresa dei Mille, tentò sfrondare – nei pagati panegirici
– la gloria al gran duce e appropriarsi il vanto di iniziatore, preparatore,
organizzatore dell’impresa rivendicato da Garibaldi unicamente a Rosalino
Pilo, a Nino Bixio, a Bertani! quale fu la sua parte vera nelle battaglie
che non lo videro e di cui si fece spacciare persino il genio strategico!
Questo avrei detto io, l’umile, io l’ultimo dei fantaccini di
Milazzo, al glorioso sostitutor di Garibaldi.
Ma è una storia che riserberò – documentandola
– ad altro tempo, se occorrerà, perché mi accorgo che la
nausea mi ha già tratto troppo lunga digressione. […]
CONCLUSIONE
So benissimo che a Francesco Crispi, ai suoi tempi e a quelli
d’ora, per accusare, nonché un uomo, tutto intero un partito, sarebbe
bastata nemmen la centesima parte di quanto ho dovuto in queste pagine
ricordare.
Oggi a lui basta un paio di documenti falsi da leggere alla Camera.
In altri tempi gli bastava anche meno: quando il 15 giugno 1867
vituperò nella Camera Bettino Ricasoli, accusandolo – egli! – d’aver
rubato il danaro pubblico per pagar le elezioni e la stampa, e fu messo
a dovere da Giuseppe Biancheri e da Nino Bixio che lo sferzò a sangue,
Francesco Crispi invitato a produr prove, rispose che per gli uomini politici
e per le assemblee politiche basta per prova “il convincimento morale”!
Quando più tardi nel 1868 volle accusare tutta la Destra
di ladroneccio e di concussione, fece rubare, per danaro, nel cassetto
di Paulo Fambri, segretario della Camera, dal noto Burei, le di lui carte,
tra cui la lettera di suo cognato Brenna, che conteneva due parole sole,
diversamente interpretabili a piacere “facciamo quattrini”. E con quelle
due sole parole mise l’incendio in Camera, denunciò la Destra alla
pubblica vendetta, scatenò lotte tremende, si eresse Minosse inesorabile.
Io non ho i metodi di Francesco Crispi: non vado a rubare nei
cassetti degli altri e non mando – e quando l’odio politico osò
accusarmi di qualcosa di simile, feci ciò che fa un galantuomo –
trascinai l’accusatore in tribunale – lo ammisi alle prove – gli abbandonai
alla luce del sole la mia vita intera – lo feci, con due sentenze solenni,
condannare.
Io non ho i metodi di Crispi – non rubo documenti – non li sottraggo
agli archivii della Consulta – non credo che bastino, come a Crispi, due
documenti falsi o due parole di una lettera privata per accusare chicchessia.
Perciò, per accusarlo, ho voluto essere innanzi alla certezza e
ad elementi di prova che lo farebbero condannare da qualunque giurì.
Per chiamarlo testimonio falso non c’è bisogno di ragionamenti:
basta prendere il testo ufficiale del suo esame per confrontarlo col testo
dei suoi biglietti.
Per chiamarlo concussore nei fatti bancarii non v’è bisogno
di ragionamenti: basta leggere negli atti ufficiali il suo discorso del
20 dicembre e mettervi a riscontro i documenti del suo debito occulto alla
Banca in quel dì e del debito nuovo di quattro giorni dopo.
Per chiamarlo concussore nel fatto Herz non v’è bisogno
di ragionamenti: basta leggere la testimonianza del suicida nell’ora della
morte: la lettera di Reinach riconosciuta, la confessione di Crispi e la
storia schiacciante delle sue bugie – una dopo l’altra smascherate. Per
un affare onesto, confessabile, non si inventano a nasconderlo tante menzogne!
E ho voluto nella prova abbondare: lasciando pel giudizio, a
cui Crispi non può più sottrarsi, il rimanente. So bene che,
se tutto questo è non solo bastante, ma esuberante pei galantuomini,
non basterà mai per i disgraziati, che servono Crispì a stipendio
(con pubblico furto) da quindicimila lire al mese in giù; non servirà
per coloro cui lega a Crispi la triste non frangibile solidarietà
dell’interesse e della colpa: non basterà, non può bastare
per deplorati come lui, benché meno aggravati di lui, dei quali
Francesco Crispi ha dovuto alle urne farsi paladino – combattendo a morte
i loro giudici – e dei quali ha dovuto farsi nella Camera la guardia del
corpo, la sua guardia di onore.
Ma non tutti fra coloro nella Camera e fuori, che hanno creduto,
non conoscendolo, in lui, non tutti a lui sono legati da solidarietà
di quel genere: sono pur fra essi uomini di cuore, onest’uomini e gentiluomini.
Per questi soltanto ho parlato e per tutti quelli che nelle mie file o
in file diverse di qualsiasi partito, hanno invocato la tregua di Dio sul
terreno, ove tutti i cuori onesti si incontrano. E ho parlato per la pubblica
coscienza, la quale, infallibile giudice, sa distinguere il linguaggio
del galantuomo indignato da quello del libellista, il linguaggio del vero
da quello della menzogna – e alla quale mi presento serenamente colla fronte
alta di chi compie un dovere.
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