Il pm aveva chiesto otto anni:«L’imputato ha mentito agli italiani»
10.12.2004
Otto anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Queste erano state le pesanti richieste del pm Ilda Boccassini, il 12 novembre scorso al processo stralcio per il caso Sme. La sua requisitoria era stata un fiume di parole lungo quasi sette ore, l’interminabile resoconto di «tonnellate di documenti» contro «quell’imprenditore che per conto di Fininvest SpA aveva a libro paga il giudice Renato Squillante e remunerava un altro giudice, Filippo Verde, perché ponesse la sua attenzione al servizio di interessi diversi».

La Boccassini aveva anche uniformato il suo capo d’accusa alla giurisprudenza della Cassazione, che impone di non chiedere la condanna per corruzione in atti giudiziari per il privato cittadino. Ovvero, anzichè di “corruzione in atti giudiziari” aveva deciso di accusare Silvio Berlusconi di “corruzione semplice”, ribadendo però che non avrebbe accettato nessuna attenuante, «proprio per l’inaudita gravità del reato» e perchè «Berlusconi ha mentito agli italiani».

L’accusa della Boccassini ricostruiva con precisione i rapporti tra Berlusconi e Squillante: «Silvio Berlusconi – aveva detto in aula – ha agito affinché il consigliere istruttore di Roma Renato Squillante compisse una serie di atti contrari ai doveri d’ufficio e in particolare: ponesse le sue pubbliche funzioni al servizio della Fininvest; violasse il segreto d’ufficio fornendo informazioni a lui richieste; intervenisse su altri uffici giudiziari al fine di indurli a compiere atti contrari ai doveri d’ufficio in modo da favorire quella società». E aveva continuato: «Agli inizi del 1991, Cesare Previti destinava parte delle somme ricevute da Silvio Berlusconi (e con il suo accordo) a tre magistrati romani; in particolare: il 14 febbraio del 1991, una parte (425 mila dollari) di un bonifico di 2.732.868 dollari era destinata al giudice Vittorio Metta, relatore della sentenza della Corte d’Appello di Roma sul Lodo Mondadori; il 5 marzo 1991 434.404 dollari erano accreditati sul Rowena di Renato Squillante; 16 aprile 1991 da un trasferimento di 1.800.000.000 di lire, venivano accreditati 500 milioni sul conto “Master” di Filippo Verde e una parte – altri 500 milioni – portata in Italia in contati (se ne sono perse le tracce)».

Il Pubblico Ministero aveva anche smentito duramente quanto dichiarato più volte dall’imputato Silvio Berlusconi e cioè: «Mai ricevuto telefonate dal dottor Squillante». In realtà aveva affermato la Boccassini, «ci sono contatti telefonici che dimostrano la continuità di rapporti con Squillante fino al suo arresto».

E, infine, Ilda Boccassini aveva concluso la sua requisitoria attaccando duramente l’atteggiamento con cui il presidente del Consiglio ha sempre affrontato il giudizio della magistratura: «Il processo non è uno spot pubblicitario dove si può dire quello che si vuole, ma un percorso faticoso in cui ci si confronta. Questo, signori giudici, è il nostro lavoro di accusa, starà a voi valutarlo». Oggi, la sentenza è arrivata.