Stretto di Messina, rischio sismico:
il punto di scontro tra la placca Africana e quella Euroasiatica.
19 luglio 2009 La sicilia Alfio Di Marco
 
IL «MOTORE» E' LO SCONTRO TRA AFRICA ED EURASIA
Sopra, nelle riproduzioni grafiche dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ecco il complesso sistema geodinamico che contraddistingue lo Stretto di Messina, la Sicilia orientale e il Basso Tirreno. E' qui il punto di scontro tra la placca Africana e quella Euroasiatica. E' qui il punto di subduzione: dove, cioè, un blocco continentale sprofonda sotto l'altro, deformando la superficie e mettendo in tensione le faglie locali che a loro volta accumulano quell'energia che, nel tempo, verrà poi rilasciata attraverso i momenti di rottura: i terremoti. La porzione settentrionale della Sicilia, dunque, viene compressa verso nord, mentre l'area dello Stretto è caratterizzata da un movimento distensivo (le due sponde si allontanano di due millimetri all'anno) così intenso da generare nell'arco dei millenni sismi potenzialmente anche catastrofici. «Nella punta nord-orientale della Sicilia – spiegano i ricercatori dell'Ingv – ci sono due sistemi complicati di trasferimento e di sforzi sismogenetici. Oggi siamo in grado di capire quali faglie stanno accumulando una deformazione che fra 1000-2000 anni sarà rilasciata con un terremoto. Abbiamo visto e abbiamo misurato la compressione che anno dopo anno avvicina Lipari a Vulcano. Abbiamo scoperto che le faglie sul lato calabro sono molto attive. A tal punto che avrebbero dato un contributo non di poco conto anche in occasione del terremoto del 1908. E questo ci induce a rivedere il quadro del rischio sismico dell'intera area siculo-calabrese».

Il punto di scontro tra la placca Africana e quella Euroasiatica; l'intreccio di un sistema locale di faglie in continua tensione che anno dopo anno, decennio dopo decennio accumula un'enorme massa d'energia che in là nel tempo sarà rilasciata attraverso un terremoto. E' la porzione del Basso Tirreno compresa fra le isole Eolie e il nord della Sicilia, dove lo Stretto di Messina diventa fulcro strategico. Un'area che storicamente ha vissuto eventi sismici catastrofici – vedi ad esempio il terremoto del 1908 –, richiamando l'attenzione di studiosi e ricercatori di tutto il mondo. Oggi però la comunità scientifica dispone di un nuovo strumento di analisi sviluppato in sinergia tra la sezione catanese dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e il Dipartimento di Scienze geologiche dell'Università etnea. Autori dello studio pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista scientifica «Tectonophysics», sono Mario Mattia, Mimmo Palano, Valentina Bruno e Flavio Cannavò.
«Partendo dall'analisi dei rilevamenti Gps degli ultimi 12 anni – spiega Mario Mattia – siamo andati ad analizzare come la porzione calabro-peloritana s'inserisce nel complesso quadro geodinamico dello Stretto di Messina. Complesso perché tra la Sicilia e le Eolie avviene lo scontro tra placca Africana e placca Eurasiatica: un'azione di forza che determina dunque un'enorme compressione fra i due blocchi continentali. Ma non solo: una porzione della stessa area, quella dello Stretto, è caratterizzata da un sistema distensivo tale da generare sismi potenzialmente anche catastrofici. Vedi appunto quanto accaduto 100 anni or sono».

«Nella punta nord-orientale della Sicilia ci sono dunque due sistemi complicati di trasferimento e di sforzi sismogenetici. Gli studi condotti sino a oggi sono stati per lo più generici. Nel 1908 non c'era una strumentazione adeguata che potesse dare informazioni su questi sconvolgimenti geologici, che potesse dire quale faglia esattamente si era mossa: c'erano solo ipotesi. Oggi, invece, siamo in grado di capire quali faglie stanno accumulando una deformazione che fra 1000-2000 anni sarà rilasciata con un altro terremoto. E questo ci consente di tracciare un quadro futuro abbastanza dettagliato».
«Abbiamo anche scoperto – continua Mattia – che le faglie sul lato calabro sono molto attive. A tal punto che avrebbero dato un contributo non di poco conto in occasione del terremoto del 1908. E questo ci induce a rivedere il quadro del rischio sismico dell'intera area siculo-calabrese. Conoscere la geodinamica di un territorio, cioè come questo si muove, è fondamentale. Abbiamo analizzato le misurazioni Gps in termini di velocità. Risultato: da un lato abbiamo riscontrato che lungo la fascia tirrenica della Sicilia fino alle Eolie la pressione procede da sud verso nord-ovest (e questo ci dice che la compressione Africa-Eurasia è quanto mai attiva, che è e continua a essere il motore principale, il papà di tutti i movimenti). A livello locale, tuttavia, vi sono deviazioni a testimonianza del fatto che esiste pure una un'altra dinamica in grado di influenzare la distribuzione della deformazione. Ed è questo che ci interessa: perché è lì che poi c'è la ricaduta in termini sismologici, in termini geologici».

«Arriviamo così a quella che chiamiamo un'inversione matematica. Abbiamo sviluppato un modello di studio per capire e misurare meglio tutti i fenomeni, tutte le strutture, tutte le forze in gioco. Per esempio, abbiamo distinto la famosa faglia Tindari-Letojanni che taglia la Sicilia settentrionale e arriva fino alle Eolie, riuscendo a stabilire come questa struttura si muove e soprattutto di quanto si muove. Più difficoltà abbiamo avuto per la faglia che attraversa lo Stretto di Messina. Qui abbiamo riscontrato l'influsso di un reticolo lungo la costa calabrese: ci sono le faglie di Scilla, quella di Reggio Calabria, quella di Arno, già note in letteratura, e che oggi sappiamo che interagiscono nello stesso contesto».
«Le curve di livello della linea di subduzione (sprofondamento di una placca continentale sotto un'altra, ndr) vanno dalla Calabria verso il centro del Tirreno, passando sotto l'arco delle Eolie – aggiunge a sua volta Mimmo Palano –. Qui è in gioco una grande compressione tra Lipari e Vulcano che dunque, poco alla volta, si avvicinano. Viceversa, nello Stretto abbiamo un movimento distensivo, di apertura: lo Stretto si allarga di un paio di millimetri all'anno».

«E' un quadro geologicamente strategico, sede di vulcanismo e dunque di forti terremoti. Nella notte dei tempi, la zona di collisione continentale avveniva fra il blocco Ibleo-Maltese e la porzione restante della Sicilia. Quella iblea in realtà è un'area ancora attiva, ma i dati raccolti oggi ci dicono anche come il grosso della compressione sia migrata verso nord, esattamente nel Tirreno. Non a caso il vulcanismo ibleo si è estinto. E non a caso i sismi dell'area tirrenica sono di natura compressiva: una parte di terra che va sopra l'altra per compressione».
«Tutto si riconduce – riprende Mattia – allo spessore delle placche in gioco: il Tirreno è un bacino formatosi nell'ultimo milione e mezzo di anni. Col tempo, lungo la costa siciliana la placca si è assottigliata, si è stirata. Mentre prima (3 milioni di anni fa) gli spessori erano uguali, oggi per rompersi la porzione tirrenica richiede minore energia. Ecco perché il movimento di subduzione è migrato più a nord. Nei tempi geologici, la compressione a livello ibleo cesserà del tutto. Ma oggi, ripeto, è ancora attiva».

Dall'analisi scientifica alle ricadute sul quotidiano... «I nostri – continua Mattia – sono studi che contribuiscono a conoscere meglio il territorio in cui viviamo. Quanto accaduto all'Aquila ne è la dimostrazione: l'Ingv e tutti i ricercatori erano perfettamente a conoscenza del fatto che lì ci fosse un quadro di elevato rischio, che c'erano continui movimenti misurati con il Gps, che si era in presenza di una continuità di eventi sismici di piccola magnitudo. Non è bastato. Bisogna che la società sia più attenta, più sensibile sul fronte della prevenzione. Se questi studi fossero più ascoltati, se questa cultura fosse più diffusa, si arriverebbe a scelte di politica del territorio un po' diverse: a cominciare dalle modalità di costruzione degli edifici, sia pubblici sia privati».

Lo Stretto di Messina, i vulcani delle Eolie, l'Etna: ma c'è un'interazione tra i vulcani del Tirreno e il gigante dello Ionio? «Si tratta – conclude Mario Mattia – di due quadri di uno stesso contesto sismogenetico. Si parte sempre dallo scontro tra la placca Africana e quella Eurasiatica. Etna e vulcani dell'Arco eoliano sono prodotti diversi di un uguale quadro geodinamico. Certo, l'Etna ha un'attività governata da altri sistemi strutturali che però sono collegati a quelli che stanno più a nord. Ovvio supporre, quindi, che in linea di principio vi possa essere un'interazione. Ma dimostrare che i processi magmatici etnei (le eruzioni) siano in qualche modo connessi all'attività tettonica lungo le coste tirreniche oggi non è possibile. Qualcuno l'ha ipotizzato: per esempio nel 2002 quando abbiamo avuto contemporaneamente l'eruzione dell'Etna, i fenomeni di Panarea, l'eruzione dello Stromboli, i terremoti di Palermo. Le prove noi le abbiamo cercate, ma non le abbiamo trovate.
Ecco perché ci chiediamo ancora se sia stata solo un'inquietante coincidenza».