IL BALLO SUL TITANIC che affonda è andato in
scena martedì scorso nel glorioso teatro Massimo Bellini, intitolato
al celebre compositore, trasformato per l’occasione in una balera: al suono
di un’orchestrina funzionari e impiegati del comune, in maschera con le
rispettive signore e vigili urbani in alta uniforme hanno danzato allegramente
rivitalizzando una tradizione scomparsa da decenni davanti agli occhi non
sorpresi dei telespettatori catanesi informati in diretta da Telecolor.
Fuori dal teatro, illuminato a giorno, la città
si avvia progressivamente verso il buio. Il centralissimo corso Italia
e piazza Roma, nella zona della villa Bellini, oscurate nei giorni scorsi,
sono illuminate per ora solo grazie all’intervento del prefetto Giovanni
Finazzo, che ha supplicato l’Enel, creditore di decine di milioni di euro,
di riaccendere i lampioni solo per la durata della festa di Sant’Agata,
patrona della città. I quartieri di Librino e San Giovanni Galermo
continuano a restare al buio. La ditta che cura la manutenzione della pubblica
illuminazione ha deciso di interrompere ogni servizio: attende da mesi
di essere pagata. Così come gli operatori sociali delle cooperative
di assistenza agli anziani, che da undici mesi aspettano lo stipendio e
solo per senso di responsabilità nei confronti delle fasce più
deboli della popolazione non hanno ancora incrociato le braccia. E che
dire delle buche nelle strade che sempre più numerose costringono
gli automobilisti ad avventurosi slalom, o a disastrosi impatti con ruote
e semiassi: anche in questo capitolo di bilancio i soldi sono finiti e
i buchi, come le buche delle strade, aumentano.
Palazzo degli Elefanti, sede del comune, appare come
un fortino assediato dai creditori che ha difficoltà a comunicare
con l’esterno: la Telecom mantiene per ora le linee, ma le Poste, che vantano
un credito di 7 milioni di euro, hanno fatto sapere che non spediranno
più una raccomandata paralizzando anche la giustizia civile: centinaia
di avvisi giudiziari sono fermi in attesa di essere recapitati. È
forse anche per questo che la serata danzante al teatro Bellini è
stata disertata da questore, prefetto, magistrati e autorità «civili
e militari», che hanno tenuto a mantenere le distanze dagli amministratori
catanesi, il cui sindaco, Umberto Scapagnini (Forza Italia, medico personale
di Berlusconi) ha annunciato che sta per lasciare la città «per
continuare a servirla da un seggio al Senato».
Intanto incalzata dai creditori, bacchettata dalla
corte dei conti, impietosamente descritta dagli ispettori di Padoa Schioppa,
inquisita dalla procura e dalla squadra di polizia giudiziaria della Guardia
di Finanza, Catania scivola velocemente verso la bancarotta. I numeri sono
da capogiro: «C’è un buco di miliardo di euro – dice sicuro
Orazio Licandro, deputato dei Comunisti italiani, e autore di numerose
interrogazioni sulla gestione amministrativa di questi anni, che ruota
attorno all’asse Scapagnini (sindaco) – Lombardo (presidente della provincia
e leader dell’Mpa), con l’utile stampella Udc sorretta in giunta da Filippo
Drago, figlio di Nino, che fu proconsole di Andreotti nella Sicilia orientale
– il dramma è che le spese correnti aumentano e nessuno se ne cura.
Da tempo, ormai, chiediamo il commissariamento». Il dissesto finanziario
di Catania viene a galla nel luglio dell’anno scorso, quando due ispettori
inviati dal ministro Padoa Schioppa per verificare il rispetto del patto
di stabilità scoprono un indebitamento pesante, e un «occultamento
del disavanzo con ripercussioni sulla credibilità dell’intero settore
della finanza pubblica nazionale». I bilanci di Catania, dunque,
sono un caso nazionale. Ma nessuno si muove.
Così la Corte dei conti, che ogni anno formula
pesanti rilievi per i disavanzi, il 12 dicembre mette nero su bianco l’incredibile
aumento delle spese correnti, in una situazione di totale dissesto finanziario.
Che gli amministratori avevano cercato di risolvere alla fine del 2006,
quando, come sostiene Licandro, «sono scaduti i tre anni concessi
dalla legge per ripianare i bilanci, le banche hanno chiuso da tempo i
rubinetti del credito, e il comune ha pensato di risolvere la crisi creando
Catania Risorse, società privata cui trasferire i beni immobili,
anche di valore culturale e architettonico, sufficienti a garantire nuovi
crediti». Società su cui si sono accesi oggi i riflettori
della procura, intanto per il modo in cui è stata costituita: «il
28 dicembre incaricano un perito di redigere la valutazione degli immobili
– racconta Licandro – il giorno dopo, in tempo record, la perizia viene
depositata in cancelleria, il 30, era un sabato, si riunisce il consiglio
comunale per l’approvazione, il 31, ultimo giorno dell’anno, il prestigioso
studio del notaio Carlo Seggio resta aperto per la compravendita degli
immobili: l’ex ragioniere generale del comune vende all’ex segretario generale,
presidente di Catania Risorse, 14 immobili tra cui l’antico convento di
Sant’Agata, vincolato dalla sovrintendenza». Che, infatti, protesta,
con le note della sovrintendente Maria Grazia Branciforti, rimossa poco
dopo. Velocità e pervicacia degli amministratori hanno generato
più d’un sospetto sulle ragioni dell’operazione, legata, si era
detto, solo al reperimento del credito: e in un occasione, nella riunione
di una commissione consiliare, è venuto fuori che la Italease, la
società dell’immobiliarista arrestato Danilo Coppola, poteva essere
interessata a comprare gli immobili.
Oggi Catania viaggia spedita verso la bancarotta.
Il bilancio consuntivo è stato approvato solo in settembre, quello
preventivo non c’è. E mentre il sindaco si prepara a fare le valigie
per il Senato, tutti in città attendono gli appuntamenti elettorali
per capire come andrà a finire. Compresi gli abitanti della zona
di San Giovanni Licuti, lo sbocco a mare più “in” dei catanesi,
che gli amministratori avevano promesso di trasformare in una elegante
spiaggetta di sabbia nera aperta a tutti. Vi scaricarono, invece, per risparmiare,
materiale di risulta di una discarica inquinato e nocivo alla salute, e
il giudice sequestrò il cantiere bloccando i lavori.
![]() |