Berlusconi: «Sinistra attenta scateno la piazza, ti farà male»
«Stiano attenti i signori della sinistra, perché se dovessimo portare in piazza l’Italia che io vedo in giro intorno a me in tutte le regioni, male sarebbe per loro». Silvio Berlusconi, candidato con il dono dell´ubuiquità perché guida le liste elettorali per il comune di Milano e anche per quello di Napoli, deve ancora metabolizzare la sconfitta elettorale. E, visto che i riconteggi tardano, si appella alle piazze. Anzi, alla piazza, quella populista e vendicativa, quella della rivincita da strappare a tutti i costi. Fa la vittima, l´ex presidente del Consiglio. «La sinistra mi odia, ho paura dell´odio seminato dalla sinistra» nei miei confronti. Ma, ed ecco il ma, «stiano attenti, sono loro a dover aver paura se tirano troppo la corda, perché questa Italia non accetterà che questi signori vadano avanti a comportarsi come si sono comportati e che trasformino in cose vere tutte le minacce che stanno facendo contro le nostre riforme e contro la nostra azione di governo».

Una chiamata alla piazza che fa seguito, di poche ore, ad un´altra minaccia, più seria, almeno sul piano istituzionale: il ritiro di tutti i deputati e senatori se Napoletano non dovesse sciogliere le Camere in seguito all´accertamento di eventuali brogli nel voto di aprile. Un voto che non gli va giù. Qualche giorno fa scrisse ai capi di Stato europei dicendo che se ne andava dal Governo anche se aveva la maggioranza nel Paese. Insomma, tra psicanalisi e tentazioni populiste Berlusconi continua nella sua strategia della tensione. Con un´unica idea in testa: tanto peggio, tanto meglio. 

Un uomo stravolto dalla rabbia lancia chiare minacce eversive contro il governo
e promette lo scatenamento della piazza.
Va preso sul serio
ANTONIO PADELLARO

Sono parole che non si erano mai ascoltate nella storia della Repubblica.
Quell’uomo, che fino a qualche giorno fa era il premier del nostro paese, non scherza affatto.
Non accetta i risultati elettorali.
Non accetta la perdita del potere.
Non accetta che al postosuo sieda il leader della coalizione avversaria.
Quell’uomo, livido e agitato, annuncia in tutti i tg della sera che andrà fino in fondo, costi quel che costi.
Ha già detto quel che farà.
Dopo il riconteggio, i suoi uomini nella Giunta elettorale di Montecitorio denunceranno l’esistenza di brogli in misura
tale da ribaltare il verdetto del10 aprile. Quindi, egli si recherà al Quirinale per chiedere l’invalidazione del voto e l’immediato
ritorno alle urne. Non potendo sperare che qualcuno creda a una simile montatura, ha già deciso la mossa successiva:
il ritiro dei suoi deputati e senatori dalle aule parlamentari che sararnno cinte d’assedio a una folla tumultuante giunta
da tutta Italia: una nuova marcia su Roma.
Ma la maggioranza non si mostra impressionata e minimizza e ci ride su, come si fa con un comiziante che ha alzato troppo il gomito. Eppure quell’uomo che ha della democrazia la stessa concezione di un despota caucasico ha già dimostrato cosa significa
prenderlo sotto gamba. Nel 1994, quando fu liquidato come un «impresario», e sappiamo come andò a finire. Nel
2001, quando (tranne lui) nessuno pensava che avrebbe stravinto. Un paio di mesi fa quando sosteneva di avere con sè
metà del paese e fu sommerso dalle risate degli avversari (noi compresi), e ora ci tocca ringraziare quei 24mila voti.