L'ultima minaccia di Mackie Messer
14 novembre 2010 EUGENIO SCALFARI
LA FINE d'un regno ha sempre un antefatto e un post-fatto e bisogna collegare quei due momenti
per capir bene quello che sta accadendo. Si tratta in questo caso di due articoli di giornale,
quindi non eventi politici ma espressioni della pubblica opinione.

L'antefatto riguarda personalmente Eugenio Scalfari perché autore di quell'articolo.
Fu pubblicato sulla Repubblica del 13 gennaio 1990, quattro anni prima che Silvio Berlusconi diventasse primo ministro.
Il titolo era questo: "Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa":

Il personaggio di cui si parlava era appunto Berlusconi che all'epoca era soltanto un imprenditore immobiliarista e un impresario televisivo con alle spalle il potere politico di Bettino Craxi. Il titolo era preso dall'"Opera da tre soldi" di Bertolt Brecht: Mackie Messer è un lestofante protagonista dell'Opera, un lestofante di primo piano che usa un folto gruppo di mendicanti per coprire e portare a buon fine le sue ruberie. Negli anni Novanta era già chiara la natura di quel personaggio. Chi voleva capire aveva capito. I vent'anni successivi non sono stati altro che lo sviluppo di quella natura che conquistò le istituzioni e le ridusse a strumento dei propri interessi e di quelli della sua nomenklatura.


Il post-fatto è un articolo che Giuliano Ferrara ha pubblicato sul Foglio di venerdì scorso.
Il titolo è una citazione da Ungaretti: "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie":

Descrive impietosamente gli errori che hanno costellato il governo Berlusconi e la decomposizione del suo potere, delle sue alleanze, della sua concezione del bene pubblico. La diagnosi è perfetta e condivisibile.
Manca solo una cosa: l'autore non spiega perché se ne accorge soltanto oggi e perché nei precedenti sedici anni abbia fatto di tutto il suo possibile in ampia e pessima compagnia con altri turiferari, per manipolare la pubblica opinione in favore di Mackie Messer. Forse un atto di contrizione sarebbe stato opportuno, ma sarebbe chieder troppo all'umana natura.

Questi ingenui che si credono furbi sono una delle nostre debolezze nazionali. L'altra debolezza sta nel fatto che i furbi si credono anche intelligenti e non lo sono affatto.
Adesso gli ingenui si stanno svegliando da una lunga narcosi. E sapete qual è la goccia che ha fatto traboccare il vaso? È stata l'inaudita bugia detta al telefono la sera del 27 maggio scorso da Berlusconi al capogabinetto della Questura di Milano, quando asserì che la minorenne Ruby era la nipote di Mubarak. Tutto il resto era stato assolto dal maschilismo italico che la moralità se la mette sotto i piedi senza esitare, ma la bugia su Mubarak (certificata perfino dal ministro dell'Interno, Maroni, senza neppure un brivido di stupefazione) quella no, quella è diventata argomento da bar dello sport, quella era impossibile da digerire anche da stomaci capaci di mandar giù perfino le pietre.
Quella era il segno che il capo del governo italiano era sotto ricatto al punto di temere che se la ragazza Ruby avesse dovuto passare una notte in Questura, avrebbe parlato. Per evitare quel pericolo anche il nome del presidente egiziano poteva servire ed infatti è servito.

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Dopo l'antefatto e il post-fatto veniamo all'attualità. La prima constatazione è che la maggioranza non c'è più. Alla Camera in modo certo e documentato ormai da sei votazioni: tre nella Commissione parlamentare di bilancio ed altre tre su questioni riguardanti l'immigrazione. Al Senato la vecchia maggioranza c'è ancora per una manciata di voti, ma sta per venir meno, molti senatori stanno preparando i bagagli per cambiare gruppo. Comunque è sufficiente che la maggioranza non sia più tale in una delle due Camere, per provocare la crisi di governo.
A questo punto i problemi sono tre: quando, come, e che cosa accadrà dopo.
Il quadro sembrava chiaro fino all'altro ieri: dopo l'approvazione della legge di Stabilità finanziaria che tutte le opposizioni vecchie e nuove avevano accettato di votare (ancorché si tratti di una legge molto mediocre) per senso di responsabilità e accogliendo un pressante invito del Capo dello Stato.
Questo sembrava l'accordo fino a due giorni fa, ma a quel punto Berlusconi ha capovolto la strategia dell'attendismo accendendo una miccia esplosiva: la richiesta al Senato di un voto di fiducia. La tregua sul quando è stata in tal modo rotta poiché l'opposizione, avendo avuto notizia di quest'iniziativa del governo, ha presentato a sua volta una mozione di sfiducia alla Camera. Si è così aperta la cosiddetta guerra delle mozioni che avvicina inevitabilmente il momento della crisi parlamentare. Il premier cerca di vincere la prima battaglia con l'ennesima forzatura delle regole, pretendendo di far votare la mozione di Palazzo Madama, dove è più sicuro di avere la maggioranza. Nel frattempo si è riaperto il "calcio mercato" sia in Senato sia alla Camera. Spettacolo vergognoso quant'altri mai.

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Esaminare quanto accadrà dopo il voto di sfiducia alla Camera è complicato. Ci saranno infatti a quel punto svariati protagonisti: anzitutto il presidente della Repubblica e i presidenti delle Camere. I gruppi parlamentari. Ma anche le parti sociali e soprattutto la situazione economica nazionale e internazionale.
Le variabili sono molte e possono essere combinate tra loro in vario modo.
La prima variabile, quella decisiva, riguarda la possibilità di formare un nuovo governo oppure la scelta di metter fine alla legislatura e andare a nuove elezioni. Sarebbe in tal caso il secondo scioglimento anticipato delle Camere dopo due anni e mezzo dal primo. È chiaro che, prima di arrivare a tanto, Napolitano vorrà verificare se questo fatto per più aspetti traumatico possa essere evitato. Direi che questa verifica rientra nei suoi diritti e nei suoi doveri. L'incredibile minaccia di "guerra civile" lanciata da Berlusconi è preoccupante come sintomo della sua tenuta mentale ma non come pericolo reale.
Il vero tema è dunque di capire se, nell'interesse del Paese, sia meglio andare a votare subito oppure  -  se i numeri ci saranno in entrambe le Camere  -  procedere alla formazione d'un governo alternativo a quello attuale, che modifichi l'obbrobriosa legge elettorale vigente e gestisca al meglio l'economia, ancora ben lontana dall'esser uscita dalla crisi.
I pareri sono divergenti su questo punto, influenzati dalle previsioni elettorali. Se si vota con la legge vigente la coalizione Berlusconi-Bossi potrebbe di nuovo vincere alla Camera ma forse esser battuta al Senato. Si aprirebbe una fase di instabilità accentuata dalla quale il solo modo di uscire sarebbe una "grossa coalizione" dal Pdl e Lega fino al Pd passando per il terzo polo centrista. Questo tipo di soluzione sembra manifestamente impossibile. Produrrebbe un caos politico e sociale specialmente in tutta l'area del centrosinistra.
L'alternativa a questo caos nient'affatto calmo consiste in un governo interinale che faccia proseguire la legislatura fino alla sua naturale scadenza nel 2013, fondato sull'accordo del terzo polo Fini-Casini con il centrosinistra.
Si tratta di un ribaltone? E come tale improponibile?

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La parola "ribaltone", intesa come cambio di maggioranza che avvenga nel corso di una legislatura, non è prevista nella Costituzione. Al contrario c'è un articolo estremamente chiaro che così recita: "I membri del Parlamento rappresentano la nazione senza vincolo di mandato". Quest'articolo tutela la libertà d'opinione dei singoli parlamentari al di là dei vincoli di partito. I delegati del popolo rispondono alla loro coscienza e responsabilità politica e saranno giudicati dai loro elettori quando il popolo sarà nuovamente chiamato a votare.
I parlamentari di "Futuro e Libertà" hanno già dimostrato l'operatività di quell'articolo della Costituzione quando hanno deciso di costituire gruppi parlamentari propri abbandonando quello del Pdl. Ancor più lo dimostreranno domani uscendo dal governo. Berlusconi e il gruppo dirigente del Pdl non hanno più la loro fiducia e i motivi di questa sfiducia sono stati da loro ampiamente illustrati.
La scelta tra scioglimento delle Camere o formazione di un governo che prosegua la legislatura spetta soltanto al Capo dello Stato che valuterà quale sia la soluzione migliore per il Paese, sempre che i numeri gli consentano di "vedere" l'esistenza di una nuova maggioranza.
Bisogna essere molto chiari su questo punto: l'esistenza numerica di una nuova maggioranza è una condizione necessaria ma non necessariamente sufficiente. Il Capo dello Stato potrebbe anche decidere che lo scioglimento delle Camere sia più utile al bene pubblico.
A me non pare che questa utilità vi sia, e non pare al maggior partito d'opposizione, non pare al terzo polo centrista che è ormai una nuova presenza parlamentare, non pare neppure alle forze sociali, sindacati e Confindustria, che reclamano da tempo un governo che governi e constatano che il governo attuale non è più in grado di fare alcunché, ammesso che in passato abbia fatto.
Ma, lo ripeto, queste valutazioni (la mia personale ovviamente non pesa neppure un grammo) passeranno al filtro del Quirinale la cui decisione è in ogni caso inappellabile e proprio questa inappellabilità costituisce garanzia costituzionale a tutti gli effetti.

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Un'osservazione però voglio aggiungerla sul cosiddetto governo del fare. Non mi stupisce affatto che gli accoliti di Berlusconi proclamino che l'attuale compagine ministeriale abbia fatto il massimo che poteva fino a quando la scissione finiana ne ha paralizzato l'attività.
È ovvio che sostengano questi tesi. Meno ovvio è che la stessa tesi sia sostenuta da persone equilibrate e apparentemente imparziali; questo sì, mi stupisce e mi far riflettere fino a che punto la propaganda di parte abbia stravolto il pensiero di chi dovrebbe ragionare sui dati di fatto.
Un paio di settimane fa l'ex ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera scrisse un fondo sul suo giornale nel quale lamentava che gli insopportabili comportamenti privati del premier avessero offuscato quanto di buono, anzi di molto buono, il governo aveva fatto per il Paese.
Romano indicava quali siano stati i successi del governo: un forte impulso alla costruzione di infrastrutture, una legislazione sociale virtuosa di protezione del lavoro e di stimolo alle imprese, una politica economica di successo che ha arginato gli effetti negativi della crisi internazionale; infine la positiva soluzione di problemi apparentemente insanabili come i rifiuti di Napoli e il terremoto d'Abruzzo.

Mi sono stropicciato gli occhi nel leggere quelle frasi; forse, mi sono detto, l'ambasciatore Romano scambia i sogni (la propaganda) per realtà.

La verità è questa. Il terremoto d'Abruzzo e i rifiuti di Napoli sono due miracoli annunciati ma mai verificatisi e la realtà è sotto gli occhi di tutti senza bisogno di ricordarla.

La legislazione sul lavoro e gli stimoli alle imprese non ci sono stati, c'è stato un accordo contrattuale separato che ha tenuto fuori il maggior sindacato italiano. Per quanto riguarda gli stimoli alle imprese e ai consumatori non se n'è mai vista l'ombra come ha documentato più volte l'ufficio studi della Confindustria.
Infrastrutture. Il rapporto Cresme sulle opere pubbliche presentato a Verona il 9 novembre è il seguente: nel 2008 le opere pubbliche sono diminuite del 6 per cento rispetto all'anno precedente, nel 2009 la diminuzione è stata del 7 per cento e nel 2010 del 4,9. La previsione per il 2011 segna un crollo del 9 per cento anno su anno. Auspico che Sergio Romano sia più attento quando affronta argomenti così complessi e delicati.

Quanto ai beni culturali, cioè all'immenso patrimonio italiano che è in materia il più grande del mondo, richiamo quanto ha scritto in proposito il professor Settis che è uno dei massimi esperti in materia e ricordo anche quanto ha detto il ministro Bondi quando, in una trasmissione televisiva sul crollo di Pompei, ha dichiarato che "una struttura vecchia di duemila anni non poteva che crollare".
Mai una frase del genere era stata accolta da un'irrefrenabile e tristissima risata di scherno.

Post scriptum. Oggi a Milano il centrosinistra voterà alle primarie per scegliere i candidati all'elezione del sindaco della città. Si tratta di tre candidati civici che chiederanno il voto su altrettante liste una delle quali, quella scelta dagli elettori, si presenterà in opposizione al sindaco Moratti e ad altri candidati del centrodestra.
Si tratta di tre candidati degni di grande considerazione: l'architetto Boeri, il giudice costituzionale Onida, l'avvocato Pisapia.
Vinca il migliore. Ma ciò che oggi importa, come ha già scritto ieri Gad Lerner, sarà l'affluenza dei votanti che rappresenta una sorta di prova generale della mobilitazione dell'elettorato riformista e democratico. La speranza a Milano e in Italia è che questo prologo dia il massimo risultato.