L’appuntamento con Armando Spataro, procuratore aggiunto
a Milano, è a casa sua. Prepara il caffè.
Bisognerebbe parlare del suo libro, «Ne valeva
la pena» editore Laterza, bisognerebbe chiedere a Spataro,
protagonista di 34 anni di vita della Procura di Milano,
di svelare se ancora ci sono dei buchi oscuri nella storia
del terrorismo rosso o perchè governi di sinistra
e di destra si sono comportati allo stesso modo quando
si è trattato di bloccare l’inchiesta sul rapimento
di Abu Omar.
Ma si finisce per parlare dell’aggressione di Berlusconi
alla giustizia, all’informazione, alla Carta costituzionale.
Spataro, i rapporti tra potere politico e magistratura
sono mai scesi così in basso?
«No, mai. Lo testimoniano anche i fatti di questi
giorni. Francesco Saverio Borrelli diceva che il controllo della legalità
esercitato dalla magistratura in modo autonomo non può essere gradito
al potere politico, qualunque sia il colore della maggioranza di turno.
Il potere della magistratura è infatti eccentrico rispetto ai programmi
ed agli interessi di chi governa, ed è la Costituzione che ha scelto
questo modello di magistratura: noi siamo sottoposti solo alla legge ».
Quando è iniziato questo processo di deterioramento?
«Edmondo Bruti Liberati, nuovo procuratore capo
a Milano, ha ben ricostruito la storia di questa crisi. Il peggioramento
dei rapporti è iniziato negli anni Novanta con le inchieste della
magistratura sulla corruzione, sulla commistione indebita tra politica
ed economia, con Mani Pulite. In quegli anni è emersa l’estraneità
della magistratura rispetto agli interessi della politica, quello è
stato il punto di svolta. Da almeno 15-16 anni il potere politico si è
messo di traverso, cercando di ostacolare o condizionare l’attività
della magistratura».
Le parole di Berlusconi?
«Lo ha detto anche il CSM. Non si tratta di
esercizio del diritto di critica, ma di “espressioni denigratorie che incidono
sull’indipendente esercizio delle funzioni dei magistrati e ne delegittimano
l’operato”. Avevo pensato di rinviare la pubblicazione del libro e di aggiornarlo
con le aggressioni sistematiche alla magistratura, ma attacco dopo attacco
non avrei mai finito».
Cosa si aspetta, ora?
«Gli attacchi hanno passato il segno da tempo
e messo in crisi il principio della separazione dei poteri. Meriterebbero,
forse, una risposta istituzionale adeguata al più alto livello».
Perchè si è messo a scrivere, perchè
ci consegna questo “verbale” da 600 pagine?
«Ho iniziato a scrivere di slancio, all’improvviso,
spinto dall’amarezza e dalla delusione provate dopo che due governi, di
diverso orientamento politico, avevano dato la stessa risposta su un caso
importante come l’inchiesta Abu Omar. Opporre il segreto di stato in un
caso drammatico di violazione dei diritti umani è stata una decisione
politica che mi ha ferito. Ho scritto perchè avevo voglia di buttare
fuori tutto quello che avevo dentro, una scelta forse autoterapeutica.
E, forse con presunzione, ho pensato che il racconto di quanto ho visto
nei miei oltre trent’anni di lavoro in magistratura potesse essere utile
anche ad altri».
Quello del magistrato è un lavoro o una missione?
«Il mio è un lavoro non una missione.
Ma ho sempre ben presente la lettera che il mio collega e amico Guido Galli,
assassinato dai terroristi, scrisse al padre per spiegare la sua scelta
della magistratura, per fare qualche cosa per gli altri, per il paese,
per le istituzioni. Ho sempre fatto il magistrato cercando di svolgere
il mio lavoro al meglio delle mie capacità e competenze. Non mi
è mai piaciuto, invece, l’approccio del magistrato come moralizzatore
della società».
Perchè è stato grave usare il segreto
di stato nell’inchiesta Abu Omar?
«Perchè con questa inchiesta l’Italia
avrebbe potuto dare l’esempio, assumere un ruolo trainante in campo internazionale
nella tutela dei diritti umani. Avrebbe potuto guidare quel cambiamento
che solo oggi, grazie a Obama, inizia faticosamente a prendere corpo. Il
caso Abu Omar ha invece segnato uno spartiacque: da quel momento il segreto
di stato, la cui opposizione non può che essere un fatto eccezionale,
è entrato in tanti altri processi. Opposto nel processo Telecom
di Milano dall’imputato Mancini, nel processo di Perugia da Pollari e Pompa
accusati di peculato, è comparso persino in un processo per diffamazione
a carico di Magdi Allam. E sempre il Presidente del Consiglio ne ha confermato
la sussistenza».
Lei ha fatto tutta la sua carriera a Milano, cos’è
la Procura di Milano?
«È casa mia. La Procura di Milano ha
un’anima, forte e radicata nei magistrati che ci lavorano. Qui hanno lavorato
e hanno lasciato il segno dell’impegno per la difesa della democrazia e
delle istituzioni i miei amici Emilio Alessandrini e Guido Galli. Quando
il potere politico attacca la Procura di Milano, ogni cittadino dovrebbe
ricordarsi di questi uomini. Mi considero fortunato di aver fatto questa
esperienza, di aver incontrato tanti valorosi colleghi. Milano, per me,
è stata fondamentale, mi accolse che non avevo nemmeno trent’anni.
C’era il terrorismo, ma era una città vivacissima piena di fermenti
culturali e politici. A 28 anni mi trovai immerso nelle inchieste sulle
Brigate rosse, gli omicidi. Sono cose che non si dimenticano».
Lei è un personaggio pubblico, un magistrato
molto noto, per i suoi critici “troppo potente”. Qual è la giusta
dimensione della presenza pubblica di un magistrato, nel suo rapporto
con i media? Non le pare che alcuni suoi colleghi
esagerino?
«Il giudice vive e lavora da solo. Questa è
la condizione generale. L’esposizione mediatica del giudice, la sua presenza
pubblica, secondo un politico sensibile come Virginio Rognoni, è
spesso la conseguenza del rilievo sociale del suo lavoro. Ovviamente diversa,
e non la condivido, è la ricerca narcisistica dell’esposizione mediatica
per la creazione del personaggio, una strada che porta alla demagogia e
al populismo».
Cos’è la riforma della giustizia?
«E chi lo sa? Una cosa che trovo insopportabile
è la retorica delle riforme condivise. Questa formula, molto usata
negli ultimi tempi nel mondo politico, nasconde solo la debolezza e la
frammentazione di quella politica che nelle riforme condivise trova la
mediazione delle proprie divisioni a scapito dei principi. Dal 1989 ad
oggi sono state approvate 83 riforme del codice, e oggi siamo ancora qui
a discutere di riforme condivise. E quali sarebbero? Il processo breve,
la separazione delle carriere o la separazione della sezione disciplinare
dal Csm dallo stesso consiglio come chiede Luciano Violante? Volete ridurre
il numero delle sedi giudiziarie come dicono da decenni a destra e a sinistra?
Bene fatelo. In Piemonte ci sono 16 tribunali, eredità del passato
sabaudo. Tagliate questi sprechi. E invece non succede nulla, salvo voler
condizionare, per non dire di peggio, le inchieste della magistratura».
Anche il pd chiede la riforma della giustizia. Cosa
ne dice?
«Ho letto le proposte di Andrea Orlando, responsabile
giustizia del pd: sono una serie di enunciazioni perfette in nome proprio
delle “riforme condivise”, anche se non capisco cosa ci guadagnerà
la giustizia».
In conclusione, valeva la pena scegliere la magistratura?
«Sì, ne valeva la pena. Anche se viviamo
anni difficili, le cose cambieranno, non possono non cambiare.Dobbiamo
avere fiducia».
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