Capigruppo d'assalto: Una vita
da Schifani
Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli
ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato
Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua
vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori
forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che
dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che
gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani».
Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista,
è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di
Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale
di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che
anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto
di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni
bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività
affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli
disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della
sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo
luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora».
Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo.
Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche
fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato
e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel
collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per
cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo
sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo
milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici
democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna
usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo
comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo
dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con
presunti usurai e mafiosi.
Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».
Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.
Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».
Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.
Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».
La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.
All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie
al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte
in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al
Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava
l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca
l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere
con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel
1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche
altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico
Federico, prestanome di Giovanni Bontate, fratello del vecchio capo della
cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha
dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il
numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.
| Paolo Borsellino,
l'intervista del 21 maggio 1992
L'Espresso venerdì 08 aprile 1994 L'intervista integrale di Paolo Borsellino ai due giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo di Canal Plus, rilasciata il 21 maggio 1992 e pubblicata da l'Espresso l'8 aprile 1994... Tra queste centinaia di imputati ce n'è uno
che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l'ha conosciuto?
L'indagine fu particolarmente fortunata perché
- attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice
- si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso
un'ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato
questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata.
Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché
venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa
del genere - ora i miei ricordi si sono un po' affievoliti - di questa
famiglia, che era stata autrice dell'estorsione. Fu processato, non mi
ricordo quale sia stato l'esito del procedimento, però fu questo
il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l'ho
ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia
da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra».
Uomo d'onore di che famiglia?
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga
a Milano?
Comunque lei in quanto esperto, lei può dire
che quando Mangano parla di cavalli al telefono vuol dire droga?
Quando ha visto per la prima volta Mangano?
Per interrogarlo?
E dopo è stato arrestato?
Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
Quando, in che epoca?
Ma lui viveva già a Milano?
E si sa cosa faceva a Milano?
Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla
sua vita, su cosa faceva?
Ma lui comunque era già uomo d'onore e negli
anni Settanta?
Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva
cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova...
Mangano conosceva Bontade?
Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano
lavorava a casa di Berlusconi c'è stato un sequestro, non a casa
di Berlusconi però di un invitato (Luigi D'Angerio, ndr) che usciva
dalla casa di Berlusconi.
Mangano è più o meno un pesce pilota,
non so come si dice, un'avanguardia?
Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
Dunque quando Mangano parla di "cavalli" intendeva
droga?
Perché se ricordo bene c'è nella San
Valentino un'intercettazione tra lui e Marcello Dell'Utri, in cui si parla
di cavalli (dal rapporto Criminalpol: «Mangano parla con tale dott.
Dell'Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino.
L'interlocutore risponde affermativamente... il Mangano riferisce allora
a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche "il cavallo" che
fa per lui. Dell'Utri risponde che per il cavallo occorrono "piccioli"
e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico "Silvio".
Dell'Utri risponde che quello lì non "surra" [non c'entra, ndr]»).
E Dell'Utri non c'entra in questa storia?
A Palermo?
Dell'Utri. Marcello Dell'utri o Alberto Dell'Utri?
(Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere
per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest,
ndr).
I fratelli?
Quelli della Publitalia, insomma?
E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e
Dell'Utri?
Sì, ma nella conversazione con Dell'Utri poteva
trattarsi di cavalli?
In un albergo. Dove?
Ah, oltretutto.
C'è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei
come si sono conosciuti Mangano e Dell'Utri?
Sono di Palermo tutti e due...
C'è un socio di Dell'Utri tale Filippo Rapisarda
(i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell'Utri
e Mangano partiva da un'utenza di via Chiaravalle 7, a Milano, palazzo
di Rapisarda, ndr) che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato
da uno della famiglia di Stefano Bontade (i giornalisti si riferiscono
a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto
con il boss dei corleonesi, Bontade, ndr).
A Palermo c'è un giudice che se n'è occupato?
A quanto pare Rapisarda e Dell'Utri erano in affari
con Ciancimino, tramite un tale Alamia (Francesco Paolo Alamia, presidente
dell'immobiliare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle
7, ndr).
Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
Ma c'è un'inchiesta ancora aperta?
Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
Concernenti cosa?
Come uomo, non più come giudice, come giudica
la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni
sospetto come Berlusconi e Dell'Utri e uomini d'onore di Cosa Nostra? Cioè
Cosa Nostra s'interessa all'industria, o com'è?
Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra
s'interessi a Berlusconi?
E uno come Mangano può essere l'elemento di
connessione tra questi mondi?
Però lui si occupava anche di traffico di droga,
l'abbiamo visto anche in sequestri di persona...
(A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l'intervista) «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, alcuni non lo so...». Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti dalla memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell'intervista: Mangano, Dell'Utri, Rapisarda, Berlusconi, Alamia. E questa inchiesta quando finirà?
Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
Perché ci servono per un'inchiesta che stiamo
cominciando sui rapporti tra la grossa industria...
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| Per il Presidente del Senato soci
quantomeno imbarazzati
"Travaglio dice la verita': la Sicula Brokers aveva soci mafiosi" Riccardo Castagneri [email protected] Schifani, pero', mai indagato. Torino, 12 maggio 2008 - Il clamore suscitato dalle
esternazioni di Marco Travaglio su Renato Schifani e la reazione dell'opinione
pubblica, meritano alcune osservazioni. Nessuno si erge a difensore del
giornalista torinese, che peraltro si difende benissimo da solo, ma una
cosa va detta con chiarezza: quanto affermato da Travaglio è assolutamente
vero.
Però nella ridda di urla, non voci, ma vere
e proprie urla, che si sono levate contro Travaglio ed a difesa del Presidente
del Senato, non si registrano ammissioni circa la veridicità della
notizia.
Uno di questi era Giuseppe Lombardo, amministratore
di alcune società dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, condannati per
reati mafiosi. Ancora un socio, Benny D'Agostino, ammise di essere amico
del boss Michele Greco, detto il Papa.
Un pentito, Francesco Campanella, tira in ballo Renato
Schifani per un'altra storia, una consulenza urbanistica in favore del
Presidente del Senato, relativa al comune di Villabate.
Mai comunque Renato Schifani è stato ufficialmente coinvolto in vicende giudiziarie. E' vero che alcuni tra i suoi vecchi soci sono stati dichiarati colpevoli di reati di mafia solo diciotto anni dopo quegli eventi, è però altrettanto vero che questo è un Paese che tende a rimuovere la memoria. Quindi sarebbe opportuno ricordare sempre le parole
di Paolo Borsellino "Quando i magistrati non trovano elementi di prova
concreti a carico di un uomo pubblico, non significa che questo non
sia moralmente ed eticamente estraneo ai fatti. Però la magistraura
deve archiviare, assolvere, perchè gli elementi acquisiti non sono
sufficienti a sostenere fino in fondo un'accusa. Allora in un Paese civile
dovrebbero intervenire la politica e le altre istituzioni a fare pulizia".
|
| il bravo giornalista
chiede permesso
a. pagliaro, 5/10/2007 Secondo il pentito Campanella (suoi testimoni di nozze: Cuffaro e Mastella) il boss di Cosa nostra Nino Mandalà ed Enrico La Loggia erano amici e sono stati soci in affari. E, in virtù di questi rapporti di amicizia, il piano regolatore generale di Villabate venne concordato da Nino Mandalà, La Loggia e Schifani. Renato Schifani fu poi nominato, dalla amministrazione di Villabate, esperto per le tematiche urbanistiche. L’incarico del Prg sarebbe andato a un progettista di fiducia. La Loggia e Mandalà: soci in affari lo sono stati senz’altro. La Sicula Brokers è stata fondata nel 1979 e tra i soci c’erano Nino Mandalà, Renato Schifani ed Enrico La Loggia, nonché Benny D’Agostino e Giuseppe Lombardo. Benny D’Agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato di un viaggio Napoli-Roma in Ferrari in compagnia di Michele Greco. Giuseppe Lombardo era amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, boss della famiglia di Salemi. Questo e molto altro racconta il libro obbligatorio “I complici“. Nei giorni scorsi, anche La Repubblica, edizione di Palermo, ha (timidamente) riportato le dichiarazioni di Campanella. La Loggia ha replicato con una lettera al giornale in cui, oltre naturalmente a smentire tutto (completa estraneità eccetera eccetera), dice “spiace quindi dover constastare l’uso quanto meno improprio del mio nome nel momento in cui Repubblica ha trattato l’argomento, senza peraltro aver ritenuto opportuno interpellarmi“. Dunque, mi par di capire, prima di scrivere di La Loggia, il giornale deve chiedergli il permesso. Mi sovviene un dubbio: Lirio Abbate, autore con Gomez de “I complici”, il permesso lo aveva chiesto? |
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