MONZA – La Brianza non sarà il nuovo Texas.
Addio carotaggi esplorativi, addio pozzi petroliferi.
L´oro nero resta nella “pancia” del Parco del
Curone, a Montevecchia, borgo arroccato sulle colline lecchesi
che nasconderebbe un tesoro. Po Valley, la società
australiana che aveva chiesto di perforare il sottosuolo,
ha fatto un passo indietro, pur restando convinta
che gli idrocarburi ci siano. Titolare di una concessione governativa
in joint venture al 50 per cento con Edison, giovedì
sera ha alzato bandiera bianca, rinunciando alla possibilità
di cercare prove della presenza di petrolio in un´area
di 30 chilometri quadrati, 14 i comuni coinvolti.
La maggior parte tutelati dal Parco, nato nel 1983
per mettere al riparo da speculazioni un territorio di 2.350 ettari.
Gli australiani erano pronti a scommettere 20 milioni
di euro sulla zona, sicuri che sarebbe stata in grado di fornire 75 milioni
di barili. Ieri mattina la conferma ufficiale dell´abbandono, subito
ratificato dal Ministero per lo Sviluppo Economico
che ha annullato l´iter avviato lo scorso aprile.
“Abbandoniamo il campo, ma siamo convinti che a Montevecchia e dintorni
siano custoditi importanti giacimenti di greggio”, sottolinea Michael Masterman,
amministratore delegato di Po Valley.
Pratica archiviata, almeno per ora.
Decisive le barricate alzate dalle comunità
locali, pronte a difendere la loro terra a tutti i costi.
Determinante il rischio che la protesta nata dal basso
– e che in meno di tre settimane ha raccolto 30 mila firme
contro le esplorazioni – potesse bloccare all´ultimo
minuto la valutazione di impatto ambientale necessaria per scavare.
A guidare il fronte dei contrari Alberto Saccardi,
docente di statistica della Bocconi e i sindaci della zona,
che hanno costituito il comitato “No al pozzo”, ottenendo
il supporto di studiosi di mezzo mondo,
dalle università di Istanbul fino a quella
di Philadelphia. Tra loro anche Esseghair Skawder, professore di economia
della New York University, che ha esultato alla notizia
dello scampato pericolo.
Per gli esperti schierati in difesa del territorio,
il problema non era solo quello dell´impatto ambientale.
Sul piatto della bilancia pesavano soprattutto considerazioni
di carattere economico-sociale. “Questo lembo di Brianza
ha fatto della qualità della vita la propria
cifra distintiva – spiega Skawder – . Il benessere locale si basa su prodotti
“Igp”
e capacità di attirare turisti. Un modello
in continua espansione. I pozzi petroliferi avrebbero mutato il dna dell´area
trasformandola in un´anonima periferia suburbana, destinata all´abbandono
dopo vent´anni di sfruttamento”.
Dissente Masterman: “Il problema dell´approvvigionamento
energetico a basso impatto, perché così sarebbe stato,
è un nodo cruciale per il futuro dell´Italia.
In Brianza si è persa un´occasione”.
Il piano di Po Valley prevedeva l´apertura di
due pozzi esplorativi entro i prossimi 14 mesi e nel 2011
la coltivazione vera e propria, così si dice
in gergo riferendosi all´estrazione dell´oro nero.
Contro le trivelle, le istituzioni locali. “Abbiamo
conservato intatto il territorio per le generazioni future”,
festeggia Daniele Nava, presidente della Provincia
di Lecco.
Alza il calice anche Marco Panzeri, sindaco di Rovagnate,
uno dei comuni epicentro delle ricerche:
“Siamo contenti ma non abbassiamo la guardia”.
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