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La stessa che privatizza mezza Italia e ha provocato la rivolta della scuola. Leggere per credere. |
Ora i sindaci hanno letto. Quelli
di destra e quelli di sinistra.
E subito hanno mangiato la foglia. «Ci avete
già tolto l’ Ici. Se ci togliete anche questo – dicono – che ci
rimane?»
La partita è chiara: non è solo una
guerra per l’ acqua, ma per la democrazia. Col 23 bis essi perdono contemporaneamente
una fonte di entrate e la sorveglianza sul territorio. Il federalismo si
svuota di senso.
Il rapporto con gli elettori diventa una burla. Lo
scenario è inquietante: bollette fuori controllo, e i cittadini
con solo un distante “call center” cui segnalare soprusi o disservizi.
Insomma, l’ acqua come i telefonini: quando il credito si esaurisce, il
collegamento cade. La storia parte da lontano, nel 2002, con una legge
che obbliga i carrozzoni delle municipalizzate a snellirsi, diventare S.p.a.
e lavorare con rigore. L’ Italia viene divisa in bacini idrici, i Comuni
sono obbligati a consorziarsi e le bollette a includere tutti i costi,
che non possono più scaricarsi sul resto delle tasse. Anche se i
Comuni hanno mantenuto la maggioranza azionaria, nelle ex municipalizzate
son potute entrare banche, industrie e società multinazionali. Ma
quella che doveva essere una rivoluzione verso il meglio si è rivelata
una delusione. Nessuno rifà gli acquedotti, le reti restano un colabrodo.
Il privato funziona peggio del pubblico, parola di Mediobanca, che in un’
indagine recente dimostra che le due aziende pubbliche milanesi, Cap ed
Mm hanno le reti migliori d’ Italia e tariffe tra le più basse d’
Europa. Col voto del 6 agosto si rompe l’ ultima diga. L’ acqua cessa di
essere diritto collettivo e diventa bisogno individuale, merce che ciascuno
deve pagarsi. Questo spalanca scenari tutti italiani: per esempio i contatori
regalati ai privati (banca, industria o chicchessia che incassano le bollette),
e le reti idriche che restano in mano pubblica, con i costi del rifacimento
a carico dei contribuenti. Insomma, la polpa ai primi e l’ osso ai secondi.
Il peggio del peggio. È contro questo che si stanno muovendo i sindaci
d’ Italia; a partire da quelli della Lombardia, che la guerra l’ hanno
cominciata prima degli altri. È successo che centoquarantaquattro
Comuni attorno a Milano han fatto muro contro la giunta Formigoni, la quale
già nel 2006 aveva anticipato il 23 bis con una legge che separava
erogazione e gestione del servizio. Quasi sempre all’ unanimità
– destra, sinistra e Lega unite – i consigli comunali hanno chiesto un
referendum per cancellare l’ aberrazione; e proprio ieri, dopo una lotta
infinita e incommensurabili malumori del Palazzo, davanti al muro di gomma
della giunta che apponeva alla legge solo ritocchi di facciata, hanno dichiarato
di non recedere in alcun modo dalla richiesta di una consultazione popolare
lombarda. “Si va allo scontro, non abbiamo scelta” spiega Giovanni Cocciro,
iperattivo assessore del Comuni-capofila di Cologno Monzese, e delinea
il futuro della rete in mano privata. “Metti che i contatori passino a
una banca, e questa stacchi l’ acqua a un condominio che non paga. Il sindaco,
per questioni sanitarie, deve garantire il servizio minimo ma, non potendo
più ordinare la riapertura del rubinetto, può solo intervenire
con autobotti, con acqua che costa tremila volte di più~ Per non
parlare dei problemi di ordine pubblico che ricadono sul Comune se la gente
perde la pazienza”. Nei bar di Cologno, per ripicca, hanno messo l’ etichetta
all’ acqua di rubinetto e ti dicono che le analisi l’ hanno dichiarata
all’ altezza delle più blasonate minerali. Al banco la gente chiede
“acqua del sindaco” rivendicandola come diritto, non come merce. E un po’
dappertutto, attorno a Milano, crescono le “case dell’ acqua”, dove il
bene più universale viene distribuito gratis, rinfrescato e con
bollicine, in confortevoli spazi alberati dove la gente può sedersi
e chiacchierare. Un “water pride” in salsa lombarda, che ora sta contagiando
anche il Piemonte. Premane in Valsassina, in provincia di Lecco, è
un comune di montagna a maggioranza leghista già assediato da privati
in cerca di nuove centraline idroelettriche, e sul tema dell’ acqua ha
i nervi scoperti. “Nel servizio idrico solo la gestione pubblica può
garantire equità all’ utente” sottolinea con forza Pietro Caverio,
che ha firmato la protesta dei 144 Comuni. Segnali di insofferenza arrivano
da tutto il Paese; situazioni paradossali si moltiplicano. Sentite cos’
è accaduto a Firenze. Il Comune ha accettato di fare una campagna
per il risparmio idrico e un anno dopo, di fronte a una diminuzione dei
consumi, ecco che la “Publiacqua” manda agli utenti una lettera dove spiega
che, causa della diminuita erogazione, si vede costretta ad alzare le tariffe
per far quadrare i conti. Ovvio: il privato lo premia lo spreco, non il
risparmio. L’ unica cosa certa sono i rincari: ad Aprilia in Lazio sono
scattati aumenti del trecento per cento e un conseguente sciopero delle
bollette che dura tuttora contro la società “Acqualatina”. Stessa
cosa a Leonforte, provincia di Enna, paese di pensionati in bolletta. A
Nola e Portici, nel retroterra napoletano, la società “Gori” ha
quasi azzerato la pressione in alcuni condomini insolventi, senza avvertire
il sindaco; e lavoratori della ditta hanno impedito ai partigiani dell’
acqua pubblica di tenere la loro assemblea. A Frosinone gli aumenti sono
stati tali che il Comitato di vigilanza è dovuto intervenire e alzare
la voce per ottenere la documentazione nei tempi previsti. Più o
meno lo stesso a La Spezia, che ha le bollette più care d’ Italia.
Per non parlare di Arezzo, dove la privatizzazione si sta rivelando un
fallimento. L’ Acquedotto pugliese, dopo la privatizzazione, si è
indebitato con banche estere finite nelle tempeste finanziarie globali.
A Pescara, da quando è scattato il regime di S.p.a., s’ è
scoperto un grave inquinamento industriale della falda e la magistratura
ha fatto chiudere l’ impianto. A Ferrara il regime di privatizzazione è
coinciso col trasferimento a Bologna del laboratorio di analisi, con conseguente
allentamento dei controlli in una delle zone più a rischio d’ Italia,
causa la falda avvelenata del Po. Ma se già ora la situazione è
così grave, ci si chiede, cosa accadrà col “23 bis”? Sessantaquattro
ambiti idrici territoriali – sui 90 in cui è compartimentata l’
Italia – tengono duro, rimangono pubblici, e organizzano laddove possibile
la difesa contro i compratori dell’ acqua italiana. Ma è battaglia
tosta: l’ acqua è il business del futuro. Consumi in aumento e disponibilità
in calo, quindi prezzi destinati infallibilmente a salire. Conseguenza:
nelle rimanenti 26 S.p.a. miste le pressioni sulla politica sono enormi,
tanto più che nei consigli di amministrazione il pubblico è
rappresentato da malleabili politici in pensione, e il privato da vecchie
volpi capaci di far prevalere il profitto sulla bontà del servizio.
Dai 26 ambiti che hanno accettato la privatizzazione sono cresciuti intanto
quattro colossi: l’ Acea di Roma che ha comprato l’ acqua toscana; l’ Amga
di Genova che s’ è alleata con la Smat di Torino e ha dato vita
all’ Iride; la Hera di Bologna che cresce in tutta la Padania; la A2A nata
dalla fusione dell’ Aem milanese e dell’ Asm bresciana. In tutte, una forte
presenza di multinazionali come Veolia e Suez, banche, imprenditori italiani
d’ assalto, e una gran voglia di crescere sul mercato. “Ormai il sistema
idrico non segue più la geografia delle montagne ma quella dei pacchetti
azionari” dice Emilio Molinari, leader nazionale dei comitati per il contratto
mondiale per l’ acqua. Il che porta sorprese a non finire. Del tipo: il
Fondo pensioni delle Giubbe Rosse canadesi che entra nella Hera e quello
delle vedove scozzesi che trova spazio all’ interno dell’ Iride. E colpi
di scena politici: l’ Acea guidata a suo tempo dal sindaco Veltroni mette
le mani sull’ acqua toscana, costruendo nel Centro Italia un potentissimo
polo dell’ acqua “rossa”, ma poi ti arriva Alemanno a sparigliare i giochi,
e l’ acqua di una regione di sinistra oggi è in mano alla destra.
Anni fa a Firenze sarebbe successo il putiferio. Oggi tutto tace. Motivo?
Lo spiega la Commissione Antitrust, che già nel 2007 ha individuato
nei quattro attori forti i pilastri di una situazione di oligopolio. C’
è un cartello, che ora è pronto a comprarsi tutto il mercato
proprio grazie al “23 bis”. Dietro alle Quattro Sorelle esiste lo stesso
intreccio finanziario e lo stesso collegamento – rigorosamente bipartisan
– con i partiti. I quali, difatti, il 6 agosto hanno votato in perfetta
unanimità. Per questo i sindaci si sentono truffati. “L’ acqua è
il nuovo luogo dell’ inciucio” ti dicono al bar di Cologno Monzese. Quando
i comitati per l’ acqua pubblica, sparsi in tutt’ Italia, hanno raccolto
400 mila firme e depositato in parlamento nel luglio 2007 una proposta
di legge di iniziativa popolare, sia sotto il governo Prodi che sotto quello
di Berlusconi non s’ è trovato uno straccio di relatore, nemmeno
d’ opposizione, capace di esaminare e illustrare la volontà dei
cittadini così massicciamente espressa. La melina del palazzo sul
tema dell’ acqua è trasparente, cristallina. Con l’ acqua che diventa
un pacchetto azionario, c’ è anche il rischio che un bene primario
della nazione passi in mani altrui, nel gioco di scatole cinesi della finanza.
In Inghilterra è accaduto: le bollette si pagano a una società
australiana, che ha triplicato le tariffe. Vuoi protestare per un guasto?
Rivolgiti a un operatore agli antipodi. Può capitare anche qui.
Ormai niente isola più l’ acqua dai fiumi avvelenati delle finanze
che affondano l’ economia mondiale, e in molti Paesi si sta correndo ai
ripari. Persino in Francia, che pure è la sede delle multinazionali
Suez e Veolia che comprano l’ acqua italiana. “Torniamo all’ acqua pubblica”,
proclama il sindaco di Parigi Delanoe, che impernia su questo la campagna
elettorale per la riconferma. Anche lì si rivuole l’ acqua del sindaco.
E che dire della Svizzera e degli Stati Uniti, i Paesi della Nestlé
e della Coca-Cola che imbottigliano fonti italiane. Non sono mica scemi:
l’ acqua è protetta come fattore strategico e tenuta ben fuori dal
mercato. Ormai si stanno muovendo tutti, anche la Chiesa. I vescovi di
Brescia e Milano sono intervenuti proclamando il concetto del pubblico
bene. La conferenza episcopale abruzzese ha messo per iscritto che l’ accesso
all’ acqua “è un diritto fondamentale e inalienabile”. In Campania
è battaglia dura e la difesa dell’ acqua si intreccia nel modo più
perverso con gli interessi della camorra e l’ affare della monnezza. Al
Nord, in piena zona leghista, sindaci come Domenico Sella (Mezzane, nella
pedemontana veronese) deliberano che l’ acqua è cosa loro, ed è
il perno del rapporto con i cittadini. “Se xe una perdita, la gente me
ciama, e mi fasso subito riparar”. Più chiaro di così. Sul
territorio sinistra e destra parlano ormai la stessa lingua. Nelle Marche
il presidente della provincia di Ascoli Massimo Rossi (Rifondazione) spiega
che “non si può imporre la privatizzazione”. E sempre ad Ascoli
Paolo Nigrotti, An, presidente della società di gestione (tutta
pubblica), una delle migliori del Paese, osserva che “la privatizzazione
non è stata gran che in Italia” e va applicata solo là dove
serve. La qualità costa, ma la può garantire anche un pubblico
responsabile. Nel Friuli-Venezia Giulia, l’ ex presidente della provincia
di Gorizia Giorgio Brandolin – uno che ha resistito alle pressioni privatrizzatrici
della Regione e ha messo insieme una S.p.a pubblica tutta goriziana che
da due anni e mezzo gestisce la rete in modo impeccabile – ora si ritrova
capofila dei movimenti anti “23 bis”. In Puglia, 38 Comuni e due Province
(Bari e Lecce) hanno formato un robusto pacchetto di mischia per la ripubblicizzazione
e chiedono a Niki Vendola una legge regionale che definisca l’ acqua “bene
privo di rilevanza economica”. Ragusa e Messina battono la stessa strada.
A Parma è scesa in piazza pure la gioventù italiana della
Destra di Storace. Succede che di fronte alla bolletta, la gente – toccata
nel portafoglio – sta ripescando un concetto passato di moda, quello di
bene comune. Nell’ acqua il cattolico vede la vita e il battesimo; il nazionalista
un bene non alienabile agli stranieri; il leghista l’ autogoverno del territorio.
Altri vi trovano il benessere, il dono ospitale, la pulizia e la sanità.
“Tutti sentono l’ acqua come l’ ultima trincea” ammette Rosario Lembo,
segretario del Contratto per l’ acqua. Tutti vi scoprono un simbolo potente,
e quel simbolo è capace di rompere i giochi del Palazzo con nuove
alleanze. Giuseppe Altamore – autore di bei libri-inchiesta sul tema, come
“Acqua S.p.a.” – osserva che “il vero dramma è la mancanza di un’
authority capace di affrontare l’ emergenza di un Paese dove un abitante
su tre non ha accesso all’ acqua potabile”. Quattro ministri se ne occupano,
ma intanto nessuno pone rimedio a perdite spaventose e nessuno mette in
sicurezza le falde avvelenate. Per esempio l’ arsenico oltre il limite
a Grosseto e Velletri. E poi il fluoro, i cloriti, i trialometani Servono
formidabili investimenti, o la rete va al collasso”.
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