Adolescenti che non hanno
mai sentito parlare di scuola, di diritto allo studio, di accesso
al sapere.
Anche per loro abbiamo manifestato
il 17 novembre, in tutto il mondo, per la giornata dedicata proprio
all’accesso al sapere. [email protected]
Negli ultimi anni i media e l’opinione pubblica in generale raramente
si preoccupano di offrirci un quadro chiaro e realistico della situazione
mondiale. Di conseguenza la maggior parte delle persone non è a conoscenza
dei numerosi conflitti che oggi affliggono il nostro pianeta. Ci chiediamo allora come sia possibile parlare di cittadini del
mondo attivi e coscienti della realtà che ci circonda se si tengono
nascosti questi avvenimenti. Negli anni ’90 si sono registrate nel mondo 57 guerre in 45 Paesi;
nel 2000 sono state 25 e l’anno dopo 24. Se provassimo ad elencare i nomi
dei Paesi in guerra, quasi sicuramente la nostra memoria vacillerebbe.
Non tutte le guerre ricevono la stessa attenzione da parte dei mass media
e, di conseguenza, dall’opinione pubblica. La tragica conclusione è che esistono guerre di “serie A”
e guerre di “serie B”, conflitti cioè che occupano le prime pagine
dei giornali e altri che vengono del tutto ignorati. Sembra proprio che
“ciò che non si vede…non esiste”. Violente rivolte nella parte indonesiana del Borneo, una guerra
civile senza fine in Burundi, massacri inter-etnici e lo smembramento della
repubblica democratica del Congo. In Afganistan, la prosecuzione degli scontri e gli eccessi di fanatismo
da parte del governo talebano. Dappertutto, piccoli conflitti dimenticati
continuano a mietere vittime. La fine della guerra fredda e la scomparsa
dell’Unione Sovietica hanno portato ad un “disinteresse internazionale
per tutte queste zone grigie” il cui controllo non ha più grande
importanza economica e strategica e per tutte quelle guerre che non possono
nuocere più di tanto all’equilibrio internazionale. Ma poiché l’orrore, la sofferenza, la morte fanno “audience”,
fanno “scoop”, anche il dolore dell’uomo fa parte del mercato internazionale. L’opinione pubblica è divisa tra coloro che sono a favore
dell’intervento “pacifico in armi”, delle superpotenze superarmate, e chi
invece si dichiara accanitamente contro. Queste dibattito contribuisce a rendere la guerra un evento mediatico
e non la reale follia che rappresenta. La cosa che sconvolge non sono i
conflitti in quanto tali, ma l’alone di indifferenza che circonda la maggior
parte di essi. Come una pesante coperta, tesa da chi non è intenzionato
a distogliere l’attenzione dai propri sporchi affari, per qualcosa di meno
importante della speculazione, della notorietà di chi gioca a fare
“il Presidente buono” o dell’industria delle armi. Qualcosa come capanne di fango e bambini vestiti di stracci,
qualcosa come i Paesi del Terzo Mondo. L’opposto dell’Iraq, una grande nazione, relativamente povera, con
una dittatura che sembra fatta per essere abbattuta dall’eroe di turno. Infatti l’Iraq attrasse l’Occidente per il petrolio che si trovava
nel sottosuolo. Così l’oro nero finì nelle mani dei Paesi industrializzati,
che offrirono le tecnologie per l’estrazione.
Modesti invece furono i vantaggi che ne derivarono alle popolazioni,
escluse dal possesso di quella ricchezza che, diversamente impiegate avrebbero
potuto contribuire in misura rilevante a imprimere un forte sviluppo alle
economie arretrate di quei Paesi. Tuttavia il petrolio ha rappresentato una delle motivazioni principali
che hanno causato lo scoppio di alcune guerre come è avvenuto per
la guerra del golfo nella quale i Paesi protagonisti non potevano competere
con le forze armate dell’esercito statunitense e i suoi numerosi alleati. Anche se nessuna guerra è conosciuta fino in fondo sono troppe
le liste delle vittime, dei civili innocenti, di obbiettivi mancati; troppe
le spiegazioni che bisognerebbe divulgare, e allora tutti in guardia contro
il terrorista pronto a farsi esplodere in una stazione. E tutti giù a condannare l’Islamismo o la minoranza “di turno”. Un bel teatrino messo su per intrattenere il mondo civilizzato. I primi a pagare le conseguenze di questa falsa informazione sono
i più giovani. Soldati, lavoratori e bambini orfani che già all’età
di otto anni hanno dovuto scontrarsi con i problemi della vita, o meglio
della morte. Bambini che non hanno giocattoli, che non sanno con che cosa
placare la fame, perché non hanno né tempo né cibo. Bambini che non sognano neanche la possibilità di un futuro
migliore di quello che il mondo contemporaneo gli ha messo davanti. Bambini , ma anche ragazzi e ragazze, adolescenti che combattono
ogni giorno con i bisogni propri e della famiglia. Adolescenti che non hanno mai sentito parlare di scuola, di diritto
allo studio, di accesso al sapere. Anche per loro si manifesta il 17 novembre,
in tutto il mondo, per la giornata dedicata proprio all’accesso al sapere.