| «Stiano attenti i signori
della sinistra, perché se dovessimo portare in piazza l’Italia che
io vedo in giro intorno a me in tutte le regioni, male sarebbe per loro».
Silvio Berlusconi, candidato con il dono dell´ubuiquità perché
guida le liste elettorali per il comune di Milano e anche per quello di
Napoli, deve ancora metabolizzare la sconfitta elettorale. E, visto che
i riconteggi tardano, si appella alle piazze. Anzi, alla piazza, quella
populista e vendicativa, quella della rivincita da strappare a tutti i
costi. Fa la vittima, l´ex presidente del Consiglio. «La sinistra
mi odia, ho paura dell´odio seminato dalla sinistra» nei miei
confronti. Ma, ed ecco il ma, «stiano attenti, sono loro a dover
aver paura se tirano troppo la corda, perché questa Italia non accetterà
che questi signori vadano avanti a comportarsi come si sono comportati
e che trasformino in cose vere tutte le minacce che stanno facendo contro
le nostre riforme e contro la nostra azione di governo».
Una chiamata alla piazza che fa seguito, di poche ore, ad un´altra minaccia, più seria, almeno sul piano istituzionale: il ritiro di tutti i deputati e senatori se Napoletano non dovesse sciogliere le Camere in seguito all´accertamento di eventuali brogli nel voto di aprile. Un voto che non gli va giù. Qualche giorno fa scrisse ai capi di Stato europei dicendo che se ne andava dal Governo anche se aveva la maggioranza nel Paese. Insomma, tra psicanalisi e tentazioni populiste Berlusconi continua nella sua strategia della tensione. Con un´unica idea in testa: tanto peggio, tanto meglio. |
Sono parole che non si erano
mai ascoltate nella storia della Repubblica.
Quell’uomo, che fino a qualche
giorno fa era il premier del nostro paese, non scherza affatto.
Non accetta i risultati elettorali.
Non accetta la perdita del potere.
Non accetta che al postosuo
sieda il leader della coalizione avversaria.
Quell’uomo, livido e agitato,
annuncia in tutti i tg della sera che andrà fino in fondo, costi
quel che costi.
Ha già detto quel che
farà.
Dopo il riconteggio, i suoi
uomini nella Giunta elettorale di Montecitorio denunceranno l’esistenza
di brogli in misura
tale da ribaltare il verdetto
del10 aprile. Quindi, egli si recherà al Quirinale per chiedere
l’invalidazione del voto e l’immediato
ritorno alle urne. Non potendo
sperare che qualcuno creda a una simile montatura, ha già deciso
la mossa successiva:
il ritiro dei suoi deputati
e senatori dalle aule parlamentari che sararnno cinte d’assedio a una folla
tumultuante giunta
da tutta Italia: una nuova marcia
su Roma.
Ma la maggioranza non si mostra
impressionata e minimizza e ci ride su, come si fa con un comiziante che
ha alzato troppo il gomito. Eppure quell’uomo che ha della democrazia la
stessa concezione di un despota caucasico ha già dimostrato cosa
significa
prenderlo sotto gamba. Nel 1994,
quando fu liquidato come un «impresario», e sappiamo come andò
a finire. Nel
2001, quando (tranne lui) nessuno
pensava che avrebbe stravinto. Un paio di mesi fa quando sosteneva di avere
con sè
metà del paese e fu sommerso
dalle risate degli avversari (noi compresi), e ora ci tocca ringraziare
quei 24mila voti.
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