Siracusa: Politica, urbanistica e criminalità
La banda della Magliana e l’'operazione Ortigia'
Alla fine degli anni ’70, appartenenti a Cosa Nostra e al gruppo noto col nome di “banda della Magliana”, tentarono di mettere le mani sui lavori per il centro storico e il porto di Siracusa. Un’operazione speculativa che, a differenza di quelle avviate in Sardegna e altrove, non ebbe esito. la “banda della Magliana” è un mondo in cui s’agitano “politicanti grossi e piccoli, esperti in malefatte finanziarie,
inventori di trucchi atipici, filibustieri d’ogni risma e colore, usurai, contrabbandieri, mafiosi, agenti segreti veri e soi disants, pistoleri di borgata e prostitute di lusso, massoni coperti e scoperti, in sonno e all’orecchio (…), prelati assorbiti più dagli affari che dal loro santo ministero, accomunati tutti dal disprezzo delle regole, dal crescente disinteresse per i valori collettivi,
da un rabbioso privilegiare l’affermazione individuale e di gruppo, al punto da considerare le norme un impaccio
e da trattare chi le difenda un nemico da sconfiggere o da corrompere”

 
L’operazione “Ortigia” Giuseppe Palermo Terrelibere.org
    
 Verso la fine del 1977 o l’inizio del 1978 – racconta Pellicani – “il Carboni viene avvicinato nuovamente dal Balducci, il quale gli prospetta un’operazione politico-economica in Sicilia, e cioè precisamente a Siracusa per il risanamento del Centro Storico di Ortigia e la costruzione del nuovo porto di Siracusa”[25] (nel suo interrogatorio davanti al tribunale, Pellicani preciserà che l’operazione ebbe inizio nel febbraio-marzo del 1978)[26]. Il Balducci, secondo la sua testimonianza, “gli presentò un gruppo di siciliani (i quali poi vennero definiti mafiosi dallo stesso Carboni) che dovevano entrare nel pool delle aziende per la ristrutturazione del porto di Siracusa e del centro storico di Ortigia. Per questa operazione Carboni, sempre attraverso il Balducci, poi direttamente e poi con la collaborazione del Diotallevi, ebbe un finanziamento di circa 450 milioni.
Ma di questi 450 milioni, in realtà il Carboni ne incassò solamente 300 perché la rimanenza fu intascata dal Balducci Domenico: un’operazione che fu concordata allora, politicamente, con l’onorevole Foti, che era presidente di un ente di cui non ricordo il nome e che faceva capo ad un ente di ricostruzione per la Sicilia. So che fu fatto uno studio, addirittura fu creata anche una società, la Neapolis; poi le cose non andarono in porto e Carboni dovette restituire, anche attraverso minacce, i soldi ricevuti: e da 300 milioni che ebbe ne dovette restituire 680, con gli interessi e cose varie”, attraverso assegni e cambiali[27]. 
    
   Pellicani preciserà poi che per quella società Neapolis, la quale avrebbe dovuto essere “metà pubblica e metà privata”, fu approntato uno studio, ma che non venne effettivamente costituita[28]. Lo studio – dirà altrove –“venne a costare circa 400-500 milioni e furono poi tutti sulle spalle di Carboni perché lui dovette successivamente restituire la somma”, anticipatagli dai “siciliani”[29]. 
    
   Oltre che con l’on. Foti, il Carboni avrebbe avuto contatti con gli on. Nicita e Reina[30]. Il riferimento a quest’ultimo è interessante: dalla testimonianza del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo davanti alla Commissione antimafia sappiamo che il politico palermitano, vicino a Salvo Lima, era la persona a cui normalmente ci si rivolgeva (“a cui interessavano questi discorsi”) in materia di edilizia e di autorizzazioni a livello regionale[31]: un anno dopo (9 marzo 1979) come sappiamo Reina sarà ucciso dalla mafia. 
    
   Dinanzi alla Commissione P2 Carboni ricorderà anche i suoi viaggi a Siracusa e i suoi incontri con l’on. Foti e il sindaco di Siracusa (che allora era Concetto Rizza)[32], e, appunto, con l’on. Nicita.
    
   Quando Carboni “si rese conto del fatto che l’operazione ‘Siracusa’ non aveva possibilità di successo, per una serie di difficoltà sia di ordine politico che di ordine tecnico, perché la Regione Siciliana non concretizzò l’iniziativa”, lo fece presente ai “siciliani”, i quali “a quel punto chiesero la restituzione delle somme versate”. Carboni, a corto di liquido, si limitò ad emettere delle cambiali per l’importo di 700 milioni, garantite come abbiamo detto dal Comincioli, il collaboratore di Berlusconi che abbiamo già incontrato. Fu allora – riferisce altrove Pellicani – che “nacque una discussione fra il Carboni e i siciliani in ordine alla somma di 150 milioni che era stata incassata dal Balducci; Carboni affermava di non essere tenuto a pagarla, mentre i siciliani pretendevano che fosse lui ad onorare il debito”: in quella occasione Carboni sarebbe stato preso a pugni da uno dei siciliani[33]. 
    
   Secondo una ricostruzione successiva, fu proprio l’“operazione Siracusa”, ed in particolare l’episodio della mancata restituzione della somma anticipata dai mafiosi, a segnare “l’inizio della fine” per il Balducci, nel frattempo costretto alla latitanza e quindi ucciso (16 ottobre 1981)[34]

Il centro storico
    
   Ma qual è la storia dei due progetti siracusani che tanto interessarono Cosa Nostra, e, soprattutto, per quali ragioni questi fallirono?
    
   Sappiamo che verso la fine del 1977 erano stati stanziati i primi fondi della legge speciale per Ortigia, votata nell’aprile 1976 su proposta dell’on. Nicita, che ne fu relatore[57]. Si trattava inizialmente di quattro miliardi e 450 milioni, accreditati al Comune, parte dei quali però da riservare alla redazione del piano particolareggiato. Una delle idee, per altro ampiamente condivise dalle forze politiche, era quella di destinare gran parte della somma restante ad interventi di edilizia popolare nella stessa Ortigia secondo la normativa della legge 167, in modo da evitare l’espulsione degli abitanti dal centro storico[58]. 
    
   I problemi e le divergenze nacquero al momento di definire le modalità dell’intervento. Secondo una prima impostazione, esso avrebbe dovuto aver luogo rifacendo per intero le abitazioni, sia pure “nella stessa volumetria e con il rispetto delle facciate esistenti”[59]. Intanto si erano definiti i termini e le modalità dell’impegno di spesa: a marzo del 1978 si parlava ormai di tre miliardi della legge speciale e di due e mezzo della legge 12 per la costruzione degli alloggi popolari (i tre miliardi erano stati assegnati al Comune con delibera della Giunta regionale, “in deroga alle norme vigenti”, per la realizzazione “dei programmi costruttivi occorrenti alle temporanee esigenze di alloggio dei nuclei familiari soggetti a sgombero per consentire il recupero o il risanamento del patrimonio edilizio esistente”). I lavori si sarebbero dovuti appaltare entro il 30 giugno di quell’anno[60]. A questi termini perentori ostavano evidentemente, se si desiderava che gli interventi ricadessero all’interno del centro storico, l’impossibilità di pianificarli in mancanza di un piano particolareggiato nonché, come vedremo, le stesse prescrizioni della legge speciale. 
    
   Svariate riunioni furono indette a Siracusa per risolvere la questione, e si giunse in un primo tempo alla conclusione che la cosa fosse possibile[61]. Non tardarono però a farsi sentire le perplessità e gli allarmi: “Italia Nostra”, in particolare, manifestò il timore che certe “aberranti interpretazioni” non consentissero quel recupero dell’esistente che era alla base del provvedimento[62]. Era stato chiesto, intanto, il parere della commissione ex art. 4 della stessa legge, presieduta dalla dott.sa Paola Pelagatti, la quale allora reggeva la Soprintendenza[63], e la commissione, divergendo dalle conclusioni cui era pervenuta la Giunta, diede parere negativo[64]. In una delibera adottata dal Comune si tentò di rinviare la scelta, non indicando alcuna area specifica per l’intervento, dentro o fuori il centro storico, salvo poi invitare le ditte, nella gara di appalto, a presentare due distinti progetti, uno per Ortigia e l’altro per la periferia. Era soprattutto la Dc ad insistere perché i fondi venissero utilizzati nel centro storico[65], ma dubbi, sia di carattere legale che pratico, sulla possibilità di realizzare le case-parcheggio in Ortigia erano ormai avanzati da più parti[66]. 
    
Nuove febbrili consultazioni ebbero luogo allora con l’assessorato regionale. Ci fu anche un viaggio a Palermo dell’assessore Aiello “per chiedere lumi su Ortigia”, ma l’assessorato, prima verbalmente[67], poi con una lettera pervenuta in Comune il 12 maggio, prendendo atto del parere della commissione e della Soprintendenza, negò la possibilità d’interventi sul tessuto antico che non fossero di consolidamento e restauro ed autorizzò la costruzione delle case-parcheggio fuori di Ortigia (sulla stampa veniva indicata l’area di S. Panagia): le delibere della giunta dovevano tuttavia essere ratificate dal Consiglio comunale e i tempi erano ormai strettissimi (dieci giorni), pena la perdita del finanziamento. Il sindaco espresse il suo rammarico per l’impossibilità di utilizzarlo nel centro storico[68]. In quelle stesse settimane, per altro, si era aperta la crisi al Comune di Siracusa, formalizzata il 31 maggio, e per gli
autori dei progetti venne meno, anche sul versante istituzionale, la possibilità di concludere l’operazione, già fermata comunque dal veto della Regione. 
    
   Del tutto aderente alla realtà, perciò, la ricordata affermazione di Pellicani, che addebitò il fallimento a difficoltà “sia di ordine politico che di ordine tecnico, perché la Regione Siciliana non concretizzò l’iniziativa”. E non è un caso che Carboni, per concludere l’affare, oltre che a Siracusa si sia recato a Palermo, e forse non è nemmeno un caso (ma dei retroscena di questo delitto si sa davvero poco) che il suo interlocutore, Michele Reina, non molto tempo dopo, abbia condiviso la sorte di Piersanti Mattarella, per non aver potuto o voluto piegarsi alle imposizioni mafiose. 
    
   Quanto alle difficoltà “tecniche”, va reso omaggio a coloro che le sollevarono e, così facendo, fermarono l’operazione: “Italia Nostra” e il suo segretario Michele Patti, il prof. Santi Luigi Agnello, e – soprattutto – la dottoressa Paola Pelagatti, alla quale si deve il provvedimento decisivo. Certo nessuno di loro allora immaginava che, non facendo altro che il proprio dovere, stava contribuendo a sventare una pericolosa operazione criminale.

Il porto
    
 Più complessa la questione dei lavori per il porto di Siracusa: dai cenni che ne abbiamo, dove si parla genericamente di “ristrutturazione”, non è dato individuare immediatamente a quale intervento, dei diversi allora ventilati, si faccia riferimento. Non mancavano allora, più generalmente, lagnanze sull’insufficienza dell’intero bacino, ma questo del radioso futuro, prima commerciale e poi turistico, del porto è motivo agitato velleitariamente per decenni a Siracusa, fino ai giorni nostri, e non ci dice niente di particolare[69]. 
    
 Va anzitutto ricordato che il piano regolatore adottato dal comune nel 1970 prevedeva, alle Saline, un porto turistico, e che in tal senso era stato addirittura redatto un piano particolareggiato. Va altresì precisato che quella previsione – dovuta a un progettista come Cabianca quanto mai sensibile alle questioni ambientali – era anteriore ai vincoli che solo più tardi sarebbero sopraggiunti sulle zone umide. È proprio negli anni di cui ci occupiamo che tale previsione, come vedremo, comincerà ad essere messa in discussione.
    
   Nell’estate del 1977, a seguito di un convegno al Lions, venne avanzata la proposta di un approdo turistico alla Marina, che avrebbe comportato una spesa assai inferiore (“un centinaio di milioni”) e tempi di realizzazione più rapidi[70]. Fu anche precisato che il progetto dell’“approdo” non era in contrasto con la previsione del “porto” ai Pantanelli, la cui realizzazione (“il porto dei sogni”) per intanto si sarebbe potuta rinviare[71]. Il progetto, redatto dall’ingegnere romano Sergio Pitteri, incaricato l’anno precedente dalla Camera di Commercio, fu presentato l’8 maggio 1978, alla presenza dell’assessore regionale al turismo Carlo Giuliano, dell’on. Nicita, del sindaco e di altre autorità[72]. Per la sua gestione si sarebbe fatto ricorso ad una “azienda speciale”[73]. 
    
   Alla fine di settembre il progetto, modificato, fu presentato di nuovo. Il costo previsto non era più di un centinaio o di poche centinaia di milioni, ma “intorno al miliardo e 400 milioni”; anche la sua ubicazione era stata modificata: non più alla Marina, ma a sud della Capitaneria, all’altezza del lungomare Alfeo, mentre, quanto alle dimensioni, si prevedeva, fra l’altro, un molo di protezione esterno della lunghezza di ben 250 metri, realizzato su pali, nonché nuovi accessi da terra, sia dalla Marina che dal lungomare[74]. Il 30 settembre, un giorno dopo la presentazione di questo progetto l’assessore regionale al turismo Giuliano (socialista), annunciò lo stanziamento di tre miliardi, sempre da destinare al porto turistico. Ci si chiese, sulla stampa, se si trattasse del medesimo progetto della Camera di Commercio[75], e fu chiaro ben presto (“il sospetto diventa amara realtà”) che invece i progetti “erano proprio due”: questo secondo – così almeno si intese allora – da localizzare alle Saline. La duplicazione, che il giornalista non senza ragione definì “avvilente”[76], ebbe conferma da una nota dell’assessorato regionale al turismo di qualche giorno dopo, dove si precisò che la competenza per la programmazione degli interventi era della Regione e si comunicò che il progetto redatto da un privato professionista su incarico della Camera di Commercio era stato trasmesso per le opportune valutazioni all’Ufficio del Genio Civile[77]. 
    
   L’episodio, da un lato, sembrerebbe rientrare nel novero delle liti fra democristiani e socialisti allora consuete in città, ma forse questa volta è indicativo di qualcos’altro. A complicare la vicenda sta il fatto che la previsione del porto turistico alle Saline, presente nel piano regolatore, era però in contrasto con quelle di altri organi regionali, i quali, in coerenza con le sopraggiunte convenzioni internazionali, destinavano l’area a riserva naturale. Ciò fu fatto subito notare, con una nota alla stampa, dal presidente dell’Ente Fauna Siciliana Bruno Ragonese (la cui opera per la tutela dell’area si rivelerà non meno preziosa di quella, assai più nota, svolta per Vendicari)[78], e da esponenti del mondo accademico, come il prof. Bruno Massa[79].
    
   Ma non era finita. Gli appetiti si erano ormai scatenati, ed ecco, proprio negli stessi giorni, fu presentato un terzo progetto, stavolta dovuto a un gruppo privato “a capitale misto, italiano ed estero”[80]. Anch’esso localizzato alle Saline, l’importo dichiarato, inizialmente, era stato di sette miliardi[81]. Ma, secondo il solito crescendo, la cifra salì ben presto a 35 miliardi, per quattromila posti letto, oltre a mille posti barca, piscine, campi da tennis ed altre attrezzature, nonché 500 unità lavorative permanenti. Il progetto, dovuto all’arch. Marcello D’Olivo, era presentato come alternativo al precedente, quello dei tre miliardi finanziati dalla Regione: rinunciarvi “in tempi in cui la crisi è galoppante” – disse nel presentarlo il deputato regionale Giuseppe Lo Curzio – avrebbe comportato per la città “un danno incalcolabile”[82]. 
    
   Non sappiamo chi fossero quei privati, e da dove provenissero quegli enormi capitali. Nemmeno allora la cosa erachiara, e la questione fu sollevata ancora una volta da Ragonese: “Il porto turistico previsto dal PRG adottato nel 1970 è una struttura pubblica e come tale non può essere realizzato con fondi privati, né tanto meno essere da privati progettato. È questo il motivo per cui il progetto D’Olivo commissionato da non meglio specificati (e non certo chiari) gruppi privati (non abbiamo ben capito se l’on. Lo Curzio stia riesumando quel progetto o ne proponga un altro) fu accantonato dal Comune, e non è stato”, come era stato scritto, “‘immobilizzato dalla burocrazia comunale’”. Il progetto – fa notare Ragonese – era già stato fermato sia a livello comunale che regionale: “A questo punto diviene quasi certezza il sospetto (…) che dietro (e trentacinque miliardi sono tanti) ci sia solo un grosso tentativo di speculazione da parte di privati”[83]. Dove sono da rimarcare, accanto alle perplessità sulla situazione già allora confusa, le lungimiranti osservazioni sulla natura poco chiara dei finanziatori. Ragonese per altro era stato coinvolto in una situazione assai simile a proposito dei progetti speculativi, non meno oscuri, da lui avversati e sconfitti a Vendicari[84].  
    
   Intanto dei progetti (che adesso erano tre) tornò a occuparsi la Commissione Ortigia, presieduta dalla dottoressa Pelagatti. La commissione – riferisce la stampa – chiese all’Assessorato al Turismo gli elaborati del progetto da realizzarsi con i tre miliardi, ora localizzato presso la Fonte Aretusa, per valutarne l’impatto sull’isola[85]. Contro il progetto delle Saline, poi, alla nota dell’Ente Fauna fece seguito una di “Italia Nostra”, che ne mise in rilievo l’illegittimità e la difformità dagli indirizzi regionali e nazionali[86]. Da registrare ancora, sul finire dell’anno, un intervento dell’Assonautica a favore dell’approdo alla Fonte Aretusa, considerato complementare rispetto al progetto delle Saline, ma di assai più rapida attuazione[87] e un intervento illustrativo dell’architetto D’Olivo, responsabile del progetto delle Saline (il cui importo era lievitato intanto a 45 miliardi per 4000 posti letto del villaggio, i posti di lavoro fissi a 600-700, gli operai impiegati nei due anni previsti per la realizzazione a 1200!). Il progettista, che aveva lavorato soprattutto “con i governi” (Siria, Algeria, Yemen, Guinea, Congo, Camerun, Nigeria “e, naturalmente, in Italia, dove ha progettato la prima ‘città turistica’ a Legnano Pineta, con 25.000 posti letto, nonché i primi impianti turistici del Gargano”) si presentava adesso come “fiduciario” dei tre gruppi interessati alla costruzione, al finanziamento e alla gestione del complesso, e non mancava di esporre le sue idee circa un’architettura “inserita nell’ambiente, non nascosta nell’ambiente”[88]. 
    
   Non è questa la sede per scendere nei dettagli di quell’iniziativa (del tutto illegittima, come già allora fu denunciato), e narrare a costo di quali sforzi, poi, sia stata sventata. Verrebbe anche da sorridere, se non accadesse di sentir ripetere in tempi recenti, pressappoco con le stesse parole, e il plauso degli amministratori-sponsor, gli identici discorsi mirabolanti a proposito di altri megavillaggi fuorilegge, ma sempre, naturalmente, rispettosi dell’ambiente”. Non è nemmeno il caso di ricordare come, nei decenni successivi fino ai nostri giorni, senza nessuna autonoma progettualità ma quasi sempre sotto l’input di cordate affaristico-imprenditoriali, talora in concorrenza fra loro, i diversi programmi d’interventi nel Porto Grande e nel Porto Piccolo si siano susseguiti e accavallati confusamente, intralciandosi a vicenda. 
    
   Il caso più noto è quello del nuovo progetto di porto turistico previsto nel Porto Piccolo negli anni ‘90, per il quale erano previsti interventi per 60 miliardi. Quel che ne venne fuori fu solo un molo a pennello, costruito in violazione delle norme sulla valutazione d’impatto ambientale (la direttiva europea era già operante): forse non tutti sanno che quel manufatto, risultato d’intralcio alla navigazione, ha fatto delle vittime. Il progetto del Porto Piccolo del ‘90 a sua volta, travolto dalla sua stessa megalomania, entrò in collisione con l’altro memorabile progetto del tunnel sottomarino, e la conclusione, fra denuncie e processi, fu il fallimento di entrambi. Ma questa, appunto, è un’altra storia.
    
   Quel che a noi adesso interesserebbe stabilire è invece quale dei tre progetti del Porto Grande vada riferito a Carboni e all’operazione “Ortigia”. C’è motivo di ritenere che si tratti del primo, quello della Camera di Commercio, sia per ragioni di cronologia, sia perché i contatti avuti da Carboni, a Roma e in Sicilia, erano con democristiani e non con socialisti e a anche perché a Roma fu redatto il progetto, giunto, secondo quanto ci dicono sia Carboni che Pellicani, a un certo grado di definizione. E infine perché Carboni parla (e non c’è ragione in questo caso di dubitare della sua testimonianza) di un “piccolo progetto”. Tutto fa pensare – la questione andrebbe però approfondita – che il suo fallimento vada attribuito, ancora una volta, a difficoltà sia tecniche che politiche, ovvero alle prescrizioni degli organi di tutela ed all’accavallarsi con altre iniziative ancora più ambiziose.

   Conclusioni
    
   Nel cercare di delineare un primo abbozzo di questa vicenda non c’è, da parte nostra, alcun intento polemico, ma solo lo sforzo di giungere, se pur in ritardo, alla verità. Ciò non toglie che qualche insegnamento, esso pure tardivo, sia dato trarne. Il primo è che la stessa buona fede, che non c’è necessità di mettere in dubbio, di taluni dei politici coinvolti dà a vedere quanto pericolosamente la criminalità economica riesca a penetrare la politica. Non c’è nessuna ragione per escludere, ancora una volta fatte salve le buone intenzioni, che ciò non accada anche oggi. Ciò deve renderci, tutti, particolarmente vigilanti.
    
   Il secondo insegnamento è che il tentativo del 1978, ritenuto inizialmente fattibile, non fallì per caso, ma, come viene spiegato, per ragioni “politiche e tecniche”. In altre parole solo perché qualche funzionario fece, pianamente, il proprio dovere, e disse di no quando era tenuto a farlo, e perché qualche politico (a Palermo o a Siracusa) ne dovette tener conto. Pare poco, e invece è tutto.
    
   Un altro insegnamento è che i presunti “intralci burocratici”, da sempre chiamati in causa dagli affaristi e dai politici loro amici, altro non sono, molte volte, che garanzie di legalità.
    
   Mentre scrivo Flavio Carboni è in attesa di giudizio per l’omicidio di Roberto Calvi e il suo finanziatore Pippo Calò è in carcere per strage e per una dozzina di omicidi. Ma il maggiore beneficiario delle sue speculazioni è Presidente del Consiglio, mentre uno dei suoi politici di riferimento in Sardegna è ministro degli Interni.
   E anche ciò deve farci riflettere. 
    
   L’inchiesta è stata pubblicata su “L’Altra Campana” (Siracusa), II, 1-4 (Gennaio-Dicembre 2004) [Marzo 2006]

   Le relazioni fra il mondo della politica e il sottobosco affaristico-criminale che in Sicilia spesso promuove, oggi come in passato, i grandi progetti dell’edilizia e dei lavori pubblici, sfuggono per lo più all’attenzione dei cittadini. I politici, al solito, esibiscono le loro “grandi opere” come occasioni di riscatto e di progresso, e se ne gloriano dinanzi agli elettori. Solo più tardi, e di rado, capita di scoprire che diversi di quei progetti non erano che speculazioni utili solo a chi le faceva, o addirittura occasioni per il riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Tutto questo sfugge. Si tende ad ammettere, al massimo, l’intervento della criminalità nella fase esecutiva degli appalti o dei subappalti, con il sottinteso che anche qui, in fondo, c’è poco da fare e che con quella realtà “bisogna convivere”.
 
   La verità è un’altra. Le lobbies conoscono benissimo i meccanismi dei finanziamenti, li manovrano e modellano su misura dei loro interessi, predispongono i progetti sulla base di questi e solo allora li propongono o impongono, belli e pronti, ai politici di turno. Il più delle volte i capitali di provenienza illecita che confluiscono in queste operazioni seguono percorsi sotterranei e invisibili. È importante perciò che, volendo contrastare queste degenerazioni, non solo si presti attenzione alla fase di pubblica evidenza degli appalti, ma si eserciti un capillare controllo, a monte, dei finanziatori e dei loro collegamenti, mentre al legislatore s’impone una riforma del diritto societario che preveda una maggiore trasparenza ed un inasprimento drastico delle sanzioni penali. Purtroppo, e non a caso, la tendenza oggi è quella opposta.
 
   In questo articolo cercherò di tracciare, per sommi capi, la storia di una vicenda finora ignorata: il tentativo congiunto della mafia, della cosiddetta banda della Magliana e di imprenditori legati ad esse, di mettere le mani, alla fine degli anni ‘70, sulla ristrutturazione di Ortigia e sui lavori per il porto turistico di Siracusa. Mi sono servito esclusivamente di materiale edito e sono consapevole che il quadro che ne viene fuori è lontano dall’essere completo. Esso tuttavia potrà essere integrato, ed eventualmente corretto, sulla scorta di nuovi documenti o delle testimonianze di qualcuno degli attori della vicenda.

Carboni e le coste sarde
l principale dei protagonisti non è siciliano. Si tratta di Flavio Carboni, l’uomo d’affari di Sassari coinvolto nella scomparsa del presidente del Banco Ambrosiano Calvi e nel 2003 rinviato a giudizio, assieme ad alcuni mafiosi, per il suo omicidio. Un appunto del Sisde del 1982 ne dà questo ritratto: “Elemento assai scaltro, intraprendente, affarista ed opportunista, capace di ricorrere a qualsiasi espediente pur di trarre vantaggi morali, economici e finanziari. Ben introdotto nel sottobosco politico-economico, non tralascia occasione di sfruttare a proprio vantaggio qualsiasi amicizia o situazione anche di compromesso, ricorrendo se necessario ad ambienti equivoci, delinquenziali e truffaldini. Cinico e calcolatore, risulta impegnato in diverse attività che lo vedono al centro di speculazioni spesso poco chiare e pulite”[1]. Emigrato a Roma nel 1955, dopo qualche anno di servizio al Ministero della P. I., Carboni fece ritorno in Sardegna per darsi, con l’appoggio delle sue nuove conoscenze, ad una frenetica attività speculativa, caratterizzata – si legge in un altro appunto del Sisde – “da emissione di assegni a vuoto, truffa e corruzione”. Questo, secondo la stessa fonte, il suo metodo: “Dopo aver individuato le aree ritenute interessanti contattava i proprietari mediante ‘mediatori’ di sua fiducia. Raggiunto l’accordo, stilava con le parti il relativo compromesso ed emetteva a titolo di caparra assegni post-datati, nella quasi totalità risultati poi a vuoto.
Immediatamente dopo il compromesso, presentava ai competenti comuni progetti di lottizzazione che, evidentemente con compiacenza non disinteressata, venivano approvati anche con indice di edificabilità superiore a quello previsto. Fatto ciò, anziché stipulare l’atto pubblico per acquisire la piena proprietà, depositava presso le competenti conservatorie immobiliari ‘citazioni giudiziarie’ per adempiere agli obblighi sanciti con i compromessi. Riusciva così non solo a costringere i proprietari a concludere gli affari a prezzi inferiori, giacché gli assegni risultavano a vuoto, ma anche ad evadere il fisco eliminando un passaggio intermedio della proprietà”[2].
 
A finanziare quel vorticoso giro d’affari non erano le banche, ma esclusivamente dei privati: dapprima personaggi romani legati al giro dell’usura e della malavita, in un secondo tempo figure più note, come Silvio Berlusconi e infine, a partire dal 1981, Roberto Calvi, “l’uomo dalle uova d’oro”, secondo una definizione del suo segretario Emilio Pellicani[3]. Il fiduciario di Berlusconi nella maggior parte di quelle operazioni era Romano Comincioli, compagno di scuola e stretto collaboratore di quest’ultimo, attualmente senatore[4]. In una delle sue deposizioni Pellicani ha così descritto i termini dell’accordo: “il Carboni era l’uomo che doveva cercare i terreni e Silvio Berlusconi era quello che doveva finanziare l’operazione”, la proprietà doveva essere divisa per un 45% al Carboni, per un 45% al Berlusconi e per un 10% al Comincioli, che avrebbe dovuto fungere da ago della bilancia; al momento dell’inizio delle costruzioni il  Carboni avrebbe provveduto a restituire la metà del prezzo pagato dei terreni. I finanziamenti del gruppo Berlusconi si sarebbero così susseguiti in più tranches, per un ammontare complessivo di 21 miliardi, fino alla metà del 1981[5]. In questo modo – riferisce ancora Pellicani – alla fine del 1980, “tra acquisti effettuati e preliminari per accaparramento, il Carboni ed il Comincioli e il Berlusconi avevano proceduto ad acquisire nelle zone Olbia Sud e Olbia Nord circa 1000 ettari di terreno”[6], in un tratto di costa allora quasi vergine.
 
La corruzione è indicata da più parti come parte integrante di questo sistema: secondo l’appunto del Sisde sopra citato, per esempio, il Carboni avrebbe versato la somma di un miliardo al sindaco di Olbia perché facesse pressioni su uno dei proprietari per fargli concludere la trattativa e si adoperasse per far aumentare l’indice di edificabilità[7]. La vasta rete di conoscenze e protezioni politiche del Carboni gli fu evidentemente di grande aiuto (si veda, per un’illustrazione dal vivo di quel suo lavoro, la trascrizione, rimastaci per caso, di una sua conversazione con un non identificato “onorevole” [vedi riquadro sotto n.d.r.]. Non c’interessa adesso seguire nei dettagli le tappe della sua opera in Sardegna (cosa che un giorno andrà pur fatta, con attenzione e rigore). La premessa era tuttavia necessaria per capire la natura dei rapporti del Carboni con l’ambiente romano dei suoi primi finanziatori, divenuti in parecchie circostanze anche suoi soci in affari.
 
I progetti per la lottizzazione di Olbia  [Atti parlamentari, IX legisl., doc. XXIII, n° 2-quater/3/XXI, pp. 375, 379-80]
La conversazione, registrata, si svolge fra più persone, fra cui Carboni, evidentemente davanti ad una mappa topografica

CARBONI (mostrando la carta): …questo è Capo Ceraso, una zona molto bella. Qui c’è l’Isola Bianca… il golfo di Olbia… questo si chiama Ciarlo (?), anche questa è una zona molto bella… Molto più grande di Porto Cervo, circa cinque volte più grande. Vi è la possibilità di tremila posti barca, quando Porto Cervo ne ha la possibilità soltanto di 7-800, mentre Punta Ala ha 500 posti barca… Oltre un milione e mezzo di metri cubi per un investimento di 250 miliardi di lire… Gruppo berlusconinano… Verranno costruite  case… come per occupare il territorio…
                
               Golfo di Cugnana, molto più ambizioso come progetto… questo è appunto Cugnana, qui vi è Prato Verde e questo è Porto Rotondo (sempre indicando la cartina)… e queste sono le aree che abbiamo comprato, circa 7000 ettari… Golfo di Cugnana dove sono tutte quelle paludi… qui c’è la peschiera, qui c’è un porto con delle case… terreni demaniali… Verrebbero creati dei terrapieni… Ogni casa avrebbe un posto barca come se fosse il garage… Questo investimento supera come impegno l’altro: sono circa 400 miliardi di lire… Cinque anni… (…).
                
               Fra l’una e l’altra dovremmo superare i 700 miliardi ed i tre milioni e mezzo circa di metri cubi. È una città, proprio una città. Qui abbiamo circa 700 ettari e qui altri 750 (indicando evidentemente la cartina)… Capocaccia… Il comune… Il commissario dell’Efim (?)… è una città lagunare.
                
 Comunque tutto il comune di Olbia lo dà proprio (il progetto) e si presenta compatto. Ed ho (con me) tutta la popolazione. Io ho questo vanto, onorevole; io ho la popolazione di Olbia con me… Guardano a me come uno che porta lavoro. Io sono
sostenutissimo dall’intera popolazione, democristiani, socialisti, comunisti, tutti. E non ho mai promesso una cosa ad Olbia che non abbia mantenuto… (evidentemente indicando sempre la cartina) qui c’è la Costa Smeralda e qui siamo noi; una a sud e una a nord.
          
Con questa iniziativa daremo lavoro ad Olbia ed ai paesi vicini per quindici anni e forse di più… Quindi c’è una possibilità, una iniziativa (che, così come la trattano… gente che se ne infischia…) che è organizzato in modo stupendo. Non esiste una cosa più bella… in Italia. È Tutta una iniziativa a carattere alberghiero, il che significa… Mercoledì Olbia dà il suo bene placito ufficiale a tutta questa iniziativa, favorevolissimi tutti. Comunque io non ho nessuno (contrario)… Sanno benissimo che sono democristiano… 

La “banda della Magliana”
 
   Quella di “banda della Magliana” è una definizione di comodo, non particolarmente precisa, attribuita solo più
tardi a quel particolare giro di persone. La riduzione della sua attività a semplice fatto criminale, e addirittura di
criminalità spicciola e senza finalità associative, è inaccettabile e palesemente interessata (si pensi solo
all’inapplicabilità, in questa ipotesi, della normativa antimafia in materia di confisca dei beni). Al contrario, secondo
un magistrato che se n’è occupato a lungo, la “banda della Magliana” è un mondo in cui s’agitano “politicanti grossi
e piccoli, esperti in malefatte finanziarie, inventori di trucchi atipici, filibustieri d’ogni risma e colore, usurai,
contrabbandieri, mafiosi, agenti segreti veri e soi disants, pistoleri di borgata e prostitute di lusso, massoni coperti
e scoperti, in sonno e all’orecchio (…), prelati assorbiti più dagli affari che dal loro santo ministero, accomunati
tutti dal disprezzo delle regole, dal crescente disinteresse per i valori collettivi, da un rabbioso privilegiare
l’affermazione individuale e di gruppo, al punto da considerare le norme un impaccio e da trattare chi le difenda un
nemico da sconfiggere o da corrompere”[8].
 
   La pericolosità sociale del gruppo è stata messa in luce in termini ancora più drastici da un altro magistrato,
pubblico ministero nel processo per la strage di Bologna: “Siamo di fronte ad una struttura criminale alla quale gli
‘input criminali’, le coperture, le collusioni tra criminalità, economia e politica, forniscono potenzialità vastissime
d’intervento. È un luogo, la banda della Magliana, in cui l’Antistato consuma tutto il suo potenziale eversivo per
divenire, attraverso una serie di passaggi intermedi, di apporti operativi e ideativi, ‘istituzione’, ‘sistema’ che
s’arroga il diritto di eliminare le sue variabili impazzite e di proteggere quanti operano all’interno delle proprie
finalità”[9]. Anche questo giudice insiste sull’inaccettabilità dei tentativi di ridurre quella struttura a semplice fatto
criminale[10].
 
   La sua peculiarità risiedeva, secondo un terzo magistrato, proprio “nell’essere un punto di convergenza, uno
snodo tra l’attività delinquenziale più brutale e la successiva indispensabile sistemazione finanziaria degli enormi
introiti dell’organizzazione. Come pure emergeva la caratteristica di essere un punto di riferimento per le varie
associazioni criminose, cui sembra essere in grado di fornire ogni tipo di facilitazione, dall’assistenza alla
sistemazione e di sostanziale controllo di tutte le altre forme associate criminali”[11].
 
   Personaggio chiave dell’organizzazione era Domenico Balducci, detto “Mimmo er cravattaro”, il più noto fra gli
usurai di Campo dei Fiori e principale fra gli investitori dei proventi non solo della banda, ma anche di Cosa Nostra (i
suoi rapporti con Pippo Calò, da lui conosciuto all’Ucciardone, datavano dagli anni ‘50[12] e si fecero sempre più
intensi, spaziando dal riciclaggio di capitali alla speculazione edilizia, fino ad attività più scopertamente criminali,
come la gestione dei sequestri di persona)[13]. Non è questa la sede per fare la storia del Balducci, che
meriterebbe un’intera monografia, da strozzino di borgata a imprenditore d’assalto, sino alla sua latitanza dopo che,
nel maggio 1978, vennero trovati sul cadavere di Giuseppe Di Cristina (il boss di Riesi ucciso dai corleonesi) assegni
a sua firma, e infine alla sua morte sempre per mano della mafia nel 1981. A presentare il Balducci al Carboni,
secondo Pellicani, fu un altro usuraio, Danilo Sbarra, anch’egli attivo nel campo dell’edilizia e protagonista a sua
volta di alcune fra le maggiori operazioni speculative a Roma (da ricordare fra queste l’assalto all’Appia antica, reso
celebre dalle pagine di Antonio Cederna).
 
   Balducci e Sbarra erano soci nell’impresa “Delta Costruzioni”, che in Sardegna, assieme ad altre, edificava un
grande complesso immobiliare a Porto Rotondo, su terreni del Carboni. Calò, Faldetta e Balducci, fra l’altro, erano
soci occulti della società Mediterranea, amministrata dal mafioso Bellino (a sua volta intestatario fittizio per conto di
altri mafiosi), che cedette alla Turiment, sempre in Sardegna, immobili per circa dieci miliardi. Sappiamo che per i
suoi traffici Calò spesso utilizzava come copertura proprio le imprese edilizie di Sbarra[14].
 
   Nelle attività sarde di Carboni, a loro volta, investivano anche altri personaggi della banda[15]. Era nota e assai
apprezzata infatti, nell’ambiente, l’abilità del Carboni nel procurarsi “licenze impossibili”[16]. Nella prima metà degli
anni ‘80, a seguito di fatti eclatanti quali lo scandalo P2 e la morte di Roberto Calvi, l’attenzione degli inquirenti si
concentrò per qualche tempo sulle società per azioni attive in Sardegna nelle quali, accanto a Carboni, erano
coinvolti a diverso titolo e più o meno palesemente i personaggi di spicco della banda della Magliana e i loro partners
siciliani. Come è stato più tardi denunciato, però, le indagini non si estesero, e non si colse allora (o non si volle
cogliere) l’assurdità insita nel voler credere che progetti imprenditoriali di tale portata fossero condotti nello stesso
tempo, nello stesso luogo e su terreni di identica provenienza (per esempio a Porto Rotondo) da un’imprenditoria
sedicente “sana” e da imprese mafiose senza che tra di loro sussistessero collusioni e complicità[17].
 
   Elenchi dettagliati di queste società – una delle quali, la So.F.Int., interessata direttamente all’operazione di cui
ci occupiamo, si trovano nei rapporti predisposti dal Sisde nel 1982, sulla base di indagini della Guardia di Finanza,
poi agli atti della Commissione P2[18]. Una ricostruzione dei loro intrecci non è stata più tentata fino alle indagini
degli anni ‘90 collegate con il processo per l’omicidio Balducci[19]. La So.F.Int. sarà anche al centro dell’operazione
finanziaria relativa al “salvataggio” del Gruppo Caltagirone e allo scandalo Italcasse, vero e proprio crocevia fra
economia legale e imprenditoria mafiosa; e sarà anche al centro delle attenzioni del giornalista Pecorelli, che se ne
occuperà ancora negli ultimi giorni di vita[20]. Le testimonianze sui cospicui investimenti della mafia e di personaggi
della banda della Magliana in Sardegna attraverso Carboni e Calò sono numerose e concordi[21].
 
   Nel periodo che c’interessa la collaborazione di Carboni con Berlusconi è ancora all’inizio e, come vedremo, non
ci sarà nessun finanziamento da parte del suo gruppo nell’affare siciliano. Vi fu però, da parte del Comincioli, la
copertura di alcuni effetti cambiari del Carboni. Pellicani precisò che “la firma di Comincioli sulle cambiali rilasciate
ai siciliani fu posta esclusivamente al fine di garantire il buon fine dei titoli. Il Comincioli non ha ricavato alcun
profitto da questa operazione”[22]. I finanziatori di Carboni erano quindi ancora i “romani” e l’uomo di Berlusconi si
limitò – con loro come con altri – a farsi da garante della restituzione delle somme. Non era, comunque, un aiuto da
poco: sempre secondo Pellicani, “dalla fine del 1969-70” il Balducci prestava danaro ad usura al Carboni, a tassi
mensili del 10-15 %[23]. Il denaro così “lavato”, come sappiamo, proveniva dal traffico di stupefacenti, da rapine,
sequestri ed altre attività criminali. Solo a metà del 1981, al termine di una lite giudiziaria, va datato l’ingresso di
Comincioli nella So.F.Int., al 50% con il Carboni, e si fecero più stretti i rapporti coi vari Faldetta, Di Gesù, Sansone
e con lo stesso Calò, che vi gravitavano intorno[24].

La mafia a Roma
 
   Ma chi erano i “siciliani”? Su Pippo Calò (o Mario Aglialoro, come allora si faceva chiamare) e sul suo ruolo di
primo piano come rappresentante di Cosa Nostra a Roma siamo assai bene informati, a partire dalle testimonianze di
Tommaso Buscetta, che gli era padrino. Contrariamente a quanto da lui stesso affermato, i rapporti del Carboni con
il Calò erano intensi e già vecchi di anni. Secondo la testimonianza della segretaria della So.F.Int., Anna Pacetti,
“Mario (da identificarsi nel Calò) portava frequentemente negli uffici della società, alla quale Carboni era
interessato sin dal 1973, ingenti quantitativi di denaro contante”[35].
 
   Qualche parola è il caso di spendere su Luigi Faldetta, costruttore vicino al clan Spatola-Inzerillo, socio e
prestanome di Calò in attività edili anche a Palermo e già all’epoca nel mirino degli inquirenti per il riciclaggio nella
sua attività dei proventi del traffico della droga[36]. Carboni dice di averlo conosciuto in Sardegna dove gestiva la
società di costruzioni “La Mediterranea”, ma di averlo visto “in tutto due o tre volte”[37]. Più utile, ancora una
volta, la testimonianza di Pellicani, che parla anche di incontri con Balducci e i “siciliani” (Calò, Faldetta, Di Gesù e
altri) sia negli uffici della So.F.Int. per studiare il progetto Ortigia che in un ristorante[38]. Quanto a Lorenzo Di
Gesù, del mandamento di Caccamo, braccio destro di Calò, è da segnalare la recente testimonianza del
collaboratore Antonino Giuffrè, che gli era assai legato, e che racconta degli enormi flussi di denaro provenienti dalle
attività di Cosa Nostra (per lo più dal traffico di stupefacenti) che, a partire dalla fine degli anni ‘60 o l’inizio dei ‘70
confluì verso Calò a Roma e il Banco Ambrosiano di Calvi[39].
 
   Un altro dei “siciliani” menzionati da Pellicani è un costruttore di nome Sansone, che questi non ricorda se
catanese o palermitano (si tratta certo di Gaetano Sansone, l’imprenditore palermitano al quale e al fratello
Giuseppe nel 1995 furono confiscati beni per 112 miliardi, perché considerati prestanome di Totò Riina, nonché
proprietari della villa dove questi fu arrestato)[40]. Questo stesso Sansone più tardi si rivolse al Pellicani per un
certificato d’iscrizione della sua impresa ai pubblici registri in occasione di un interrogatorio cui fu sottoposto a
Roma da Giovanni Falcone[41]. Di intensi rapporti d’affari del Calò con “certi Di Noto e Sansone, esponenti della
cosca Spatola-Inzerillo”, siamo informati da altri atti processuali[42].
 
   Sappiamo poi che all’epoca del sequestro Moro il Carboni, che “stava lavorando in Sicilia nel settore
immobiliare” ed “era in rapporti di affari con elementi locali”[43], avrebbe effettuato almeno due viaggi a Palermo
in un tentativo fallito di mediazione con la mafia per la liberazione dello statista (Moro, si ricordi, fu rapito il 16
marzo 1978, nelle stesse settimane in cui aveva luogo l’operazione di cui parliamo)[44]. Carboni aveva anche
costituito delle società attive a Palermo, alcuni soci delle quali erano in odore di mafia[45].

I viaggi di Carboni
 
   Volendo riassumere, non ci sono dubbi che personaggi facenti parte di “Cosa Nostra” tentarono di inserirsi nelle
due grosse operazioni allora all’ordine del giorno a Siracusa: la ristrutturazione del centro storico e il progetto sul
porto, e che il tentativo riguardò sia la progettazione (che fu effettivamente iniziata e per la quale vennero
anticipati dei capitali), sia – in prospettiva – la stessa esecuzione, tramite i “costruttori” facenti parte del gruppo
(Faldetta, Sansone). La domanda che immediatamente si pone (e che, a suo tempo, si posero anche gli inquirenti)
riguarda la natura e la misura del coinvolgimento del Carboni da un lato e dei politici siciliani dall’altro in un affare
finanziato e gestito per intero dalla mafia.
 
   Un certo interesse riveste, in proposito, il confronto che Carboni e Pellicani sostennero nel 1983 dinanzi alla
Commissione P2 proprio su questo punto. Agli inquirenti interessava accertare se fra il Carboni e le sue attività
imprenditoriali o speculative e i personaggi che abbiamo nominato, i quali già risultavano appartenere a Cosa Nostra,
esistesse un legame diretto. La risposta data allora da Carboni fu che i suoi unici rapporti erano stati quelli con gli
usurai romani e che ignorava del tutto con chi costoro a loro volta avessero a che fare[46]. Interrogato
specificamente sulla questione di Siracusa, Carboni contraddisse Pellicani: non Balducci gli avrebbe prospettato
l’affare di Siracusa, ma tale Ugo Benedetti gli avrebbe presentato “l’onorevole Foti ex sindaco di Siracusa perché io
mi occupassi – e poi in seguito mi presentò anche l’onorevole Nicitta [sic, così anche in seguito], se non vado
errato o un nome del genere (...) perché io mi occupassi della restaurazione del centro storico di Siracusa e più
volte fui presentato quindi da Ugo De Benedetti [recte Benedetti] a questa… Lavorava nel mio ufficio, così,
saltuariamente. Lì mi fu fatta questa proposta. Non vedo il nesso di Balducci con questa presentazione (...). Non
so però la connessione tra l’onorevole Foti… poi era un lavoro che vidi che non andava avanti, non si poteva, ci
rimisi un po’ di danaro per fare preparare un piccolo progetto per questa parte che doveva essere assegnata a noi
di lavori e basta; ma finì lì, dopo alcuni viaggi finì lì, cadde da sé una di queste proposte. Quindi, l’origine non è
Balducci-Siracusa, ma Benedetti-Foti, Foti-Nicitta-Siracusa. Parlai anche con il sindaco di Siracusa, feci una decina
di viaggi, dieci o anche quindici viaggi alla volta di Catania e poi di Siracusa, pensando di fare un buon affare, cosa
che non feci, né buono né cattivo”[47].
 
   La smentita di Pellicani è puntuale: gli effetti e gli assegni di cui parla Carboni “vengono dati dopo che lui ha
preso i soldi, tanto è vero che la transazione fatta con questo Faldetta e da altri, Di Gesù, viene fatta da
Diotallevi”, altro usuraio romano, subentrato a Balducci, perché questi “è già in stato di disgrazia con questi
signori”. Pellicani è esplicito: “...l’operazione nasce da Balducci nel senso che è Balducci a dire che si stanno
facendo dei progetti per la ristrutturazione del centro storico di Siracusa, Ortigia e del porto; solo allora il Carboni
investe il Benedetti nel cercargli elementi politici per portare avanti il discorso, per cui questi signori [i “siciliani” di
Roma, n. d. r.] sono riconosciuti mafiosi. Carboni sa che sono mafiosi perché Balducci in precedenza aveva ceduto
una parte dell’Isola Rossa, cosa che non venne sostituita con altri contratti, con altre situazioni. Tanto è vero che
20 milioni di questi assegni circolari che vengono dati a pagamento, cioè a finanziamento di questa operazione
politica vanno dati dal Balducci a un certo Sottile e Deledda di Olbia e vengono poi chiamati dalla magistratura
perché sono soldi provenienti da Di Cristina per cui sanno benissimo… Carboni sa benissimo che sono mafiosi per
cui non può negare questo. E poi nel momento che deve restituire, viene minacciato, tanto è vero che credo che
abbia ricevuto un pugno a villa Aurelia”. Pellicani rievoca poi l’incontro in un ristorante di Roma, presenti lui, il
Carboni, “Mario” (Pippo Calò) e il Balducci, dove si parlò “dell’operazione politica che il Carboni stava effettuando in
Sardegna [recte Sicilia] con Foti, Nicitta [sic] ed altri”[48].
 
   Di fronte alla contestazione il Carboni non poté più negare che l’affare facesse capo al Balducci, ma insistette
nel dire che quelle sue conoscenze siciliane per lui erano usurai “come tutti gli altri”, e che di mafia non sapeva
niente: anche l’incontro al ristorante sarebbe stato casuale[49].
 
   Inutile dire che Carboni, interessato a minimizzare i suoi rapporti con quei personaggi, in questa come in altre
circostanze non appare credibile (e la Commissione se ne renderà subito conto). Per altro la sua versione è
contraddetta in parte da quella da lui stesso resa una decina d’anni dopo: “A cavallo tra il 1978 e il 1979, Ugo
Benedetti, già mio collaboratore, mi propose degli affari in quel di Siracusa… Ugo Benedetti, il quale conosceva
molto bene l’allora sindaco di Siracusa, Luigi Foti, mi presentò a costui, il quale, in occasione di un primo incontro
nella sua città, mi propose d’interessarmi alla realizzazione in loco di un porticciolo turistico… Oltre che la
realizzazione del porticciolo turistico, nel corso delle successive frequentazioni, il Foti mi propose anche la
ristrutturazione del centro storico di Ortigia. Com’è intuibile, si trattava d’iniziative particolarmente impegnative,
le quali richiedevano un’accurata programmazione, un notevole impegno progettuale e l’investimento di cospicui
mezzi finanziari… Tramite il Balducci, dunque, ottenni un prestito dal «sig. Mario» [Pippo Calò] (...), personaggio
che godeva fama di facoltoso e affermato imprenditore, uomo di squisita cortesia [!], di pochissime parole (...) –
nonché l’indicazione di imprenditori siculi, che mi premurai di segnalare al sindaco [sic] Foti, il quale ottenne sul
loro conto rassicuranti informazioni. Il prestito erogatomi dal «sig. Mario» si aggirava su alcune centinaia di milioni,
mi sembra circa 500”, da lui restituiti per intero con gli interessi tramite il Balducci[50].
 
   Lasciamo da parte le imprecisioni, talora spassose che si ritrovano nella nuova deposizione (come il cenno alla
“squisita cortesia” del Calò, il quale per avere indietro i soldi – a detta di Pellicani – lo prese a pugni!) o il particolare
della restituzione del prestito attraverso il Balducci, che allora sappiamo essere latitante. Quel che a noi interessa è
che adesso, a differenza di venti anni prima, il Carboni è costretto ad ammettere di conoscere il Calò sin da prima
che gli fosse proposto l’affare siracusano, e di aver ottenuto da lui, “tramite il Balducci”, sia il prestito che
l’indicazione degli “imprenditori siculi” suoi amici, i quali solo allora, pertanto, sarebbero stati segnalati da lui agli
amministratori siracusani: che è, più o meno, quanto gli aveva contestato Pellicani nel 1983.
 
   Merita da ultimo esaminare anche la testimonianza resa nel 1999 da Pellicani: l’affare Siracusa sarebbe
consistito nella “ricostruzione della piana di Ortigia più il porto cui avevano dato incarico a Flavio Carboni di fare
dei progetti e di venire giù, questo venne fatto da parte di un certo Ugo Benedetti e da un certo on. Foti che
allora poi siccome Foti doveva fare una campagna elettorale fu finanziato da questi siciliani a cui Balducci aveva
fatto riferimento. Perché non è che Balducci diceva che si chiamavano Di Gesù, Sansone o co..., li chiamava così,
‘i siciliani’”. Pellicani non sa spiegare perché esattamente l’affare non sia giunto a conclusione: “non lo so, so che si
recò [Carboni, n.d.r.] diverse volte a Siracusa e a Palermo, poi crede… credo che non ebbe proseguo per colpa
dell’on. Foti o per colpa dell’autorità del luogo. È un’operazione che ci fu portata da Ugo Benedetti attraverso l’on.
Foti”[51].
 
   Sebbene quest’ultima frase (pronunciata incidentalmente a distanza di venti anni) sembri contraddirlo, è la
prima, circostanziata, versione di Pellicani – poi confermata, in parte, dallo stesso Carboni – ad essere di gran lunga
più verosimile: sono Calò e i “siciliani” (quelli di Roma) che, attraverso il Balducci, propongono l’affare a Carboni, il
quale a sua volta si dà da fare attraverso i suoi canali (Benedetti) per contattare gli amministratori siciliani, e non
questi ultimi a cercare lui attraverso Benedetti[52]. Sappiamo che questi, che allora lavorava per la So.F.Int., già
collaboratore degli on. Rumor e Colombo, era ben introdotto in Vaticano e in ambienti democristiani[53].
 
   La prima versione data da Carboni (che, fra l’altro, presupporrebbe implicitamente una sorta d’intesa iniziale fra i
politici di Siracusa e i mafiosi) ci sembra pertanto da escludere, per più di una ragione. Del resto la prassi corrente
allora – e anche dopo – in Sicilia era che fossero le imprese a “proporre” i progetti ai politici (i famosi “piazzisti” di
opere pubbliche così efficacemente denunciati a suo tempo da Domenico Rizzo e da Pio La Torre)[54], e non
viceversa.
 
   Quanto all’attenzione della mafia per il risanamento dei centri storici, senza bisogno di rievocare le recenti e più
note rivelazioni di Siino, Cancemi e altri circa i progetti della Fininvest su “Palermo sdirupata”, per usare la colorita
definizione del “ministro dei Lavori Pubblici della mafia”[55], merita piuttosto ricordare, perché quasi coevo con i
fatti che c’interessano, il memorabile colloquio fra Pippo Calò e Tommaso Buscetta nel 1981, quando il primo cercò
di convincere il suo padrino a rimanere in Sicilia proprio con questo argomento: “Ma se tu rimani qua c’è una
fortuna. Si devono fare i quattro quartieri a Palermo”[56].
 
 

  [1] Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, in Atti Parlamentari, IX legisl., doc. XXIII [d’ora in poi: Atti Comm.
P2], n° 2-quater/7/IX, p. 34.
  [2] Ivi, pp. 89-90.
  [3] Audizione di E. Pellicani, Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 331.
  [4] Notizie su di lui e la sua attività in Sardegna, anche successiva, in L. Cortina, “Avvenimenti”, 15 giu. 1994, 1° feb.
1995; A. Roccuzzo, “Micromega”, 1/95, pp. 92-106; M. Guarino, L’orgia del potere, Bari 2005, pp. 183-204.
  [5] Dossier Dell’Utri, Milano 2005, p. 320 (deposizione del 1999).
  [6] E. Pellicani, Memoriale difensivo consegnato al giudice Drigani il 9 dic. 1982, in Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/X, p.
544. Pellicani preciserà altrove che i rapporti con il Comincioli datavano dal 1973 (Dossier Dell’Utri, cit. p. 322).
  [7] Atti Comm. P2, n° 2-quater/7/IX, p. 91. Per altri dettagli cf., di Pellicani, il memoriale cit., p. 549 (cambi di
destinazione delle aree); l’audizione davanti alla Commissione P2, Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, pp. 368 (dazioni a sindaci e
assessori), 374 (id., a politici e funzionari della Regione), 352 (tentativo di sollecitare una legislazione sul turismo favorevole
alle speculazioni), e, ultimamente, la deposizione al processo Dell’Utri (1999), dove si parla di un viaggio di tutta la giunta a
Milano con l’aereo di Berlusconi, di “pranzi e varie cose” (Dossier Dell’Utri, cit., p. 320). Nel complesso Pellicani valuterà in 7
miliardi il “costo politico”, stabilito con Berlusconi, dell’operazione Olbia (audizione cit., Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 387).
  [8] O. Lupacchini, Banda della Magliana, a c. di A. Pucci, Roma 2004, p. 86.
  [9] L. Mancuso, La banda della Magliana, in La malaitalia, a c. di D. Camarrone, Palermo 1991, p. 49. 
  [10] Ivi, e anche in Lupacchini, cit., p. 168.
  [11] Requisitoria del p. m. D. Sica, Roma, 4 giu. 1985, nel proc. pen. n° 2549/82, cit. in La strage, a c. di G. De Lutiis,
Roma 1986, pp. 360-61.
  [12] Lupacchini, cit., p. 179.
  [13] Testimonianza di T. Buscetta (16 nov. 1992), in Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia
[Resoconti stenografici], A. P., XI legisl., [d’ora in poi: Atti Comm. antimafia], p. 383.
  [14] A. Galasso, La mafia politica, Milano 1993, p. 110; S. Provvisionato, Segreti di mafia, Roma-Bari 1994, p. 174;
sentenza Corte d’Assise di Firenze, 25 feb. 1989 (strage “Rapido 904”), cit. in G. Flamini, La banda della Magliana, Milano
2002 2, pp. 200-2; appunto Sisde 1° set 1982, in Atti Comm. P2, n° 2-quater/7/IX/, p. 264 (dove come amministratore è indicato
Luigi Faldetta).

  [15] Sentenza Corte d’Assise di Bologna, 9 giu. 2000 (processo bis Italicus e stazione di Bologna), testim. di F. Lucioli e F.
Abbatino, in Flamini, cit., p. 197.
  [16] Istruttoria di D. Sica, depositata al trib. di Roma nel mag. 1985 (testim. di L. Merluzzi), cit. in M. Teodori, P2: la
controstoria, Milano 1986, p. 220. Analoghe testimonianze in G. Galli, Affari di stato, Milano 1991, p. 247. 
  [17] Lupacchini, cit., pp. 118-19, 172, con un interessante riferimento a recenti di indagini della D.I.A. di Padova sul
riciclaggio in aree lontane di quegli stessi capitali in iniziative immobiliari e turistico-alberghiere. 
  [18] N° 2-quater/7/IX, pp. 36-38, 48-51, 101-5, 176-79, 182-89, 259-69. 
  [19] Si veda specialmente l’ordinanza di rinvio a giudizio del dr. Lupacchini, trib. di Roma, 13 ago. 1994, cit. in G. Bianconi,
Ragazzi di malavita; Milano 2004, pp. 146-48. Cf. anche Dossier Dell’Utri, cit., pp. 334-38.
  [20] F. Pecorelli-R. Sommella, I veleni di OP, Milano 1995, p. 306; R. Di Giovacchino, Il libro nero della prima repubblica,
Roma 20052, pp. 76-77, 251.

  [21] Cf. per tutte Dossier Dell’Utri, cit., pp. 303-15, 331. E anche la testimonianza di Gaspare Mutolo: “Ho sentito
dire, quando ci fu il discorso di Calvi, che con Flavio Carboni c’erano i siciliani che avevano investito diversi miliardi
in Sardegna” (Atti Comm. antimafia, cit., p. 1301); “Per la Sardegna lo so sicuramente... si diceva che dovevano
fare villaggi, complessi alberghieri” (ivi, p. 1319, e cf. anche p. 1323).
  [22] Interrogatorio di Pellicani da parte del giudice Imposimato (Trib. di Roma, 1982), Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII,
p. 320. Queste cambiali con girata del Comincioli sono fra quelle della società Elbis – 829 milioni, emesse fra il novembre
1979 e l’aprile del 1980 – poi rinvenute presso un notaio romano (nota della D.I.A. del 7 mag. 1998, cf. Dossier Dell’Utri,
cit., pp. 307, 333-34).
  [23] Memoriale, cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/X, p. 524. 
  [24] M. A. Calabrò, Le mani della mafia, Roma 1991, p. 126, e cf. Dossier Dell’Utri, cit., pp. 315 sgg.
  [25] Memoriale, cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/X, p. 536.
  [26] Interrogatorio Imposimato, cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII, p. 316.
  [27] Audizione cit., ivi, n° 2-ter/9, pp. 319-20 e cf. anche la testimonianza dell’altro collaboratore di Carboni G. Silipigni,
Trib. Roma (1983), ivi, n° 2-quater/3/XXII, p. 287-88, il quale ricorda che il Carboni “andò in Sicilia un paio di volte prima di
ricevere il denaro” e asserisce di avergli consigliato di saldare il debito con sollecitudine, “trattandosi di gente che non
scherzava”. 
  [28] Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 324.
  [29] Deposizione del 3 mag. 1999, Dossier Dell’Utri, cit., p. 326.
  [30] Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 330. 
  [31] Atti Comm. antimafia, cit., p. 1292.
  [32] Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 677.
  [33] Interrogatorio Imposimato, cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII, p. 319 [e anche n° 2-quater/7/XXII, p. 116]. Cf.
inoltre Dossier Dell’Utri, cit., p. 323.
  [34] Lupacchini, cit., pp. 130-33. E cf. anche Flamini, cit., pp. 87, 171-72.
  [35] Dossier Dell’Utri, cit., p. 330.
  [36] M. Andreoli, articolo s. n. t., Atti Comm. P2, n° 2-quater/7/IX, p. 162; Dossier Dell’Utri, cit., pp. 304, 310. Faldetta
nel 1984 diverrà collaboratore e rilascerà a Giovanni Falcone importanti dichiarazioni, che andrebbero rilette con attenzione
(cf. S. Turone, Partiti e mafia dalla P2 alla droga, Roma-Bari 1985, pp. 102-4; Lupacchini, cit., pp. 118, 172).
  [37] Audizione cit., Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 535.
  [38] Dossier Dell’Utri, cit., pp. 321 e 328.
  [39] F. Pinotti, Poteri forti, Milano 2005, p. 46.
  [40] Mafie e antimafia, a c. di L. Violante, Roma-Bari 1996, p. 257. 
  [41] Dossier Dell’Utri, cit., p. 322.
  [42] Sentenza Corte d’Assise di Firenze, 25 feb. 1989 (strage “Rapido 904”), in Flamini, cit., p. 201, la quale rinvia ad atti
relativi all’omicidio Balducci.
  [43] Interrogatorio B. Cazora da parte del giudice Imposimato, Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII, p. 297.
  [44] Interrogatorio G. Messina, ivi, p. 299.
  [45] Elenco particolareggiato di queste e delle società in cui avevano parte quei personaggi in un appunto del Sisde, 22
lug. 1982, Atti Comm. P2, n° 2-quater/7/IX, pp. 101-7.
  [46] Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, pp. 588-89.
  [47] Ivi, p. 657.
  [48] Ivi, p. 658.
  [49] Ivi, p. 659.
  [50] Dichiarazioni rese al dr. Lupacchini l’11 giugno 1993, riprodotte parzialmente in I banchieri di Dio, a c. di M. Almerighi,
Roma 2002, p. 102 e (altri brani), in Dossier Dell’Utri, cit., p. 329.
  [51] Ivi, pp. 322, 326.
  [52] La versione data da Carboni è accolta anche nella ricostruzione, per il resto assai attenta, di Lupacchini, cit., pp.
130-31, che si basa sulle dichiarazioni resegli da Carboni nel corso dell’istruttoria da lui svolta a partire dal 1990. Da queste
dipende anche Flamini, cit., pp. 39-40.
  [53] Lupacchini, loc. cit.
  [54] D. Rizzo, La pista degli appalti, Palermo 2001, p. 20; Id., Pio La Torre, Soveria Mannelli 2003, pp. 227-32.
  [55] S. Cancemi, Riina mi fece i nomi di…, a c. di G. Bongiovanni, Bolsena 2002, pp. 75, 103-4, e cf., fra i tanti, A.
Bolzoni-G. D’Avanzo, “Repubblica”, 20 e 21 mar. 1994; M. Gambino, “Avvenimenti”, 30 mar. 1994.
  [56] Atti Comm. antimafia, cit., p. 381. 
  [57] Cf. S. L. Agnello-C. V. Giuliano, I guasti di Siracusa, Siracusa 2001, pp. 85-89, 97-102.
  [58] Si veda p. es. l’incontro della delegazione di “Italia Nostra” con l’on. Nicita, “Il Diario”e “La Sicilia”, 3 nov. 1977.
  [59] “Il Diario”, 17 dic. 1977.
  [60] “La Domenica”, 19 mar. 1978. 
  [61] “Il Diario”, 28, 29 e 30 mar. 1978; “La Sicilia”, 29 mar. 1978.
  [62] “Il Diario”, 2 apr. 1978; “La Sicilia”, 1° e 2 apr. 1978.
  [63] “Il Diario”, 30 mar. e 1° apr. 1978.
  [64] “La Sicilia”, 6 apr. 1978.
  [65] Ivi.
  [66] Per esempio dai socialisti, cf. “La Sicilia”, 11 apr. 1978.  
  [67] Ivi, 9 mag. 1978.
  [68] “Il Diario”, 13 mag. 1978; “La Sicilia”, 14 mag. 1978.
  [69] Cf. p. es. L. R[omano], I fondali del porto sempre più insufficienti, ivi, 1° feb. 1978: “Una volta eravamo abituati a
vedere, almeno una volta ogni paio d’anni, una draga che lavorava a lungo nel porto, in tutte le zone. Ora abbiamo avuto il
piacere di vedere, un paio di anni addietro, una draga del secolo scorso dare una leccatina nel canale centrale. Poi si
sfasciò…”.
  [70] “La Sicilia”, 2 lug. 1977; “La Domenica”, 3 lug. 1977. 
  [71] P. es. “La Sicilia”, 3 nov. 1977, dove si parla di “poche centinaia di milioni”.
  [72] Ivi, 5 mag. 1978.
  [73] “La Domenica”, 22 mag. 1977, dove si può leggere la relazione dell’ing. Pitteri. Questi per altro non esclude né la
soluzione delle Saline né quella del Porto Piccolo, ma ne rinvia nel tempo l’attuazione.
  [74] “La Sicilia”, 3 ott. 1978.
  [75] Ivi, 1° ott. 1978.
  [76] Ivi, 4 ott. 1978.
  [77] Ivi, 12 ott. 1978.
  [78] “Il Diario”, 12 ott. 1978; “La Sicilia”, 26 ott. 1978.
  [79] Si veda una sua lettera al sindaco Brancati, “Il Diario”, 25 ott. 1978.
  [80] “La Sicilia”, 27 ott. 1978.
  [81] “Il Diario”, 31 ott. 1978.
  [82] “La Sicilia”, 27 ott. 1978.
  [83] “Diario”, 31 ott. 1978.
  [84] Si veda la sua rievocazione in questo giornale, I, 4 (ott.-dic. 2003), pp. 1, 8.
  [85] “La Sicilia”, 31 ott. 1978. I tre progetti questa volta sono individuati rispettivamente al Foro Italico (Marina), alla
Fonte Aretusa e alle Saline. A testimonianza di quanto la materia fosse ingarbugliata, in precedenza invece il progetto della
Fonte Aretusa era stato presentato come una rimodulazione del primo, mentre il secondo e il terzo erano stati localizzati
alle Saline.  
  [86] Ivi, 3 nov. 1978.
  [87] “Diario”, 5 nov. 1978; “La Sicilia”, 8 nov. 1978: al che il giornalista (Pino Filippelli) osservava come effettivamente
l’alternativa ci fosse, fra questo, finanziato dall’Assessorato Regionale al Turismo, e l’altro progetto della Camera di
Commercio.
  [88] Ivi, 14 nov. 1978.