Atenei in piazza contro la Riforma
la rabbia di studenti e ricercatori
La commissione di garanzia sugli scioperi chiede la lista dei ricercatori
che si dicono indisponibili all'insegnamento.
Molti rettori hanno detto no.
E giovedì la riforma universitaria alla Camera per l'approvazione finale.
12 ottobre 2010 SALVO INTRAVAIA

UNIVERSITA' in piazza contro la riforma Gelmini. Mentre la commissione di Garanzia sugli scioperi chiede ai rettori la lista dei ricercatori che si sono dichiarati indisponibili all'insegnamento e le l'avvio delle lezioni viene rinviato quasi dappertutto, la riforma del sistema universitario italiano approda alla Camera per l'approvazione finale. E, dopo le prime manifestazioni indette dai ricercatori della Rete29aprile e dagli studenti dell'Unione degli universitari, della Federazione degli studenti e della Run (Rete universitaria nazionale), la protesta si ora allarga.

Dopodomani, giovedì 14 ottobre, finita la discussione in commissione Cultura, il testo passerà a Montecitorio. Per la stessa data, studenti, ricercatori e professori universitari di quasi tutte le sigle sindacali e associazioni (Adi, Adu, Andu, Cisal, Cisl-Università, Cnru, Cnu, Flc Cgil, Link-Coordinamento universitario, Rdb-Usb, Rete 29 aprile, Snals università, Sun, Udu Ugl università e ricerca, Uilpa-UR) daranno vita ad un sit-in di protesta a partire dalle ore 10 proprio davanti alla Camera dei deputati.

Intanto, il fronte dei ricercatori ribelli si allarga e supera il 50 per cento. Per questa ragione e per la prospettiva di essere costretti a rinviare l'avvio delle lezioni la commissione di garanzia sull'applicazione della legge sul diritto di sciopero, lo scorso 5 ottobre ha inviato una lettera ai rettori in cui si chiede di sapere se il rifiuto dei ricercatori di salire in cattedra sia successivo alla formale accettazione dell'incarico di insegnamento o se la manifestazione di indisponibilità sia preventivo. Ma non solo: la Commissione intende conoscere anche le eventuali forme di protesta dei prof di prima e seconda fascia. Ma alcuni rettori hanno già risposto picche.

L'approvazione della riforma potrebbe incendiare la protesta e mettere in crisi l'intera organizzazione dell'anno accademico. Secondo la Rete29aprile, che da alcune settimane conduce un monitoraggio, su oltre 19 mila ricercatori censiti, oltre 9 mila e 700 non intendono svolgere attività didattica. In 24 dei 50 atenei presi in considerazione dal monitoraggio l'astensione supera il 60 per cento. E' il caso di Milano, Cagliari, Messina, Pisa, Palermo, solo per citarne alcuni.

A Trieste, segnala uno studente della facoltà di Scienze fisiche, "il Senato accademico ha decretato la sospensione della didattica, che dura con qualche piccola interruzione da ormai due settimane e proseguirà per una terza, perché senza il contributo determinante dei ricercatori non è in grado di rispettare gli standard di qualità e quantità proposti nell'offerta didattica". E non sembrano risolutive per ritornare alla normalità le modifiche introdotte in commissione Cultura nei giorni scorsi. Ricercatori e prof criticano l'intero impianto della riforma.

Le critiche più pesanti al provvedimento del governo riguardano i tagli per 860 milioni di euro fino al 2015 al Ffo (il fondo di finanziamento ordinario), che garantisce l'autonomia degli atenei e gli attuali standard di qualità. Ma non solo. A parecchi addetti ai lavori, ricercatori e professori, non piace "la deriva aziendalistica e dirigistica delle università" che si avrebbe, se il provvedimento dovesse trasformarsi il legge, attraverso la costituzione di consigli di amministrazione con soggetti esterni e con i rettori che acquisiscono un potere enorme.

Prevedono un aumento delle tasse universitarie per gli studenti, considerano "non risolutivi" i nuovi meccanismi di reclutamento attraverso commissioni sorteggiate e giudicano negativa la "precarizzazione della ricerca e la delega al governo sulla riforma del diritto allo studio". Per non parlare della "rottamazione" degli attuali ricercatori universitari, paradossalmente penalizzati per essersi dedicati all'insegnamento negli ultimi 15 anni. Ma, soprattutto, temono che il nuovo assetto, per carenza di risorse economiche e di personale, impedisca agli atenei di assicurare gli standard di ricerca e di didattica finora assicurati.