Dottor Gozzo, com’è l’Italia vista da Caltanissetta,
con gli occhi di chi indaga sulla strage di via D’Amelio e sulla trattativa
Stato-mafia?
«È un paese brutto, capace di dare tutto
il peggio di se stesso. Un paese dove non esistono buoni e cattivi, dove
il potere corrompe tutto o quasi. L’Italia migliore è quella dei
cittadini senza potere, quella delle migliaia di persone che a Caltanissetta
sono scese in piazza per non farci sentire soli ed esposti, come se il
nostro lavoro non servisse niente».
La vostra procura sta riscrivendo la storia della “strage
Borsellino” a partire dalla dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. È
emerso che Vincenzo Scarantino, sulle cui dichiarazioni si sono fondate
due sentenze definitive, è un falso pentito e che fu addestrato
da uomini della polizia. È la solita vecchia Italia dei depistaggi?
«Spatuzza si è assunto la responsabilità
di aver rubato lui l’auto servita per l’attentato. E sta fornendo ulteriori
elementi, ma ovviamente non posso parlare dell’indagine in corso. Di certo,
le sue dichiarazioni hanno reso inevitabile un riesame dei momenti successivi
alla strage. Attualmente la nostra procura è impegnata su tre fronti:
da una parte trovare i riscontri a quanto dice Spatuzza, molti dei quali
sono - è ormai noto - di segno positivo. Dall’altro, dovremo fornire
alla Procura generale gli elementi per rivedere le posizioni di alcuni
dei condannati. Infine, affrontare la questione delle responsabilità
esterne a quella mafiosa».
Anche nella “strage di Borsellino” come in tutte le
altre, appare l’ombra del depistaggio istituzionale. Avete interrogato
tre dei dirigenti di polizia che gestirono Scarantino...
«Non ci sono dubbi che la morte di Borsellino
fu voluta da Cosa Nostra. Come appare chiaro che qualcosa non andò
per il verso giusto durante le indagini. Cosa sia intervenuto è
l’oggetto della nostra inchiesta. Non posso dire nulla sugli interrogatori,
ma è chiaro che analizzeremo con grande attenzione le parole di
tutte le persone che abbiamo sentito».
Non c’è il rischio che eventuali reati connessi
al depistaggio dell’indagine siano già prescritti?
«Mi pare presto per parlare di argomenti che
affronteremo, eventualmente, al termine dell’indagine sull’eventuale depistaggio».
Quali sono i buchi neri della strage, le domande senza
risposta?
«Quelli che lei chiama “i buchi neri” riguardano
il commando che aspettava il giudice in via D’Amelio e l’uomo che ha premuto
materialmente il pulsante del telecomando del massacro. Purtroppo si sono
persi molti pezzi della ricostruzione. Penso al luogo dove si piazzarono
gli attentatori, vicenda sulla quale le indagini hanno lasciato a desiderare
(vedi l’Unita> di ieri, ndr), e alle tante testimonianze che sono venute
a mancare».
A cosa si riferisce?
«Lo riassumo facendo io alcune domande: perché
nessun pentito ha mai raccontato la fase esecutiva dell’attentato? Perché
l’uomo che fornisce il telecomando per la strage si suicida in carcere?
C’erano due squadre in azione quel 19 luglio: una che doveva intervenire
presso la casa del giudice, l’altra, quella che poi ha compiuto la strage,
pronta a operare in via D’Amelio. Da chi erano composte queste due squadre
e come hanno saputo, con sicurezza, che il giudice sarebbe andato lì
quella domenica?».
Reticenze dei mafiosi, ma anche di uomini di Stato.
«È così. Forse a intralciare le
indagini sono state analisi errate. Ma non mi sento di buttare la croce
su chi ha indagato prima di noi. Il pubblico ministero è cieco e
sordo, nel senso che possiamo vedere e sentire solo tramite la polizia
giudiziaria. Quanto alla pretesa “anomalia” di due stragi così ravvicinate,
in realtà - purtroppo - non sono per Cosa Nostra una rarità.
Poi è ormai chiaro che la morte dei due giudici è stata il
risultato di un’unica strategia mafioso-terroristica per far capitolare
lo Stato, per farlo scendere a patti».
Dunque Borsellino muore per la trattativa?
«Muore anche per la trattativa. E ci sono molte
persone che lo potrebbero raccontare. Alcune di esse vanno ricercate tra
alcuni dei cosiddetti “amici” di Paolo Borsellino. La cifra essenziale
della sua morte è la solitudine e il tradimento. Una cosa orribile
per un uomo come lui che aveva bisogno di voler bene, di dare e ricevere
fiducia».
Perché le indagini sulle stragi fanno tanta
paura?
Berlusconi ha detto che è un complotto contro
di lui, che si tratta di “cose vecchie”.
«Vorrei rassicurare il Presidente. Se parla
così, credo sia mal consigliato. Non c’è alcun complotto.
Lo posso dire con serenità: a partire dal 1997 ho archiviato più
di un’inchiesta che lo riguardava. Ho l’impressione che qualcuno cerchi
di alimentare il risentimento di Berlusconi contro la magistratura per
ottenere una compressione della democrazia nel nostro paese».
Lei è stato pubblico ministero nel primo processo
contro il senatore Marcello Dell’Utri.
Si aspettava la condanna anche in secondo grado?
«Assolutamente sì. Purtroppo, in questa
vicenda, ci sono silenzi pesanti che fanno pensare che certi rapporti non
siano solidi come vengono dipinti. Ad esempio, il silenzio di Silvio Berlusconi
quando, nell’ambito dell’inchiesta Dell’Utri, gli chiedemmo conto del rapporto
con il suo collaboratore. In quel caso decise di non difendere davanti
ai magistrati il socio di una vita».
Non ci dovrebbe essere un dovere politico e morale
di chiarire?
«Chi indaga sulla mafia, sulle stragi, ha un
desiderio: che il sistema politico sia autorevole, che non sia esposto
a ricatti. Credo che, dopo la sentenza Dell’Utri, il presidente del Consiglio,
che è anche il mio presidente, abbia un’occasione: lasciare finalmente
il senatore al suo destino e dire finalmente cosa è successo nei
22 anni in cui Dell’Utri ha lavorato per lui e le sue aziende e, nello
stesso tempo, con la mafia. Quello che nessuno può fare è
dire ai magistrati di Palermo e Firenze, competenti sulle indagini post-1993,
che la magistratura non ha il dovere di continuare ad indagare».
La questione morale non riguarda solo la politica,
ma investe,
come emerge dall’inchiesta sulla cosiddetta P3, anche
la magistratura.
«Nel passato alcuni uffici giudiziari furono
definiti “porti delle nebbie” dove sempre si archiviavano le inchieste
più scottanti. L’abitudine di certi magistrati di frequentare ambienti
politici, imprenditoriali o centri di potere più o meno occulti
non è venuta meno, anzi. Purtroppo nessun ambiente è immune
per definizione da germi corruttivi. È per questo che chi indaga
si trova di fronte ad un paese in chiaroscuro dove il confine tra buoni
e cattivi è sempre più labile. È il caso anche di
un certo modo di fare giornalismo».
È una fissazione di alcuni o davvero in Italia
c’è il rischio
che la magistratura venga asservita alla politica?
«La questione centrale non è solo l’autonomia
della magistratura, ma quella della polizia giudiziaria che deve essere
indipendente da centri di potere politico ed economico. Le indagini sul
campo vengono fatte dalla Pg e se questa subisce condizionamenti è
davvero finito tutto».
Lei di recente, commentando notizie di stampa sulle
inchieste per la strage di via D’Amelio,
ha usato parole molte dure. Queste: «Chi scrive
certe cose fa il gioco di chi in Italia ha voluto,
con le stragi di mafia, fare un golpe».
«Sono convinto che l’Italia è un paese
di patti e ricatti, dove ci sono persone che utilizzano la stampa con fughe
di notizie o la propalazione di cose non vere. Se alcuni giornalisti avessero
il coraggio di ammettere di essere stati contattati, forse usati, da oscuri
personaggi, e ci dicessero chi sono, arriveremmo più facilmente
alla verità sulle stragi. C’è una campagna di disinformazione
in corso, uno schema che riappare ogni qualvolta le indagini sfiorano i
livelli alti. L’obiettivo è sabotare le indagini con notizie artefatte,
costruite in laboratorio. So di apparire impopolare con questa mia presa
di posizione oggi che si discute del Ddl intercettazioni e del bavaglio
alla stampa. Ho un grande rispetto del lavoro dei giornalisti, ma un certo
modo di fare giornalismo può essere anch’esso una forma di bavaglio,
una distorsione della realtà, un intralcio alla giustizia».
È uno scenario da brivido: trattative, stragi,
ricatti e depistaggi a mezzo stampa.
«In Italia tra il ‘92 e il ‘93 si è consumato
un golpe. Un sistema politico è stato spazzato via con le stragi.
Ci sono state trattative e lo confermano ufficiali dei Carabinieri. Questo
è un fatto già accertato da sentenze. Ci accusano di ascoltare
uno come Massimo Ciancimino, ma lui è stato indubbiamente testimone
di alcuni fatti. Saremmo stati pessimi investigatori se non avessimo ascoltato
la sua versione dei fatti».
Però ci sono state perplessità e anche
qualche attrito con la Procura di Palermo.
«Non c’è nessuna spaccatura: è
normale che, anche in una stessa Procura, ci siano modi diversi di vedere
una fonte di prova. È la modalità delle “produzioni documentali”,
diluite nel tempo, che può condurre ad una più difficile
utilizzazione delle prove. Il nome di Massimo Ciancimino come testimone
di quella vicenda non lo inventano i magistrati, ma gli stessi ufficiali
dei carabinieri Mori e De Donno, che incontravano suo padre. Alla fine
valuteremo l’attendibilità del suo contributo. Ma si ricordi che
in questa storia non ci sono né buoni né cattivi».
19 luglio 2010Vedi tutti gli articoli della sezione
"Italia"
| Mantovano, esposto al
Csm «Gozzo e Lari parlano troppo»
«Poichè, alla luce di un lavoro ventennale svolto con diversi governi e maggioranze, la Commissione sui programmi di protezione è stata in grado di 'reggerè verità, presunte o reali, riguardanti importanti fatti di mafia e di terrorismo, sento il dovere, da presidente della Commissione, di investire con un esposto il Consiglio superiore della magistratura perchè valuti l'opportunità di richiamare i magistrati al riserbo e del rispetto delle istituzioni». «Due giorni fa - continua Mantovano - prima di essere ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia, il pm di Caltanissetta, Domenico Gozzo, ha detto testualmente: 'la magistratura sarà capace di reggere le verità che vanno emergendo sulle stragi. Anche lo Stato sarà in grado di sostenerle. Non so, invece, se altrettanto saprà fare la politicà. Tali affermazioni hanno sollevato una serie di reazioni. Oggi il Corriere della sera riporta fra virgolette l'esegesi del procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari, il quale dice che Gozzo 'mi ha spiegato che non si riferiva alla politica nel suo complesso, ma alla mancata concessione dello status di collaboratore a Gaspare Spatuzza. Forse ce l'ha con Mantovano…'». «Ricordo - aggiunge Mantovano - che la Commissione
sui programmi di protezione, che presiedo, è composta, oltre che
da me, unica figura con rilievo politico, da due magistrati e da cinque
appartenenti a vario titolo alle forze di polizia e alla Dia, particolarmente
specializzati nel contrasto alla criminalità mafiosa. I suoi provvedimenti
sono motivati e sono sottoposti, se impugnati, al giudizio del Tar Lazio.
Far coincidere quest'organo amministrativo con »la politica«
qualifica quindi non questa Commissione ministeriale, ma chi ha usato queste
espressioni». «Da esponente politico, invece, resto sconcertato
per la superficialità con cui magistrati impegnati nelle indagini
sulle stragi producano 'battute rilasciate in fretta, sono parole del dottor
Lari, nella calca dei giornalisti che ti pressano', seguite da altrettanto
improvvide correzioni di rotta, in cui, forse per distrarre l'attenzione
dalle prime dichiarazioni, si polemizza con altri organi dello Stato. Avendo
avuto per non pochi anni l'onore di svolgere il lavoro di magistrato, ricordo
una stagione in cui i compianti predecessori di certi attuali pm dedicavano
tutto il loro tempo all'accertamento della verità, e non a costruire
incidenti istituzionali», conclude.
Le reazioni: «Il governo farebbe bene a chiedere severità e rigore nei confronti di quei giudici che screditano il prestigio e l'autorevolezza della magistratura, come sta accadendo nel caso della P3. L'onorevole Mantovano, invece, presenta un esposto al Csm per 'richiamare' magistrati di grande valore e prestigio come Sergio Lari e Giuseppe Gozzo, quotidianamente minacciati perchè cercano verità e giustizia sulle stragi». Lo dichiara Giuseppe Lumia, senatore del Pd e componente della commissione Antimafia. «Dopo aver negato -aggiunge Lumia- la protezione speciale al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, adesso si vuole intimidire proprio gli stessi magistrati che indagano sulle stragi e che considerano Spatuzza affidabile». «Il governo -conclude l'esponente del Pd- dovrebbe fare altro. Ad esempio mettere a disposizione delle procure di Caltanissetta e Firenze un organico di magistrati adeguato alla loro mole di lavoro. La magistratura va sostenuta e non combattuta. Sulle stragi ci giochiamo la credibilità delle istituzioni e la capacità della nostra democrazia di fare piena luce sulla terribile stagione delle stragi». «L'esposto al Csm contro
i magistrati di Caltanissetta ad opera del sottosegretario Mantovano è
un atto grave che va condannato e censurato». È quanto afferma
in una nota il presidente dei senatori dell'Udc e componente della commissione
Antimafia, Gianpiero D'Alia. «Esso segue ad un altro atto grave ed
inopportuno e cioè il diniego del programma di protezione al pentito
Gaspare Spatuzza, provvedimento che rischia di compromettere l'inchiesta
nissena sulle stragi, condotta con serietà dalla competente procura
della Repubblica. Credo - conclude D'Alia - che sia opportuna una nuova
ed urgente audizione del sottosegretario agli Interni presso la commissione
parlamentare antimafia».
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