Nuova legge elettorale 2014: arriva l’Italicum di Renzi,
una riedizione della "fascistissima" legge Acerbo, del 1923
E' nata la proposta di una nuova legge elettorale: l’Italicum
Al partito vincitore un premio di maggioranza del 18% del totale dei seggi, ma solo nel caso in cui riuscisse al primo turno di votazioni, quindi senza ballottaggio, ad aggiudicarsi il 35% delle preferenze, rimangono le liste bloccate.
Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello
Dante,  IV canto del Purgatorio

Legge Acerbo (dal nome dell'omonimo deputato)
(Alessandro Visani scrisse sull'importanza politica della legge: "Un classico caso di "suicidio di un'assemblea rappresentativa")
Fu voluta da Benito Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare. fu la legge elettorale italiana approvata il 18 novembre 1923 con il n. 2444 e adottata dal Regno d'Italia nelle elezioni del 1924.

La Legge Acerbo prevedeva l'adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all'interno di un collegio unico nazionale, suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali. A livello circoscrizionale ogni lista poteva presentare un numero di candidati che oscillava da un minimo di 3 a un massimo dei due terzi di quelli eleggibili (non più di 356 su 535); oltre al voto di lista era ammesso il voto di preferenza.

Il risultato nel collegio unico era decisivo per determinare la distribuzione dei seggi: nel caso in cui la lista più votata a livello nazionale avesse superato il 25% dei voti validi, avrebbe automaticamente ottenuto i 2/3 dei seggi della Camera dei Deputati, eleggendo in blocco tutti i suoi candidati; in questo caso tutte le altre liste si sarebbero divise il restante terzo dei seggi, sulla base di criteri simili a quelli della legge elettorale del 1919. Nel caso in cui nessuna delle liste concorrenti avesse superato il 25% dei voti, non sarebbe scattato alcun premio di maggioranza e la totalità dei seggi sarebbe stata ripartita tra le liste concorrenti in base ai voti ricevuti ancora secondo i principi della legge elettorale del 1919.

In sede di approvazione la propaganda fascista spacciò per democratico tale meccanismo di ripartizione dei seggi, affermando che il diritto di tribuna alle minoranze era garantito da quel terzo dei seggi dell'assise parlamentare, che sarebbe stato loro assegnato comunque, anche qualora fossero complessivamente rimaste al di sotto del 33% dei suffragi.

Rispetto alla precedente legge elettorale, la Legge Acerbo ridusse inoltre l'età minima per l'eleggibilità da 30 a 25 anni, abolì l'incompatibilità per le cariche amministrative di sindaco e deputato provinciale, e per i funzionari pubblici (ad eccezione di prefetti, viceprefetti e agenti di pubblica sicurezza). Altra importante innovazione fu l'adozione della scheda elettorale al posto della busta.





Alessandro Visani scrisse sull'importanza politica della legge:
"Un classico caso di "suicidio di un'assemblea rappresentativa"
Alle elezioni del 6 aprile 1924 il Listone Mussolini prese il 60,09% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il PNF): i fascisti trovarono il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, alla cui spartizione riuscirono a partecipare mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni, che strappò ulteriori 19 scranni, mentre le opposizioni di centro e sinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2.511.974 voti, pari al 35,1%.

«L'approvazione di quella legge fu - questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile - un classico caso di "suicidio di un'assemblea rappresentativa", accanto a quelli "del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell'Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940". La riforma fornì all'esecutivo "lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta»

Il disegno di legge, redatto dall'allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Giacomo Acerbo, fu approvato il 4 giugno 1923 dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini. Il successivo 9 giugno venne presentato alla Camera dei Deputati e sottoposto all’esame di una commissione – detta dei “diciotto” – nominata dal presidente Enrico De Nicola, secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi.

La commissione fu composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente), Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della "Democrazia" e Antonio Salandra per i liberali di destra (entrambi con funzioni di vicepresidente), Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la “Democrazia Italiana” (nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano per il gruppo misto (in realtà era anche lui fascista).

Il sistema delineato dal ddl Acerbo andava a modificare il sistema proporzionale in vigore da 4 anni, integrandolo con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse anche superato il quorum del 25%, aggiudicandosi in tal modo i 2/3 dei seggi. Durante la discussione in commissione, i popolari avanzarono numerose proposte di modifica, prima cercando di ottenere l'innalzamento del quorum al 40% dei votanti e poi l'abbassamento del premio ai 3/5 dei seggi. Ogni tentativo di mediazione fu però vano e la commissione licenziò l'atto nel suo impianto originale, esprimendo parere favorevole a seguito di una votazione terminata 10 a 8.

Il ddl venne quindi rimesso al giudizio dell'aula, dove le opposizioni tentarono nuovamente di modificarlo: esse confluirono attorno ad un emendamento presentato da Bonomi, che proponeva ancora di alzare il quorum per lo scatto del premio di maggioranza dal 25% al 33% dei voti espressi. Il tentativo fallì, anche per la rigida posizione assunta dal governo, che, opponendo la fiducia, riuscì a prevalere (seppur di stretta misura): su 336 presenti in 178 votarono a favore della fiducia e contro l'emendamento, 157 a favore dell'innalzamento della soglia e contro il governo. Decisivo risultò il numero degli assenti - ben 53 - che avrebbero potuto orientare in modo diverso l'esito del voto[.

Il 21 luglio del 1923 il ddl Acerbo venne infine approvato con 223 sì e 123 no. A favore si schierarono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano (il cui deputato più noto fu Filippo Cavazzoni, poi espulso dal partito con gli altri dissidenti), la stragrande maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di tendenze liberali e la quasi totalità degli esponenti della destra, fra i quali Antonio Salandra. Negarono il loro appoggio i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale e quei popolari che facevano riferimento a don Sturzo. La riforma entrò in vigore con l'approvazione del Senato del Regno, avvenuta il 18 novembre, secondo altre fonti il 14 novembre, con 165 sì e 41 no. Nella discussione del disegno di legge presso il Senato ebbe un ruolo di primo piano il senatore Gaetano Mosca.



"Noi neghiamo che la debolezza e la disorganizzazione della Camera, cioè la difficoltà trovata di risolvere il problema
del governo forte, si possa attribuire del tutto o in parte prevalente al sistema elettorale; se difficoltà nacquero fu
perché il sistema non poté ancora venire applicato nello spirito e nella lettera con sincerità e con conseguenza".

Collegio uninominale e proporzionale. Le dichiarazioni dell'on. De Gasperi nella commissione elettorale:

Il governo nel presentare la riforma parte dalla premessa che il sistema della rappresentanza proporzionale sia da abolirsi ed afferma nella introduzione al progetto che gli esperimenti del 1919 e del 1921 abbiano consacrato definitivamente nella storia politica italiana la condanna della proporzionale. I popolari furono ieri e rimangono ancora oggi proporzionalisti e non possono quindi accettare il criterio fondamentale della riforma governativa.

Contesto anche che gli esperimenti del recente dopoguerra giustifichino una così recisa e definitiva condanna del sistema. Non mi riferirò in sede di commissione alle ragioni di principio e di dottrina, limitandomi a osservare che, se lo si vorrà fare, nelle pubbliche discussioni, basterà riportare le affermazioni molto eloquenti di quasi tutti gli oratori del luglio 1919, dall'on. Federzoni che combatté il collegio uninominale e volle la proporzionale per ragioni di educazione e ricostruzione nazionale, all'on. Riccio, che, deplorando l'agnostica politica delle assemblee causate dal lungo dominio del collegio uninominale, proclamava «la proporzionale una conseguenza diretta, logica inevitabile del suffragio universale», all'on. Gelesia che nella discussione con inconfutabili argomenti proponeva il seguente ordine del giorno nella seduta del 25 luglio: «La Camera, convinta che la sopravvivenza del collegio uninominale sarebbe di ostacolo a riforme amministrative e di indole sociale necessarie per il rinnovamento della vita nazionale italiana passa alla discussione degli articoli». Basta leggere quella discussione per avere le prove che tutte le deficienze e gli errori parlamentari che ora si dovrebbero attribuire alla proporzionale si attribuivano allora al collegio uninominale.

Noi neghiamo quindi che la debolezza e la disorganizzazione della Camera, cioè la difficoltà trovata di risolvere il problema del governo forte, si possa attribuire del tutto o in parte prevalente al sistema elettorale; comunque, se difficoltà nacquero fu perché il sistema non poté ancora venire applicato nello spirito e nella lettera con sincerità e con conseguenza.

Già l'on. Riccio nella seduta del 2 luglio 1919, volendo la proporzionale, e avvertendo che logica e desiderata conseguenza dovesse essere la organizzazione delle forze costituzionali, diceva:

La vita italiana ha bisogno di disciplina, bisogna che ciascuno pigli il posto suo e sia legato alle sue idee, al suo partito. Bisogna che si contengano nei giusti limiti le tendenze eccessivamente individualistiche che sono principalmente nella borghesia italiana. Abbiamo il dovere di disciplinare i costumi politici; il collegio uninominale non li disciplina». Ed altrove, «Discipliniamo i partiti e discipliniamo, specialmente il partito liberale italiano. Avremo così forse contribuito a far cessare il pullulare di gruppi e di tendenze che è un guaio della vita parlamentare nostra.

La formazione dei governi.

Se si vuole comunque riferire alla proporzionale una conseguenza sulla formazione dei vari partiti non è che essa abbia prodotto lo spezzettamento ma è che la tradizione uninominalista delle forze costituzionali non è riuscita ancora ad influire nella organizzazione di tutti i partiti, soprattutto del partito liberale. Ma ora il partito liberale sta creandosi quadri di organizzazione nazionale. Comunque non è la mancata organizzazione di un partito che può farei disperare degli inevitabili effetti della proporzionale. Io ricordo quello che disse l'on. Mussolini alla Camera il 23 luglio 1921 dopo cioè che ì due esperimenti colla proporzionale avrebbero dovuto sancirne la condanna:

Esistono qui dei gruppi parlamentari numerosi. Ma io vi domando, se la democrazia sociale e liberale ha delle forze solidamente inquadrate nel paese, mentre tutti sappiamo che tali forze non esistono quando si astraggono dalla massa assai fluttuante che vota nel giorno delle elezioni. Ecco perché non accetto la tesi antiproporzionalista in quanto essa viene sostenuta col danno che ne ricavano i partiti deboli. Se i partiti sono deboli, o si rafforzano o muoiono.

Corrisponde del resto alla verità e alle primitive esigenze del senso storico attribuire, come fa Casertano, al sistema elettorale le difficoltà della formazione dei governi? In quattro anni del turbinoso dopoguerra, quando la Camera era trascinata a deliberare sotto l'enorme e tumultuaria pressione del paese sconvolto dalla occupazione delle fabbriche, preludio di una rivoluzione sociale, all'impresa di Fiume che generò il fascismo, dalla occupazione delle terre alle imprese militari dello squadrismo?

Dopo l'esperimento fatto appunto in tali condizioni straordinarie l'Italia dovrebbe mutare di nuovo sistema, mentre altri paesi, in Germania e negli Stati dell'Europa centrale, mantengono e perfezionano il metodo proporzionalista, la Francia si appresta ad introdurlo e in Inghilterra un movimento fortissimo la condusse recentemente molto presso la vittoria? Proprio in questo momento a quattro anni di distanza dobbiamo capovolgere di nuovo il sistema elettorale rinnegando quello che allora parve un postulato di giustizia sociale e legittimando nella opinione pubblica il dubbio che il diritto civile poggi non sui principii ma sull'opportunismo del momento politico?

L'oratore fa a questo punto un'altra considerazione sul clima storico, cioè del momento in cui si delibera. Oggi preoccupa soprattutto la questione della libertà elettorale. Vi sono degli uninominalisti i quali sosterrebbero ad oltranza il collegio uninominale se non temessero che in questo momento il collegio uninominale diventasse più facile strumento di pressioni e di intolleranze; altri che sosterrebbero con più forza la proporzionale se non temessero che le elezioni proporzionaliste fatte ora provocassero un urto asprissimo. Lo stesso dicasi per il congegno elettorale. Ora l'on. Mussolini ha ripetutamente dichiarato che non farebbe le elezioni fino a che non fosse ristabilita un'atmosfera di maggiore tolleranza. Non sarebbe logico anche di chiedergli che ci permettesse di valutare la riforma elettorale nel momento nel quale le preoccupazioni di tale carattere non influissero sul nostro giudizio oggettivo?

Preoccupazioni costituzionali.

[Passando all'esame del progetto stesso, l'oratore rileva l'inciso della relazione ministeriale a pagina due ove è detto:] una buona legge elettorale la quale si ispira a sani concetti generati ed alle necessità contingenti deve insieme conglobare i due scopi, rispecchiare le condizioni dei partiti nel paese e garantire vita duratura al governo il quale ha bisogno di dedicare tutta la sua energia alla risoluzione dei gravi problemi dello Stato e non disperderla a fronteggiare le insidie di tutte le ore. Le grandi correnti del paese hanno diritto di determinare la composizione non le loro meschine competizioni di vane preminenze. Al primo scopo risponde la proporzionale, ma vi risponde troppo. Al secondo si ispira il metodo che vi propongo il quale senza trascurare i diritti delle minoranze assicura una consistenza di governo che è la tendenza istituzionale e pratica del tempo attuale. Non si affrontano e non si risolvono i colossali problemi di politica interna ed internazionale che sì impongono per l'assestamento della grande guerra se non con una sicurezza, fermezza e continuità di programmi che soltanto sono consentiti a chi non deve guardarsi le «spalle a ogni momento».

Ora è bene rilevare che questi periodi arieggiano ad una stabilità o immobilità parlamentare che, secondo i principii e le tradizioni della responsabilità ministeriale, non sono ammissibili. La riforma anche introducendo una compatta maggioranza non può escludere che sui problemi di organizzazione interna ed estera nasca il dissidio e quindi la crisi di governo.

La proposta di mediazione popolare.

Ed ecco che fatalmente se tale scopo si vorrà assolutamente raggiungere, converrà passare alla riforma costituzionale che, lanciata già nella discussione giornalistica, ci ha resi perplessi. Ma qui sorge la questione politica sollevata ieri dall'on. Orano. Non vedete, egli dice, che il governo con questo progetto getta un ponte tra l'illegalismo fascista e il costituzionalismo? Volete sbarrargli la strada per il criterio programmatico di mantenere la proporzionale rigida? Rispondiamo che, a nostro parere, la proporzionale anche rigida non impedirebbe affatto al fascismo di conquistare tanti mandati quanti bastano per assicurarsi la direttiva del governo.

Ma non ci siamo rifiutati nemmeno ad una attenuazione della proporzionale che possa permettere all'attuale governo di inquadrare, ancor prima dell'atto elettorale, le forze che in senso più stretto si dicono razionali e farle sboccare in un partito di maggioranza parlamentare. E, nello spirito del collaborazionismo, cercammo un mezzo per lo sbocco parlamentare del governo fascista e abbiamo concluso, come è noto, col dichiarare che ci saremmo adattati al sistema proporzionalista con premio votato dalla Carnera nel 1920 per le elezioni amministrative il quale, facendo funzionare in via di massima la proporzionale, a un dato punto. Però, quando cioè una lista ha ottenuto 215 dei suffragi, le attribuisce 115 dei seggi di premio per assicurarle la maggioranza aritmetica. Trasferita alle elezioni politiche, ciò vuol significare, se gli elettori chiamati a votare col metodo proporzionale si pronunzieranno per una lista non solo più forte delle altre, ma tale che per il numero notevole dei suffragi, la diffusione dei suoi aderenti in tutto il paese, la concentrazione dei valori e delle energie possa venire qualificata come predominante nella nazione, noi le garantiremo un sussidio aritmetico perché tale carattere possa esplicare alla camera? È un espediente consigliato dalla situazione politica, ma che, per essere conciliabile col sistema proposto, esige una proporzione tra il numero dei voti e il premio e che tale proporzione non sia molto al di sotto del 50%. Per questo nel 1920 s'è arrivati al limite dei 215, giacché quando si andasse al di sotto significherebbe che i voti così raggiunti in premio sarebbero maggiori di quelli guadagnati colla proporzionale. Non era del resto troppo esigere che una lista che deve avere in mano il governo raggiunga almeno il 40% dei suffragi quando si pensi che già nel 1921 le liste costituzionali raggiunsero su 6.347.903, 3.034.642 voti cioè il 47%. Se non si raggiunge il 40% vuol dire che manca la lista predominante e che gli elettori stessi si limitano al giuoco della proporzionale per formare il governo entro la Camera.

Questo nostro espediente a cui siamo arrivati vincendo grandi difficoltà e superando fortissimi contrasti della nostra massa elettorale non trova grazia nel progetto governativo, il quale si impernia su questo principio, che la lista la quale abbia toccato la maggioranza relativa, qualsiasi il numero dei voti raggiunti, ottenga assegnati 356 posti cioè il dominio assoluto della Camera, del governo dei paese.

I pericoli del progetto.
Nel 1921 sì ebbero in totale 6 milioni 347.903 voti; con questo criterio supponendo sei liste, la lista che avesse 1.100.000 voti otterrebbe 356 mandati e gli altri 5 milioni dovrebbero ripartirsi 179 mandati. Questo sistema, oltre ad essere quindi un sistema senza alcun criterio di proporzione e di giustizia, è un sistema pericolosissimo alle sorti politiche del paese. Per queste ragioni ed altre che riguardano il contegno e che vedremo poi, nonostante il desiderio che abbiamo sempre dimostrato coi fatti di facilitare lo svolgersi normale della situazione e nonostante le troppe evidenti ragioni di opportunità personale e di partito che ci consiglierebbero di agire diversamente, in considerazione degl'immanenti interessi del paese, non ci sentiamo di assumere la corresponsabilità di questo progetto e quindi daremo voto negativo.