
«Lavorare con lentezza/
senza fare alcuno sforzo/ Il lavoro ti fa male/ E ti manda all’ospedale».
Così cantava negli anni ‘70 Enzo Del Re,
cantautore militante a «paga sindacale». Così la sua
canzone era diventata la sigla
di Radio Alice, storica emittente bolognese del
movimento del ‘77 chiusa in diretta dalla polizia poco dopo quell’11 marzo
in cui fu ucciso dai carabinieri Francesco Lo Russo.
Così Guido Chiesa ha intitolato il suo film, Lavorare con lentezza,
appunto, con Claudia Pandolfi e Valerio Mastandrea in corsa per il Leone
d’oro a questo festival di Venezia (passa il 4 settembre).
Un titolo quasi programmatico per puntare subito
al cuore di quella che fu l’esperienza del movimento e della radio bolognese
alla quale il regista de Il partigiano Johnny aveva
già dedicato un sorprendente documentario (Alice in paradiso) «propedeutico»
al film. «Il lavoro, o meglio il rifiuto
del lavoro per dedicarsi invece alla ricerca della felicità è
centrale in quegli anni»,
spiega Chiesa. «Per questo col gruppo Wu
Ming, col quale ho scritto la sceneggiatura, appena incominciata la stesura
del soggetto è emerso con prepotenza questo
titolo. Anche perché i movimenti devono “lavorare con lentezza”.
Pensiamo al femminismo: non è stato rivoluzionario
se lo si intende in termini di attacco al potere,
ma il suo procedere in modo graduale lo ha segnato
profondamente»
Il lavoro è un tema sempre attuale.
Certo. Negli anni ‘70, come racconta il mio film, la parola d’ordine
era «più salario meno orario». Negli anni ‘80 con lo
yuppismo il lavoro è diventato di nuovo centrale, basato sulla fede
nella produttività e nell’efficienza. Oggi, in Occidente, dove apparentemente
ci siamo liberati dal lavoro sottoforma di fatica fisica, in realtà
le nostre vite ne sono ancora più pervase. La tecnologia, lo sviluppo
hanno fatto sì che si lavori molto di più, che cresca la
competizione, ma senza garanzie sociali.
Da qui la voglia di ritornare a parlare del
‘77? Nostalgia?
No, nessuno spirito nostalgico. Piuttosto ero stufo di sentir parlare
di quel periodo unicamente come degli «anni di piombo», delle
Br. Certo tutto questo storicamente è stato determinante, ma il
‘77 ha conosciuto anche una grande carica di creatività, di libertà.
Sono stati anni quelli in cui milioni di proletari hanno rotto il cerchio
della fabbrica-fabbrica potendo diventare scrittori, musicisti, artisti.
E come sarà raccontato tutto questo
nel film?
Beh, intanto devo dire che Renato De Maria col suo Paz ha
già descritto «il privato» di quegli anni, assottigliandoci
il territorio da affrontare. Con Alice in paradiso, poi, ho affrontato
tutta la riflessione sul tipo di comunicazione dell’emittente: quella straordinaria
capacità di mescolare ironia, nonsense, impegno mettendo insieme
dalla storia privata del ragazzo abbandonato dalla fidanzata al racconto
sulla fabbrica o il costo della vita. Per cui quello che siamo andati a
cercare col collettivo dei Wu Ming è stato piuttosto uno di quegli
eventi che scivolano nelle pieghe della storia, così come fu per
Peppino Impastato ucciso il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo
Moro. Facendo ricerche abbiamo trovato che a Bologna, poco prima di quel
tragico 11 marzo ‘77, fu sventata una rapina ad una banca effettuata per
mezzo di un tunnel scavato nel sottosuolo. Da qui è nata l’idea
di lasciare Radio Alice sullo sfondo e di portare in primo piano il racconto
di questi due rapinatori: due che di politica non sanno nulla ma che, proprio
scavando quel tunnel di notte, iniziano ad ascoltare l’emittente del movimento
scoprendo il mondo dell’impegno, della politica spesso anche un po’ snob
ed elitario.
Che ricordi la legano all’esperienza di Radio
Alice?
Allora avevo sedici anni e lavoravo anch’io in una piccola radio
libera in provincia di Torino. La chiusura in diretta dell’emittente bolognese
fu un colpo per tutti. Infatti l’assassinio di Francesco Lo Russo annunciato
da Radio Alice è stato per il movimento del ‘77 un po’ come quello
di Carlo Giuliani per la generazione di oggi. Entrambi sono arrivati come
una doccia fredda, morti immotivate, improvvise…
Quali similitudini o differenze vede tra il
movimento del ‘77 e quello di oggi?
Quel filo rosso che è la ricerca della felicità collettiva
c’è sempre. Forse, però, al movimento di oggi manca la condizione
storica per avere maggiore visibilità e mancano soprattutto le strategie.
L’ironia e la capacità comunicativa espresse da Radio Alice restano
attuali ancora oggi, tempi in cui tutto questo manca un po’.
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