Siracusa, una città depredata, complici Comune e provincia.
Porto grande con banchine con cemento impoverito, antica tonnara abbandonata,
carcere borbonico devastato, ex macello depredato, ex mercato ittico in vendita.
Una città in preda alle speculazioni:
Come ti disperdo il patrimonio architettonico della città.

il Sindaco Visentin: «Siamo sereni, i lavori non si bloccano»
Siracusa 2 febbraio 2010 La Marina, sequestrati i cassoni L'INCHIESTA:
Decreto del capo della Procura, Rossi, i blocchi realizzati con calcestruzzo depotenziato

Uno dei 108 cassoni posizionati sulla banchina della Marina in attesa di essere calati in acqua, è risultato fuorilegge.
E’ stato realizzato con calcestruzzo depotenziato.
A dirlo sono stati i consulenti nominati dal procuratore della Repubblica Ugo Rossi, i quali hanno presentato nei giorni scorsi l’esito della perizia effettuata su tre cassoni.

Le risultanze degli accertamenti hanno indotto il capo della Procura a firmare un decreto di sequestro penale e puntualmente eseguito dalle forze dell’ordine.
Al momento sembra certo il sequestro solo del cassone risultato scadente, ma non è da escludere che analogo provvedimento possa essere adottato nelle prossime ore anche nei confronti dei restanti blocchi di cemento, eccezion fatta per i due risultati conformi ai parametri richiesti dalle vigenti leggi.
Pur firmando il provvedimento di sequestro penale, il procuratore Rossi non ha inteso fermare il cantiere della Sics, di cui è titolare l’ingegnere Misseri.

L’imprenditore è tra gli aggiudicatari di appalti pubblici indetti dalle Amministrazioni siciliane.
I lavori di ampliamento della banchina della Marina e di collegamento con il molo Sant’Antonio, potranno andare regolarmente avanti. La decisione di non sequestrare pure il cantiere viene spiegata dal procuratore con la preminenza degli interessi generali, e quindi dell’intera collettività siracusana, «trattandosi
di un’opera pubblica piuttosto importante quella del porticciolo».

A prescindere da quelle che saranno le sorprese che riserveranno le ulteriori indagini tecniche sui cassoni stipati alla Marina, va però detto che la notizia
del sequestro penale è stata accolta con grande preoccupazione da moltissimi siracusani. Molti di loro erano già piuttosto critici con l’amministrazione comunale
perchè non avevano gradito l’autorizzazione rilasciata al cantiere edile di poter «parcheggiare» gli orrendi cassoni di cemento sul marciapiede dell’unico viale in cui d’estate i siracusani si recano a passeggio e per prendere un pò d’aria fresca. In molti avevano protestato e inviato le loro missive agli amministratori e qualcuno si è anche preoccupato di rivolgersi alla magistratura, l’unico organo di controllo contro le malefatte della pubblica amministrazione e delle imprese che si contendono
le dare d’appalto delle opere pubbliche.

Sembrerebbe che uno degli esposti inoltrati all’attenzione del capo della Procura della Repubblica avrebbe puntato l’indice sulla legittimità di quei cassoni scaricati sulla panchina della Marina. Per verificare la fondatezza dell’informazione è stata disposta una perizia tecnica su tre campioni e, guarda caso, è venuta a galla la verità che mai e poi mai ti saresti aspettato.



L’INCHIESTA SUI CASSONI DEL FORO ITALICO
Visentin: «Siamo sereni, i lavori non si bloccano»

Slitteranno di qualche mese i lavori per il posizionamento a mare dei 93 cassoni di cemento, al Foro italico, il cui inizio era previsto dal Comune in settimana.
I cubi in calcestruzzo sono necessari per ampliare la banchina del nuovo Porto grande, protagonista dal 2006 di un’opera di riqualificazione.

«Siamo sereni – ha commentato il sindaco Roberto Visentin ieri pomeriggio nel corso di una conferenza stampa convocata ad hoc – e attendiamo gli accertamenti da parte della magistratura, dopo la notifica del sequestro all’impresa perché un cassone sarebbe stato realizzato con materiale non corrispondente alle caratteristiche
previste dal contratto».

Gli ha fatto eco il responsabile unico del procedimento, Andrea Figura, dirigente dell’ufficio tecnico comunale.
Il quale ha evidenziato come il sequestro non sia relativo a tutto il cantiere, ma soltanto ai cassoni. «Per questa ragione verificheremo le condizioni per proseguire i lavori – ha detto l’ingegnere Figura – almeno per quanto concerne l’altra tranche delle operazioni che è quella del molo Sant’Antonio. Anche qui dovranno essere
realizzati cassoni molto più grandi di quelli della Marina per l’ampliamento della banchina. Tuttavia adesso non sarebbe utile proseguire le operazioni di scavo per il posiziomento dei cassoni date le condizioni meteo e le conseguenti mareggiate che ne allungherebbero i tempi».

Slitteranno di qualche mese i lavori per il posizionamento a mare dei 93 cassoni di cemento, al Foro italico, il cui inizio era previsto dal Comune in
settimana.
I cubi in calcestruzzo sono necessari per ampliare la banchina del nuovo Porto grande, protagonista dal 2006 di un’opera di riqualificazione.

«Siamo sereni – ha commentato il sindaco Roberto Visentin ieri pomeriggio nel corso di una conferenza stampa convocata ad hoc – e attendiamo gli accertamenti da parte della magistratura, dopo la notifica del sequestro all’impresa perché un cassone realizzato con materiale non corrispondente alle caratteristiche

Dunque, bloccati i lavori alla Marina e rallentati quelli del molo Sant’Antonio.
In definitiva, l’opera di riqualificazione del Porto, inserito nella lista Sin:
Siti interesse nazionale, slitterà di ulteriori due anni. Secondo le stime dei tecnici del Comune, tra cui l’assessore ai Lavori pubblici Concetto La Bianca, la fine dei lavori potrebbe essere nel 2012. Ritardi permettendo, s’intende.
«Collaboreremo con la magistratura – ha aggiunto il sindaco Visentin – perché è necessario garantire che l’opera pubblica venga eseguita a regola d’arte, come prevede il progetto. Il nostro auspicio è che i tempi non si protraggano di molto, che gli accertamenti possano essere eseguiti entro pochi mesi per riaprire il cantiere».

Come il sindaco ha sottolineato, è stato compito del collaudatore statico verificare lo stato dell’opera secondo una procedura che il Comune ha seguito in maniera pedissequa. Si resta in attesa del collaudatore dell’iter amministrativo da parte della Regione, mentre il nullaosta relativo alle analisi delle acque è stato presentato dal Comune poche settimane fa, rendendo così possibile l’avvio delle operazioni di dragaggio. Adesso, però, tutto dovrà fermarsi.
ISABELLA DI BARTOLO



Sequestro dei cassoni «Andava scongiurato un pericolo»
3 febbraio 2010
La Procura ha affidato ai tecnici il compito di verificare ogni singolo blocco di cemento per scongiurare ogni pericolo il cantiere della Marina andrà avanti anche se i lavori subiranno uno stop temporaneo, il tempo necessario ai tecnici incaricati dalla Procura di verificare il materiale usato per i blocchi di cemento armato.
All’indomani del sequestro degli oltre novanta cassoni che da due anni «deturpano» uno dei luoghi più suggestivi del mondo, la magistratura è più che mai interessata da un lato a fare chiarezza, dall’altra a velocizzare l’inchiesta per consentire la prosecuzione dell’importante opera pubblica.

Nel corso della settimana è previsto l’incarico peritale, da parte della Procura, ad un pool di tecnici che dovranno stabilire quanti blocchi di cemento sono stati realizzati con calcestruzzo depotenziato.
L’indagine è coordinata dal procuratore capo della Repubblica Ugo Rossi e dal sostituto procuratore Antonio Nicastro.
Sono in tutto 97 i cassoni a cui gli uomini della Digos hanno apposto i sigilli. L’ipotesi di reato è truffa ai danni della pubblica amministrazione:
il Comune dunque è parte offesa. Nel registro degli indagati sarebbe finito il titolare della ditta che ha fornito il materiale.
Grande attenzione, ancora una volta, viene rivolta dalla Procura all’aspetto ambientale.
Basti pensare al rischio, in questo caso scongiurato grazie all’intervento della magistratura, di un blocco di cemento depotenziato calato in mare per «rafforzare» la banchina del porto grande. «Per scongiurare tutto ciò – dice il procuratore Ugo Rossi – è doveroso verificare ogni singolo cassone. A mano a mano che i tecnici faranno le loro perizie e stabiliranno la conformità del materiale usato, i blocchi di cemento saranno dissequestrati e riconsegnati per essere calati in mare».

E sulla vicenda dei cassoni interviene il deputato nazionale Fabio Granata, vice presidente nazionale dell’Antimafia, secondo cui è necessario estendere gli accertamenti al bando e obbligare l’immediata rimozione.

«Bisogna andare fino in fondo nell’accertamento della regolarità dei lavori al Foro Italico estendendo l’indagine anche alle modalità del bando di gara e all’inaudita previsione di consentire i lavori in loco, bloccando uno degli angoli più belli di una città patrimonio Unesco, con un orrendo muro di cemento che ha distrutto per anni e ancora distrugge uno dei più straordinari paesaggi del mondo. Per questo sarebbe opportuno non solo approfondire le indagini ma anche, da parte  dell’amministrazione, l’immediata rimozione coatta del muro a spese della ditta appaltante».
Politicamente, questa, è una richiesta formale che il deputato Granata rivolge al sindaco.
Roberto Visentin, da parte sua, attende l’esito dei primi accertamenti che saranno eseguiti dai tecnici sui blocchi di cemento.


L'ANTICA TONNARA DI SANTA PANAGIA
«Il via ai lavori bloccato da un ricorso al Tar ma i fondi rimangono»
5 FEBBRAIO 2010 GRAZIELLA AMBROGIO
ricorso dell’Ance ha bloccato l’iter di rinascita del sito, che non è affatto caduto nel dimenticatoio come rilevato nell’ultimo dossier di Legambiente». Lo precisa la Soprintendenza che, in una nota indirizzata al circolo di Legambiente «Chico
Mendes», più che fare polemiche preferisce affidarsi a dati concreti, alle tappe documentate, per confutare ogni ventilata ipotesi di abbandono.
Un riepilogo accurato, la nota dell’ente. Date, leggi e circostanze, annotate con precisione. Tra le righe, si legge un iter lungo e
travagliato, in cui a venire a galla è proprio l’impegno della locale Soprintendenza. L’ente di tutela, sul «caso-Tonnara», ha realizzato un lavoro burocratico, e soprattutto diplomatico, non indifferente. Obiettivo: tramutare un’idea in realtà. Progetto ambizioso, composto con continui sopralluoghi, intensi carteggi con tutti i soggetti interessati e viaggi alla Regione per reperire le risorse economiche. «Fondi che non si sono affatto persi », precisano dall’ente, ma che grazie alla pervicace opera di mediazione della Sorpintendenza, sono stati assegnati allo scopo. Un traguardo tagliato alla fine del 2008, quando il progetto fu inserito nelle cosiddette «risorse liberate» del Por. «Mi preme elogiare - afferma la Soprintendente Mariella Muti - tutto l’ufficio del servizio beni architettonici per il grande lavoro svolto per la Tonnara che ci consentirà, spero presto, di dare una degna collocazione ai reperti pregiatissimi venuti alla luce con le campagne di scavi condotte dai Soprintendenti Voza e Basile». Ma la spada di Damocle è ora il ricorso al Tar fatto dall’Ance che chiede l’aggiornamento del prezziario.
Va detto che all’Urega, organo a cui tocca espletare la gara di appalto, sono pervenute una quarantina di domande.
Una partecipazione massiccia, segno che forse i prezzi fissati erano più che appetibili. Intanto il ricorso, sulla cui validità si esprimerà il Tar a giugno, ha bloccato un procedimento che sembrava avviato al rush finale e avrebbe strappato il sito all’attuale stato di forzata incuria. «All’attenzione del convegno di Legambiente - afferma la Muti - porrò proprio l’esigenza di accorciare i tempi per l’aggiudicazione delle gare per il restauro». In definitiva, il progetto della tonnara è stato finanziato ad aprile 2009, 2 mesi dopo, il decreto è giunto a destinazione. La Soprintendenza ha mandato tutto all’Urega per l’appalto fissato il 14 ottobre, ma il 13 ottobre la procedura è stata stoppata dal ricorso.

Piano  Particolareggiato Ortigia vecchio e scaduto
Lo strumento urbanistico di, progettato 20 anni fa, da 10 non ha più valenza
5 febbraio 2010 LUCA SIGNORELLI

«Lo schema di massima del Piano particolareggiato per Ortigia è stato approvato nel gennaio 2009, l’amministrazione aveva assicurato che, dopo aver considerato le prescrizioni richieste dal Consiglio comunale, il piano esecutivo sarebbe tornato in assise entro un anno. Invece ancora nulla: il Ppo è strategico per lo sviluppo di Ortigia».
Il presidente del Consiglio comunale, Edi Bandiera, esprime così la sua insoddisfazione per il ritardo accumulato nell’approvazione definitiva del piano particolareggiato di Ortigia, approvato nel 1990 e scaduto dieci anni dopo. Dal 2000, dunque, manca il nuovo Ppo, il cui schema di massima è stato approvato dal Consiglio comunale lo scorso anno,
evidenziando alcune correzioni da effettuare sul piano.
«Una di queste prescrizioni - sottolinea il consigliere comunale del Pd, Riccardo De Benedictis - riguardava l’individuazione
delle unità edilizie, affidata caso per caso ai tecnici della commissione dedicata. Abbiamo dato mandato ai progettisti di individuare un criterio metodologico, cercando di lasciare meno interpretazioni possibili. I tecnici del Ppo sono venuti due volte in commissione Urbanistica: la prima in estate, confermando la volontà di modificare quanto richiesto e recependo le prescrizioni emerse in fase di approvazione in aula dello schema di massima. Il secondo incontro a ottobre, ma il problema esposto è rimasto sul tavolo, quindi con il collega Ettore Di Giovanni abbiamo chiesto di individuare in Ortigia quante più possibili unità edilizie e, invece di presentare un criterio metodologico, di agire caso per caso. Ad oggi, però, non sappiamo
nulla». 
Critico anche Salvo Sorbello, presidente della commissione Urbanistica, che non usa mezze parole nell’analizzare la situazione. «Siamo all’emergenza - accusa il capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale - sono ritardi inaccettabili e stiamo infliggendo un colpo mortale a chi vuole un’Ortigia rivitalizzata. Vogliamo sapere, entro la prossima settimana, cosa è
stato fatto, in quanto il Piano è scaduto e sono rimasti in vigore solo i vincoli, quindi si sta utilizzando un piano di 20 anni
fa con una situazione profondamente differente, soprattutto in un aspetto: il numero di abitanti è più che dimezzato e milioni di euro in contributi pubblici sono stati elargiti a chi non ne aveva bisogno.
Come se uno sceicco spendesse due milioni di euro per costruire in Ortigia…e noi dessimo un contributo pubblico.
C’è la necessità di un piano nuovo per evitare di consegnare Ortigia nelle mani degli speculatori, dobbiamo permettere al siracusano di tornare in Ortigia, che non deve essere considerata un museo».
L’assessore al Centro Storico, Ferdinando Messina, rivela però di essere in prossimità del primo traguardo, dunque è ottimista.
«Le norme tecniche d’attuazione predisposte rispettando le prescrizioni sono pressoché pronte - afferma - e ora si sta
procedendo all’impaginazione e alla sua sistemazione: anziché inviare il Ppo al Consiglio comunale, incontreremo la
commissione urbanistica per confrontare il lavoro fatto con le indicazioni. Questa verifica spero di concluderla entro fine
mese, poi trasmetteremo il piano all’ufficio del Consiglio comunale che a sua volta lo invierà alle commissioni per
il parere che, a questo punto, non dovrebbe tardare ad arrivare».



Andrea Corso, presidente di Assoturismo, analizza il momento
e dà una chiave di lettura delle cause che hanno portato alla crisi
«La città offre poco al turista e gli alberghi chiudono»
MARIA TERESA GIGLIO
Il turismo in sofferenza.
I numeri più recenti offrono un quadro poco confortante nel settore indicato come volano di rilancio economico e occupazionale. Quanto male vada si evince dalla chiusura di numerose strutture ricettive, soprattutto quelle più piccole, a partire dai B&B. Analizzando più attentamente i dati, si nota che il fenomeno ha una duplice motivazione: da un lato la totale assenza di iniziative per attirare il turista (leggasi mancanza di strutture per congressi e turismo religioso), l’altra è frutto
dell’espansione in verticale che nel precedente triennio aveva avuto il mercato della ricettività. Così il mercato si presenta oggi completo in tutta la sua varietà: il visitatore può scegliere dall’albergo di lusso a quello medio, per arrivare all’ospitalità a conduzione familiare e agriturismo. E, come accada in ogni mercato, quando l’offerta supera la domanda lo squilibrio implica il crollo del mercato.
Un esempio è dato dalla flessione dei prezzi delle camere, con una percentuale superiore al 30%. Addirittura in alcuni casi i prezzi delle camere d’albergo sono simili a quelli dei b&b, andando così a invadere una categoria di ricettività differente
da quella di appartenenza. Un esame dell’attuale situazione viene effettuato da Andrea Corso, presidente di Assoturismo.

«Nella passata stagione i numeri sono stati pessimi e, per questa stagione, le previsioni non immaginano un differente andamento di mercato». 
Corso commenta anche l’espansione ricettiva che «si è dilatata, ed è coincisa con la crisi che ha investito non solo il nostro Paese. Occorre considerare che il turismo è a tutto tondo un prodotto da esportazione, anche se atipico perché non prevede l’uscita del prodotto stesso, ma l’ingresso del consumatore. La crisi, dicevo, ha influito e non poco. Se prima la lira più debole poteva rendere appetibili le nostre piazze, oggi così non è».
Siracusa poi paga lo scotto di essere stata, per decenni, una meta di serie B, toccata quasi esclusivamente in regime di escursione. «Poi è arrivato il Masterplan con cui si è contrabbandata l’urbanizzazione turistica selvaggia senza però dare al territorio gli strumenti necessari per diventare meta appetibile».
Il primo nodo, ancora da sciogliere a dispetto degli anni che sono già passati, è quello delle infrastrutture e dei servizi.
«Il completamento dell’autostrada non è sufficiente. Sarebbe necessario che Fontanarossa diventasse un terminale
internazionale, almeno in ambito europeo, senza lo scalo intermedio di Roma o Milano. Ma guardando all’ambito strettamente locale, come si fa a parlare di turismo quando mancano i servizi essenziali, a partire dal trasporto pubblico?».
Andrea Corso commenta anche il prossimo appuntamento con le due Bit:
«Il vero business turistico non è alla Bit. E la nostra politica non affronta l’evento con i giusti strumenti. Ancora oggi si
parla di pacchetto-Siracusa quando è una definizione anacronistica e superata. Oggi il turista usa Internet per decidere
la meta e cosa offre il territorio non sfugge». Altra pregiudiziale, continua il presidente di Assoturismo, è il nuovo stop al porto turistico.



Il carcere borbonico verso l’abbandono. Dopo discussioni infinite, il silenzio.
E intanto il degrado dello storico edificio avanza.
Aspettiamo il crollo del Antico carcere borbonico, poi si vedrà.
Come ti disperdo il patrimonio architettonico della città.
Stringi stringi è qui che va a finire la vicenda del carcere borbonico.
Sullo sfondo la contrapposizione tra Comune e Provincia. Ma anche una «singolare» valutazione di obiettivi e interessi.
La struttura è di proprietà della Provincia. La quale però non ha un euro da potervi investire. Nè per darle una nuova destinazione nè, tanto meno, per consolidarla prima che crolli. Gira e rigira l’univa via percorribile per salvare l’edificio e riportarlo a nuova vita rimane quella proposta di project financing per farne un albergo. Fondi privati. Destinazione turistica che, tutto sommato, può anche, una volta tanto, surrogare una generica destinazione culturale. Ma il Consiglio comunale non è stato d’accordo con la Provincia. E ha negato il cambiamento della destinazione d’uso prevista nell’originario piano particolareggiato di Ortigia. Peraltro violato più volte e in più punti, per varie occasioni e circostanze. Non rimane che chiedersi quali e quante ragioni abbiano sostenuto questa decisione. Anche perchè, a un passo dal vecchio carcere, sta l’edificio dell’ex posta centrale al quale non è stata negata la destinazione alberghiera. Perchè? Quale logica oggettiva può ispirare una sperequazione del genere? Perchè su due edifici, entrambi storici, l’uno a un passo dall’altro, due scelte diverse?
Tuttavia la scelta è compiuta. Trionfi la cultura nell’ex carcere borbonico. E allora? Intanto teniamolo su. Invece no. L’intervento in corso non prevede nemmeno il consolidamento antisismico. Magari aspettiamo il crollo. Poi si vedrà.
Magari arriverà un altro «benefattore» che poi ne farà quel che vorrà...

Il primo progetto nel 1828
trent’anni per l’inizio dei lavori

L’esigenza di un nuovo carcere faceva sempre più breccia. La popolazione di detenuti aumentava e le condizioni di custodia erano eccessivamente dure persino per l’epoca: era il secondo decennio del 1800. I sotterranei di Casa Cardona in piazza San Giuseppe non bastavano più e si decise di realizzare un carcere lungo la via Gelone, quella che poi divenne «’a
Mastrarua» ed oggi è, secondo l’odierna toponomastica, via Vittorio Veneto. Ma si dovette attendere altri trent’anni per vedere l’inizio dei lavori.
Il primo progetto risale al 1828, ad opera di Innocenzo Alì, ingegnere «de ponti e strade e delle Opere pubbliche provinciali ». L’idea era quella di realizzare
un carcere per circa 250 detenuti progettando ogni minimo dettaglio.
Ma tra il 1828 e il primo novembre del 1853, data della posa della prima pietra, accaddero molte cose: le epidemie di peste e colera, il trasferimento dell’Intendenza da Siracusa a Noto, recessioni economiche di rilievo.
L’incarico, pertanto, fu poi dato all’ingegnere Luigi Spagna. Quest’ultimo fu obbligato a rispettare la scelta di Alì per quanto riguarda il sito individuato e modificò, tuttavia, alcuni aspetti progettuali.
Aggiunse un piano, rispetto al progetto di Alì che ne prevedeva due, abbandonò l’ipotesi del fossato intorno alla struttura e cambiò alcune delle caratteristiche
delle celle. Le case esistenti nel sito furono abbattute, con tutela economica per i proprietari, e di queste furono utilizzare le «fabbriche», ovvero il pietrame, per i
muri del penitenziario. 
Il 30 luglio del 1857 fu completato il nuovo carcere. «A casa cu n’occhiu» è stato sempre chiamato in gergo siracusano.
Per l’occhio scolpito nella chiave architettonica del portone d’ingresso che contribuiva ad accrescere la sinistra aria dell’edificio. Ed è proprio quest’occhio che rappresenta la vera caratteristica dell’ex carcere borbonico. La struttura, infatti, è stata sin dall’inizio concepita come carcere e fu adottato un sistema di costruzione molto in voga all’epoca: «panottico». È questo un termine che riunisce le parole «tutto» e «ottico», ovvero da qualunque punto si può osservare
l’intero spazio circostante.
Le guardie, oggi Polizia penitenziaria, potevano controllare meglio soprattutto il cortile con la sua forma ottagonale.
I progetti non lasciarono nulla al caso: le celle ordinarie e quelle di isolamento, l’appartamento del direttore, il tribunale, le aule scolastiche, le cappelle e
persino il sifilicomio per i malati di sifilide. Un piano era destinato alle donne, molte delle quali hanno vissuto la loro vita penitenziaria con i propri figli.
Questa storia, a suo modo avvincente, lunga 135 anni, si è conclusa nel gennaio del 1991.



SPIGOLATURE E CURIOSITÀ.
Tra le pieghe delle vicende nei 135 anni dell’antica casa circondariale
Da Sigonella al terremoto del dicembre ’90

Non possiamo certamente raccontare quanto, se potessero, direbbero le mura dell’ex carcere di via Vittorio Veneto.
Nei 135 anni di attività del penitenziario gli episodi che oggi definiremmo «curiosità» sono stati sicuramente tanti. Alcuni molto tristi. Certi fatti, tuttavia, li abbiamo raccolti, anche grazie a chi in quel posto ci ha vissuto da detenuto o da impiegato.

Procedendo a ritroso, il sisma del dicembre del ’90 è l’evento che più è rimasto nella memoria di chi, in quel terribile minuto e mezzo, si trovava chiuso in carcere.
Il panico è stato ben superiore a quello vissuto dalla società civile e libera. Nessuno poteva abbandonare l’istituto di pena: né i detenuti, ovviamente, e nemmeno chi li doveva sorvegliare. Nella notte la direzione del carcere decise di radunare i detenuti nel cortile, con grandi difficoltà logistiche e di sicurezza, per le proteste dei carcerati ma anche perché si riteneva di correre minori rischi in caso di nuova scossa.
In quel marasma alcuni detenuti decisero di approfittare della situazione per darsi alla fuga: ci riuscirono in tre, evadendo da uno dei cancelli interni e scavalcando l’altissima inferriata esterna. La latitanza, però, durò poco. Le forze dell’ordine intercettarono gli evasi in pochi giorni.

L’altro episodio del recente passato risale alla «Crisi di Sigonella». Era il 1985. Il carcere borbonico, niente di meno, ospitò i sequestratori dell’«Achille Lauro» in seguito alla presa di posizione dell’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, sulla sovranità italiana nella vicenda.
Dopo l’accordo con il presidente Usa i terroristi palestinesi, autori anche dell’assassinio di un cittadino americano ospite nella nave, furono portati a Siracusa. Da lì le tangibili proteste dei detenuti locali per il timore che la presenza dei palestinesi potesse determinare attacchi al carcere per la loro liberazione. Rimasero per
poco tempo e tutto torno alla normalità.

E per concludere in tanti ricordano i detenuti  che scendevano dai cellulari dei carabinieri in via Vittorio Veneto, legati fra loro con catene e con quelli che si chiamavano «ferri di sicurezza », in italiano, e «trippizzi» in gergo. I progettisti dell’epoca, infatti, non pensarono che un giorno sarebbe stato necessario entrare in carcere con gli automezzi.


Il silenzio che oggi ammanta il futuro dell’ex carcere Borbonico
stride con l’eco che ebbe la sua costruzione.
Era una città in fermento Siracusa durante gli anni della nascita del carcere alla Graziella.
Animata, nella prima metà dell’Ottocento, dalle trasformazioni sociali, economiche e amministrative succedute alla caduta del sistema feudale, sancita nel 1812, e all’affermazione della borghesia.
Ne riferisce Luigi Amato, fra i principali studiosi del monumento. Insieme a lui illustri storici quali Salvatore Adorno e Salvo Santuccio. A loro si deve la costante attenzione sull’edificio in questi anni in cui esso è stato caratterizzato dall’oblìo.
Il nuovo carcere del quartiere della Bagnara (così si chiamava il rione Graziella in Ortigia) era il segno concreto della volontà politica dei Borboni per la città aretusea, dove il Castello Maniace, la zona delle Carceri vecchie e Casa Cardona, in piazza San Giuseppe, non erano più sufficienti a contenere i detenuti. Il 19 gennaio del 1852 venne pubblicato il bando per la gara d’appalto, su progetto dell’ingegnere Alì poi rivisto da Luigi Spagna. Si aggiudicò la gara l’architetto Sebastiano Rodante.
Per erigere il maestoso edificio furono abbattute cinquanta edifici. Una volta completato, esso divenne anche la sede dell’aula della Corte d’Assise, del Tribunale civile (al terzo piano) i cui locali, nel 1862, furono adibiti a sifilcomio. La più grande struttura di detenzione della provincia, che allora comprendeva i territori di Siracusa e Ragusa, poteva ospitare 340 detenuti.
Tra modifiche e riadattamenti, il carcere svolse la sua funzione per 135 anni: dal primo ingresso dei detenuti, avvenuto nel 1856, sino al 1991 quando, dopo il terremoto del 13 dicembre 1990, fu sgomberato perché dichiarato inagibile.
In questi ultimi vent’anni tanto è stato detto sul riuso dell’ex carcere, e quasi nulla è stato realizzato. Eccezion fatta per i lavori di consolidamento finanziati per 2 miliardi di lire, con i fondi della legge 433 del 1991 e avviati lo scorso anno.
Un intervento-tampone che oggi, dopo tanti anni di abbandono, risulta del tutto insufficiente. Numerose le proposte di riutilizzo dell’ex carcere: sebbene la proprietà dell’immobile sia della Provincia, la sua destinazione d’uso è stata decisa dal Consiglio comunale poiché l’edificio ricade nel Piano particolareggiato di Ortigia che lo identifica come spazio a destinazione culturale. Tra le ipotesi nel 1987 il Ppo lo destinava a «Palazzo degli archivi» per contenere l’archivio comunale, oggi in locali in affitto, o sede del Museo del mare o Museo etno-antropologico già proposti a suo tempo nel Prg firmato Cabianca. Alcuni illustri siracusani, tra cui Corrado Piccione, avevano proposto in esso la sede del Museo del Risorgimento, con il plauso della Società di storia patria.
«La nostra idea – afferma il professore Amato – è quella della riqualificazione dell’intera area, che ha a disposizione spazi non indifferenti e prevede l’apertura di un waterfront che cambi assolutamente la prospettiva della zona e dell’intero centro storico: una città aperta sul mare da Ortigia a Mazzarona. La fine della chiusura della città sul mare iniziata con Carlo V per esigenze militari e mai più terminata».
L’amministrazione provinciale ha condotto uno studio negli anni passati ipotizzando un intervento per il suo recupero nel paesaggio storico, di cui l’ex
carcere è parte a ragione. E il 5 aprile 2004, con l’allora presidente Bruno Marziano, la Provincia accoglieva una proposta di project financing di 10 milioni di
euro per fare dell’ex carcere un lussuoso hotel, nel pieno rispetto del Ppo e inteso come occasione di rilancio per il territorio.
La l’iniziativa si è arenata nella seduta consiliare di palazzo Vermexio che, due anni fa, ha dato parere negativo.
Oggi la Provincia sta valutando quale uso fare dello storico e prezioso immobile.
Nel frattempo l’edificio continua il suo viaggio verso l’abbandono.
ISABELLA DI BARTOLO