
Ora anche i professori dell'Università scendono in campo contro il disegno di legge Gelmini. In 409 hanno aderito alla protesta dei loro colleghi ricercatori che da settimane hanno dichiarato la propria indisponibilità a tenere lezioni nel corso del prossimo anno accademico. Non solo, ma i docenti solidali si sono anche impegnati a non tenere i corsi lasciati scoperti dal personale di ricerca, o almeno a farlo soltanto in minima parte. Dettaglio che mette a rischio tra i 500 e i 700 insegnamenti.
Un appoggio decisivo, quello del personale docente, che aumenta il numero di buchi presenti nell'offerta formativa dell'ateneo torinese. Oggi il rettore Ezio Pelizzetti presenterà le novità sulle immatricolazioni del prossimo anno e cercherà di fare un punto sulle lauree messe a rischio dalla mobilitazione del personale di ricerca. Per adesso a fare un conto provvisorio ci prova Alessandro Ferretti, portavoce dei ricercatori "indisponibili" : "A rifiutarci di insegnare l'anno prossimo siamo in 450, il 53 per cento del totale. Se aggiungiamo i professori che hanno accettato di non coprire la didattica al posto nostro possiamo stimare che come minimo salteranno 500 corsi, ma il numero sale a 700 se si tiene conto del fatto che a quasi tutti noi è affidati almeno un corso e in molti casi anche due".
Insomma, professori ordinari e associati si stanno mobilitando a loro volta. E lo si è visto anche nelle ultime riunioni dei consigli di facoltà. Nonostante la componente dei ricercatori che vi partecipa sia minima, a Economia e a Scienze politiche non sono riusciti ad approvare il Manifesto degli studenti, ossia quel documento che contiene l'offerta didattica. A Scienze della formazione docenti e personale di ricerca sono andati oltre: hanno votato per la non approvazione del manifesto, dando mandato al preside di portare a conoscenza del rettore e del ministro il fatto che la facoltà non è in grado di far partire l'anno accademico.
Al Politecnico le acque non sono meno agitate. Anche
lì i ricercatori contestano la riforma Gelmini perché "riduce
la democrazia e l'autonomia degli atenei", perché viene fatta "in
assenza di adeguati finanziamenti" e perché prevede che il ricercatore
diventi "una figura a tempo determinato, che "scade" dopo sei anni". Nella
facoltà di Architettura aderisce la quasi totalità del personale
di ricerca e, denuncia il Collettivo che coordina la protesta, "almeno
130 insegnamenti risultano scoperti: i corsi di laurea in Architettura
e Disegno industriale rischiano di non poter essere attivati". In quelle
di Ingegneria, invece, "sono in bilico le esercitazioni e i laboratori
di fisica, mentre l'astensione alla didattica dei ricercatori di matematica
potrebbe far saltare una ventina di corsi. Situazioni analoghe si verificano
anche nelle aree dell'ingegneria elettronica e della meccanica".
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L'insegnante Giovanni De Luna, professore ordinario di Storia contemporanea: la loro mobilitazione va sostenuta in maniera concreta. Non si tratta di una protesta ideologica ma di un riconoscimento del ruolo che hanno all'interno dell'Ateneo 18 giugno 2010 TOMASO CLAVARINO "La protesta dei ricercatori è sacrosanta
ed è per questo che ho deciso, come molti altri colleghi, di schierarmi
al loro fianco
Fino ad ora i docenti sono stati un po' ai margini
della protesta,
In che senso?
Pensa che la vostra presa di posizione possa favorire
la nascita di un fronte comune
È davvero così malata l'università
italiana?
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