Il personaggio di cui si parlava era appunto Berlusconi
che all'epoca era soltanto un imprenditore immobiliarista e un impresario
televisivo con alle spalle il potere politico di Bettino Craxi. Il titolo
era preso dall'"Opera da tre soldi" di Bertolt Brecht: Mackie Messer è
un lestofante protagonista dell'Opera, un lestofante di primo piano che
usa un folto gruppo di mendicanti per coprire e portare a buon fine le
sue ruberie. Negli anni Novanta era già chiara la natura di quel
personaggio. Chi voleva capire aveva capito. I vent'anni successivi non
sono stati altro che lo sviluppo di quella natura che conquistò
le istituzioni e le ridusse a strumento dei propri interessi e di quelli
della sua nomenklatura.
Descrive impietosamente gli errori che hanno costellato
il governo Berlusconi e la decomposizione del suo potere, delle sue alleanze,
della sua concezione del bene pubblico. La diagnosi è perfetta e
condivisibile.
Manca solo una cosa: l'autore non spiega perché
se ne accorge soltanto oggi e perché nei precedenti sedici anni
abbia fatto di tutto il suo possibile in ampia e pessima compagnia con
altri turiferari, per manipolare la pubblica opinione in favore di Mackie
Messer. Forse un atto di contrizione sarebbe stato opportuno, ma sarebbe
chieder troppo all'umana natura.
Questi ingenui che si credono furbi sono una delle
nostre debolezze nazionali. L'altra debolezza sta nel fatto che i furbi
si credono anche intelligenti e non lo sono affatto.
Adesso gli ingenui si stanno svegliando da una lunga
narcosi. E sapete qual è la goccia che ha fatto traboccare il vaso?
È stata l'inaudita bugia detta al telefono la sera del 27 maggio
scorso da Berlusconi al capogabinetto della Questura di Milano, quando
asserì che la minorenne Ruby era la nipote di Mubarak. Tutto il
resto era stato assolto dal maschilismo italico che la moralità
se la mette sotto i piedi senza esitare, ma la bugia su Mubarak (certificata
perfino dal ministro dell'Interno, Maroni, senza neppure un brivido di
stupefazione) quella no, quella è diventata argomento da bar dello
sport, quella era impossibile da digerire anche da stomaci capaci di mandar
giù perfino le pietre.
Quella era il segno che il capo del governo italiano
era sotto ricatto al punto di temere che se la ragazza Ruby avesse dovuto
passare una notte in Questura, avrebbe parlato. Per evitare quel pericolo
anche il nome del presidente egiziano poteva servire ed infatti è
servito.
* * *
Dopo l'antefatto e il post-fatto veniamo all'attualità.
La prima constatazione è che la maggioranza non c'è più.
Alla Camera in modo certo e documentato ormai da sei votazioni: tre nella
Commissione parlamentare di bilancio ed altre tre su questioni riguardanti
l'immigrazione. Al Senato la vecchia maggioranza c'è ancora per
una manciata di voti, ma sta per venir meno, molti senatori stanno preparando
i bagagli per cambiare gruppo. Comunque è sufficiente che la maggioranza
non sia più tale in una delle due Camere, per provocare la crisi
di governo.
A questo punto i problemi sono tre: quando, come,
e che cosa accadrà dopo.
Il quadro sembrava chiaro fino all'altro ieri: dopo
l'approvazione della legge di Stabilità finanziaria che tutte le
opposizioni vecchie e nuove avevano accettato di votare (ancorché
si tratti di una legge molto mediocre) per senso di responsabilità
e accogliendo un pressante invito del Capo dello Stato.
Questo sembrava l'accordo fino a due giorni fa, ma
a quel punto Berlusconi ha capovolto la strategia dell'attendismo accendendo
una miccia esplosiva: la richiesta al Senato di un voto di fiducia. La
tregua sul quando è stata in tal modo rotta poiché l'opposizione,
avendo avuto notizia di quest'iniziativa del governo, ha presentato a sua
volta una mozione di sfiducia alla Camera. Si è così aperta
la cosiddetta guerra delle mozioni che avvicina inevitabilmente il momento
della crisi parlamentare. Il premier cerca di vincere la prima battaglia
con l'ennesima forzatura delle regole, pretendendo di far votare la mozione
di Palazzo Madama, dove è più sicuro di avere la maggioranza.
Nel frattempo si è riaperto il "calcio mercato" sia in Senato sia
alla Camera. Spettacolo vergognoso quant'altri mai.
* * *
Esaminare quanto accadrà dopo il voto di sfiducia
alla Camera è complicato. Ci saranno infatti a quel punto svariati
protagonisti: anzitutto il presidente della Repubblica e i presidenti delle
Camere. I gruppi parlamentari. Ma anche le parti sociali e soprattutto
la situazione economica nazionale e internazionale.
Le variabili sono molte e possono essere combinate
tra loro in vario modo.
La prima variabile, quella decisiva, riguarda la possibilità
di formare un nuovo governo oppure la scelta di metter fine alla legislatura
e andare a nuove elezioni. Sarebbe in tal caso il secondo scioglimento
anticipato delle Camere dopo due anni e mezzo dal primo. È chiaro
che, prima di arrivare a tanto, Napolitano vorrà verificare se questo
fatto per più aspetti traumatico possa essere evitato. Direi che
questa verifica rientra nei suoi diritti e nei suoi doveri. L'incredibile
minaccia di "guerra civile" lanciata da Berlusconi è preoccupante
come sintomo della sua tenuta mentale ma non come pericolo reale.
Il vero tema è dunque di capire se, nell'interesse
del Paese, sia meglio andare a votare subito oppure - se i
numeri ci saranno in entrambe le Camere - procedere alla formazione
d'un governo alternativo a quello attuale, che modifichi l'obbrobriosa
legge elettorale vigente e gestisca al meglio l'economia, ancora ben lontana
dall'esser uscita dalla crisi.
I pareri sono divergenti su questo punto, influenzati
dalle previsioni elettorali. Se si vota con la legge vigente la coalizione
Berlusconi-Bossi potrebbe di nuovo vincere alla Camera ma forse esser battuta
al Senato. Si aprirebbe una fase di instabilità accentuata dalla
quale il solo modo di uscire sarebbe una "grossa coalizione" dal Pdl e
Lega fino al Pd passando per il terzo polo centrista. Questo tipo di soluzione
sembra manifestamente impossibile. Produrrebbe un caos politico e sociale
specialmente in tutta l'area del centrosinistra.
L'alternativa a questo caos nient'affatto calmo consiste
in un governo interinale che faccia proseguire la legislatura fino alla
sua naturale scadenza nel 2013, fondato sull'accordo del terzo polo Fini-Casini
con il centrosinistra.
Si tratta di un ribaltone? E come tale improponibile?
* * *
La parola "ribaltone", intesa come cambio di maggioranza
che avvenga nel corso di una legislatura, non è prevista nella Costituzione.
Al contrario c'è un articolo estremamente chiaro che così
recita: "I membri del Parlamento rappresentano la nazione senza vincolo
di mandato". Quest'articolo tutela la libertà d'opinione dei singoli
parlamentari al di là dei vincoli di partito. I delegati del popolo
rispondono alla loro coscienza e responsabilità politica e saranno
giudicati dai loro elettori quando il popolo sarà nuovamente chiamato
a votare.
I parlamentari di "Futuro e Libertà" hanno
già dimostrato l'operatività di quell'articolo della Costituzione
quando hanno deciso di costituire gruppi parlamentari propri abbandonando
quello del Pdl. Ancor più lo dimostreranno domani uscendo dal governo.
Berlusconi e il gruppo dirigente del Pdl non hanno più la loro fiducia
e i motivi di questa sfiducia sono stati da loro ampiamente illustrati.
La scelta tra scioglimento delle Camere o formazione
di un governo che prosegua la legislatura spetta soltanto al Capo dello
Stato che valuterà quale sia la soluzione migliore per il Paese,
sempre che i numeri gli consentano di "vedere" l'esistenza di una nuova
maggioranza.
Bisogna essere molto chiari su questo punto: l'esistenza
numerica di una nuova maggioranza è una condizione necessaria ma
non necessariamente sufficiente. Il Capo dello Stato potrebbe anche decidere
che lo scioglimento delle Camere sia più utile al bene pubblico.
A me non pare che questa utilità vi sia, e
non pare al maggior partito d'opposizione, non pare al terzo polo centrista
che è ormai una nuova presenza parlamentare, non pare neppure alle
forze sociali, sindacati e Confindustria, che reclamano da tempo un governo
che governi e constatano che il governo attuale non è più
in grado di fare alcunché, ammesso che in passato abbia fatto.
Ma, lo ripeto, queste valutazioni (la mia personale
ovviamente non pesa neppure un grammo) passeranno al filtro del Quirinale
la cui decisione è in ogni caso inappellabile e proprio questa inappellabilità
costituisce garanzia costituzionale a tutti gli effetti.
* * *
Un'osservazione però voglio aggiungerla sul
cosiddetto governo del fare. Non mi stupisce affatto che gli accoliti di
Berlusconi proclamino che l'attuale compagine ministeriale abbia fatto
il massimo che poteva fino a quando la scissione finiana ne ha paralizzato
l'attività.
È ovvio che sostengano questi tesi. Meno ovvio
è che la stessa tesi sia sostenuta da persone equilibrate e apparentemente
imparziali; questo sì, mi stupisce e mi far riflettere fino a che
punto la propaganda di parte abbia stravolto il pensiero di chi dovrebbe
ragionare sui dati di fatto.
Un paio di settimane fa l'ex ambasciatore Sergio Romano,
editorialista del Corriere della Sera scrisse un fondo sul suo giornale
nel quale lamentava che gli insopportabili comportamenti privati del premier
avessero offuscato quanto di buono, anzi di molto buono, il governo aveva
fatto per il Paese.
Romano indicava quali siano stati i successi del governo:
un forte impulso alla costruzione di infrastrutture, una legislazione sociale
virtuosa di protezione del lavoro e di stimolo alle imprese, una politica
economica di successo che ha arginato gli effetti negativi della crisi
internazionale; infine la positiva soluzione di problemi apparentemente
insanabili come i rifiuti di Napoli e il terremoto d'Abruzzo.
Mi sono stropicciato gli occhi nel leggere quelle frasi; forse, mi sono detto, l'ambasciatore Romano scambia i sogni (la propaganda) per realtà.
La verità è questa. Il terremoto d'Abruzzo e i rifiuti di Napoli sono due miracoli annunciati ma mai verificatisi e la realtà è sotto gli occhi di tutti senza bisogno di ricordarla.
La legislazione sul lavoro e gli stimoli alle imprese
non ci sono stati, c'è stato un accordo contrattuale separato che
ha tenuto fuori il maggior sindacato italiano. Per quanto riguarda gli
stimoli alle imprese e ai consumatori non se n'è mai vista l'ombra
come ha documentato più volte l'ufficio studi della Confindustria.
Infrastrutture. Il rapporto Cresme sulle opere pubbliche
presentato a Verona il 9 novembre è il seguente: nel 2008 le opere
pubbliche sono diminuite del 6 per cento rispetto all'anno precedente,
nel 2009 la diminuzione è stata del 7 per cento e nel 2010 del 4,9.
La previsione per il 2011 segna un crollo del 9 per cento anno su anno.
Auspico che Sergio Romano sia più attento quando affronta argomenti
così complessi e delicati.
Quanto ai beni culturali, cioè all'immenso patrimonio
italiano che è in materia il più grande del mondo, richiamo
quanto ha scritto in proposito il professor Settis che è uno dei
massimi esperti in materia e ricordo anche quanto ha detto il ministro
Bondi quando, in una trasmissione televisiva sul crollo di Pompei, ha dichiarato
che "una struttura vecchia di duemila anni non poteva che crollare".
Mai una frase del genere era stata accolta da un'irrefrenabile
e tristissima risata di scherno.
Post scriptum. Oggi a Milano il centrosinistra voterà
alle primarie per scegliere i candidati all'elezione del sindaco della
città. Si tratta di tre candidati civici che chiederanno il voto
su altrettante liste una delle quali, quella scelta dagli elettori, si
presenterà in opposizione al sindaco Moratti e ad altri candidati
del centrodestra.
Si tratta di tre candidati degni di grande considerazione:
l'architetto Boeri, il giudice costituzionale Onida, l'avvocato Pisapia.
Vinca il migliore. Ma ciò che oggi importa,
come ha già scritto ieri Gad Lerner, sarà l'affluenza dei
votanti che rappresenta una sorta di prova generale della mobilitazione
dell'elettorato riformista e democratico. La speranza a Milano e in Italia
è che questo prologo dia il massimo risultato.
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