Mafia, Raffaele Lombardo sotto inchiesta a Catania
"Concorso esterno con la mafia"
L'ipotesi di reato è concorso esterno in associazione mafiosa. Indagati anche il fratello Angelo e l'Udc Fagone.
Nel mirino i rapporti con il boss Vincenzo Aiello. La replica: "Non so chi sia, mai fatto affari con Cosa nostra"
F. VIVIANO e A. ZINITI

CATANIA 29 marzo 2010 -  Il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e suo fratello Angelo sono indagati a Catania con l'accusa di "concorso esterno in associazione mafiosa". Indagati anche il fratello Angelo e l'udc Fagone

La decisione è stata presa dalla procura etnea sulla base di un corposo rapporto di tremila pagine confezionato dai Carabinieri del Ros. Il dossier, all'esame del Procuratore della Repubblica, Salvatore D'Agata, fa riferimento alle relazioni tra il Governatore e il fratello, deputato nazionale, con alcuni boss.

Nel faldone top secret, spiccano le rivelazioni di un pentito e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra il capo assoluto della mafia catanese, Vincenzo Aiello, e i fratelli Lombardo. Con loro sono indagati anche un deputato regionale dell'Udc, Fausto Fagone, il sindaco di Palagonia, altri sindaci di comuni catanesi, numerosi amministratori comunali e provinciali, che sarebbero stati eletti grazie al "massiccio" appoggio ed "impegno" delle cosche mafiose del clan storico di Cosa nostra che faceva capo a Nitto Santapaola e che ora è capitanato da Vincenzo Aiello. Quest'ultimo è stato arrestato qualche mese fa durante un summit in cui si discuteva se aprire o meno una guerra contro le bande criminali catanesi, degli appalti da gestire e di come "comunicare" con il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo che - una volta eletto a capo del Governo Siciliano - aveva eretto una vera e propria barriera per evitare intercettazioni telefoniche e "contatti" compromettenti.

Accorgimenti che non hanno impedito agli investigatori del Ros di ricostruire, in due anni di indagini, le relazioni tra i fratelli Lombardo con i boss di Catania, in particolare con Vincenzo Aiello, "capo Provincia" di Cosa nostra, ed altri esponenti della malavita che durante il periodo elettorale si erano trasformati in "galoppini" raccogliendo, con le buone o con le cattive, migliaia di voti per fare eleggere Raffaele ed Angelo Lombardo, ed altri esponenti politici segnalati alle cosche mafiose. "Raffaele ha creato un circuito chiuso" diceva Vincenzo Aiello ai suoi uomini e alla persona (identificata ed indagata) che faceva da "corriere" tra Lombardo ed il capomafia riferendo soltanto "a voce".

Nelle conversazioni intercettate dai carabinieri del Ros anche le "critiche" che il capomafia faceva a Raffaele Lombardo, per avere voluto nella sua giunta, magistrati-assessori, Massimo Russo, ex magistrato antimafia a capo dell'assessorato alla Sanità, Giovanni Ilarda, ex assessore alla Presidenza della Regione e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un'autobomba nel 1983. "Raffaele ha fatto una "minchiata" a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo" commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i suoi "picciotti" e riferendosi al fatto che proprio in quei giorni un alto funzionario della Regione Siciliana era stato indagato per l'appalto relativo all'informatizzazione della Regione.

Agli atti dell'inchiesta, coordinata direttamente dal Procuratore D'Agata ed affidata al procuratore aggiunto Gennaro e ad altri quattro sostituti, ci sono ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali che inguaiano il fratello del Presidente ed il suo autista "personale". Quest'ultimo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Ros, teneva i rapporti ("da vicino e mai al telefono") con i boss e gli altri esponenti delle famiglie mafiose. La sua automobile era stata imbottita anche di microspie, ma l'autista, le aveva scoperte e in automobile non parlava più.

Un'altra parte dell'inchiesta, molto corposa, riguarda gli "affari" dei fratelli Lombardo e di esponenti politici e funzionari regionali a loro legati che hanno sostituito i burocrati fedeli all'ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro (anche lui indagato, processato e condannato per favoreggiamento a Cosa Nostra), che controllano ormai tutti i punti vitali della spesa pubblica siciliana, dalla Sanità ai finanziamenti europei, alla formazione professionale, al grande business dell'energia alternativa, fino alla gestione dei rifiuti. L'inchiesta è ormai conclusa, i fratelli Lombardo rischiano la richiesta di arresto. Raffaele, anche se presidente della Regione, non gode dell'immunità parlamentare, per il fratello Angelo, invece, sarebbe necessaria l'autorizzazione della Camera dei deputati.
 
Un "califfo" nella palude siciliana
Raffaele LombardoMoralizzatore e procacciatore di poltrone:
I due volti del governatore
A Micciché ha detto: "O con me o con il Pdl". E al Pd: "Possibili accordi in futuro"
Ha ostentato il divorzio con l'ex amico Cuffaro.
Il federalismo del Sud è il suo vessillo anche il neo-boss Liga bussò da lui

 29 marzo 2010 ATTILIO BOLZONI

L'ultima volta che ha parlato in pubblico è stato un po' più borioso e insolente del solito persino con i suoi amici di sempre. Ha detto l'altro giorno: "Siamo al crepuscolo del berlusconismo".

E ha annunciato l'altro giorno: "Dopo le elezioni regionali noi ripartiremo con il Partito del Sud". Dopo le elezioni regionali ripartirà da dove era partito anche l'altro governatore della Sicilia: da un sospetto di mafiosità. E' il destino che tocca a tutti i potenti dell'isola, i troppo potenti e prepotenti. 

Dopo Totò Cuffaro anche Raffaele Lombardo entra nel labirinto del "concorso esterno", telefonate ambigue, relazioni pericolose, amicizie fatali. Proprio lui che si vantava di non volere stringere la mano a nessuno, che non era come quel Totò vasa vasa che si mischiava con tutti a battesimi e matrimoni e prime comunioni in ogni paese e in ogni borgata della città. Proprio lui che ci teneva alla fama di gelido, uno che non dava confidenza a nessuno tanto da sembrare un robot pieno di manie e di fobie. Era la sua forza in una Sicilia che cambia ma che non cambia mai. E si sentiva forte Raffaele Lombardo, fortissimo, l'incontrastato signore dell'isola. E anche tanto protetto nella sua Catania, ridotta a un feudo dove controllava pure l'aria che si respira, un califfo. E però, proprio da Catania, è arrivato il colpo mortale: le accuse d'intrattenere rapporti con gli eredi dei Santapaola, i peggiori mafiosi mai visti nella Sicilia che sta a oriente.

Moralizzatore (a parole) a Palermo e invasore di ogni palazzo di potere a Catania, tagliatore di teste nelle province che furono regno dell'ormai odiatissimo Cuffaro e procacciatore di poltrone dall'altra parte dell'isola, dichiarazioni di guerra ai baroni della Sanità ad Agrigento e dichiarazioni di pace con quelli di Caltagirone e Piazza Armerina, un dottor Jeckill e un mister Hide ecco che cosa è stato il governatore Raffaele Lombardo in questi quasi due anni al comando di una Regione che è sempre un Eldorado. Mese dopo mese ha dedicato tutto se stesso per cancellare le influenze del "cattivo" Cuffaro (un vecchio amico che non ha esitato a tradire alla prima occasione) e a presentarsi sulla scena politica come l'innovatore, il "moderno", l'incorruttibile, l'efficiente, il duro che non scende a patti con nessuno. Ha riempito la sua giunta di magistrati, ha chiamato accanto a sé imprenditori di nome, si è circondato di facce pulite per continuare a fare quello che aveva fatto - ma senza mai nascondersi - il suo predecessore. Quell'altro fermo sempre alle Madonne e all'antico amore democristiano, lui - Raffaele - sempre più "leghista". Del Sud. Sempre più infervorato con l'autonomismo, sempre a chiedere "zone franche" per la Sicilia, sempre a parlare di federalismo e sempre a marciare per protesta contro il Ponte che non si fa più. Intanto ha raccattato tutti i "cuffariani" che poteva raccattare. 

A Gianfranco Micciché qualche giorno fa ha dato un ultimatum: "Ti devi decidere: o stai con il Pdl o con noi del Partito del Sud". A quelli del Pd ha lanciato l'amo: "Non escludo possibili accordi futuri di governo con voi". Abile prestigiatore, un vero giocoliere. Alle regionali sarde si era alleato con la destra di Francesco Storace, alle Europee dell'anno scorso si diceva in sintonia perfetta con Vendola e Bassolino e Loiero "per difendere tutti insieme gli interessi del Mezzogiorno". Destra, sinistra, ex fascisti, ex e post comunisti: sta con tutti e con nessuno. E' uno che è stato solo e sempre con se stesso Raffaele Lombardo. 

Il suo nome alcuni mesi fa affiorò in una "breve" di cronaca sulle pagine interne dei quotidiani locali: "Archiviata dalla procura di Catania un'indagine di mafia che ha sfiorato il governatore". Sette righe per raccontare il fatto. "A me avete dedicato intere collezioni di giornali per molto meno", si lamentò Totò Cuffaro. Archiviata e a quanto pare riaperta quell'indagine di mafia che sembrava sepolta per sempre.

Il suo nome qualche giorno fa è circolato anche per quell'architetto che chiedeva udienza da lui, quel Giuseppe Liga arrestato come mafioso, uno che andava in giro per Palermo a cercare "angeli da fare", picciotti da combinare, da far diventare mafiosi. Chissà che cosa si saranno mai detti il governatore e l'architetto? Chissà se il governatore si sarà mai accorto di certi personaggi che ogni mattina arrivano nelle alte stanze della sua Regione per trattare e trafficare, barattare e appaltare. Uomini senza passato e uomini con una "storia". Come quel Tonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano arrestato per mafia (assolto) e traffico di stupefacenti (condannato) che fino a un paio di anni fa era in contatto epistolare con Matteo Messina Denaro, il latitante di Cosa Nostra più ricercato del momento. Si scrivevano lungissime lettere: Vaccarino si firmava "Svetonio" e Matteo Messina Denaro si firmava "Alessio". L'ex sindaco, che ha sempre avuto buoni amici anche nel servizio segreto civile, dicono che sia diventato un abituale frequentatore anche della Presidenza della Regione Sicilia. Chi saranno mai lì dentro i suoi amici? 
 


Ora Palermo ha il suo re Mida: È Gaetano Armao

 28 marzo 2010 Lirio Abbate
È Gaetano Armao, l'assessore più ricco della Sicilia. Arbitra i fondi pubblici ed è consulente di aziende in affari con la Regione. E i magistrati indagano sulle sue attività per capire se è in conflitto d'interessi  Sostiene la 'cultura della legalità' da diffondere fra i dipendenti della Regione siciliana ma allo stesso tempo l'assessore Gaetano Armao conclude affari personali con misteriose società britanniche. Storie incongruenti che vedono protagonista il palermitano avvocato amministrativista di 48 anni, ex console onorario del Belize, pupillo 'tecnico' del presidente della Regione Raffaele Lombardo che lo ha nominato da pochi mesi alla guida dei Beni Culturali.

Armao sembra non averne mai abbastanza del denaro. Il suo giro d'affari è così alto da farne uno dei primi contribuenti nell'Isola, ma anche uno dei super consulenti con fatturato da capogiro, tanto da dimenticare, come lui stesso ha affermato in un'intervista, che un'azienda che aveva un contenzioso con la Regione gli doveva pagare una parcella da 2 milioni e 400 mila euro. Consulente giuridico del ministro Bondi, l'assessore è anche il Trustee di Stefano Ricucci.

È stato Gianfranco Miccichè a scoprirlo, facendolo nominare consulente in aziende a partecipazione pubblica, dove i soldi scorrevano a fiumi. Lombardo gli ha affidato la 'cabina di regia', una sorta di agenzia che decide al posto degli assessorati le somme da spendere per la comunicazione. E mentre in Sicilia le fabbriche chiudono e non si creano nuovi posti di lavoro perché la burocrazia regionale è "nemica dello sviluppo" (come denuncia l'assessore all'Industria Marco Venturi), Armao firma il finanziamento di 2 milioni e 600 mila euro per fiere e campagne pubblicitarie, con partecipazioni a esposizioni da Shanghai a New York e Los Angeles. Londra, la città preferita dall'assessore-avvocato è tenuta fuori.

Nella City Armao va a fare shopping, ma in Gran Bretagna ha interessi finanziari. Come risulta a 'L'espresso', è qui che ha sede la Pimlico Properties & Investiments limited (già Rometown limited) società che fa operazioni finanziarie e sembra avere punti in comune con Armao, a cominciare dal grande appartamento di Palermo (del valore di oltre 2 milioni di euro) in cui è residente l'assessore con la sua famiglia e dove aveva sede l'agenzia del consolato del Belize. L'unità immobiliare è stata acquistata dalla società britannica che è pure azionista al 90 per cento della Ambrosetti consultants srl il cui unico amministratore è Emma Ambrosetti, 77 anni, madre di Gaetano Armao. Altri immobili nella disponibilità dell'assessore sono intestati alla Rometown Limited. Perché Armao utilizza ancora oggi beni intestati ad una sigla misteriosa? Di questi retroscena era già a conoscenza Lombardo quando lo ha chiamato nella giunta affidandogli pure il delicato compito di gestire soldi pubblici? Un anno prima, nel maggio 2008 l'avvocato era stato intercettato dai Ros nell'inchiesta di Firenze sui Grandi Eventi. Il commercialista palermitano Pietro Di Miceli, già indagato per mafia e poi assolto, lo coinvolge - e lui accetta - in un affare su cui puntano i riflettori gli inquirenti. 
 

Anche i pm palermitani si occupano di Armao dopo le denunce per aggiotaggio presentate a novembre dal capogruppo del Pd all'Assemblea regionale. All'avvocato contestano il ruolo di consulente del gruppo Falck e al contempo di assessore che si occupava di trattare con gli imprenditori sia il maxi risarcimento dovuto per l'annullamento del bando dei termovalorizzatori (un affare da 5 miliardi di euro) che l'eventuale partecipazione del raggruppamento alle nuove gare. I magistrati vogliono pure chiarire se vi è conflitto d'interessi sulla positiva conclusione dell'accordo, portato avanti da Armao e firmato da Lombardo su un rigassificatore che coinvolge l'imprenditrice Margherita Stabiumi, socia di Enel nell'operazione.

La Stabiumi che all'epoca faceva coppia fissa con l'assessore, dal via libera ricaverebbe una rivalutazione del prezzo di cessione delle azioni: circa 23 milioni di euro. E accanto a lei c'era Armao.