Il taglia-processi vìola la Costituzione, Colle, Csm e Anm al lavoro.
Appena il processo breve diventerà legge muoiono in un colpo solo non solo i due processi del
premier ma tutti gli omicidi colposi (incidenti stradali e per colpa medica), i casi di malasanità
a cominciare da quello della clinica S.Rita a Milano. Spazzati via i crac finanziari di Cirio
e Parmalat e le scalate Antonveneta e Bnl e la corruzione nel processo Eni-power.
La regola è quella di sempre, mentre il Parlamento lavora il Presidente della Repubblica tace. E però, tra silenzi e attese, il testo del ddl 1880 approvato mercoledì dal Senato è in queste ore sotto la lente di ingrandimento degli esperti giuridici del Quirinale e non solo. I profili di incostituzionalità del processo breve sono più d’uno. Il più grave, che da solo potrebbe far respingere il testo dal Colle, è quello per cui la norma altro non è che un’amnistia mascherata concessa però contro le norme stabilite dall’articolo 79 della Costituzione che prevede i due terzi dei voti del Parlamento. Basta questo rilievo per far sì che appena la Camera darà il via libera finale, il primo giudice che vedrà ucciso il suo processo si rivolgerà alla Consulta. E dopo di lui decine, centinaia di altri presidenti di sezioni di Tribunali o di Corte d’appello. Ma questo è solo «il più palese» dei profili di incostituzionalità. Quello che se ne trascina dietro altri. Se il processo breve nasce, come si legge nel titolo del ddl, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione (il cosiddetto giusto processo), si osserva che «l’articolo non indica da nessuna parte i paletti entro i quali il processo va celebrato». Non potrebbe farlo. Uccidendo il processo si nega alla vittima del reato, ma anche all’imputato, il diritto «all’accertamento delle responsabilità» che può essere, specie per alcuni reati come gli omicidi colposi, più importante della pena. I giuristi in queste ore al lavoro giudicano anche «irragionevole che sia prevista la proroga di un terzo dei termini di prescrizione solo per una tipologia di reato (i più gravi, mafia e terrorismo)». Il processo-breve dunque è né più né meno che «un’amnistia mascherata» come hanno sempre denunciato Anm e Csm i cui profili di incostituzionalità sono «evidenti» e a cui si sono aggiunti anche «gli illeciti contestati alle persone giuridiche nonostante per queste non sia evocabile l’indulto». Per non parlare dell’estinzione dei processi dinanzi alla Corte dei Conti. Nessuno sta sparando cifre su quanti processi andranno a morire con le nuove nome. Di certo se erano tra il 10 e il 30 per cento con la vecchia formulazione, «adesso sono inevitabilmente di più visto che l’applicazione della prescrizione del processo è stata allargata a tutti gli imputati e a tutti i reati». Ha un bel dire il ministro Alfano, lo ha ripetuto anche ieri alla Camera presentando la relazione sul bilancio della giustizia, che «il governo è contrario all’amnistia». Non è così, come sa bene la Lega, il partito della certezza della pena e della legalità, che ha qualche difficoltà a spiegare al suo popolo cosa sta succedendo. Perché se saranno messi in libertà delinquenti e criminali («Con questa legge lo Stato si consegna alla criminalità» ha detto il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini), resteranno senza neppure la dignità e l’orgoglio di una verità processuale migliaia di vittime di reato. Una «tragica farsa» dice Luca Palamara, presidente dell’Anm. La replica Alfano: «Mi cascano le braccia».

I processi cancellati
Appena il processo breve diventa legge muoiono in un colpo solo non solo i due processi del premier ma tutti gli omicidi colposi (incidenti stradali e per colpa medica), i casi di malasanità a cominciare da quello della clinica S.Rita a Milano. Spazzati via i crac finanziari di Cirio e Parmalat e le scalate Antonveneta e Bnl e la corruzione nel processo Eni-power. I procedimenti con pene al di sotto dei dieci anni sono il 70 per cento, circa 700 mila. A rischio i processi per le cause con morti sul lavoro come Eternit e Thyssen. Il procuratore generale di Firenze Beniamino Deidda teme per il processo della strage di Viareggio, ventidue vittime senza un responsabile. Colpo di spugna su tutti i processi per reati contro la pubblica amministrazione. E poi reati più odiosi come lo sfruttamento della prostituzione o i maltrattamenti in famiglia. Il Comitato intermagistrature, non solo le toghe penali ma anche quelle contabili, amministrative e l’Avvocatura di stato, parla di «conseguenze devastanti sull’intero sistema della giustizia italiana», di riforme che «sacrificano del tutto le esigenze di tutela delle vittime dei reati». Di fronte a tanta «vergogna» anche nella maggioranza affiorano dubbi. Il coraggioso senatore Musso li ha espressi, unico, in aula. Altri mandano messaggi dalle retrovie: «Vedrete, alla Camera se ne parlerà dopo le Regionali». Intanto va avanti l’altra norma ad personam, il legittimo impedimento, la numero venti, di sicuro con meno effetti collaterali di questi. Sembra un film già visto: luglio 2008, il governo propone l’obbrobrio del taglia-processi. Indigeribile. E di fronte a tanto spavento, in venti giorni il Parlamento approvò il lodo Alfano.