Trentanove milioni di euro. L'addebito è pesante, ora che un magistrato contabile si è spinto oltre il confine una volta inviolabile di Palazzo dei Normanni. Una stangata rischia di abbattersi sui deputati della commissione Sanità che decisero di allargare il parco ambulanze siciliano, determinando un "ingiustificato" aumento dei costi del 118. E con loro, con i sette parlamentari che votarono quell'atto, la Corte dei conti presenta la fattura anche alla seconda giunta Cuffaro che diede il via libera definitivo all'incremento dei mezzi di soccorso: fra il 2005 e il 2006, in piena campagna elettorale per le regionali, il numero delle ambulanze salì da 158 a 256. Quanto bastava per far salire a bordo oltre 1.700 nuovi autisti soccorritori.
La vicenda risale all'autunno di cinque anni fa. La giunta, il 20 settembre del 2005, deliberò di potenziare il servizio di emergenza urgenza. Il 4 ottobre successivo l'allora assessore alla Sanità Giovanni Pistorio - basandosi anche sull'esito di una precedente conferenza di servizi - firmò un atto aggiuntivo alla vecchia convenzione fra Regione e Croce rossa che dotava il servizio di 64 nuove ambulanze. Nello stesso atto veniva portato da 10 a 12 il numero dei soccorritori da destinare a ogni ambulanza. E questo perché, nel frattempo, le ore settimanali per addetto erano state ridotte da 36 a 30. Tutto ciò poteva consentire all'assessorato di assumere il personale che aveva superato il corso Ciapi e il concorso Sise.
Ma le maglie si allargarono ancora, di lì a
qualche giorno. Perché l'atto aggiuntivo firmato da Pistorio finì
all'esame della sesta commissione dell'Ars. E lì, nella seduta del
19 ottobre, nell'esprimere parere positivo al provvedimento, sette deputati
votarono anche due emendamenti che incrementavano il parco mezzi con ulteriori
49 ambulanze. Bisognava pensare pure, la motivazione ufficiale, ai precari
che non avevano superato il corso Ciapi e il concorso Sise ma che erano
stati impegnati come lavoratori interinali dalla stessa Sise.
Gli emendamenti non passarono all'unanimità.
L'allora diessino Antonello Cracolici votò contro, il margheritino
Giovanni Manzullo si astenne. Quei due deputati dell'opposizione, con quella
mossa, hanno evitato la contestazione di responsabilità inviata
invece a 18 esponenti politici di centrodestra: l'ex governatore Salvatore
Cuffaro, dieci assessori, e sette componenti della commissione Sanità
capitanati da Santi Formica, oggi vicepresidente dell'Ars. A tutti la Corte
dei conti chiede di fornire delle giustificazioni, prima del probabile
processo.
L'iter, in effetti, si chiuse con una delibera che
determinò costi aggiuntivi pari a 43 milioni di euro annui. "La
scelta del governo e quindi della commissione Sanità dell'Ars di
incrementare mezzi e personale non era funzionale a migliorare il servizio
bensì a risolvere problemi occupazionali", scrive Albo negli "inviti
a dedurre". E ancora: "Il 118 è stato potenziato con mezzi non necessari
e personale diverso dai profili qualificati (medici e infermieri professionali).
Ma anche trasgredendo - continua il procuratore - la previsione delle linee
guida nazionali e regionali che richiedevano la presenza di medici su ogni
mezzo". L'allora assessore Pistorio, oggi, si giustifica così: "Io
ho aderito volentieri a un orientamento dell'Ars che mirava a un'assistenza
capillare sul territorio. Quei soldi, di certo, non li abbiamo buttati".
Ma quando i magistrati contabili presero a indagare sull'affaire 118, l'Ars si rifiutò di fornire le generalità dei membri della commissione Sanità e i verbali della seduta oggetto dell'indagine. Ne nacque un ricorso alla Consulta, da parte dell'Assemblea che opponeva l'insindacabilità degli atti del parlamento regionale.
Ma la Corte costituzionale ha stabilito che "l'Ars,
non diversamente dai consigli regionali, soggiace in alcuni casi al potere
di indagine della Corte dei conti". Il Parlamento regionale agisce pure,
a volte, come "autorità amministrativa". Insomma, i deputati che
votarono l'aumento delle ambulanze sono privi delle "guarentigie" previste
dallo Statuto. Se ritenuti colpevoli, dovranno pagare di tasca propria.
Ma il presidente dell'Ars Cascio rimane perplesso: "Rispetto le sentenze
della Corte Costituzionale, ma è gravissima la violazione delle
prerogative istituzionali dell'Ars da parte della Corte dei conti. Qui,
peraltro, siamo in presenza di un atto motivato anche dall'esito di un
paio di conferenze di servizi. In ogni caso - conclude Cascio - stiamo
correndo un rischio altissimo: d'ora in poi, alla paura della firma di
qualche amministratore, si unirà la paura del voto dei parlamentari".
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