Sono arrivati da tutta Italia: Roma, Bologna, Torino, Firenze, Brescia.
Un ideale striscione che corre per tutta la penisola a manifestare contro
la legge 30, una legge che riconosce una serie infinita di forme
contrattuali atipiche, dai lavoratori a progetto alle prestazioni occasionali,
dal lavoro intermittente al “job sharing”. Nomi complicati che in sostanza
legittimano a pieno titolo la precarietà del lavoro e istituiscono
le forme moderne
dello sfruttamento.
Sfilano gli operatori sociali, coordinati su scala nazionale, per chiedere un aggiornamento del loro contratto nazionale adeguato al costo della vita, dopo che l’unico riconoscimento delle loro richieste si è risolto con un aumento di 25 euro lordi al mese. Una ridicola concessione, per il settore dove attualmente il precariato è più forte. La stragrande maggioranza di chi lavora nelle cooperative sociali oggi ha un contratto a progetto, gli ex co.co.co.
Protestano i Comitati di Base dei trasportatori del settore aereo.
È il segretario nazionale, Antonio Amoroso, a spiegare che «la
vertenza Alitalia
ha di fatto determinato la vittoria del precariato. Oggi, solo nella
compagnia di bandiera, ci sono 2500 precari». Ma è parlando
con Silvia, una delle vittime del sistema, che questi dati prendono forma.
Silvia, come tanti altri, lavora presso il call center dell’Alitalia. Assunta
nel 1997, il suo contratto è rinnovato costantemente per 6 mesi,
poi viene regolarmente lasciata a casa giusto il tempo necessario a non
far scattare l’obbligo di assunzione, per poi essere chiamata di nuovo
per un contratto di altri sei mesi. Va avanti così da sette anni.
E ora, con l’accordo firmato tra l’azienda e i sindacati che ha diviso
Alitalia in due, Az fly e Az service, i lavoratori del call center, che
appartiene a Az service, rischiano che il loro servizio venga esternalizzato
ad un’altra ditta, vedendo così sfumare per sempre l’ipotesi di
essere assunti dall’azienda per cui da sette anni lavorano.
Manifestano i disoccupati organizzati napoletani e chiedono un reddito
di cittadinanza, un salario minimo per chi è disoccupato. La loro
lotta
per
il lavoro è iniziata otto anni fa, ma le risposte delle istituzioni
non sono ancora arrivate. Così come tarda ad avverarsi la promessa
di un corso
di orientamento e formazione. Durante le scorse elezioni suppletive,
i disoccupati organizzati hanno occupato un seggio di Napoli per farsi
sentire ancora una volta. E qualcosa si è finalmente mosso. Il corso
di orientamento è partito e forse, tra un po’, partirà anche
quello di formazione.
Ogni tanto la lotta dà i suoi frutti. E speriamo che anche
quella di sabato 6 novembre possa servire a qualcosa.
Ci sono i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità. Un
istituto che dipende dal ministro Sirchia e che fa ricerca sull’Aids, fa
analisi sui medicinali,
e molte altre cose di vitale importanza. Ma, anche qui, il 50% dei
lavoratori è precario. E per una professione così importante,
avere un contratto che vale oggi sì e domani no, è squalificante
per l’uomo e per l’istituzione. La stessa perdita di credibilità
che si abbatterà sull’Università della Moratti.
Presente anche Action, che tra i baluardi della sua lotta mette il
diritto alla casa. A parlare è Valentina, un’attivista della Garbatella.
E le cosa che racconta lasciano davvero sbalorditi. Agli sportelli di assistenza
per la casa organizzati da Action, racconta, non arrivano senza tetto e
barboni, ma famiglie che fino a 10 anni fa vivevano tranquillamente con
lo stipendio anche di una sola persona e che oggi invece non riescono ad
arrivare a fine mese. Persone che sono state sfrattate o che sono in procinto
di riceverlo, anziani a cui non viene data la possibilità di mutuo
perché troppo vecchi.
E ormai nemmeno i figli possono più fare da garanzia, i contratti
da precario non convincono nemmeno le banche.
Nel corteo, pure le Rappresentanze di Base degli auto-ferro-tranvieri
di Torino, che parlano di «fine della solidarietà tra le generazioni».
Il responsabile provinciale, Leonardo Loggi, crede che nel mondo
del lavoro oggi non si pensi più né al futuro dei giovani
né al meritato riposo
di chi è in età da pensione. A Torino, continua, «si
respira un’aria pesante di deindustrializzazione e delocalizzazione».
Parole piene di zeta e di rischio di povertà.
Il mondo del lavoro è ormai a un bivio e la strada della mercificazione
delle persone sembra essere irrimediabilmente imboccata.
Ma forse qualcosa si può ancora fare contro questo sfascio.
Molti ci hanno provato concretamente questa mattina con il “surfing shop”.
Un’idea sperimentata già altre volte che consiste nel provare
a riprendersi ciò che ci è negato. A cominciare dal cibo:
un gruppo di manifestanti
è entrato in alcuni supermercati ed ha fatto una spesa un
po’ anomala. Niente scontrini, niente soldi, e poi fuori a ridistribuire
i prodotti a chi fatica
a comprarseli. Un’iniziativa di facile strumentalizzazione, com’è
ovvio, ma gli organizzatori parlano chiaro: il “surfing shop” vuole dare
un segnale,
è una fase di conflitto ma ha una sua progettualità.
L’obiettivo è arrivare a costituire gruppi di consumatori
che possano avere un reale potere contrattuale con i distributori. Ovvero,
accorciare
le distanze tra produttore e consumatore, rompere i meccanismi che
hanno fatto salire i prezzi alle stelle, riuscire a determinare delle trattative.
E far sentire alle persone che non sono sole, che non sono le uniche
a non arrivare a fine mese, che non è colpa loro se tutto sta andando
a rotoli.
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