Giornalismo a tutto campo, quelli che rischiano la vita:
Giornalisti che lavorano in terre di mafie, col vizio di scrivere la verità.
Nel 2011, in 143 hanno subito intimidazioni, minacce, attentati.
Sono la parte sommersa dell'iceberg rappresentato
da Roberto Saviano,
Lirio Abbate, Rosaria Capacchione.
Le loro facce non si vedono mai. Ecco le loro storie

Calabria, dove il giornalismo non deve essere "troppo"
Fino a dieci anni fa qui c'erano soltanto un giornale locale e una tv regionale.
Poi sono nate nuove testate, si sono moltiplicati i blog e si è rotto il clima di pax mafiosa
che la 'Ndrangheta prediligeva. Così i giornalisti che non si adeguano sono sotto tiro:
lettere e telefonate minatorie, molotov sulla macchina, pallottole spedite per posta

Le loro storie sono tutte diverse e tutte uguali. Cronache asciutte su omicidi e faide, resoconti impeccabili su operazioni poliziesche e giudiziarie, l’approfondimento dei fatti, le testimonianze, la voce dei familiari di quei personaggi coinvolti in retate e indagini. Un giornalismo a tutto campo. Troppo giornalismo. E troppo ravvicinato a quelli che fino a qualche anno fa erano considerati i padroni della Calabria. Prima i loro nomi non finivano neanche nelle cronache. Prima era vietato. Finito il silenzio è cominciato il terrorismo mafioso. Con le lettere anonime, con i pallettoni in busta chiusa, con le bombe e le bottiglie di benzina che bruciano le automobili dei colleghi. Chi si trova un passo avanti a tutti gli altri entra nel mirino. Chi ha una notizia in più diventa obiettivo militare e "politico" della ‘Ndrangheta che vuole sempre comandare. Anche sui giornalisti. La loro colpa è quella di far conoscere la mafia calabrese fuori dal suo regno. E’ una colpa molto grave.

A Michele Albanese, corrispondente dalla Piana per Il Quotidiano della Calabria, di minacce ne sono arrivate a valanga. Esplicite e in codice, firmate e anonime. L’ultima da Rosarno, un paese che in proporzione al numero dei suoi abitanti – appena 15mila - ha cinque volte i mafiosi di Palermo. Da quando ha raccontato la "caccia al nero" dell’anno scorso nelle campagne dove raccoglievano arance, Michele non ha più avuto pace. Esperto di cose mafiose, descrive gli avvenimenti e li interpreta con il suo sapere. Pericoloso. Spiega bene e spiega troppo. E’ considerato un ‘mpamu, un infame. Ha casa a Polistena, che è un piccolo comune sfiorato dalla strada che collega il mar Tirreno allo Jonio. Lì lo trattano come se fosse un appestato. Dice Michele: "Loro sanno chi sei, ti conoscono fisicamente. Li incontri quando escono dal carcere, li incontri al bar, dal benzinaio, al supermercato quando sono con mia moglie a fare la spesa, in pizzeria quando le mie figlie festeggiano il compleanno. Ti fanno capire che sei un nemico: che sei un ‘mpamu". I giornalisti delle grandi testate che raccontano la Calabria mafiosa scendono due giorni a seguire un fatto e poi se ne vanno, Michele resta lì. Solo nella piazza di Polistena a guardarsi intorno se qualcuno gli scivola alle spalle.

A Lucio Musolino, giovanissimo cronista di giudiziaria fino a qualche mese fa per Calabria Ora, a Reggio gli hanno bruciato la macchina. "Vattene", gli hanno fatto sapere. Ricorda Lucio: "Nei giorni precedenti avevo scritto di rapporti tra mafiosi e amministratori". In quella settimana qualcuno aveva anche fatto trovare un’auto piena di armi sulla strada dove sarebbe dovuto passare Giorgio Napolitano in visita a Reggio. Misteri di mafia e di servizi segreti. Il nemico non è solo la ‘Ndrangheta e chi tocca i fili si fa male. A Pietro Comito, caposervizio anche lui di Calabria Ora a Vibo Valentia, prima gli hanno spedito la solita lettera ("Sei una cosa fitusa") poi è arrivata la telefonata: "Smettila con i Soriano che ti buttiamo due fucilate e ti gettiamo nel cimitero". I Soriano di Filandari, quelli che facevano politica dagli arresti domiciliari, comandavano dalla casa dove non potevano uscire in contrada Pizzinni. E’ il loro quartiere generale, prima e dopo ogni scorribanda se ne stanno abbarbicati là in cubi di cemento sparsi fra campi di ulivi. Racconta Pietro: "Quando seguo qualche udienza i capi dei Soriano cercano sempre la sedia più vicina alla mia, così per farmi capire che non mi mollano mai". A Giuseppe Baldessarro, anche lui cronista giudiziario per il Quotidiano e corrispondente dalla Calabria per Repubblica, sono state consegnate via posta un po’ di pallottole. Spiega Giuseppe: "Il loro obiettivo è quello di farci smettere di scrivere".

Fino a una decina di anni fa in Calabria si vendeva un solo giornale locale e c’era una sola televisione regionale. Da quando sono nate altre testate e le notizie circolano sui blog è arrivata la rivoluzione. Come dentro la magistratura e gli apparati di polizia – che erano perlopiù indifferenti verso i boss quando non addirittura contigui – anche il giornalismo si è ribellato alla ‘Ndrangheta. Le prime vittime sono stati questi 21 colleghi. Silenzio stampa.

Andare oltre. Il confine è impercettibile. Basta trovarsi di un millimetro dall’altra parte della barricata e diventi spione, uno che non fai più il tuo mestiere che è quello di stare buono nella tua cuccia, di farti gli affari tuoi. Bastano trenta righe in cronaca e ti mettono il marchio di sbirro. Qualcuno se ne frega e scrive, qualcun altro evita. La normalità che diventa coraggio. Tutti hanno paura ma solo qualcuno va dritto per la sua strada. Isolato dentro e fuori il suo ambiente, compatito e a volte anche attaccato dai colleghi ("Chi te lo fa fare", "Te la sei cercata", "Sei un imprudente"), scansato come un cane rognoso. E intimorito dagli uomini di mafia o dai ras locali che ai boss tengono bordone. Una notizia in più porta sempre guai. Meglio non scrivere.



Botte, minacce e tanto coraggio
La storia dell'uomo di Telejato Pino Maniaci, direttore di Telejato

A Pino Maniaci, editore-direttore dell'emittente di Partinico, la tessera dell'Ordine hanno dovuto darla per forza, dopo che qualcuno l'aveva denunciato per esercizio abusivo della professione. Dai microfoni della Tv, lo scontro diretto con i boss
Dai microfoni della sua tv, Telejato, a Partinico, da sempre roccaforte dei corleonesi con lo scettro in mano ai sanguinari boss della famiglia Vitale, Pino Maniaci non ha mai guardato in faccia nessuno. Gli affari, le complicità, la zona grigia che ha consentito alla mafia di trovare terreno fertile e di condizionare la vita della comunità li ha sempre denunciati, telecamera e microfono alla mano. E minacce, aggressioni, l'auto bruciata, botte e progetti di attentati rivelati da alcuni pentiti sono arrivati sempre puntuali. La scorta gliel’hanno dovuta dare per forza e la tessera di giornalisti pure. Perché Maniaci, direttore di una tv con grande seguito nel Partinicese, giornalista lo era solo di fatto. E, incredibilmente, è pure finito a giudizio per esercizio abusivo della professione giornalistica, denunciato da non si sa chi. Un record di querele alle spalle, poco meno di duecento, picchiato per strada dal figlio del boss Vito Vitale che poco aveva gradito un suo servizio che lo riguardava, Maniaci alla fine è stato assolto da un giudice che ha citato l’articolo 21 della Costituzione e la tessera dell’ordine dei giornalisti se l’è guadagnata sul campo. 

Prima la battaglia contro la distilleria Bertolino e l’inquinamento ambientale della zona, poi le denunce sulle cave gestite dai mafiosi, sui centri commerciali, sul business dell’acqua e, da ultimo, quella sui nuovi insospettabili pronti ad andare a braccetto con i vecchi boss che stavano per uscire dal carcere. "Stiamo vivendo un momento molto difficile - ha detto Maniaci a novembre dell'anno scorso, dopo un periodo di attentati e dopo aver fatto i nomi dei boss e dei loro amici tornati in libertà - è in corso uno scontro mafioso tra gruppi di potere. Abbiamo annunciato in tv che siamo pronti ad additare alla pubblica opinione i mafiosi che tornati in libertà rialzano la testa. E ancora una volta Telejato è isolata in questa battaglia".



Angela, 25 anni, cronista di paese, inque pistolettate sulla macchina
La storia della giovanissima giornalista di Cinquefrondi, Calabria.
I mafiosi si tengono informati: leggono giornali, siti internet, guardano filmati e poi reagiscono
a quelle notizie che per loro sono dannose. E spesso chi è minacciato o trattato da "infame"
per aver fatto il suo mestiere viene isolato e lasciato solo da chi dovrebbe tutelarlo

Giornalisti circondati, assediati, controllati. Più di tutti gli altri però sempre i calabresi, perennemente presi di mira da qualche potente infastidito dalle loro cronache. Angela Corica ha solo 25 anni ed è stata testimone oculare dell’assalto alla sua auto. Cinque colpi di pistola. Era corrispondente del giornale locale da Cinquefrondi, un piccolo comune della Piana. Nino Monteleone ha 27 anni e anche la sua macchina è saltata in aria. Sul blog raccontava dei boss Serraino e della loro latitanza protetta dai picciotti di altre famiglie. Una notizia nella notizia che anche gli inquirenti non conoscevano: significava che tutti i clan di quella zona rispondevano ad unico comando. Averlo fatto sapere, gli è costato molto. Il ricordo di Nino: "Una sera mi sono accorto che mi seguiva un’auto, appena entrato a casa ho sentito il boato". Quello contro Monteleone è stato l’unico attentato in Calabria contro i giornalisti su cui si sia fatta chiarezza. I due mafiosi che seguivano Nino avevano una cimice piazzata in auto. Si sentivano le loro voci mentre stavano per colpire. Nino, qualche settimana prima, aveva anche ripreso con la sua telecamera l’uscita dalla Questura di Reggio del boss Giuseppe Di Stefano mentre mandava e riceveva baci dai suoi picciotti: "Ci sono poche miglia marine che separano la Sicilia dalla Calabria ma è una distanza enorme. E mentre in Sicilia quando arrestano Provenzano e o Brusca sotto la Questura ci sono i palermitani che applaudono i poliziotti, qui a Reggio ci sono gli amici dei boss che li salutano".

I mafiosi si tengono informati. Leggono tutto. Giornali. Pezzi su Internet. Guardano filmati. Fanno confronti. Giudicano noi giornalisti. Non si fanno sfuggire niente gli uomini della ‘Ndrangheta. E poi rispondono. A Michele Inserra gli hanno mandato un "regalo": la cartuccia di un fucile da caccia. Allora Michele stava a Siderno, una delle capitali della Locride. Racconta: "I mafiosi non sopportano che ci siano giornalisti normali, una volta la ‘Ndrangheta era come un fantasma, tutti ne sentivano parlare ma poi dicevano che non l’avevano mai vista. Quella parola non bisognava scriverla, non bisognava pronunciarla. Ora sta cambiando, molto lentamente ma sta cambiando". Le cattive abitudini del vecchio giornalismo calabrese. Che poi qui erano anche le cattive abitudini dei poliziotti, dei magistrati, degli avvocati, degli imprenditori. Muto tu e muto io.

Chi prova a spezzare il muro dell’omertà entra nella lista. Francesco Mobilio c’è finito due volte. Francesco è un cronista di "bianca", nei suoi articoli non cita mai i nomi dei boss. Apparentemente s’occupa d’altro. Apparentemente. Ogni mattina fa il giro delle stanze del Comune di Vibo Valentia, riferisce di consigli comunali e riunioni di giunta, pubblica inchieste sui problemi della città. Come quella sull’edificio che a Vibo chiamano "il palazzo della vergogna", una costruzione abbandonata da più di quindici anni proprio nel centro storico. Un sindaco aveva avuto la bella idea di abbattere l’edificio, espropriare i terreni e progettare una piazza. Francesco ha fatto la sua cronaca. Minacce di morte e pallottole al sindaco e a lui. Nessuno ha mai individuato i mandanti dell’intimidazione, la piazza non si è mai fatta e il palazzo della vergogna è sempre nel cuore di Vibo Valentia. Un passo falso Francesco? "Ho scritto quello che era giusto scrivere". Come la volta dopo. Un cortile a pochi metri dal Comune che era diventato luogo di spaccio. Articolo in prima pagina sul Quotidiano e l’auto della fidanzata di Francesco che prende fuoco una notte sotto casa. Infame anche lui.

Come gli altri nostri colleghi della Calabria che non si tirano indietro. Michele e Francesco, Giuseppe e Nino, Angela, Lucio, Filippo, l’altro Michele, Agostino, Leonardo, i due Antonio, Fabio, Lino, Alessandro. Tutti con il vizio di scrivere. Infami.



Dare "Ossigeno"
a chi non vuole tacere

Alberto Spampinato, "quirinalista" dell' Ansa. In memoria del fratello Giovanni,
ucciso nel 1972 da mafia e eversione nera, ha fondato "Ossigeno per l'Informazione",
che registra tutto quello che la criminalità organizzata fa per colpire la libertà di stampa

"Ho capito che il meccanismo che ha ucciso mio fratello è ancora attivo"
Perché il giornalismo fa paura? C’è una strategia contro chi cerca di informare correttamente, contro chi non si piega alle voglie di Cupole criminali e Cupole politiche? "Ci sono colleghi che si ostinano a fare fino in fondo il loro lavoro e questo sta diventando molto rischioso", risponde Alberto Spampinato, un bravissimo giornalista siciliano – segue per l’agenzia Ansa i Presidenti della Repubblica – che nel 2007 ha avuto l’idea di far nascere un Osservatorio - Ossigeno per l’Informazione - sui cronisti sotto minaccia. Trentanove anni fa, nel 1972, Alberto ha perso un fratello. Si chiamava Giovanni, era corrispondente dell’Ora da Ragusa: lo assassinarono mafia ed eversione nera. Dopo avere scritto un libro su Giovanni, Alberto Spampinato si è buttato in questa avventura al fianco dei colleghi: "Ho capito che il meccanismo che aveva ucciso mio fratello è tutt’ora attivo e continua a macinare vite di giornalisti".  L’Osservatorio ha un contatore che registra i nuovi casi di intimidazione e pubblica tutto quello che di infido o letale c’è intorno al mondo del giornalismo italiano. Dice ancora Spampinato: "Delle minacce ai giornalisti nessuno parla e quando se ne parla si dice "è il quinto della settimana" o è "l’ennesimo attentato". Si usano proprio queste espressioni sui nostri giornali. Abbiamo cominciato a monitorare il fenomeno e adesso cerchiamo di far sapere a tutti cosa rischiano alcuni nostri colleghi che scrivono quello che molti altri tacciono".

E dicono quello che altri non dicono. Come fa Pino Maniaci dagli schermi di TeleJato a Partinico. Bombe e atti incendiari perché parla ogni giorno delle "famiglie" e dei suoi intrecci. L’ultimo anonimo: "Lascia il paese o ci pensiamo noi alla tua famiglia: la sentenza è stata emessa". Come fa Enzo Palmesano, che da anni svela le contiguità fra i camorristi Ligato e Lubrano e uomini politici a Pignataro Maggiore. Per un articolo troppo preciso Enzo ha ricevuto un’infinità di intimidazioni e una querela-ritorsione (presentata dal cognato di un boss) che l’ha "incastrato" per 7 anni e 3 mesi. Solo qualche settimana fa Enzo è stato assolto. E solo qualche settimana fa ha presentato denuncia alla questura di Caserta per una minaccia via-facebook lanciata da un gruppo che sosteneva l’ex sindaco di Pignataro Maggiore, Giorgio Magliocca, quello che stava nella segreteria politica del sindaco di Roma Alemanno ma che al suo paese trafficava con i boss. E come fanno Tina Palomba e Marilena Natale nelle terre di Gomorra. E come fa Gianni Lannes, freelance pugliese che disvela misteri sulle navi dei veleni. Come fa il siciliano Nino Amadore, che dalle colonne del Sole 24 Ore racconta il pizzo fra le due sponde dello Stretto.

"Sei morto", è il messaggio che ha trovato sulla scrivania Daniele Camilli, redattore de L’Opinione di Viterbo. Prima l’avevano seguito di notte a Vetralla, il suo paese. Avevano fatto anche irruzione in casa sua, gli avevano danneggiato l’auto e il motorino. Nei cunicoli di Viterbo Daniele aveva scoperto una trentina di scavi clandestini, reperti archeologici sui quali hanno allungato le mani le organizzazioni criminali. Scrive inchieste sulle infiltrazioni camorristiche nella zona, sul gran numero di sportelli bancari che aprono in provincia, sul business delle cave. E tanti articoli sulla misteriosa morte di Attilio Manca, un urologo originario della provincia di Messina trovato morto l’11 febbraio del 2004 nella sua abitazione di Viterbo. Ufficialmente suicida, l’urologo soggiornava a Marsiglia proprio nei giorni – ottobre 1983 – in cui Bernardo Provenzano era in quella città per farsi operare alla prostata. Daniele Camilli ha seguito il caso, rilanciato il sospetto degli investigatori su un possibile collegamento fra il falso suicidio di Manca e la trasferta in Francia del boss di Corleone. "Ogni pezzo che pubblico diventa un problema, dall’ambiente dove ti hanno visto nascere e crescere ti aspetti un po’ di calore e comprensione e invece ti salgono fino a casa per chiederti conto e ragione di ogni riga". Daniele ha preso adesso una decisione: "Non ce la faccio più, alla fine dell’estate me ne vado da Vetralla, qui non posso più abitare".



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