Via D'Amelio, Gozzo: «Fu golpe».
«In Italia con le stragi di mafia c’è stato un golpe».
19 luglio 2010 Nicola Biondotutti
Parla il procuratore aggiunto Nico Gozzo della procura di Caltanissetta dove è stata
riaperta l’inchiesta sulla strage contro Paolo Borsellino e i cinque ragazzi della sua scorta.
Ha accettato di parlare a tutto campo. «Perché indagare sulla strage di via D’Amelio – spiega - è come usare una lente d’ingrandimento per vedere com’è diventato questo paese 18 anni dopo la morte di Paolo Borsellino». E allora vediamolo questo paese con gli occhi di un magistrato, giovane, garantista, che solo per un attimo non riesce a mascherare l’emozione quando ricorda gli ultimi giorni del giudice ucciso: «Ci sono persone che potrebbero darci spunti importanti sugli ultimi giorni della sua vita, ma purtroppo sono quelli che lo hanno tradito. Ciò che più mi addolora è che, in quei 56 giorni dopo Capaci, Borsellino ha sofferto la solitudine e il tradimento».

Dottor Gozzo, com’è l’Italia vista da Caltanissetta, con gli occhi di chi indaga sulla strage di via D’Amelio e sulla trattativa Stato-mafia?
«È un paese brutto, capace di dare tutto il peggio di se stesso. Un paese dove non esistono buoni e cattivi, dove il potere corrompe tutto o quasi. L’Italia migliore è quella dei cittadini senza potere, quella delle migliaia di persone che a Caltanissetta sono scese in piazza per non farci sentire soli ed esposti, come se il nostro lavoro non servisse niente».

La vostra procura sta riscrivendo la storia della “strage Borsellino” a partire dalla dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. È emerso che Vincenzo Scarantino, sulle cui dichiarazioni si sono fondate due sentenze definitive, è un falso pentito e che fu addestrato da uomini della polizia. È la solita vecchia Italia dei depistaggi?
«Spatuzza si è assunto la responsabilità di aver rubato lui l’auto servita per l’attentato. E sta fornendo ulteriori elementi, ma ovviamente non posso parlare dell’indagine in corso. Di certo, le sue dichiarazioni hanno reso inevitabile un riesame dei momenti successivi alla strage. Attualmente la nostra procura è impegnata su tre fronti: da una parte trovare i riscontri a quanto dice Spatuzza, molti dei quali sono - è ormai noto - di segno positivo. Dall’altro, dovremo fornire alla Procura generale gli elementi per rivedere le posizioni di alcuni dei condannati. Infine, affrontare la questione delle responsabilità esterne a quella mafiosa».

Anche nella “strage di Borsellino” come in tutte le altre, appare l’ombra del depistaggio istituzionale. Avete interrogato tre dei dirigenti di polizia che gestirono Scarantino...
«Non ci sono dubbi che la morte di Borsellino fu voluta da Cosa Nostra. Come appare chiaro che qualcosa non andò per il verso giusto durante le indagini. Cosa sia intervenuto è l’oggetto della nostra inchiesta. Non posso dire nulla sugli interrogatori, ma è chiaro che analizzeremo con grande attenzione le parole di tutte le persone che abbiamo sentito».

Non c’è il rischio che eventuali reati connessi al depistaggio dell’indagine siano già prescritti?
«Mi pare presto per parlare di argomenti che affronteremo, eventualmente, al termine dell’indagine sull’eventuale depistaggio».

Quali sono i buchi neri della strage, le domande senza risposta?
«Quelli che lei chiama “i buchi neri” riguardano il commando che aspettava il giudice in via D’Amelio e l’uomo che ha premuto materialmente il pulsante del telecomando del massacro. Purtroppo si sono persi molti pezzi della ricostruzione. Penso al luogo dove si piazzarono gli attentatori, vicenda sulla quale le indagini hanno lasciato a desiderare (vedi l’Unita> di ieri, ndr), e alle tante testimonianze che sono venute a mancare».

A cosa si riferisce?
«Lo riassumo facendo io alcune domande: perché nessun pentito ha mai raccontato la fase esecutiva dell’attentato? Perché l’uomo che fornisce il telecomando per la strage si suicida in carcere? C’erano due squadre in azione quel 19 luglio: una che doveva intervenire presso la casa del giudice, l’altra, quella che poi ha compiuto la strage, pronta a operare in via D’Amelio. Da chi erano composte queste due squadre e come hanno saputo, con sicurezza, che il giudice sarebbe andato lì quella domenica?».

Reticenze dei mafiosi, ma anche di uomini di Stato.
«È così. Forse a intralciare le indagini sono state analisi errate. Ma non mi sento di buttare la croce su chi ha indagato prima di noi. Il pubblico ministero è cieco e sordo, nel senso che possiamo vedere e sentire solo tramite la polizia giudiziaria. Quanto alla pretesa “anomalia” di due stragi così ravvicinate, in realtà - purtroppo - non sono per Cosa Nostra una rarità. Poi è ormai chiaro che la morte dei due giudici è stata il risultato di un’unica strategia mafioso-terroristica per far capitolare lo Stato, per farlo scendere a patti».

Dunque Borsellino muore per la trattativa?
«Muore anche per la trattativa. E ci sono molte persone che lo potrebbero raccontare. Alcune di esse vanno ricercate tra alcuni dei cosiddetti “amici” di Paolo Borsellino. La cifra essenziale della sua morte è la solitudine e il tradimento. Una cosa orribile per un uomo come lui che aveva bisogno di voler bene, di dare e ricevere fiducia».

Perché le indagini sulle stragi fanno tanta paura?
Berlusconi ha detto che è un complotto contro di lui, che si tratta di “cose vecchie”.
«Vorrei rassicurare il Presidente. Se parla così, credo sia mal consigliato. Non c’è alcun complotto. Lo posso dire con serenità: a partire dal 1997 ho archiviato più di un’inchiesta che lo riguardava. Ho l’impressione che qualcuno cerchi di alimentare il risentimento di Berlusconi contro la magistratura per ottenere una compressione della democrazia nel nostro paese».

Lei è stato pubblico ministero nel primo processo contro il senatore Marcello Dell’Utri.
Si aspettava la condanna anche in secondo grado?
«Assolutamente sì. Purtroppo, in questa vicenda, ci sono silenzi pesanti che fanno pensare che certi rapporti non siano solidi come vengono dipinti. Ad esempio, il silenzio di Silvio Berlusconi quando, nell’ambito dell’inchiesta Dell’Utri, gli chiedemmo conto del rapporto con il suo collaboratore. In quel caso decise di non difendere davanti ai magistrati il socio di una vita».

Non ci dovrebbe essere un dovere politico e morale di chiarire?
«Chi indaga sulla mafia, sulle stragi, ha un desiderio: che il sistema politico sia autorevole, che non sia esposto a ricatti. Credo che, dopo la sentenza Dell’Utri, il presidente del Consiglio, che è anche il mio presidente, abbia un’occasione: lasciare finalmente il senatore al suo destino e dire finalmente cosa è successo nei 22 anni in cui Dell’Utri ha lavorato per lui e le sue aziende e, nello stesso tempo, con la mafia. Quello che nessuno può fare è dire ai magistrati di Palermo e Firenze, competenti sulle indagini post-1993, che la magistratura non ha il dovere di continuare ad indagare».

La questione morale non riguarda solo la politica, ma investe,
come emerge dall’inchiesta sulla cosiddetta P3, anche la magistratura.
«Nel passato alcuni uffici giudiziari furono definiti “porti delle nebbie” dove sempre si archiviavano le inchieste più scottanti. L’abitudine di certi magistrati di frequentare ambienti politici, imprenditoriali o centri di potere più o meno occulti non è venuta meno, anzi. Purtroppo nessun ambiente è immune per definizione da germi corruttivi. È per questo che chi indaga si trova di fronte ad un paese in chiaroscuro dove il confine tra buoni e cattivi è sempre più labile. È il caso anche di un certo modo di fare giornalismo».

È una fissazione di alcuni o davvero in Italia c’è il rischio
che la magistratura venga asservita alla politica?
«La questione centrale non è solo l’autonomia della magistratura, ma quella della polizia giudiziaria che deve essere indipendente da centri di potere politico ed economico. Le indagini sul campo vengono fatte dalla Pg e se questa subisce condizionamenti è davvero finito tutto».

Lei di recente, commentando notizie di stampa sulle inchieste per la strage di via D’Amelio,
ha usato parole molte dure. Queste: «Chi scrive certe cose fa il gioco di chi in Italia ha voluto,
con le stragi di mafia, fare un golpe».
«Sono convinto che l’Italia è un paese di patti e ricatti, dove ci sono persone che utilizzano la stampa con fughe di notizie o la propalazione di cose non vere. Se alcuni giornalisti avessero il coraggio di ammettere di essere stati contattati, forse usati, da oscuri personaggi, e ci dicessero chi sono, arriveremmo più facilmente alla verità sulle stragi. C’è una campagna di disinformazione in corso, uno schema che riappare ogni qualvolta le indagini sfiorano i livelli alti. L’obiettivo è sabotare le indagini con notizie artefatte, costruite in laboratorio. So di apparire impopolare con questa mia presa di posizione oggi che si discute del Ddl intercettazioni e del bavaglio alla stampa. Ho un grande rispetto del lavoro dei giornalisti, ma un certo modo di fare giornalismo può essere anch’esso una forma di bavaglio, una distorsione della realtà, un intralcio alla giustizia».

È uno scenario da brivido: trattative, stragi, ricatti e depistaggi a mezzo stampa.
«In Italia tra il ‘92 e il ‘93 si è consumato un golpe. Un sistema politico è stato spazzato via con le stragi. Ci sono state trattative e lo confermano ufficiali dei Carabinieri. Questo è un fatto già accertato da sentenze. Ci accusano di ascoltare uno come Massimo Ciancimino, ma lui è stato indubbiamente testimone di alcuni fatti. Saremmo stati pessimi investigatori se non avessimo ascoltato la sua versione dei fatti».

Però ci sono state perplessità e anche qualche attrito con la Procura di Palermo.
«Non c’è nessuna spaccatura: è normale che, anche in una stessa Procura, ci siano modi diversi di vedere una fonte di prova. È la modalità delle “produzioni documentali”, diluite nel tempo, che può condurre ad una più difficile utilizzazione delle prove. Il nome di Massimo Ciancimino come testimone di quella vicenda non lo inventano i magistrati, ma gli stessi ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno, che incontravano suo padre. Alla fine valuteremo l’attendibilità del suo contributo. Ma si ricordi che in questa storia non ci sono né buoni né cattivi».
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  Mantovano, esposto al Csm «Gozzo e Lari parlano troppo»
Afferma Alfredo Mantovano, sottosegretario dell'Interno e presidente della Commissione sui programmi di protezione:
«Poichè, alla luce di un lavoro ventennale svolto con diversi governi e maggioranze, la Commissione sui programmi
di protezione è stata in grado di 'reggerè verità, presunte o reali, riguardanti importanti fatti di mafia e di terrorismo,
sento il dovere, da presidente della Commissione, di investire con un esposto il Consiglio superiore della magistratura
perchè valuti l'opportunità di richiamare i magistrati al riserbo e del rispetto delle istituzioni».

«Due giorni fa - continua Mantovano - prima di essere ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia, il pm di Caltanissetta, Domenico Gozzo, ha detto testualmente: 'la magistratura sarà capace di reggere le verità che vanno emergendo sulle stragi. Anche lo Stato sarà in grado di sostenerle. Non so, invece, se altrettanto saprà fare la politicà. Tali affermazioni hanno sollevato una serie di reazioni. Oggi il Corriere della sera riporta fra virgolette l'esegesi del procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari, il quale dice che Gozzo 'mi ha spiegato che non si riferiva alla politica nel suo complesso, ma alla mancata concessione dello status di collaboratore a Gaspare Spatuzza. Forse ce l'ha con Mantovano…'». 

«Ricordo - aggiunge Mantovano - che la Commissione sui programmi di protezione, che presiedo, è composta, oltre che da me, unica figura con rilievo politico, da due magistrati e da cinque appartenenti a vario titolo alle forze di polizia e alla Dia, particolarmente specializzati nel contrasto alla criminalità mafiosa. I suoi provvedimenti sono motivati e sono sottoposti, se impugnati, al giudizio del Tar Lazio. Far coincidere quest'organo amministrativo con »la politica« qualifica quindi non questa Commissione ministeriale, ma chi ha usato queste espressioni». «Da esponente politico, invece, resto sconcertato per la superficialità con cui magistrati impegnati nelle indagini sulle stragi producano 'battute rilasciate in fretta, sono parole del dottor Lari, nella calca dei giornalisti che ti pressano', seguite da altrettanto improvvide correzioni di rotta, in cui, forse per distrarre l'attenzione dalle prime dichiarazioni, si polemizza con altri organi dello Stato. Avendo avuto per non pochi anni l'onore di svolgere il lavoro di magistrato, ricordo una stagione in cui i compianti predecessori di certi attuali pm dedicavano tutto il loro tempo all'accertamento della verità, e non a costruire incidenti istituzionali», conclude.



Le reazioni:
«Il governo farebbe bene a chiedere severità e rigore nei confronti di quei giudici che screditano il prestigio e l'autorevolezza della magistratura, come sta accadendo nel caso della P3. L'onorevole Mantovano, invece, presenta un esposto al Csm per 'richiamare' magistrati di grande valore e prestigio come Sergio Lari e Giuseppe Gozzo, quotidianamente minacciati perchè cercano verità e giustizia sulle stragi».

Lo dichiara Giuseppe Lumia, senatore del Pd e componente della commissione Antimafia. «Dopo aver negato -aggiunge Lumia- la protezione speciale al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, adesso si vuole intimidire proprio gli stessi magistrati che indagano sulle stragi e che considerano Spatuzza affidabile». «Il governo -conclude l'esponente del Pd- dovrebbe fare altro. Ad esempio mettere a disposizione delle procure di Caltanissetta e Firenze un organico di magistrati adeguato alla loro mole di lavoro. La magistratura va sostenuta e non combattuta. Sulle stragi ci giochiamo la credibilità delle istituzioni e la capacità della nostra democrazia di fare piena luce sulla terribile stagione delle stragi».

«L'esposto al Csm contro i magistrati di Caltanissetta ad opera del sottosegretario Mantovano è un atto grave che va condannato e censurato». È quanto afferma in una nota il presidente dei senatori dell'Udc e componente della commissione Antimafia, Gianpiero D'Alia. «Esso segue ad un altro atto grave ed inopportuno e cioè il diniego del programma di protezione al pentito Gaspare Spatuzza, provvedimento che rischia di compromettere l'inchiesta nissena sulle stragi, condotta con serietà dalla competente procura della Repubblica. Credo - conclude D'Alia - che sia opportuna una nuova ed urgente audizione del sottosegretario agli Interni presso la commissione parlamentare antimafia».