Caro Blair
che disastro Questo è il testo inviato da 52 ex ambasciatori
e alti funzionari britannici a Blair per criticare le posizioni assunte dal governo su
Medio Oriente e Iraq di 52 ex ambasciatori e alti funzionari britannici Gentile Primo Ministro,
noi sottoscritti, ex ambasciatori britannici, alti commissari, governatori
e alti funzionari internazionali, con una lunga esperienza in Medio Oriente
o in altre zone del mondo, abbiamo osservato con crescente preoccupazione
latteggiamento politico che Lei ha scelto di tenere nei confronti del
problema arabo-israeliano e dellIraq, in stretta cooperazione con gli
Stati Uniti. Dopo la conferenza stampa di Washington, dove Lei e il Presidente
Bush avete ribadito la vostra linea politica, riteniamo che sia giunto
il momento di rendere pubblica questa nostra preoccupazione, con la speranza
che questo possa servire a sollevare largomento in Parlamento e a procedere
a una revisione della politica attuale.
La decisione presa da Stati Uniti, Unione europea, Russia e Nazioni
Unite di proporre una road map per la risoluzione del conflitto tra palestinesi
e israeliani aveva fatto nascere la speranza che le grandi potenze avrebbero
finalmente fatto un vero sforzo comune per risolvere un problema che più
di ogni altro ha avvelenato per decenni i rapporti tra l’occidente e il
mondo islamico e arabo. I principi legali e politici su cui si sarebbe
basato tale accordo erano chiari: Clinton aveva affrontato il problema
durante la sua presidenza; gli ingredienti necessari per l’intesa erano
stati stabiliti e si era raggiunto seppur informalmente un accordo parziale
già su molti punti. Ma si trattava di speranze vane. Non è
stato fatto niente per far avanzare le trattative o per arginare la violenza.
La Gran Bretagna e gli altri paesi o istituzioni che appoggiavano la road
map hanno fatto affidamento (invano) solo su un’iniziativa della leadership
americana, che però non c’è stata.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. Dopo tutti i mesi persi nell’attesa,
Ariel Sharon e il Presidente Bush hanno annunciato alla comunità
internazionale una nuova linea politica, unilaterale e illegale, che costerà
ancora più sangue agli israeliani e ai palestinesi. La nostra costernazione
davanti a questo annuncio, che è solo un passo indietro, non fa
che aumentare, perché sembra che anche Lei abbia scelto di appoggiare
questa decisione, abbandonando i principi che per circa quarant’anni hanno
guidato la comunità internazionale nel suo sforzo di riportare la
pace in Terra santa – principi che sono stati alla base di tutti i successi
ottenuti.
L’abbandono di tali principi arriva in un momento in cui, a torto o
a ragione, siamo considerati nel mondo musulmano e arabo i partner di un’occupazione
illegale e brutale in Iraq.
L’atteggiamento tenuto nella guerra irachena dimostra che non c’era
un piano efficace per il dopo Saddam. Tutti quelli che conoscono la regione
avevano previsto che l’occupazione delle forze della coalizione si sarebbe
scontrata con una resistenza forte e tenace – e le cose sono andate proprio
così. Descrivere la resistenza come un problema dovuto a terroristi,
fanatici e mercenari non è credibile, né ci aiuta. La linea
politica da noi adottata deve tener conto della natura e della storia dell’Iraq,
il paese più complesso dell’intera regione. Anche se molti iracheni
vogliono una società democratica, credere che la democrazia possa
essere instaurata dalla coalizione è quantomeno ingenuo. Questa
è l’opinione di tutti gli analisti indipendenti che conoscono bene
la regione, sia in Gran Bretagna che in America. Siamo lieti di sapere
che Lei e il Presidente Bush avete accolto positivamente le proposte di
Lakhdar Brahimi. Dobbiamo essere pronti a fornirgli tutto il nostro appoggio
e a dare alle Nazioni Unite l’autorità necessaria per lavorare in
Iraq.
Le azioni militari delle forze di coalizione devono essere guidate
da obiettivi politici chiari e dalle esigenze dello scenario iracheno –
non da altri criteri. Non è abbastanza dire che l’uso della forza
è necessario in alcune zone. L’uso di armi pesanti non adatte alla
situazione irachena, la scelta di un linguaggio che serve solo a infiammare
gli animi e i continui scontri a Falluja e a Najaf servono solo a unire
l’opposizione, non a combatterla. Gli iracheni uccisi dalle forze di coalizione
potrebbero essere da dieci a quindicimila (è un male che le forze
di coalizione non abbiano delle stime affidabili), ma solo il numero di
persone uccise lo scorso mese a Falluja sembra essere di diverse centinaia,
tra cui molti civili, uomini, donne e bambini. Espressioni come: Piangiamo
ogni perdita umana. Rendiamo onore ai morti e alle loro famiglie per il
loro coraggio e il loro sacrificio, che si riferiscono solo ai soldati
uccisi della coalizione, non servono certo a moderare le passioni suscitate
dagli scontri.
Siamo d’accordo con Lei nel sostenere che il governo britannico ha
tutto l’interesse a lavorare a stretto contatto con gli Stati Uniti su
questi argomenti, e a esercitare la sua influenza in quanto suo leale alleato.
Siamo convinti che questa influenza oggi sia di vitale importanza. Se è
inaccettabile o sgradita, non c’è motivo di appoggiare delle scelte
politiche che sono destinate al fallimento.
In fede,
Brian Barder, ex Alto commissario, Australia; Paul Bregne, ex diplomatico;
John Birch, ex ambasciatore, Ungheria; David Blatherwick, ex ambasciatore,
Irlanda; Graham Hugh Boyce, ex ambasciatore, Egitto; Julian Bullard, ex
ambasciatore, Bonn; Juliet Campbell, ex ambasciatore, Lussemburgo; Bryan
Cartledge, ex ambasciatore, Unione Sovietica; Terence Clark, ex ambasciatore,
Iraq; David Hugh Calvin, ex ambasciatore, Belgio; Francis Cornish, ex ambasciatore,
Israele; James Craig, ex ambasciatore, Arabia Saudita; Brian Crowe, ex
direttore generale per gli affari esteri e la difesa, Consiglio dell’Unione
europea; Basil Eastwood, ex ambasciatore, Siria; Stephen Egerton, servizio
diplomatico, Kuwait; William Fullerton, ex ambasciatore, Marocco; Dick
Fyjis-Walker, ex presidente del Commonwealth Institute; Marrack Goulding,
ex capo della sezione peacekeeping delle Nazioni Unite; John Graham, ex
ambasciatore Nato, Iraq; Andrew Green, ex ambasciatore, Siria; Victor Henderson,
ex ambasciatore, Yemen; Peter Hinchcliffe, ex ambasciatore, Giordania;
Brian Hitch, ex Alto commissario, Malta; Archie Lamb, ex ambasciatore,
Norvegia; Davide Legan, ex ambasciatore, Turchia; Christopher Long, ex
ambasciatore, Svizzera; Ivor Lucas, ex segretario generale della Camera
di commercio arabo-britannica; Ian McCluney,ex ambasciatore, Somalia; Maureen
MacGlashan, rappresentante in Israele; Philip McLean, ex ambasciatore,
Cuba; Christopher MacRae, ex ambasciatore, Ciad; Oliver Miles, servizio
diplomatico in Medio oriente; Martin Moriand, ex ambasciatore, Birmania;
Keith Morris, ex ambasciatore, Colombia; Richard Muir, ex ambasciatore,
Kuwait; Alan Munro, ex ambasciatore, Arabia Saudita; Stephen Nash, ex ambasciatore,
Lituania; Robin O’Neill, ex ambasciatore, Austria; Andrew Palmer, ex ambasciatore,
Vaticano; Bill Quantrill, ex ambasciatore, Camerun;David Ratford, ex ambasciatore,
Norvegia; Tom Richardson, ex ambasciatore presso le Nazioni Unite; Andrew
Stuart, ex ambasciatore, Finlandia; Michael Wek, ex ambasciatore, Cairo;
Alan White, ex ambasciatore, Cile; Hugh Tunnell, ex ambasciatore, Bahrain;
Charles Treadwell, ex ambasciatore, Emirati arabi; Crispin Tickell, ex
ambasciatore presso le Nazioni Unite; Derek Tonkin, ex ambasciatore, Tailandia;
David Tatharn, ex governatore, isole Falkland; Harold Hooky Walker, ex
ambasciatore, Iraq; Jeremy Varcoe, ex ambasciatore, Somalia.