Strage di Piazza Fontana
La lezione del processo infinito
di Gerardo D’Ambrosio

 Il 12 marzo la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha prosciolto, se pur con formule diverse, gli ultimi tre imputati di concorso (con Freda e Ventura) nella strage di Piazza Fontana del 12 dicembre ‘69, ritenuti invece colpevoli in primo grado e per questo condannati all’ergastolo.
La notizia è passata pressoché sotto silenzio per la coincidenza dei tragici fatti di Madrid. La prima sensazione è stata quella del dejà vu. Nello stesso modo infatti si era concluso in appello a Catanzaro il primo processo, a carico della cellula neofascista veneta. Freda, Ventura, Pozzan e l’agente del Sid Giannettini che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo, vennero tutti assolti per insufficienza di prove (formula oggi soppressa). La stessa Corte confermò il proscioglimento, per insufficienza di prove, del ballerino anarchico Pietro Valpreda e degli altri componenti del pseudo circolo anarchico «XXII marzo» processati, non a caso come vedremo, unitamente al gruppo dei neofascisti.
La vicenda induce ad alcune riflessioni. Le istruttorie per i tragici fatti del 12 dicembre 1969, com’è noto, furono due. La prima, quella a carico di Pietro Valpreda e di altri pseudo anarchici del circolo romano «XXII marzo» fu certamente espressione di una precisa volontà di sfruttare politicamente gli attentati attribuendoli ad un gruppo di sinistra “senza alcuna copertura”. E su questa volontà giocò certamente un ruolo importante il fatto che l’Italia stava attraversando un periodo di particolare tensione sociale.
Con le elezioni della primavera del ‘68, per il calo di consensi della Dc, si abbandonò la formula di governo di centro sinistra voluta nel 1964 da Aldo Moro che, per la prima volta dopo la liberazione, aveva portato il Psi di Nenni a governare il Paese, e si tornò ai governi di centro. La scelta non si rivelò felice. Tra il giugno ‘68 ed il marzo 1970, vi furono ben tre governi: il primo, balneare, presieduto da Leone durò dal giugno al dicembre 1968; il secondo di centro presieduto da Rumor dal dicembre ‘68 all’agosto 69; il terzo monocolore ancora presieduto da Rumor durò dall’agosto al marzo 1970.
Intanto nel 1968 sull’onda del maggio francese, in cui gli studenti si riversarono sulle strade di Parigi per rivendicare una valida politica di riforme, anche in Italia studenti ed operai cominciarono a scender in strada per chiedere oltre le riforme – promesse, ma mai attuate dai governi di centro sinistra – una maggiore giustizia sociale.
Ad Avola scesero in piazza i braccianti agricoli per una decisa protesta contro il “caporalato”. A Battipaglia scesero in piazza gli operai per l’eliminazione delle gabbie salariali. Durante gli scontri con la Polizia perirono due persone .
Nel 1969, in particolare, per la prima volta i sindacati proclamarono uno sciopero non solo per rivendicazioni salariali, ma anche per la casa. Le manifestazioni degli studenti si alternavano con quelle dei sindacati e spesso gli studenti scendevano in piazza a dar man forte a questi ultimi. Dal canto suo il Msi scese a sua volta in piazza per chiedere a Governo e cittadini di fermare i comunisti. Da parte dell’opinione pubblica infatti vi era la sensazione che ci fosse un forte spostamento verso sinistra, e che il Pci, partito che dopo i fatti di Cecoslovacchia, la primavera di Praga e la dura repressione dell’Urss, si era staccato da Mosca, potesse con il Psi raggiungere la maggioranza e governare il Paese. Gli elettori moderati, preoccupati di tanto, cominciarono a guardare con sempre maggiore simpatia il Msi, le forze di polizia e l’esercito .
In questo clima si inserirono nel 1969 una serie di attentati su obbiettivi tipici della sinistra estrema, culminati con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre ‘69. In quel giorno scoppiarono in sequenza quattro ordigni: il primo alle 16,30 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura provocò 16 morti e circa ottanta feriti tra i clienti e trentatre dipendenti della banca, il secondo alle 16,55 nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di Roma causò lievi ferite a una diecina di dipendenti, il terzo ed il quarto intorno alle 17,30 al museo ed al pennone dell’altare della Patria. Altro ordigno infine fu rinvenuto inesploso a Milano presso la sede della Banca Commerciale Italiana accanto a un ascensore normalmente usato dai dirigenti. L’ordigno fu poi fatto esplodere, per ordine di un sostituto diverso da quello di turno, sostituto che, non a caso, non era stato informato nè dalla polizia né dal Procuratore capo dei gravissimi fatti accaduti.
Le istituzioni, come si è sopra accennato, non esitarono ad attribuire gli attentati agli anarchici, come era del resto già stato fatto per gli attentati alla Fiera ed all’Ufficio cambi della Centrale, la stazione ferroviaria di Milano, del 25 aprile dello stesso anno. Lo fece prima la Polizia, poi il prefetto, poi lo stesso ministero dell’Interno, in occasione della richiesta di collaborazione internazionale. Emblematico a tal proposito è il fatto che, appena tre giorni dopo il 15 dicembre, venisse arrestato l’unico anarchico che si spostava tra Roma e Milano, il ballerino Pietro Valpreda, e che il Questore di Milano il 16 dicembre successivo nello spiegare la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, fermato la sera stessa del 12 e precipitato dal quarto piano della Questura all’1,20 del 16 dichiarasse che Pinelli si era lanciato dalla finestra non appena aveva saputo che era stato arrestato Valpreda.
Questo processo che, per come era nato, avrebbe dovuto concludersi in tempi molto brevi, per una serie di incredibili di circostanze, iniziò invece solo otto anni dopo nel 1977. Dopo aver migrato da Milano a Roma e viceversa nell’agosto del 1972, in pieno periodo feriale, mentre già si trovava dinanzi alla Corte d’assise di Milano per il giudizio, su istanza di un sostituto procuratore generale che fece sue le considerazione del Prefetto sui pericoli che per l’ordine pubblico avrebbe provocato la celebrazione del processo, fu trasferito «per legittimo sospetto» in una sede lontanissima e difficilmente raggiungibile: Catanzaro.
Qui il processo iniziò ma fu più volte bloccato. La Corte di Cassazione infatti ritenne che esso dovesse essere celebrato unitamente a quello iniziato proprio agli inizi del 1972, per gli stessi reati nei confronti della cellula neofascista veneta facente capo a Rauti Ventura e Freda. E tale decisione ribadì anche quando il Presidente della Corte di Assise si rifiutò di sospendere il dibattimento, facendo rilevare che la sospensione non solo era ingiustificata ma era anche contraria al principio della «ragionevole durata del processo» fissato nell’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo sottoscritta dall’Italia sin dal 1955, regolarmente ratificata e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
La seconda istruttoria, anch’essa iniziata pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana a Treviso, si fondava sulle dichiarazione di un amico di Giovanni Ventura che aveva da questo ricevuto una serie di confidenze non solo sugli attentati del 12 dicembre ma anche su altri attentati, quale quello commesso nel marzo 1969 nello studio del rettore dell’Università di Padova e quelli commessi nell’agosto successivo su dieci convogli ferroviari.
L’istruttoria stentò ad andare avanti anche perché né la polizia nè i magistrati romani, prontamente informati, dettero gran peso alla cosa. Il rinvenimento casuale di un grosso deposito di armi e munizioni che dalle pronte indagini risultarono appartenere proprio a Giovanni Ventura ed il successivo rinvenimento di esplosivo anch’esso appartenente a Ventura dettero nuova forza alle indagini e portò all’arresto di Freda, Ventura, Pozzan e Rauti che vennero anche accusati per gli attentati del 12 dicembre.
Questa istruttoria il 21 marzo 1972, fu trasmessa per competenza al giudice istruttore di Milano. Il quadro probatorio a carico dei componenti della cellula neofascista si andò via via consolidando con prove assolutamente inconfutabili tanto che Ventura, nel corso di un lungo interrogatorio, confessò di aver collocato gli ordigni inesplosi pressi i palazzi di giustizia di Milano, Torino e Roma e che il gruppo facente capo a Freda aveva collocato sia le bombe alla fiera ed all’Ufficio cambi della stazione di Milano il 25 aprile sia le bombe sui dieci treni l’8 agosto. Sostenne però che egli era un infiltrato nel gruppo per conto di agente del servizio segreto rumeno, di nazionalità italiana lo stesso che gli aveva consegnato i rapporti trovati nella sua cassetta di sicurezza e che dopo l’8 agosto si era sganciato dal gruppo. Nulla poteva dire pertanto degli attentati del dicembre. Lo stesso Ventura riferì pure che la strategia del gruppo era quella di compiere una serie di attentati su obiettivi della sinistra e di infiltrarsi in gruppi estremistici di sinistra per incitarli ad azioni violente con il fine di esasperare le tensioni esistenti nel Paese e provocare così una svolta conservatrice ed autoritaria.
Le indagini successive consentirono di stabilire che l’agente rumeno altri non era che un agente del Sid, giornalista del settimanale lo Specchio, che era l’autore dei rapporti rinvenuti nella cassetta di sicurezza di Ventura e che erano da questo stati utilizzati per infiltrarsi in un gruppo estremistico di sinistra. Si scoprì inoltre che Giannettini nel 1966 aveva partecipato come relatore ad un convegno sulla guerra rivoluzionaria, organizzato dall’Istituto Pollio sotto l’alta protezione della Stato Maggiore della Difesa e che proprio per intervento del Capo di Stato Maggiore della Difesa era entrato a far parte dei servizi segreti.
Le stesse indagini consentirono di stabilire che Freda aveva acquistato ben 50 timer che, attraverso l’accurato esame dei corpi di reato e le perizie eseguite risultarono assolutamente identici a quelli utilizzati per le bombe del 12 dicembre, e che in un negozio di Padova, e solo in quello, erano state vendute contemporaneamente quattro borse marroni e nere, quella nera uguale a quella inesplosa e quella marrone uguale a quelle dell’altare della Patria solo due giorni prima degli attentati.
Venne dimostrato inoltre che quest’ultima prova, già raccolta dopo pochi giorni dall’Ufficio Affari Riservati e dalla Questura di Padova, non erano stata trasmessa ai giudici. Fu provato infine che Pozzan e Giannettini erano stati fatti riparare all’estero ad opera dei Servizi segreti e con essi avevano continuato ad avere rapporti.
Per queste ragioni con provvedimento del 18 marzo 1974 il Giudice istruttore di Milano ordinò il rinvio a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Milano di Ventura, Freda, Pozzan e di altri componenti della cellula neofascista veneta per tutti gli attentati loro contestati compreso quello del 12 dicembre. Ordinò invece lo stralcio delle posizioni di Giannettini di Rauti e di altri imputati.
Quando finalmente Giannettini si costituì presso il Consolato d’Italia in Argentina per forti timori sulla propria vita e messo a disposizione dei giudici di Milano, e furono intensificate le indagini nei confronti dei servizi e del Capo di Stato Maggiore della Difesa che aveva caldeggiato l’assunzione al Sid di Giannettini, questa istruttoria prima e lo stesso processo a carico di Freda e Ventura, già dinanzi alla Corte d’Assise di Milano poi, furono trasferite a Catanzaro dalla Cassazione.
Credo che dopo le inchieste parlamentari nessuno abbia più dubbi sul fatto che gli attentati del 12 dicembre furono effettivamente opera del gruppo neofascista di Padova, filiazione di ordine nuovo, che furono l’attuazione di una precisa strategia e che il gruppo ebbe, quanto meno, precise coperture da parte del Sid, il servizio segreto italiano. La stessa Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro infatti non potè fare a meno di condannare gli ufficiali del Sid incriminati e gli stessi Freda e Ventura per tutti gli altri attentati del ‘69 di cui si è fatto cenno. Per questi attentati fu inflitta una condanna di circa 16 anni di reclusione che divenne poi definitiva nel giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione, la stessa che in accoglimento dell’appello del Pm rinviò Freda e Ventura di fronte alla Corte d’Assise d’Appello di Bari. Quest’ultima, com’è noto confermò i proscioglimenti.
Quanto accaduto pone innanzitutto una serie di interrogativi: cosa sarebbe accaduto se non fosse stata fatta esplodere la bomba collocata alla Banca Commerciale di Milano che, come quella inesplosa a Madrid l’11 marzo scorso, conteneva tutti gli elementi per giungere in tempi molto rapidi alla identificazione degli attentatori? Cosa sarebbe accaduto se la polizia avesse comunicato alla magistratura romana le prove raccolte sulle borse, posto che la commessa del negozio aveva dichiarato di essere in condizioni di riconoscere il giovane che le aveva acquistate (quando il giudice istruttore di Milano la interrogò dichiarò di aver riconosciuto in Freda il giovane in una fotografia pubblicata dai giornali). Ed ancora: cosa sarebbe accaduto senza il lungo incredibile girovagare dei processi?
Credo che ognuno sia in condizioni di dare le proprie risposte, ma una cosa è assolutamente certa: in quegli anni era estremamente facile per l’esecutivo condizionare la polizia specie attraverso i servizi Sid ed Affari riservati che potevano addirittura imporre di non consegnare prove alla magistratura o di fornirle notizie fuorvianti. È emerso in maniera certa dall’appunto inviato alle forze di polizia dal Sid il 17 dicembre 1969 che conteneva le false accuse nei confronti di Merlino, Delle Chiaie, Guerrin Serac e Roberto Le Roy e dai documenti rinvenuti negli archivi dell’Ufficio Affari Riservati dai quali è emerso che detto ufficio faceva addirittura da filtro tra polizia e magistratura decidendo quello che a questa doveva esser riferito. Così come è certo che una parte della magistratura subiva ancora forti condizionamenti da parte dell’esecutivo, condizionamenti sicuramente derivanti dal lungo ventennio di dittatura fascista.
Viene spontaneo riflettere su cosa sarebbe accaduto se le istituzioni si fossero comportate lealmente e fosse stata imboccata con decisione la pista che portava ai neofascisti veneti. Sarebbero avvenute le altre stragi? L’Italia avrebbe attraversato quella che un grande giornalista, in una stupenda serie televisiva chiamò «la notte della Repubblica»?
È difficile se non impossibile dare una risposta. Quei fatti, di cui purtroppo si sta perdendo memoria, comunque turbarono profondamente l’opinione pubblica ed aprirono un larghissimo dibattito che coinvolse la società civile, il mondo giuridico e quasi tutto il mondo politico. Il dibattito non fu sterile e portò, nel giro di pochi anni, alla riforma dell’istituto della rimessione per legittimo sospetto, cui furono posti precisi e determinati limiti, alla riforma della Polizia e dei Servizi Segreti.
Quegli stessi fatti avrebbero dovuto far riflettere, anche la maggioranza, in occasione dell’approvazione della Legge Cirami. Dovrebbero ancor più far riflettere sull’approvazione dell’ordinamento giudiziario nei termini prospettati dal disegno di legge governativo.
Quel disegno di legge infatti pone in pericolo proprio l’indipendenza del Pubblico Ministero, conquistata in diritto con la promulgazione della Costituzione ma di fatto, come si è visto, molti anni dopo. La perdita di quell’indipendenza e l’indebolimento conseguente di quello della magistratura giudicante, sarebbe infatti un grave danno per tutti i cittadini e per la credibilità stessa della nostra democrazia.