La denuncia: “Non solo Ilva, a inquinare l’aria di Taranto c’è anche l’Eni”
Lidia Baratta 18 ottobre 2012 - 13:40
A inquinare l'aria di Taranto non sono solo gli stabilimenti dell'acciaieria Ilva. In base a una querela presentata da un ex dipendente malato di cancro, anche la vicina raffineria Eni produrrebbe emissioni nocive in grado di provocare il tumore. E l'avvocato dice: «Abbiamo lanciato un messaggio importante».

A inquinare l'aria del golfo di Taranto non sarebbe solo la diossina dell'Ilva. A pochi chilometri dalla acciaieria più grande d'Europa, circa cinque minuti d'auto,
ci sono anche le ciminiere fumanti della raffineria Eni. Accusata ora, sulla base di una querela presentata da un ex dipendente, di emettere sostanze nocive
in grado di provocare il cancro. L'operaio, 66 anni, ha lavorato negli stabilimenti tarantini dell'Eni dal 1983 al 2003 con mansioni di operatore polivalente
negli impianti petroliferi e come tecnico di laboratorio dell'azienda. E dopo vent'anni di lavoro, gli è stato diagnosticato un adenocarcinoma alla prostata.
Con altre complicazioni, inclusa una infiammazione cronica dei linfociti. Secondo l'avvocato dell'ex operaio, Giuseppe Lecce, si potrebbe formulare l'ipotesi
di «malattia professionale». Il legale, lo stesso che guida la class action dei cittadini di Taranto contro l'Ilva, dice a Linkiesta che esisterebbe «un nesso di causalità»
tra le emissioni della raffineria e il tumore diagnosticato all'operaio. «Con questa querela», dice, «abbiamo lanciato un messaggio, perché viene da una persona
che in quegli stabilimenti ha lavorato per vent'anni».

Quando il suo cliente si è rivolto ai medici, racconta L'avvocato Lecce, «gli è stato detto che quel tumore era legato all'esposizione continuata agli inquinanti sul posto di lavoro che aveva subito per molti anni». È noto, scrive l'ex operaio nella querela, «che la raffineria Agip S.p.A.
con la propria attività contribuisce in modo massiccio alla crescita allarmante del tasso di inquinamento che si registra nella nostra città e di conseguenza
alla diffusione esponenziale di tumori e di altre gravi patologie; pertanto, si può ritenere che le patologie diagnosticatemi siano conseguenza del ventennio
di attività lavorativa svolta in un ambiente malsano e fortemente inquinato».

Le emissioni, si legge, sarebbero «conseguenza di un'attività non conforme alla normativa», in grado di arrecare «disturbo alle persone superando la normale tollerabilità con conseguente pericolo per la salute pubblica». È «l'esigenza di tutela dell'incolumità pubblica a prevalere anche se la predetta attività è esercitata con un'autorizzazione amministrativa». Sul punto, è scritto ancora, «si è espressa in più occasioni la Corte di Cassazione, la quale ha chiarito che la conditta incriminata è posta in essere da chi omette di apprestaare impianti, installazioni o dispositivi tali contenere, entro i più stretti limiti che il progresso della tecnico consenta, le emissioni di fumi o gas o polveri o esalazioni che, oltre a costituire comunque pericolo per la salute pubblica, incidono in modo rilevante sull'inquinamento atmosferico. Da qui l'esposto-querela nei confronti dei legali rappresentanti dell'Agip S.p.A. Raffineria di Taranto per i reati di lesioni personali colpose di cui all'art. 590 c.p., di getto pericoloso di cose di cui all'art. 674 c.p. e per quanti altri reati si dovessero riscontrare nei fatti esposti e accertandi».

In base alla classifica delle 622 fabbriche più inquinanti d'Europa stilata dalla Agenzia europea per l'ambiente (Eea) nel 2011, la raffineria Eni di Taranto si trova al 544esimo posto. Gli stabilimenti petroliferi, si legge nei documenti della Eea, producono ogni anno 754 mila tonnellate di anidride carbonica, 495 di ossidi di azoto, 1.620 di ossidi di zolfo e 647 di composti organici volatili non metanici. Non sono invece resi noti i livelli di Pm10 e ammoniaca. Tutte sostanze che finiscono direttamente nell'aria del golfo di Taranto, insieme alle emissioni della vicina Ilva (al 52esimo posto della classifica Eea).

Il composto più pericoloso, come sostiene uno studio del comitato scientifico Wwf Taranto coordinato da Rossella Baldacconi,
sarebbe l'idrogeno solforato prodotto dagli impianti desolforazione della raffineria (composto di cui parla anche la stessa “Dichiarazione ambientale” dell'Eni). Sarebbe questa sostanza a produrre quell'odore di uova marce percepibile da chiunque si trovi a passare dalla città pugliese. Secondo lo studio, tra le conseguenze dell'esposizione all'idrogeno solforato, ci sarebbero «problemi neurologici, affaticamento, debolezza, depressione, perdita ella memoria, mal di testa, problemi di apprendimento, problemi alla vista, alla circolazione del sangue, svenimenti». A questi si aggiungono «aborti spontanei» e «un aumento dei danni neurologici». In più, si legge, «la presenza di idrogeno solforato può portare all'instabilità genomica o a mutazioni tipiche dei polipi adenomatosi spesso associati al cancro al colon».

Nel 2011 nello stabilimento in riva al mar Jonio sono stati raffinati 2,5 milioni di tonnellate di greggio proveniente dai giacimenti della vicina Val d'Agri, in Basilicata, trasportato a Taranto attraverso l'oleodotto Monte Alpi. Ogni giorno, come si può leggere sul sito web di Eni, nella struttura transitano 120 mila barili. E il combustibile finale viene distribuito nelle pompe di benzina di tutto il Meridione. Negli stessi stabilimenti, lo scorso 11 ottobre due operai sono rimasti feriti in un incendio dopo la rottura di una tubazione che trasporta il greggio.





Antonietta Gatti, la scienziata che potrebbe incastrare l’Ilva
Sabato, 1 Dicembre 201216:55:09 Stefania Divertito*
Antonietta Gatti è esperta in biobalistica, la scienza che studia i tessuti umani per scoprire i materiali che li hanno colpiti.
Dal 2004 lo fa per gli ammalati del dopo 11 settembre. E ora lancia un appello al procuratore Sebastio:
«Mi faccia verificare cosa c’è nel corpo dei tarantini. Avremo prove inoppugnabili».

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Una volta la settimana Antonietta Gatti prende il treno all’alba, va a Pesaro, si immerge nelle stanze silenziose dell’Arpa
e armata di provette e analisi mediche mette a punto quella che è una scienza del tutto nuova, rivoluzionaria, e soprattutto made in Italy: la biobalistica.
Poco più di cinquant’anni, sguardo vivace, parlantina coinvolgente e tutte le qualità che hanno le donne dell’Emilia, simpatia compresa.
È stata consulente della Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio e anche del procuratore di Lanusei (in Sardegna), Domenico Fiordalisi,
che sta conducendo un’inchiesta sul poligono militare di Perdasdefogu e sull’inquinamento bellico.

Dal 2004 è incaricata dall’ente scientifico americano Fase
per lo studio di un metodo di detossificazione per i 400mila soggetti
ammalatisi di nanopatologie, a seguito del crollo delle Torri Gemelle di New York che ha ricoperto Manhattan di polveri tossiche.
Le patologie derivate da quest’esposizione stanno facendo ammalare migliaia di persone a New York.

Per raccontarci di questa nuova frontiera dell’indagine scientifica entra subito nel vivo:
«Le faccio un esempio: a Taranto oggi siamo in grado di dire se le sostanze inquinanti presenti nel corpo dei cittadini malati provengono dall’acciaieria
oppure no. Gli industriali possono scaricarsi la colpa a vicenda ma io analizzando con questo microscopio cosa è finito negli organi, nei tessuti, nel sangue,
posso capire se quel tumore è causato dalle polveri del cementificio, della raffineria o dell’acciaieria». 

A ottobre Antonietta Gatti è stata premiata, in Cina, durante il congresso mondiale di biomateriali,
come “Fellow dell’International Union of Societies for Biomaterials Science and Engineering”. Una sorta di Oscar per scienziati
che si sono distinti nelle biotecnologie. E il bio-ingegnere di Modena è in questo campo uno dei 36 scienziati più importanti del mondo. 

Peccato che, come spesso accade nel nostro sciagurato Paese,
l’università di Modena, dove lavorava e dove dirigeva un progetto di ricerca internazionale, l’abbia praticamente costretta al prepensionamento.

Come mai?
Si vede che c’è abbondanza. Io mi sono opposta con tutte le mie forze al provvedimento, non volevo, c’erano ricerche troppo importanti in ballo,
ma non c’è stato nulla da fare. Ora il microscopio elettronico a scansione ambientale fondamentale per questo tipo di ricerche è in dotazione all’Arpa
di Pesaro e io ho il permesso di utilizzarlo solo una volta la settimana.

Metalli pesanti nel nostro corpo: è la nuova frontiera della ricerca scientifica. Come si individuano e cosa ci raccontano?
Stiamo parlando di polveri ultra sottili. E quindi di nanoparticelle di metalli pesanti: non si fermano nei polmoni ma passano nella circolazione sanguigna.
Parliamo di nanopolveri che in un'ora sono al fegato, e arrivano agli organi interni. Milza, gonadi e anche al cervello. In base alla loro lega, alla loro forma,
a cosa c’è negli organi e nei tessuti patologici, possiamo dire chi e cosa ha inquinato quell’organismo. 

E una volta che queste nanoparticelle sono arrivate negli organi, cosa succede?
Eliminarle è difficilissimo. In alcuni casi può intervenire la chirurgia. Il corpo umano costruisce una reazione: con le particelle più grosse può formarsi
un granuloma, se sono molto piccole, come quelle che stiamo studiando, arrivano in tutto il corpo e la reattività dell’organismo può essere molto differente,
variare da caso a caso. Le nanoparticelle possono entrare in ogni cellula.

Da cosa sono composte?
In tanti anni di ricerca ho visto davvero di tutto. Certe volte, per esaminare situazioni più complicate, è stato necessario analizzare i tessuti per alcuni giorni,
anche una settimana. Ciò che studiamo nei tessuti patologici con il microscopio e con una successiva microsonda per analizzarne la composizione chimica,
sono metalli pesanti aggregati tra di loro. Possiamo trovare di tutto: cadmio, stronzio, ferro, tungsteno, nichel, piombo. Dipende da dove viviamo, da cosa
abbiamo respirato. 

Quindi dalla loro composizione identificate le sorgenti che le hanno generate? 
Sì: se trovo ferro, cromo e nichel so che è una particella di acciaio. E verosimilmente quel tessuto proviene da un residente accanto a un'acciaieria. 

Ecco perchè la bio-balistica.
Sì. È come applicare il concetto della balistica alla biologia. Quando abbiamo un proiettile riusciamo a risalire alla pistola.
Così, con questi nano-proiettili nel nostro organismo, riusciamo a individuare la pistola fumante. Siamo come Csi, ma meno fighi.

Una scoperta importante soprattutto per i processi sui disastri ambientali:
è sempre così difficile stabilire il legame tra le malattie e le fonti di inquinamento...
Sì. Penso a Taranto. Un pediatra ha denunciato che i bambini nascono già con i tumori. Il ministro Clini sostiene che è colpa della catena alimentare,
poi c’è chi dice che la colpa potrebbe essere della raffineria o del cementificio che sono presenti nel raggio di pochi chilometri. Ebbene, mi piacerebbe parlare
con quel pediatra perchè dall’analisi dei tessuti dei bambini malati sapremmo dire con certezza se la causa di quei tumori è l’Ilva.
Lancio un appello al procuratore Sebastio: mi faccia verificare cosa c’è nel corpo dei tarantini. Avremo prove inoppugnabili.



Emissioni di idrogeno solforato (H2S) dalla Raffineria ENI di Taranto:
potenziali effetti sulla popolazione tarantina.
In questa relazione sono descritti i potenziali effetti prodotti sulla salute umana dall’idrogeno solforato (H2S),
gas altamente velenoso emesso in modo costante e incontrollato dalla Raffineria ENI di Taranto.
Le emissioni di idrogeno solforato provengono dalle unità di desolforazione della Raffineria e dagli sfiatatoi non monitorati dei serbatoi di stoccaggio
dello zolfo liquido. Le informazioni medico?scientifiche relative ai possibili danni prodotti sulla salute umana dall’idrogeno solforato, sono state estrapolate
dallo studio del 2007 “Danni  alla salute umana causati  dall’idrogeno solforato”  scritto dalla Dr.ssa Maria Rita D’Orsogna e dal Dr. Thomas Chou.