Negli ambienti militari a Washington circola con insistenza la voce che un generale potrebbe essere costretto alle dimissioni per placare l'opinione pubblica e salvare il ministro della Difesa Donald Rumsfeld. Il tentativo di scaricare l'intera responsabilità dello scandalo su sette soldati e sottufficiali della riserva ha un impatto grave sulla credibilità del presidente George Bush, che ha ribadito troppe volte la promessa di dimostrare al mondo come gli Stati Uniti siano capaci di fare giustizia. Nello stesso tempo Bush esita a sacrificare Rumsfeld o il sottosegretario Stephen Cambone, dal quale dipende lo spionaggio militare responsabile degli interrogatori in Iraq. I militari temono che si cerchi un capro espiatorio tra gli alti gradi, che potrebbe essere il generale Sanchez o il capo di stato maggiore, generale Richard Myers.
Le dimissioni potrebbero diventare inevitabili se lo scandalo si allargasse con la pubblicazione di altre fotografie di torture. Il giornale inglese The Business ha rivelato che il ministro Rumsfeld in persona ha vietato ai militari in Iraq di usare macchine fotografiche digitali, videoregistratori o telefonini in grado di riprendere immagini. Al Pentagono, si è inasprita l'atmosfera di ostilità e sospetto tra i generali e i collaboratori civili del ministro. Un siluro lanciato contro i militari ha colpito il segno quando al Washington Post è arrivato il verbale di un'udienza del 2 aprile, davanti ai magistrati militari che indagavano sulle torture. Lo scandalo non era ancora scoppiato. I magistrati interrogavano il sergente Ivan Frederick, ripreso in decine di fotografie di torture.
L'avvocato militare di Frederick, capitano Robert Shuck, cercava di dimostrare che il suo cliente obbediva agli ordini. Dichiarò di avere appreso dal capitano Donald Reese, comandante della compagnia cui apparteneva il sergente Frederick, che il generale Sanchez era presente ad alcuni interrogatori. Il verbale riporta la domanda del procuratore militare d'accusa, capitano John McCabe: «State dicendo che il capitano Reese verrà a testimoniare che il generale Sanchez era presente e vide quanto accadeva?». Il capitano Shuck rispose: «È quel che mi ha detto, signore. Sono un ufficiale del tribunale militare, non mentirei su una cosa tanto importante. Ho due bambini che mi aspettano a casa, non rischierei la carriera se non fossi certo». Interpellato dal Washington Post prima della pubblicazione un portavoce del Pentagono si è limitato a raccomandare prudenza. Dopo la pubblicazione è arrivata la smentita. Un comunicato dello stato maggiore afferma: «Sulla stampa è apparso un articolo secondo cui il generale Sanchez sarebbe stato al corrente degli abusi ad Abu Ghraib e in alcuni casi sarebbe stato presente. Tutto questo è falso».
Il capitano Reese ha offerto di testimoniare sotto giuramento sulla
presenza del generale in cambio dell'immunità. L'immunità
gli è stata negata ed egli ha invocato l'articolo 5 della costituzione
che garantisce ai cittadini americani il diritto di tacere quando una testimonianza
potrebbe incriminarli. Ha parlato invece Janis Karpinski, la comandante
della polizia militare rimossa dall'incarico per lo scandalo delle torture.
Ha dichiarato che in ottobre il generale Sanchez visitò tre volte
il reparto dello spionaggio militare che interrogava i prigionieri ad Abu
Ghraib. Di queste visite la generalessa Karpinski fu informata «per
cortesia», ma venne tenuta lontana dalla sezione del carcere dove
avvenivano gli interrogatori perché
la responsabilità dell'operazione le era stata tolta per
assegnarla allo spionaggio militare. Era il mese di ottobre, lo stesso
in cui vennero scattate
le fotografie del prigioniero legato a un guinzaglio e della piramide
di iracheni nudi. La generalessa Karpinski sostiene adesso che le visite
del generale Sanchez le sembrarono «insolite», tanto
più che egli non aveva mai visitato una parte delle altre 15 carceri
militari americane in Iraq.
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