PALERMO - Sette mesi dopo la strage Borsellino, alcuni
vertici delle istituzioni avevano fretta di revocare il carcere duro
ai mafiosi. La questione fu affrontata addirittura
durante un comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza. Fino ad oggi,
mai nessuno l'ha ammesso. Anzi, tutti i politici interrogati
dai magistrati e della commissione antimafia continuano
a ribadire che in quei mesi ci fu solo la linea della
fermezza contro i boss.
Adesso, un documento li smentisce.
È un "appunto" del Dipartimento dell'amministrazione
penitenziaria: "numero 115077 del 6 marzo 1993", indirizzato
al capo di gabinetto del ministro della Giustizia
Giovanni Conso. La firma è dell'allora direttore Nicolò Amato.
A leggere l'oggetto, in quei 75 fogli c'è solo
routine: "Organizzazione e rapporti di lavoro". E invece, a pagina 59,
Amato apre un capitolo cruciale: "Revisione dei decreti
ministeriali emanati a partire dal luglio '92, sulla base dell'articolo
41 bis". È il cuore del documento, rimasto per 17 anni negli archivi
del ministero della Giustizia.
È un documento destinato a riscrivere la storia di quei mesi ancora oscuri. L'indagine sulla trattativa, condotta dai magistrati di Palermo, non si presenta affatto facile: ieri pomeriggio, Massimo Ciancimino, il principale testimone dei pm Di Matteo e Ingroia, ha ricevuto l'ennesima minaccia. Una calibro 9 carica è stata trovata nell'androne della sua abitazione, in centro città, dentro al vano contatori. Poche ore prima, la madre aveva deposto in Procura.
Silvia Epifania Scardino ha confermato quanto il figlio aveva raccontato a "L'Infedele", la trasmissione di Gad Lerner: è testimone di due incontri fra il marito e Silvio Berlusconi. Uno si tenne in un ristorante della zona di piazzale Diaz, nella Milano inizio Anni 70. Si discusse di investimenti da un miliardo e mezzo di lire a Milano 2. Sarebbe seguito un altro incontro.
L'inchiesta sulla trattativa
fra Stato e mafia fra le stragi del '92-'93
è adesso di fronte a
un'altra inaspettata novità: il documento di Amato.
In quell'appunto c'è un'indicazione precisa
al Guardasigilli:
"Appare giusto ed opportuno rinunciare ora all'uso
di questi decreti".
Due sono le strade suggerite: "Lasciarli in vigore
fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco.
Mi permetterei di esprimere una preferenza per la
seconda soluzione".
Amato spiega perché:
"L'emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità
di dare alla criminalità mafiosa una risposta.
Ma non vi è dubbio che la legge configura il
ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo".
Dietro queste parole non c'è solo un'iniziativa
del Dap. È Amato a scriverlo.
"In sede di Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza,
nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte
del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime
penitenziario. Ed anche recentemente - prosegue il direttore - da parte
del ministero dell'Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca
dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano".
Perché il capo della polizia Parisi e il Viminale
allora retto da Mancino esprimevano quelle "riserve"? Due giorni fa,
in Antimafia, Conso ha svelato che nel novembre '93
fu tolto il carcere duro a 140 mafiosi. Amato non era più al Dap
da giugno. "Fu una mia scelta, non ci fu alcuna trattativa",
ha ribadito Conso. "Bisogna ascoltare al più presto i ministri
e i vertici delle forze dell'ordine che parteciparono
al comitato in cui si discusse di revocare il 41 bis", dice il senatore
del Pd
Giuseppe Lumia, componente dell'Antimafia. "Perché
fu messo in discussione il carcere duro?". Era proprio quello
che avevano chiesto i capimafia nel papello. Dice
Lumia: "Tutti i vertici delle istituzioni devono aiutarci di più
per
capire cosa sia accaduto veramente e individuare le
responsabilità".
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