L’inchiesta era cominciata lo scorso anno all’indomani della presentazione di un esposto da parte di Giacomo Borrione, avvocato civilista perugino, responsabile giustizia di Forza Italia per l’Umbria e da 33 anni, per sua stessa ammissione, iscritto alla massoneria.
Presidente del ‘Comitato nazionale per la giustizia’, Borrione aveva
accusato Colombo e Boccassini di una gestione illegittima del fascicolo
processuale ‘9520’, dal quale erano nati i processi Imi-Sir/Lodo e Sme,
conclusisi con le condanne di Cesare Previti e dell’ex presidente dei Gip
di Roma, Renato Squillante.
Borrione aveva in sostanza sostenuto, nell’esposto ai magistrati
bresciani, le stesse tesi dei legali difensori di Cesare Previti, secondo
i quali
il fascicolo ‘9520’ sarebbe stato tenuto segreto in modo illegale.
E alle accuse di avere agito per conto dell’ex ministro della Difesa,
l’avvocato umbro aveva replicato: “Io Previti non l’ho mai visto,
siamo su due pianeti diversi. Io sono un piccolo avvocato di provincia,
lui fa
i miliardi. Ho fatto questo esposto perchè credo che non
ci possa essere alcun segreto istruttorio per otto anni per un fascicolo
a carico di ignoti”.
La tesi era stata smontata dalla Procura di Brescia che il 13 novembre
dello scorso anno aveva chiesto l’archiviazione dell’ inchiesta.
E a ritenere che il comportamento dei due magistrati milanesi, Gherardo
Colombo e Ilda Boccassini, sia stato legittimo, è ora anche il Gip,
il quale accogliendo la richiesta di archiviazione ha anche inviato
le carte alla Procura della Repubblica affinchè valuti la possibilità
di procedere
per calunnia nei confronti di chi ha presentato l’ esposto.
La Procura di Brescia nella richiesta di archiviazione aveva dedicato numerose pagine per spiegare che il procedimento indicato con il numero ‘9520’ era “legittimo” e “attuale”.
Dall’inchiesta era infatti emerso che il procedimento ‘9520’ venne
iscritto sia a carico di persone note sia di persone ignote e che, man
mano, venivano stralciate le posizioni degli indagati, o per archiviazione
o per rinvio a giudizio, finchè è rimasto a carico di soli
ignoti.
Sul fatto che il fascicolo fosse ancora iscritto a modello 21 (il
registro contro noti) invece che a modello 44 (contro ignoti), i pm bresciani
avevano accolto le spiegazioni dei colleghi milanesi e cioè che
la procedura del Re.Ge (registro generale) non prevede la possibilità
di trasferire notizie
di reato da un modello all’altro. Per quanto riguarda l’accusa che
il fascicolo non sarebbe contro ignoti e nasconderebbe atti di indagine
contro Cesare Previti, i magistrati bresciani avevano replicato: “Se gli
inquirenti milanesi stanno tuttora indagando per identificare gli ignoti
concorrenti con Cesare Previti in episodi di corruzione, è doveroso
che chiedano a coloro che risultano aver manovrato conti esteri e monetizzato
somme per conto
di Previti”. In pratica, avevano sottolineato, “l’ argomento del
falso procedimento agitato da Previti costituisce, a ben vedere, un’ulteriore
prova
che il procedimento 9520 è tuttora effettivamente pendente
a carico di ignoti, ed esattamente quegli ignoti concorrenti nei reati
di corruzione giudiziaria come testualmente riferito dai pm milanesi”.
L’inchiesta si era occupata anche del nastro che conteneva la registrazione
dell’intercettazione della conversazione tra l’ex capo dei Gip di Roma,
Renato Squillante, e l’ex pm Francesco Misiani. “Le manipolazioni riscontrate
sul nastro – avevano scritto nella richiesta di archiviazione
i pm bresciani – non possono essere in alcun modo fatte risalire
ai magistrati indagati che, anzi, da esse hanno tratto un gravissimo danno
di immagine e di credibilità. Qualunque cosa sia successa
a quel nastro non può essere addebitata al dottor Colombo e alla
dottoressa Boccassini”.
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