Un libro scritto da Antonio Mazzeo nel 1991 che descrive gli scenari di oggi
Sicilia armata.
Basi, missili, strategie nell'isola portaerei della Nato
Da tempo siamo coscienti che all'interno di questi scenari bellici e pericolosamente destabilizzanti per il futuro degli assetti regionali,
la Sicilia ha trovato un suo ruolo da macabro protagonista, isola spartiacque del Mediterraneo armato
Antonio Mazzeo ARMANDO SICILIANO EDITORE 1991

Introduzione
 Guerra nel Golfo, libanizzazione di quella che è stata la federazione jugoslava, rigurgiti nazionalisti e conflitti interetnici nelle repubbliche del mosaico sovietico: sono gli eventi che hanno frantumato l'ingenua percezione di "sicurezza" che l'opinione pubblica mondiale aveva ricevuto dal processo di disgelo nei rapporti tra Est ed Ovest. Cadevano i muri a Berlino, ma paradossalmente, dopo l'espansione internazionale dei modelli di capitalismo selvaggio, altri se ne costruivano per "difendere" l'occidente dalle migrazioni dei dannati della terra, in lotta per il proprio diritto alla sopravvivenza. A questo abbiamo assistito nel 1991, l'anno dei generali e dei cannoni, delle città sventrate dai bombardamenti, dell'esodo forzato di centinaia di migliaia di profughi, in Medio Oriente come nella "cristianissima" Europa, vittime innocenti di guerre sempre più sanguinose e destabilizzanti. Persino le legittime e sacrosante lotte per l'indipendenza da parte di alcuni paesi dell'Est sembrano talvolta riportare la storia cent'anni indietro, quando il movente per l'"autodeterminazione", più che dall'affermazione delle libertà individuali e del rispetto dei diritti umani era ispirato dalla realizzazione del “libero mercato”. Eppure proprio le vicende seguite al "colpo di coda" di alcuni settori dell'establishment sovietico ormai al collasso, potevano essere un'occasione storica per cancellare dall'Europa gli ingenti arsenali nucleari accumulati dalle Superpotenze in oltre quarant'anni di guerra fredda. Ma a vedere i nuovi politici "con le stellette" litigare su chi debba tenere il dito sul bottone dell'olocausto, contendendosi i carri armati più sofisticati per "difendere" le nuove bandiere issate sui palazzi di governo, viene assai difficile pensare a un futuro di pace. Peggio ancora se si sposta l'obiettivo sul martoriato Medio Oriente. Quanto fragile e illusoria appare infatti la "pax americana" imposta nell'area con la guerra per continuare a perpetuare il pieno ed esclusivo controllo occidentale del flusso petrolifero e che gli Stati Uniti vorrebbero “cementare” indicendo una conferenza internazionale tanto iniqua quanto ipocrita. Una conferenza a cui non sia dato diritto di rappresentanza al popolo palestinese e che alla fine non sancisca la nascita di uno stato indipendente di Palestina nei territori di Gaza e di Cisgiordania, è destinata a fare da detonatore per nuovi e più tragici conflitti. Peggio ancora se non s'invertissero le attuali tendenze al riarmo esasperato dei Paesi dell'area mediterranea e mediorientale, bloccando l'accelerazione dei processi di militarizzazione e di nuclearizzazione di questo bacino. È atroce che non ci si renda conto che siamo giunti di fronte a un bivio ove non è permesso ad alcuno di imboccare la strada sbagliata, quella via da cui non c'è ritorno e che conduce diritta al baratro della civiltà.

 Da tempo siamo coscienti che all'interno di questi scenari bellici e pericolosamente destabilizzanti per il futuro degli assetti regionali, ha trovato un suo ruolo da macabro protagonista la Sicilia, isola spartiacque del Mediterraneo armato. Nonostante abbia fatto in passato da "ponte" e da luogo d'incontro e di scambio tra differenti popoli, culture e sistemi sociali, nell'ultimo decennio la Sicilia si è trasformata in "avamposto strategico" di quelle filosofie militari statunitensi ed alleate che tanto hanno contribuito a fare del Mediterraneo il mare per eccellenza del conflitto nord-sud per il controllo e l'uso delle risorse. Una testimonianza diretta di cosa rappresenti l'isola all'interno del quadro geo-strategico delineato dai signori della morte che siedono ai tavoli della Nato, l'abbiamo raccolta proprio durante la sporca guerra per il petrolio, quando essa ha fatto da trampolino di lancio per i bombardamenti alleati contro le popolazioni civili irakene. Un coinvolgimento diretto, inequivocabile, che non può non chiamare tra i banchi degli imputati per rispondere delle operazioni di sterminio e di crimini contro l'umanità, tutti coloro che hanno fatto sì che la Sicilia si trasformasse nella più grande portaerei nucleare del Mediterraneo.

 La guerra nel Golfo ha inoltre ridato avvio ad un nuovo e più articolato processo di riarmo e di  militarizzazione del territorio dell'isola, tendente al potenziamento delle principali infrastrutture militari esistenti e alla realizzazione di nuove basi strategiche, italiane e straniere. È stato dato il via, ad esempio, a un vasto programma di sviluppo qualitativo e quantitativo delle presenze statunitensi nella base di Sigonella; in gran segreto è stata allestita a Niscemi una delle più grandi stazioni di telecomunicazioni mediterranee della Marina USA; in sede Nato si è deciso il mantenimento dello status militare per la base di Comiso, che probabilmente farà da centro di coordinamento per il sistema missilistico “Patriot” che verrà installato a copertura del sud Italia, e da supporto logistico per le forze statunitensi di stanza in Sicilia. Di rilevanza strategica anche il potenziamento delle basi navali di Augusta e Messina, ove la Marina Militare ha schierato nuove unità di superficie e alcuni sottomarini che allargano a dismisura nel Mediterraneo il raggio operativo delle forze navali; a Trapani si è dato vita invece ad un imponente dispositivo militare che ha trasformato la città in una vera e propria superfortezza interforze. Presso il vicino aeroporto di Birgi sono stati schierati alcuni bombardieri nucleari statunitensi, mentre è stato trasferito in città un battaglione di bersaglieri proveniente dal nord Italia. La Brigata "Aosta", il reparto dell'Esercito presente in Sicilia, è al centro di una vera e propria rivoluzione di tipo organizzativo: essa si sta trasformando in forza armata ad "alta mobilità", sempre più "flessibile" dal punto di vista operativo, ed ha acquisito al proprio interno nuove unità e nuovi e sofisticati sistemi d'arma. A tutto ciò si aggiunge la sempre maggiore interscambiabilità civile-militare dei più grandi aeroporti dell'isola (Punta Raisi, Fontanarossa, Pantelleria e Lampedusa) e delle infrastrutture portuali, con Palermo, Messina e Catania sempre più sottoposte ai rischi derivanti dalla sosta di unità navali a capacità nucleare.

 Parallelamente a questa espansione delle infrastrutture militari, in questi ultimi mesi la Sicilia ha visto accrescere il proprio ruolo di “laboratorio” delle nuove scelte di politica militare dell'occidente, ospitando due vertici di rilevanza storica, quello della U.E.O., l'Unione dell'Europa Occidentale a Palermo, e quello del Gruppo Interministeriale di Pianificazione Nucleare della Nato a Taormina. Ce n'é abbastanza, crediamo, perché i siciliani non debbano tentare di avviare un lavoro che per quanto possibile faccia da argine ad un processo di militarizzazione che alla fine potrebbe estendere i suoi effetti allo stesso pensiero e alla cultura di un popolo.

 Abbiamo così deciso di dar vita a questa pubblicazione che aggiorna i precedenti lavori di censimento delle infrastrutture militari ospitate in Sicilia; di esse se ne approfondiscono le funzioni prioritarie, i sistemi d'arma ed i reparti ospitati, i prevedibili assetti futuri. Abbiamo inoltre tracciato la mappa aggiornata dei centri di comando di guerra realizzati nell'isola, dei siti nucleari esistenti e di quelli potenziali, delle principali servitù militari e dei poligoni che soffocano le possibilità di sviluppo economico del territorio e ne impediscono il  recupero socio-ambientale. La veridicità delle informazioni, come è possibile constatare dalle note bibliografiche allegate, è garantita dal fatto che per questo lavoro abbiamo utilizzato esclusivamente fonti  documentali ufficiali di provenienza statunitense e i dati pubblicati dai principali quotidiani nazionali e stranieri e dalle riviste specializzate nel settore militare.

 Abbiamo preferito far precedere la descrizione della "Sicilia armata" da due capitoli generali che analizzano i processi di militarizzazione in atto nell'area mediterranea, inserendoli all'interno delle nuove strategie politico-militari che la Nato sta elaborando in vista di una sua trasformazione e che approfondiscono inoltre quello che è stato definito il "nuovo modello di difesa" italiano, affermatosi a partire dal 1980 grazie al trasferimento nel Meridione e in particolare in Sicilia di buona parte del dispositivo militare terrestre ed aereonavale, in modo da assicurare all'Italia il ruolo di "paese guida" del Fronte Sud della Nato.

 Crediamo che questa pubblicazione possa fare da stimolo perché finalmente ricercatori, associazioni, forze politiche di opposizione avviino una seria e proficua discussione che abbia come fine la realizzazione di un "osservatorio permanente" sulla militarizzazione della Sicilia, creando così una vera e propria “banca dati” sui processi di riarmo in atto che estenda progressivamente il proprio intervento al "monitoraggio" del Fianco Sud alleato e dell'intero bacino mediterraneo. La realizzazione di un tale osservatorio sarebbe il primo passo per avviare programmi di ricerca che valutino l'impatto socio-economico ed ambientale dei processi di militarizzazione del territorio, una condizione essenziale perché si rilanci su basi sempre meno "emotive" ed "irrazionali" l'intervento del pacifismo siciliano.

 Siamo certamente consapevoli che questo nostro lavoro di ricerca tra i tanti limiti, possiede quello di non aver potuto offrire il quadro della cosiddetta "militarizzazione occulta", cioè di quel processo di convergenze parallele e di mutua interazione che vede vertici militari, corpi separati dello stato, servizi segreti stringere complesse alleanze con settori del mondo politico, imprenditoriale e della grande e piccola criminalità mafiosa. Non ce la siamo sentiti di tentare l'ingresso nel tunnel dei misteri dell'isola, rimandando ad altri lavori la possibilità di iniziare a sciogliere i nodi delle tante operazioni "Gladio" che pensiamo siano state portate avanti in questi anni in Sicilia per rafforzare il blocco di potere conservatore ed impedire che si sviluppassero con forza ampi processi di democratizzazione e di agibilità politica e sociale.

Siamo tuttavia convinti che la pubblicazione della nuova "mappa" dell'isola guerriera sarà di disturbo per coloro che sperano di far passare nel silenzio i propri progetti di conversione bellica del territorio siciliano, magari ben protetti da certa stampa regionale che alle inchieste in materia ha preferito le veline delle Forze Armate. Ciò lo diciamo in seguito a quanto abbiamo potuto assistere tutte le volte che si è tentato nell'isola un'opera di controinformazione sui progetti di guerra allestiti da comitati d'affare e signori della guerra. Pensiamo alle intimidazioni contro chi ha denunciato il binomio missili-mafia, agli arresti contro chi ha pubblicato o esposto innocue piantine con basi e caserme, alle minacce contro chi ha casualmente scoperto i lavori segreti di realizzazione del più grande centro di telecomunicazione USA nel Mediterraneo. Non nascondiamo il nostro intento volutamente provocatorio di far conoscere ai siciliani ciò che alcune ridicole leggi fasciste vietano di far sapere. Viviamo in un Paese in cui continuano ad essere applicate norme che definiscono "spionaggio" perfino la raccolta di informazioni inerenti incidenti o esercitazioni militari. Il "military watching" ci sembra sempre più necessario quale piccolo atto di disobbedienza civile per affermare quanto contrasti con i principi di democrazia e di trasparenza il cosiddetto "segreto militare", un istituto che nella storia d'Italia è servito solo per occultare connivenze e responsabilità in stragi di stato, scandali e tentativi di “golpe”. È possibile sperare che le forze politiche diano vita a un serio programma di rinnovamento dei codici che spazzi via tutte quelle norme che bloccano i processi di partecipazione e di democratizzazione dal basso? O forse siamo destinati a far da cavie agli esperimenti dei nuovi apprendisti stregoni che hanno in Salò il quadro di riferimento per restaurare la seconda repubblica?



Nota:
Il volume Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato è stato pubblicato per la prima volta nel 1991 da Armando Siciliano Editore (Messina).

Capitolo 1 - Il Mediterraneo, un mare di guerra
La conoscenza dei principali fattori d'instabilità e degli elementi di micro e macro-conflittualità nell'area mediterranea
è una premessa fondamentale per comprendere lo sviluppo del processo di militarizzazione della Sicilia.

 Dal punto di vista geostrategico il Mar Mediterraneo è oggi concepito come quell'area che si estende dagli arcipelaghi delle Canarie e delle Azzorre (Oceano Atlantico) sino al Mar Rosso e al Golfo Persico, includendo a sud l'Africa sahariana sino al Corno d'Africa. Senza alcun dubbio è questa l'area più intensamente militarizzata di tutta la terra. Nel solo settore navale, nel Mediterraneo e nel Mar Nero operano circa 1.000 unità da guerra e oltre un migliaio di navi ausiliarie (navi anfibie, navi appoggio, ecc.). Ad esse si aggiungono un migliaio di aerei da combattimento e 250.000 marines ed aviatori(1). Enorme è persino il dispositivo nucleare imbarcato nelle flotte militari che operano in questo bacino. Normalmente nel Mediterraneo sono presenti in media qualcosa come 60 unità navali a capacità nucleare, appartenenti alle flotte di Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia ed Inghilterra. Complessivamente è stato calcolato che questi 4 paesi dislochino attivamente una media di 1.200-1.400 testate e 12-21 reattori nucleari(2).

 Non è pertanto casuale che è nel Mediterraneo che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si sviluppa la più accentuata e sanguinosa conflittualità al mondo. Nel solo arco di tempo che va dal 1945 al 1984, nell'area si sarebbero verificati ben 138 tra conflitti e colpi di Stato con oltre mezzo milione di morti(3). Un tragico bilancio a cui vanno aggiunti il milione di morti della guerra tra Iran e Iraq e le oltre duecentomila vittime irachene della recente guerra del Golfo. Il solo Medio Oriente è stato lacerato da quasi un quinto dei conflitti scoppiati nel dopoguerra.

È soprattutto a partire dal 1973, l'anno del conflitto arabo-israeliano che il Mediterraneo diventa il punto d'incrocio di relazioni e conflitti di tipo Est-Ovest e Nord-Sud. Da quell'anno la competizione tra i due blocchi politico-militari s'inasprisce in seguito al tentativo dell'Unione Sovietica di rafforzare significativamente la propria presenza nell'area mediterranea e mediorientale. Il sostegno dell'URSS al colpo di stato dei militari del 1974 in Etiopia, l'appoggio ai movimenti di liberazione di Angola e Mozambico che nel 1975 diventano indipendenti dal Portogallo, le buone relazioni con Libia, Siria e Yemen e sino al 1976 con l'Egitto nasseriano, e soprattutto l'invasione sovietica dell'Afghanistan del dicembre 1979, sono tutti elementi che mostrano all'occidente una mutazione dei rapporti di forza con l'Est in grado di minacciare gli equilibri stabiliti nella regione dopo la seconda guerra mondiale.

 Parallelamente alla politica sovietica di sostegno ai movimenti di liberazione e ai partiti marxisti al potere nei paesi del Terzo Mondo, i dirigenti sovietici cercarono di stabilire con alcuni trattati bilaterali basi militari per garantire alle forze armate una presenza più stabile nel Mediterraneo, dove transitano annualmente il 50% delle importazioni e il 60% delle esportazioni dell'URSS(4). Il maggiore impegno militare sovietico in quest'area non era comunque dettato solo da esigenze di tipo economico; la protezione del proprio contingente di missili balistici lanciati dal mare (SLBM) e l'interdizione delle linee di comunicazione della Nato nell'Atlantico assumevano infatti un valore chiave specie nell'ottica del confronto bipolare Est-Ovest(5). Tuttavia l'URSS, anche in seguito all'abrogazione del trattato di amicizia sovietico-egiziano nel 1976, non è mai stata in grado di superare la tradizionale inferiorità militare nel Mediterraneo nel confronto con l'occidente. L'Unione Sovietica, da sempre, ha  potuto contare solo su di un esiguo numero di basi navali in Etiopia, Yemen del Sud e Siria e di alcune facilities minori concesse da Jugoslavia ed Algeria, ben poca cosa se le si confronta con l'imponente dispositivo creato dagli Stati Uniti nel Mediterraneo (circa 200 installazioni militari e la presenza stabile della VI Flotta di norma costituita da 2 gruppi di portaerei a capacità nucleare(6)). Ciò nonostante, l'URSS per tutti gli anni ‘70 e per buona parte degli anni ‘80 tenterà di assicurarsi una significativa presenza navale nel Mediterraneo in modo da "arrestare" il cosiddetto "roll-back" imposto in questo scacchiere geo-strategico dalla politica militare statunitense(7). In quest'ottica la Marina sovietica che in passato era stata rilegata alla difesa delle acque territoriali, fu trasformata in strumento offensivo della politica mondiale dell'URSS. Venne avviato così un imponente programma di riarmo navale che vide un aumento del tonnellaggio delle unità e una loro maggiore rapidità d'intervento.  Ciò permise all'URSS di schierare permanentemente nel Mediterraneo una media di 50-55 unità navali(8), che nonostante le difficoltà di tipo logistico e l'impossibilità di disporre di portaerei in quest'area, garantirono alla Marina sovietica una sufficiente capacità d'interdizione e di deterrenza politico-militare.

 Ma ciò che più ha allarmato l'occidente fu il maggiore attivismo dell'URSS nel campo degli aiuti economici e  militari. Ad esempio, tra i 10 maggiori paesi ricettori di aiuti economici sovietici nel periodo 1954-1976, 7 erano mediorientali (Turchia, Afghanistan, Egitto, Algeria, Iran, Iraq e Siria)(9); mentre nel 1979 quasi il 90% del totale degli accordi sovietici per la fornitura di armi al Terzo Mondo riguardava paesi arabi, con Egitto, Iraq, Siria e Libia che da soli ricevevano il 70% del totale delle esportazioni militari sovietiche(10). L'URSS non disdegnava di fornire persino sistemi missilistici avanzati ai propri alleati mediterranei, come   nel 1985, quando in piena crisi USA-Libia, decideva di inviare al governo nordafricano 36 missili Sam-5, installandoli in 3 basi militari(11).

L'URSS ha operato nello scacchiere mediorientale anche grazie l'invio in massa di propri tecnici militari ai paesi "amici" dell'area; nel 1983 essi superarono le 11.000 unità e furono prevalentemente utilizzati  nell'addestramento dei militari locali, nell'assemblaggio dei sistemi d'arma e perfino nel loro diretto controllo operativo(12).

Questa politica espansionista sovietica alla lunga non poteva non influire negativamente nei rapporti con gli Stati Uniti e contribuiva così a interrompere il fragile processo di distensione Est-Ovest da poco apertosi dopo decenni di guerra fredda.

Con l'avvento di Reagan alla Casa Bianca (gennaio 1981), la competizione Est-Ovest s'inaspriva ulteriormente, acquistando un carattere nuovo: l'obiettivo degli Stati Uniti diveniva quello di abbattere la politica planetaria sovietica e di quei Paesi (Siria, Libia, Angola, Etiopia, Vietnam, Cuba, Nicaragua, ecc.) che si contrapponevano agli interessi imperialisti dell'occidente, così da riaffermare definitivamente la propria superiorità strategica e militare(13).
 

Il conflitto Nord-Sud
Più del confronto bipolare Est-Ovest, furono le tensioni  fra i paesi industriali del blocco occidentale e quelli della sponda sud del bacino ad accelerare i processi di militarizzazione del Mediterraneo. Principale causa del conflitto Nord-Sud in quest'area è stata la competizione per il controllo delle risorse petrolifere mediorientali. Fu la grave crisi petrolifera del 1973-1974, abbattutasi su un “establishment” finanziario internazionale già colpito dalla fine del sistema delle parità valutarie, a rendere esplicito a tutto l'occidente la sua stretta dipendenza dal Medio Oriente e dal Golfo Persico e la vulnerabilità del proprio modello di sviluppo dall'accesso alle fonti energetiche. Ma più di ogni cosa fu il comportamento dei paesi produttori di petrolio ad avere riflessi dirompenti sulla politica internazionale agendo come stimolo di aggregazione e di competizione. Come ha scritto Fulvio Attinà, "esso rivitalizza le aspettative dei paesi sottosviluppati e introduce nella competizione Nord-Sud il tema della contrattazione multilaterale per la creazione di un nuovo ordine economico internazionale"(14). Nuovo ordine economico a cui però gli Stati Uniti si opporranno anche grazie l'uso della forza militare, imponendo il modello del “libero mercato” e degli investimenti privati come strumento di sviluppo economico, impedendo qualsiasi ipotesi di negoziazione economica globale.

Il Mediterraneo viene così a sintetizzare il paradigma della contraddizione Nord-Sud, cioè del conflitto d'interessi tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, questi ultimi costretti a cedere risorse ai primi secondo il principio dello scambio ineguale, caratteristica questa dei rapporti di sfruttamento internazionale.  L'economia regionale viene fondata sul capitale multinazionale o su modelli di "capitalismo di stato" che non possono non accentuare le disuguaglianze tra centro e periferia, tra aree urbane e campagne, espandendo conseguentemente i ceti di sottoproletariato la cui unica possibilità di sopravvivenza non può che essere garantita dall'emigrazione di massa nei paesi europei. Al dramma del sottosviluppo si aggiunge la politica dissennata di buona parte delle classi dirigenti nazionali, incapaci di trovare un proprio ruolo autonomo e sempre più coinvolte o “strumentalizzate” dalle politiche di potenza e di dominio dei blocchi politico-militari. Tutto ciò genera nel Mediterraneo sempre più gravi tensioni e conflitti regionali.

All'instabilità, al rivendicazionismo e all'"irrazionalità" del Sud, l'occidente, ritrovata una nuova unità sotto la leadership degli Stati Uniti, non è capace di dare risposte significative se non quelle di un irrigidimento di ordine militare. L'unico sbocco contro quella che è stata definita la "minaccia da Sud" sarà inevitabilmente l'esportazione della guerra non solo nel Terzo Mondo ma anche contro il Terzo Mondo stesso(15). Gli eventi di questi ultimi mesi, caratterizzati dal conflitto scatenato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali contro l'Iraq, segnano l'epilogo di questa tendenza.
 

L'interventismo degli Stati Uniti nell'area mediterranea
Così a partire dal 1973 si può constatare negli Stati Uniti una sensibile evoluzione per ciò che riguarda la percezione della minaccia agli interessi americani in Medio Oriente e nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti, preoccupati di un possibile indebolimento strategico dell'Occidente decidono di rafforzare il proprio ruolo militare nella regione mediterranea sia per contrapporsi alla presenza sovietica e ai regimi definiti "nemici" (Iran, Libia, Siria), sia per garantirsi il pieno controllo delle vie di comunicazione e di transito delle materie prime e del flusso di investimenti americani nell'area. Sei anni più tardi, gli Stati Uniti danno vita a una serie di interventi diretti o indiretti nelle aree più critiche dello scacchiere mediterraneo e mediorientale, tentando di spostare a proprio favore le posizioni di confronto-scontro con il blocco orientale. È il caso del fallito tentativo di liberazione degli ostaggi USA prigionieri degli studenti islamici a Teheran, degli accordi militari stipulati con il Marocco in funzione anti-Polisario(16), degli "aiuti" per miliardi di dollari che gli Stati Uniti iniziano a fornire ad Israele, Egitto ed Arabia Saudita per cementare gli accordi di Camp David stipulati nel 1978 e creare così un fronte politico-militare conservatore in grado di proteggere le forniture di petrolio mediorientali(17). Nel novembre 1981, dopo aver fornito alcuni AWACS all'Arabia Saudita, gli Stati Uniti  sottoscrivevano con Israele un accordo di cooperazione strategica, al fine di "scoraggiare qualsiasi minaccia proveniente dall'URSS nella regione"(18). L'anno successivo il governo degli Stati Uniti varava un piano decennale straordinario di aiuti economici ad Israele di oltre 2.700 milioni di dollari(19).

Il ruolo di Israele quale partner militare privilegiato degli Stati Uniti in Medio Oriente, fu rafforzato nel 1984 con la firma di un accordo tra le forze aeronautiche dei due paesi che assegnava alcune basi di supporto e di rifornimento per l'addestramento dei piloti statunitensi in Israele, e sanciva il trasferimento di tecnologia indispensabile alla realizzazione del caccia israeliano "Lavi"(20). Nel 1986 Reagan decideva  un nuovo aumento degli aiuti militari ad Israele, portandoli da 400 milioni a 1.800 milioni di dollari su base annua, e congelava sotto la pressione della lobby ebraica residente in USA, la vendita di 40 caccia F-15 all'Arabia Saudita, il più importante alleato arabo in Medio Oriente(21). L'anno successivo l'aiuto economico ad Israele raggiungeva la cifra di 4.000 milioni di dollari.

Perfino il sostegno USA al golpe militare in Turchia può essere interpretato all'interno di una strategia flessibile e diversificata di proiezione nello scacchiere mediorientale e di rafforzamento delle proprie posizioni attorno ai confini dell'Iran, paese "destabilizzante" per gli interessi statunitensi nel Golfo Persico(22). Ma l'interventismo USA in Medio Oriente andò comunque ben al di là del mero sostegno economico ai paesi moderati dell'area. Gli anni ‘80 si caratterizzeranno per l'escalation della presenza diretta delle forze militari  degli USA nel Mediterraneo orientale e nel Golfo Persico, presenza inaugurata con l'invio di una flotta navale al largo delle coste libanesi nel 1981 e subito seguita dalla missione multilaterale in Libano a sostegno del governo Gemayel. Nel 1982 gli Stati Uniti rinforzavano anche la propria presenza nell'Oceano Indiano attraverso il potenziamento delle proprie basi aeronavali in Egitto, Kenya, Oman, Somalia, Arabia Saudita, Pakistan e nell'isola di Diego García. Anche la Marina potenziava progressivamente il proprio dispositivo militare. Nel 1987, in piena guerra Iran-Iraq, gli USA arrivavano a schierare nelle acque del  Golfo 24 unità da guerra e oltre 15.000 uomini(23).

A partire dalla seconda metà degli anni ‘70 l'interventismo politico-militare degli Stati Uniti si sviluppava anche nel Corno d'Africa, area strategica per il controllo del Mar Rosso, una delle principali rotte marittime per il commercio internazionale. Secondo quanto specificato dall'allora assistente del segretario di Stato USA per gli affari africani, Chester Crocker, l'Africa orientale assumeva un interesse vitale soprattutto a causa "della crescente dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di minerale combustibile e non combustibile di produzione africana"(24). L'intervento somalo del 1977 contro il governo etiopico alleato dell'Unione Sovietica, fu l'occasione per gli Stati Uniti per conquistare l'egemonia nel Corno d'Africa. Gli USA, dopo aver fatto da "supervisore" dei piani di aggressione somala(25), nell'agosto del 1980 firmavano con il governo di Mogadiscio un accordo che autorizzava le forze americane ad utilizzare le basi somale e in particolare la base navale di Berbera(26); contemporaneamente gli USA diventavano il primo fornitore di sistemi d'arma del paese africano garantendo oltre il 60% dell'import militare della Somalia(27).

Gli USA non disdegnavano persino un impegno in Ciad attraverso l'invio di consiglieri e di aiuti militari a sostegno delle forze armate comandate da Hissene Habré e sostenute dalla Francia in funzione anti-libica(28). E sempre contro la Libia interverranno militarmente in più riprese negli anni ‘80 (agosto 1981, primavera 1986, gennaio 1989), tentando inutilmente il rovesciamento del governo guidato da Gheddafi. Secondo quanto denunciato dal Washington Post, pur di eliminare Gheddafi, il governo USA, attraverso la CIA, avrebbe tentato più volte anche il colpo di stato in Libia (due volte nel solo 1985)(29).
 

La Rapid Deployment Force e le nuove dottrine di guerra degli Stati Uniti
Uno dei principali strumenti d'intervento diretto degli Stati Uniti nel Mediterraneo è stata la realizzazione  di un imponente numero di basi aeronavali in un'area geografica che dalle isole Azzorre (Portogallo) arriva sino al Pakistan. Esse hanno permesso l'installazione di una serie di infrastrutture di supporto tecnico-logistico della Rapid Deployment Force, la Forza di Intervento Rapido USA. Questa forza militare "flessibile", voluta dal presidente Carter nel 1977 "per contrastare un'invasione sovietica, salvaguardare il traffico petrolifero e garantire la stabilità dei regimi arabi moderati attualmente al potere"(30), fu resa operativa nel 1983 con la realizzazione del CENTCOM (Central Command), il Comando autonomo della RDF.

La Rapid Deployment Force, pur essendo una struttura totalmente autonoma delle forze armate statunitensi, ha ricevuto immediatamente il pieno e incondizionato sostegno degli alleati Nato del Sud Europa. L'Italia, ad esempio, sin dal 1982 autorizzò gli USA ad utilizzare la base di Sigonella in Sicilia per le operazioni di trasferimento della RDF nel Golfo Persico; contemporaneamente il battaglione dell'esercito americano 1/509th, basato a Vicenza, venne inserito all'interno della 82^ Divisione Aviotrasportata, quella che viene definita la "spina dorsale" della Rapid Deployment Force(31).

Il coinvolgimento degli alleati europei degli Stati Uniti non avvenne però soltanto attraverso l'installazione nel territorio di basi e strutture di supporto della RDF, ma anche grazie la costituzione di corpi nazionali di pronto intervento simili a quello americano, come ad esempio la Forza Mobile inglese e la Force d'Intervention francese(32). Anche l'Italia si adeguerà a queste direttive, dando vita alla FIR, la Forza d'Intervento Rapido e mutando in chiave aggressiva il proprio modello di difesa.

Gli Stati Uniti diedero vita alla costituzione della RDF nella regione mediterranea inserendola in un  una nuova dottrina militare, l'"Air Land Battle" che legittimava le forze armate statunitensi all'attacco preventivo e all'utilizzo di nuove e più sofisticate armi nucleari, innanzitutto i missili Pershing e i Cruise nelle versioni con lancio da terra, da unità navali e sottomarini, o da bombardieri in volo. Con l'Air-Land Battle le armi nucleari non sono più necessarie per un impiego “finale” in un processo di escalation militare ma possono essere utilizzate in modo precoce, in profondità(33). L'uso di esse e delle nuove “tecnologie emergenti” permette l'estensione del campo di battaglia fino ad includervi le forze nemiche con le quali non esista ancora uno scontro, in modo da "annientarle prima che esse si dispongano alla battaglia vera e propria"(34). Il tutto nell'idea che una guerra di dimensione nucleare possa essere comunque vinta e "limitata" nella sua estensione territoriale.

L'"Air Land Battle", dottrina codificata nell'agosto 1982 dall'Army Field Manual 100-5, non poteva non esaltare il ruolo e lo stile di combattimento della Rapid Deployment Force. Scrivono i ricercatori tedeschi Konrad Ege e Martha Wenger: "Ciò che probabilmente è di grave conseguenza per il Medio Oriente e il Nord Africa, è che il Field Manual 100-5 prescrive una 'forza relativamente piccola, rapidamente dispiegabile, dotata di armi nucleari' in grado di essere proiettata in regioni minacciate da sovversioni, invasioni e perfino dal terrorismo. Queste unità nucleari di dispiegamento rapido sarebbero in grado di intervenirvi prima, in un contesto in cui una forza convenzionale più grande si dispiegherebbe più tardi"(35).

L'"Air Land Battle" nella versione "2000", è stata presto assunta come dottrina strategica dalla Nato e identificata come "Follow on Force Attack" (Fofa) o più comunemente "Deep Strike" (Colpo in profondità, attacco alle forze di rincalzo) dal nome assegnatole dal suo ideatore, il gen. Bernard Rogers, ex Comandante in capo delle forze alleate in Europa (36).

Con il "Deep Strike", la Nato amplia notevolmente il proprio raggio operativo e di azione, sino a includere buona parte del territorio del Patto di Varsavia e legittima il proprio ruolo d'intervento out-of-area, ben al di là dei limiti definiti dal Trattato Atlantico, sino al Medio Oriente e al Golfo Persico.

Contemporaneamente al varo della RDF e all'applicazione strategica dell'Air Land Battle Doctrine, l'Amministrazione Reagan muta ruoli ed obiettivi della Marina USA, non più relegata a forza "passiva" o meramente dissuasiva, ma al contrario idonea ad "impadronirsi dell'iniziativa" e ad "attaccare e distruggere piuttosto che stare sulla difensiva". All'interno della nuova "US Maritime Doctrine" viene prevista la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti, in caso di crisi o in previsione di scoppio delle ostilità, deleghi l'ordine di aprire il fuoco al comandante della forza navale che si trovi sulla scena del conflitto(37). Egli ha la facoltà di colpire non solo in risposta ad un attacco, ma perfino quando a suo giudizio l'avversario sia animato da "intenzioni ostili".

Con la nuova Strategia Marittima prende il via un vasto programma di ammodernamento delle unità navali, che dal numero di 479 del 1980 vengono portate a 600 nel 1990, con 15 gruppi da battaglia, 100 sottomarini d'attacco, 100 fregate ed un adeguato numero di navi da scorta dotate del sistema di difesa Aegis(38). Quest'ultimo viene installato per automatizzare i sistemi di lancio, così da relegare ai computer di bordo l'ultima decisione in merito all'abbattimento di un potenziale bersaglio avvistato dai sistemi radar, accrescendo con ciò il rischio di conflitto nucleare per un errore di "discriminazione" elettronica. Infine, il governo USA dà il via al potenziamento del dispositivo nucleare navale installando sui sottomarini d'attacco e su numerose navi di superficie qualcosa come 4.000 missili da crociera “Tomahawk”, la versione dei missili Cruise lanciati dal mare (SLCM-Sea Launched Cruise Missile)(39).

Allo stesso modo dell'Air Land Battle e della RDF anche la Strategia Marittima è stata immediatamente adottata dalla Nato. Secondo quanto spiegato dall'Ammiraglio USA Wesley McDonald, già comandante della Flotta Atlantica della Nato, essa è "l'unica che rifletta gli imputs e i piani dei nostri alleati"(40). La "Maritime Doctrine" codifica infatti l'"escalation orizzontale", cioè l'estensione del conflitto dall'Europa centrale al Mediterraneo e al Medio Oriente; ben risponde pertanto alla mutazione strategica che ha visto la Nato negli ultimi anni proiettare sempre più aggressivamente le proprie forze verso il fronte meridionale.
 

Il fronte sud della Nato
L'Alleanza Atlantica considerò il Fianco Sud di importanza strategica secondaria rispetto al teatro dell'Europa centrale almeno sino al dicembre del 1967, quando fu approvato il cosiddetto "rapporto Harmel" che nel tracciare gli obiettivi futuri della Nato sottolineava l'esigenza di un maggiore impegno "nell'area sempre più esposta" del Mediterraneo, in cui gli eventi della guerra dei sei giorni avevano visto un maggiore attivismo militare dell'Unione Sovietica. Così nei due anni successivi venivano prese due decisioni importanti, l'attivazione a Napoli da parte di USA, Italia, Gran Bretagna, Grecia e Turchia, di un comando speciale alleato per il coordinamento delle operazioni di riconoscimento aeromarittimo (il "Marairmed")(41), e la costituzione della "Navocformed" una forza navale da attivare nel Mediterraneo su chiamata ("on call")(42). Contemporaneamente si dava il via a un sempre maggior numero di esercitazioni nel Mediterraneo della "ACE Mobile Force" (AMF), la forza multinazionale Nato a cui i paesi membri assegnano unità aeree e terrestri e si varava un vasto programma di potenziamento della rete alleata di avvistamento radar, con l'installazione di 10 siti in Italia, Grecia e Turchia(43).

È però in seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre del 1979 e allo scoppio della guerra tra Iran ed Iraq nel settembre del 1980, che si fecero più scarse le resistenze interne alla Nato per una sua maggiore proiezione nel Fronte Sud quale "chiaro segnale della risoluzione dell'Alleanza ai Sovietici"(44). Vengono così varate una serie di misure, ratificate nel "1981-86 Nato Force Goals" e nel Programma di Difesa a Lungo-Termine, comprendenti tra l'altro l'introduzione di maggiori attrezzature per la "prontezza, il rinforzamento e la mobilizzazione delle riserve", l'acquisto di nuovi sistemi di difesa aerea, comunicazioni e guerra elettronica, la programmazione di una serie di aiuti economici e militari a Portogallo, Spagna, Grecia e Turchia(45). A questi paesi del sud Europa, in particolare, gli Stati Uniti concedevano nel solo biennio 83-84, aiuti militari per un valore superiore ai 3.400 milioni di dollari, come compenso per l'uso delle basi esistenti nel loro territorio(46).

La stessa decisione di installare in Sicilia i 112 missili nucleari Cruise previsti per l'Italia dal piano di riarmo della Nato del 1979, può essere ricondotta all'esigenza di evidenziare a tutti i "potenziali nemici" di Medio Oriente e Nord Africa, la proiezione più dinamica e più "aggressiva" dell'Alleanza Atlantica nell'area.

Fu comunque il comunicato emesso alla fine del Summit Ministeriale Nato del maggio 1982, a enfatizzare il riconoscimento  dell'importanza degli sviluppi out-of-area dell'Alleanza. Vi si legge nei passi conclusivi: "Le aggressioni armate operate fuori dalla zona della Nato possono minacciare gli interessi vitali dei membri dell'Alleanza. I paesi alleati sono in dovere di contribuire direttamente o indirettamente agli sforzi tesi a scoraggiare l'aggressione, come pure a rispondere alle richieste di aiuti da parte delle nazioni esterne alla zona della Nato"(47).

Nella primavera del 1984 in un suo rapporto al Congresso, è il Segretario alla Difesa Usa Weinberger a fornire nuovi particolari sulla crescita della collaborazione Nato in regioni out-of-area, come il contributo di Inghilterra, Francia e Italia alla stabilità nell'area dell'Asia sud-occidentale "attraverso la comune pianificazione di progetti e l'installazione di forze nella regione", la partecipazione di 8 paesi Nato alle "esercitazioni annuali della US Rapid Deployment Force in Medio Oriente", l'acquisto da parte di 9 membri dell'Alleanza di aerei da trasporto a lungo raggio per il sostegno alle truppe USA in Europa in caso di un loro rapido "dispiegamento nell'Asia sud-occidentale"(48). Contemporaneamente la Nato varava il bilancio di previsione per il periodo 1985-1991: per la prima volta nella storia dell'Alleanza Atlantica, si assegnava alla regione sud oltre il 33% dei propri fondi(49), quota ulteriormente ampliata in seguito alla decisione di trasferire nel sud Italia, dalla base spagnola di Torrejón, uno stormo USA con cacciabombardieri nucleari F-16.

La Nato iniziò inoltre a programmare una serie di interventi tendenti a controbilanciare la prevista riduzione in Europa dei contingenti USA destinati ad essere trasferiti verso il sud-ovest asiatico quale parte della RDF(50), mentre gli alleati europei dichiararono la propria disponibilità all'amministrazione Reagan a  realizzare "passi militari comuni per proteggere la navigazione nel Golfo Persico"(51). Che il ruolo dei paesi europei, specie di quelli meridionali, fosse ormai determinante per le strategie di guerra degli Stati Uniti, veniva confermato dallo stesso gen. James Thompson, al tempo Comandante in Capo delle Forze Alleate del sud Europa che dichiarava che "senza l'uso di strutture di supporto della Nato o di paesi non Nato dell'area, gli Usa non potrebbero sostenere effettivamente operazioni nell'Asia sud-occidentale". Thompson giunse perfino ad auspicare che la Rapid Deployment Force USA fosse "pienamente incorporata nei piani della Nato"(52).
 

La militarizzazione del Mediterraneo a partire dal 1987
Se gli accordi di Washington del dicembre 1987 per l'eliminazione dei missili nucleari a medio raggio installati in Europa dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica hanno segnato la fine della cosiddetta "guerra fredda" e della contrapposizione militare ed economica tra Est-Ovest, aprendo la strada ai processi di democratizzazione interna dei paesi orientali, alla riunificazione delle due Germanie e allo scioglimento del Patto di Varsavia, essi non hanno tuttavia invertito i processi di riarmo e di militarizzazione dello scacchiere mediterraneo e mediorientale. Paradossalmente, secondo il ricercatore francese Bernard Ravanel, hanno fatto sì che Stati Uniti e paesi Nato si sentissero "più liberi di condurre una politica estera dinamica e di ricorrere impunemente alla 'guerra di bassa intensità' contro quelli che - movimenti e regimi - non ammettono il sistema internazionale da loro imposto"(53).

Eppure c'erano tutte le condizioni per avviare specie in campo navale, un vasto programma di taglio ai dispositivi militari e di giungere perfino alla denuclearizzazione del bacino mediterraneo. Si pensi all'URSS  ad esempio, dove in seguito all'ascesa di Gorbaciov, la Marina sovietica si è venuta a trovare in una fase nella quale sono state molteplici le pressioni per ridimensionare gli organici e i compiti assegnatele.  Esistono ormai numerosi elementi che confermerebbero il progressivo smantellamento del dispositivo navale allestito negli ultimi venti anni. All'inizio del 1989 è stato lo stesso Direttore della Naval Intelligence dell'US Navy, ammiraglio Brooks, ad affermare davanti al Congresso che l'"OPTEMPO, il numero complessivo di giorni che la Marina sovietica ha trascorso in mare nel 1988 si è mantenuto a livelli ridotti, proseguendo la propria tendenza iniziata nel 1986. Nel 1988 le unità navali sovietiche hanno trascorso più tempo in porto ed all'ancora e meno tempo in mare aperto rispetto agli anni precedenti (...). Il numero di missioni effettuate è in costante diminuzione a partire dal 1986"(54). Secondo il generale italiano Antonio Pelliccia è perfino "molto probabile" che l'"Unione Sovietica decida unilateralmente di ritirare nel Mar Nero la sua flotta, sia perché ha deciso di non competere più con gli Stati Uniti su tutti i mari affidando alle proprie navi soltanto il compito della difesa delle coste da eventuali attacchi (...), e sia infine perché non ha più bisogno di dimostrare il proprio diritto ad accedere ed operare nel Mediterraneo"(55). In realtà nel 1990 sono stati radiati 35 sottomarini e 70 unità di superficie(56), ed  entro il 1996 si prevede la radiazione di altre 450 unità e la riduzione del personale di Marina di 80.000 addetti(57).

Nonostante la scelta di Mosca di ridimensionare il proprio dispositivo aeronavale nel Mediterraneo, gli Stati Uniti hanno tenuto fermo il proposito di potenziare la propria presenza militare nell'area completando l'allestimento della Rapid Deployment Force. Era la definitiva conferma che alla base dei processi di riarmo portati avanti per tutti gli anni '80 c'era come primo grande obiettivo il dominio globale delle fonti energetiche e la dissuasione dal rimettere in discussione da parte di chiunque, il modello di sviluppo economico liberista e imperialista dell'Occidente.

Un contributo importante allo sviluppo dei processi di militarizzazione del Mediterraneo a partire dal 1987, veniva garantito inoltre dal maggiore attivismo nell'area dei paesi europei della Nato. In particolare si verificava una più significativa presenza aeronavale britannica e un "avvicinamento spettacolare" tra Francia, Italia e Spagna che attraverso accordi bilaterali varavano una serie di progetti militari di cooperazione reciproca in materia di sicurezza, come ad esempio il finanziamento  del programma "Helios", una rete di satelliti di osservazione militare per l'identificazione dello stato delle forze nel Mediterraneo e della localizzazione degli obiettivi assegnati alle “forze nucleari'”(58). Inoltre nell'’88, tra Italia e Francia da una parte, e tra Spagna e Francia dall'altra, venivano firmati accordi di cooperazione nel campo della difesa aerea e dell'intercettazione aeromarittima che integravano le stazioni radar e le batterie missilistiche in dotazione alle forze armate dei 3 paesi e le ponevano sotto il coordinamento dei velivoli AWACS francesi. Italia e Francia sottoscrivevano anche un accordo per lo sviluppo e la produzione di un siluro per le proprie Marine, l'MU 90, e di un nuovo impianto missilistico a lancio verticale, il SAAM, basato sul missile Aster(59).

Il dispositivo meridionale alleato si rafforzava nel 1988 con l'ingresso di Portogallo e Spagna nella UEO, l'Unione dell'Europa Occidentale, un organismo rilanciato sulla scena internazionale solo a partire dalla seconda metà degli anni ‘80 come centro di coordinamento politico-militare dei Paesi europei Nato nella gestione delle crisi extra-area all'Alleanza Atlantica.

È stato tuttavia nel settore nucleare che si sono registrate le principali novità all'interno dei paesi del fianco sud della Nato. Di rilevanza storica per l'Alleanza, non fosse altro per l'ingente finanziamento di circa 1.000 miliardi di lire che ha richiesto, è stata la decisione di trasferire i 72 cacciabombardieri F-16 dalla Spagna alla base aerea di Crotone, in Calabria. Questo programma permetterà alla Nato di controbilanciare lo smantellamento dei missili Cruise installati in Sicilia; tuttavia i vertici militari giudicano ancora insufficiente il trasferimento e chiedono di rafforzare ulteriormente il potenziale di “strike” nucleare dell'Alleanza Atlantica nell'area del Mediterraneo orientale. Così è stata espressa da più parti la volontà di trasferire dagli Stati Uniti all'Europa 336 nuovi bombardieri strategici F-111, "disperdendoli" su più basi aeree, specie nel fianco meridionale. Sempre in campo nucleare la Nato ha offerto la propria disponibilità ad ospitare in Europa i bombardieri strategici statunitensi B-1 e B-52 (questi ultimi modificati in modo da garantire il trasporto degli ALCM i missili Cruise nucleari con lancio dall'aria) e ad utilizzare aerei F-15 ed F-16 a doppia capacità di armamento(60).

Parallelamente alla realizzazione di questo enorme dispositivo militare in buona parte destinato al teatro mediterraneo, si registrava un'accelerazione nel processo di riarmo dei paesi mediorientali. Si valuta che nel solo 1988, ai paesi della regione compresi nell'area del CENTCOM sia stato diretto il 56% dei 15 miliardi di dollari di armamenti venduti dagli Stati Uniti all'estero(61). Nonostante il cessate il fuoco tra Iran ed Iraq, decine di caccia USA F-16 ed F-18 sono stati venduti al Kuwait ed al Bahrein, mentre i francesi hanno fornito alcuni Mirage 2000 agli Emirati Arabi Uniti. La Gran Bretagna ha intrapreso una serie di rapporti di cooperazione militare con l'Arabia Saudita, fornendo cacciabombardieri Tornado ed altri armamenti per un valore di oltre 25 miliardi di dollari e realizzando 2 aeroporti militari. Sempre l'Arabia Saudita ha acquistato missili balistici CSS-2 dalla Cina con un raggio di 2.500 km.(62).

Anche l'Unione Sovietica avrebbe contribuito a destabilizzare gli "equilibri" mediterranei. Secondo fonti del Pentagono, nella primavera del 1989 la Libia avrebbe ricevuto dall'URSS 15 bombardieri "Su 24" dotati di un raggio di azione di 1.300 km, e perfino un aereo cisterna molto simile al "C-141" di fabbricazione americana che allarga a dismisura l'operatività delle forze aeree libiche. Questi velivoli sarebbero stati schierati nella base aerea di Umm Aitiqah, a est di Tobruk(63).

Israele, dopo aver accumulato un arsenale nucleare di circa 200 testate ed essersi garantito la messa in orbita di un satellite-spia in grado di coprire l'intera area mediorientale, completava la costruzione dei missili nucleari “Jericho II” con una gittata tra le 1.200 e le 2.200 miglia(64) e acquistava dagli Stati Uniti 18 elicotteri “Apache”(65). Sempre in campo missilistico, l'Iraq giungeva alla modifica degli “Scud B”, ampliandone la portata a 375 miglia e predisponendoli al trasporto di armi chimiche. Inoltre iniziava gli studi per la realizzazione di missili a lungo raggio come il “Tammuz” e l'”Abid”(66). Questi progetti si rendevano possibili grazie all'export di alte tecnologie statunitensi: nel solo periodo 1985-90 gli scambi militari Iraq-USA pare abbiano toccato un giro di affari di un miliardo e mezzo di dollari, a cui bisogna aggiungere i profitti resi dal contemporaneo programma di ricerca nucleare voluto da Saddam Hussein(67).
 

La Guerra nel Golfo
In seguito all'invasione irakena del Kuwait del 2 agosto 1990 e alla successiva annessione all'Iraq dell'emirato ha preso il via una mobilitazione di forze militari e di sistemi d'arma mai verificatasi prima di allora nell'area mediorientale e del Golfo Persico. 720.000 uomini con 3.500 carri armati e 2.300 aerei da combattimento, circa 100.000 marinai su 210 unità navali di una ventina di paesi(68), un potenziale atomico  di oltre un migliaio di testate nucleari, venivano trasferiti nel teatro di guerra per stringere in assedio i contingenti militari irakeni e scatenare poi una sanguinosa "Tempesta nel Deserto".

Data l'enorme sproporzione delle forze militari che si fronteggiavano, il conflitto si concludeva il 28 febbraio 1991 con la resa senza condizioni dell'Iraq, lasciando però sul campo oltre 200.000 morti a cui potrebbero aggiungersene altrettanti nei prossimi mesi, specie bambini colpiti da denutrizione o malattie infettive. La brutalità dei bombardamenti generava perfino un disastro ecologico di proporzioni inimmaginabili; secondo fonti saudite sarebbero stati riversati nel Golfo Persico qualcosa come 4 milioni di barili di petrolio, una quantità 18 volte superiore a quella riversata in Alaska in occasione del disastro della Exxon Valdez(69).

Si è molto discusso su quali siano state le reali motivazioni che abbiano spinto gli USA ad intervenire  militarmente in modo così massiccio contro l'Iraq. André Gunder Frank ha scritto che la reazione militare americana nel Golfo ha rappresentato una risposta alla pericolosa recessione economica interna e alle minacce da parte del Congresso di ridurre il budget militare proposto da Bush, similmente con quanto era successo in passato negli Stati Uniti per le guerre di Corea e del Vietnam e per la spinta riarmista negli anni di Reagan, o nel caso della Gran Bretagna per la guerra delle Falkland-Malvines(70). Non è un caso che il conflitto sia scoppiato appena due anni dopo la redazione da parte del Dipartimento della Difesa di un documento denominato "Orientamenti delle Forze Armate USA per il quinquennio 1992-1997", in cui si enfatizzavano tutta una serie di minacce provenienti dal Terzo Mondo, al fine di accelerare la rivoluzione tecnologica in corso e la ricerca di nuove generazioni di armamenti "multi-uso e ri-programmabili" e di garantire il "diretto intervento" nel Terzo Mondo "per attaccare le radici dell'instabilità"(71).

In particolare, il conflitto del Golfo ha permesso la riorganizzazione dei rapporti di forza mondiali, accentuando l'egemonia da parte di ristretti soggetti ed apparati del potere politico-economico a scapito della stessa democrazia e della partecipazione collettiva alla formazione delle decisioni(72). Il conflitto nel Golfo ha inoltre ridisegnato il nuovo assetto militare del Medio Oriente, dando nuovo slancio all'interventismo diretto nell'area delle forze armate statunitensi e dei principali partners europei della Nato. Gli Stati Uniti hanno rafforzato i legami con i governi arabi moderati e lavorano per la realizzazione di un "sistema di sicurezza regionale" che ruoti attorno ad un'alleanza politico-militare possibilmente estesa all'Iran. Attraverso questo sistema che assume sempre più i contorni di una vera e propria "Nato mediorientale", gli Stati Uniti si garantirebbero il pieno controllo del 66% delle riserve mondiali di petrolio.

Secondo fonti vicine all'Amministrazione si starebbe per realizzare un quartier generale dell'"US Central Command" in Bahrein trasferendo nell'emirato arabo 3.200 militari dalla Florida onde "agevolare lo svolgimento di esercitazioni e il coordinamento con gli alleati della regione", secondo quanto spiegato dal portavoce della Casa Bianca Martin Fitzwater(73). Inoltre, il Dipartimento della Difesa vorrebbe mantenere almeno 3.000 soldati americani in Arabia Saudita (attualmente 50.000 militari risiedono ancora nella Penisola arabica) e altri 3.700 militari in Kuwait. Le truppe stanziate in Arabia Saudita, in particolare, sarebbero addette alla protezione degli armamenti pesanti che gli Stati Uniti lascerebbero nell'area per garantire una maggiore mobilità e flessibilità alle proprie truppe in caso di nuovo intervento militare nel Golfo Persico. Accanto al potenziamento delle proprie forze terrestri, gli Stati Uniti si sono garantiti in Medio Oriente un imponente componente di volo. Sempre in Arabia Saudita ad esempio, presso la base di Musayf, l'US Air Force mantiene in stato di allarme 24 "bombardieri invisibili" F-117, pronti a ritornare in azione contro obiettivi irakeni(74). Ad essi si aggiungono i cacciabombardieri ospitati sulle 3 portaerei che gli Stati Uniti mantengono nelle acque del Mediterraneo orientale e del Mar Rosso.

Perfino la questione curda è stata strumentalizzata dagli Alleati per insediare nel nord dell'Iraq un contingente multinazionale di oltre 21.000 uomini, in buona parte militari appartenenti a corpi speciali e d'assalto, che secondo le dichiarazioni ufficiali avrebbe dovuto garantire la protezione delle centinaia di migliaia di profughi curdi scampati ai massacri di Saddam Hussein. Tale presenza si è protratta sino alla fine di giugno, quando al loro posto sono subentrati alcuni agenti dell'ONU che a causa della ristrettezza dei fondi assegnati dalla comunità internazionale, potrebbero presto abbandonare a se stessa la popolazione curda ospitata nei campi profughi. È stato allora che lo scopo prettamente militare, da vera e propria "task force" della presenza alleata si è reso evidente a tutti. Infatti una nuova forza multinazionale di "pronto intervento" con 5.000 uomini è stata ricostituita immediatamente a Silopi, in Turchia, con l'appoggio della componente area della Nato schierata nella vicina base di Incirlik.

Il conflitto ha lasciato irrisolte buona parte delle questioni chiave dell'area mediorientale (questione palestinese, Libano, Cipro ), aggravando le condizioni di vita del popolo curdo in Iraq. Israele nonostante sia stata costretta ad accettare controvoglia l'indizione di una conferenza internazionale sul Medio Oriente ha ottenuto che ad essa partecipi una rappresentanza palestinese priva di esponenti dell'OLP e perfino degli stessi leader moderati residenti a Gerusalemme Est, confermando così  l'assoluta indisponibilità a rimettere in discussione l'annessione "de facto" dei territori di Gaza e della Cisgiordania. Non è casuale che il ministero delle costruzioni israeliano abbia recentemente varato un piano per l'insediamento di oltre mezzo milione di coloni ebrei e di alcune aree industriali vicino a Gerusalemme Est e nella West Bank(75). Inoltre Israele ha ripreso in grande stile i raids contro i campi palestinesi ospitati nel sud del Libano. Su di essi nel mese di luglio si è scatenato perfino un attacco da parte dell'esercito libanese, che ha annientato la guerriglia palestinese e distrutto gli stessi campi profughi di Sidone. L'attacco sarebbe stato deciso dal presidente libanese Hrawi per assumere il pieno controllo delle regioni meridionali, di comune accordo con le forze armate siriane. La Siria, dopo essersi guadagnato l'appoggio di Stati Uniti e del mondo occidentale, dimostra così di avere esteso la propria sovranità su buona parte del Libano, paese con cui ha sottoscritto in giugno un Trattato di cooperazione militare che trasforma l'alleato in un proprio satellite. La coscienza del governo siriano di poter nuovamente ricoprire un ruolo da protagonista nello scacchiere mediorientale ha fatto sì che esso riaprisse con Israele il contenzioso sulla restituzione dei territori del Golan occupati nel 1967. Ciò potrebbe in futuro portare a nuove frizioni e contrasti tra il regime siriano e il governo israeliano, il quale per il Golan, prevede di raddoppiare in un paio di anni il numero di coloni ebrei insediati sulle alture sino a bilanciare la popolazione drusa(76).

Il Kuwait "liberato" non sembra disponibile a dar vita a un processo di democratizzazione interna ed è lacerato dai “pogrom” lanciati contro la popolazione residente di origine palestinese, accusata di "collaborazionismo" con l'invasore irakeno. A metà giugno, erano già state 220 le sentenze di condanna a morte pronunciate dai tribunali militari kuwaitiani(77); inoltre almeno 280.000 palestinesi hanno lasciato il paese per trovare rifugio nei campi profughi della Giordania(78). È poi ancora troppo presto per valutare la stabilità delle nuove alleanze sviluppatesi nell'area mediorientale e la stessa tenuta dei governi giordano e di buona parte degli stati arabi moderati che devono fronteggiare ostilità e risentimenti popolari antioccidentali, che la guerra e le dimensioni delle sue distruzioni hanno accentuato. Tutti questi elementi continuano a rendere la situazione mediorientale altamente esplosiva, specie se si guarda al dirompente processo di riarmo globale che si sta sviluppando tra i Paesi dell'area.
 

La nuova corsa al riarmo in Medio Oriente
Appena conclusa l'operazione "Tempest Storm" l'Amministrazione americana ha annunciato la sua intenzione di concludere nel corso del FY '91, tutta una serie di vendite di armi e di altri equipaggiamenti militari a 4 Paesi arabi del Medio Oriente che si sono schierati a fianco degli Stati Uniti durante il conflitto. Questi 4 Paesi (Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti), dovrebbero ricevere armi americane per un valore complessivo di 18 miliardi di dollari(79); si tratta quindi del più grosso "pacchetto" per la vendita di armi mai negoziato in tempo di pace. Questa vendita si aggiunge al trasferimento dell'anno precedente di materiale militare per 5,8 miliardi di dollari all'Arabia Saudita e per oltre un miliardo di dollari all'Egitto(80).

Di proporzioni enormi anche gli "aiuti" militari concessi ad Israele. Le forze armate USA hanno trasferito direttamente a questo paese sofisticati sistemi d'arma (caccia, elicotteri, batterie di missili "Patriot", ecc.); inoltre, grazie all'intervento finanziario USA è stata possibile la realizzazione in loco di nuovi armamenti  strategici che sicuramente avranno conseguenze destabilizzanti per l'area mediorientale. Ad esempio circa 200 milioni di dollari sono stati investiti dagli Stati Uniti per la messa a punto del missile-antimissile "Arrow", già sperimentato con successo nel Mediterraneo da Israele, e per la progettazione del sistema contraereo "Adams"(81). Un grosso contributo al rilancio in grande stile dei progetti militari israeliani è giunto dalla stessa Germania, che durante la crisi del Golfo ha fornito aiuti per oltre 750 miliardi di lire(82).

Non poteva mancare all'appello dei grandi "beneficiari" di aiuti economici occidentali la Turchia. Poiché questo paese sarà colpito solo parzialmente dai trattati CFE sulla riduzione degli armamenti convenzionali,  esso si sta trasformando progressivamente, specie per ciò che riguarda le forze aeree, in un vero e proprio "serbatoio" della Nato dove Stati Uniti e alcuni paesi europei trasferiscono a titolo gratuito quei velivoli su cui dovrebbero ricadere i tagli principali di un futuro accordo(83). Per la sua partecipazione alla guerra nel Golfo, la Turchia ha ricevuto dalla CEE 550 milioni di ECU e dalla Germania finanziamenti per 73 milioni di dollari nonché materiale militare per il valore di 1 miliardo di dollari(84). A fine marzo, la Turchia ha ricevuto inoltre dagli USA aiuti economici per 200 milioni di dollari ed è previsto un ulteriore credito di 282 milioni di dollari per l'acquisto di armamenti(85). Evidentemente la Nato è fortemente motivata a rafforzare un partner che per la sua posizione geografica si trova ad assumere un ruolo chiave nell'area, e per questo è disposta a chiudere un occhio sulle gravi repressioni che il governo turco continua ad attuare contro la popolazione curda (le nuove leggi antiterrorismo continuano a bandire l'uso della lingua curda nei rapporti pubblici). Ad Atene c'è perfino chi giura che l'Alleanza Atlantica abbia accettato come definitiva l'occupazione militare turca di Cipro, riaccendendo la miccia di un conflitto che divide due dei principali pilastri del Fronte Sud. Perfino la Siria, per anni considerata dall'occidente uno dei principali mandanti del terrorismo internazionale, grazie alla sua partecipazione alla guerra contro Saddam Hussein ha ricevuto dalla CEE 146 milioni di ECU in aiuti economici(86) e circa 2 miliardi di dollari dall'Arabia Saudita(87). Questo denaro è stato immediatamente speso nell'acquisto di diversi caccia di produzione sovietica, di una fornitura di armamenti missilistici aria-aria ed aria-suolo e per la guerra elettronica, e secondo quanto dichiarato dal Pentagono, perfino nell'acquisizione di una cinquantina di missili "Scud C" di provenienza nordcoreana(88).

Di fronte a questa folle rincorsa alle armi da parte dei principali protagonisti mediorientali, con tanto di benedizione dei governi occidentali e dei più grossi complessi internazionali dell'industria militare, non bisogna essere delle Cassandre per prevedere presto il riaccendersi di nuovi e più violenti conflitti nell'area.
 

Una nuova Nato
Senza troppi clamori, in linea con un processo evolutivo che come abbiamo visto ha preso il via quasi venti anni fa, l'Alleanza Atlantica si avvia ad ufficializzare il mutamento della stessa filosofia che ne ha sorretto la nascita, quello della lotta globale al comunismo, sostituita da una visione più dinamica, probabilmente più spregiudicata e più pericolosa di quello che deve essere il nuovo ordine politico ed economico da difendere attraverso la trasformazione dell'organizzazione e della gestione dei propri apparati e strumenti militari. Non è stato un processo di metamorfosi semplice; soprattutto non sono stati ancora chiaramente definiti i contorni del nuovo panorama strategico, specie dopo lo scoppio dei conflitti interetnici che hanno portato alla scomparsa della federazione Jugoslava e alla rapida quanto imprevista frantumazione dell'impero sovietico. Restano da superare in seno all'Alleanza Atlantica ancora alcuni contrasti, particolarmente in merito a chi deterrà la leadership tra gli europei e sulle modalità di integrazione politico-militare del Giappone, così da consacrare la nascita di un nuovo "blocco triangolare" USA-Giappone-Europa(89). Un nodo rilevante da sciogliere continua ad essere quello dei confini geografici istituzionali della Nato, che molti vorrebbero risolto con la revisione del trattato e con l'abolizione di tali limiti così da consentire interventi ovunque si manifesti la minaccia agli "interessi vitali" degli stati membri, ma che probabilmente vedrà una soluzione compromissoria, "gattopardesca", attraverso un utilizzo della UEO per le future missioni out-of-area di essi. Secondo quanto proposto dal ministro della difesa italiano Virginio Rognoni, la UEO "dovrebbe operare come una sorta di organo-strumento dell'unione politica nel campo della sicurezza e della difesa"(90), stabilendo così un “linkage” con gli Stati Uniti attraverso la Nato, oppure con accordi di volta in volta presi di fronte all'insorgere della crisi(91). È così possibile capire come mai la UEO tenda sempre più a privilegiare nei suoi interventi l'area mediterranea e mediorientale, continuando ad esempio a svolgere quel lavoro di coordinamento delle operazioni militari delle flotte alleate ivi schierate,   iniziato durante i giorni del conflitto nel Golfo Persico (si pensi alla forza multinazionale inviata dalla UEO per partecipare alle operazioni di sminamento nell'area del conflitto).

Proprio per "costruire la futura architettura della sicurezza europea soprattutto nella sua dimensione mediterranea", le commissioni dell'assemblea dell'UEO hanno scelto Palermo dal 25 al 28 marzo 1991 per un vertice "top-secret", a cui hanno partecipato per la prima volta come osservatori i ministri degli esteri di Grecia e Turchia, due Paesi Nato del Mediterraneo orientale che hanno chiesto di essere integrati nell'Unione Europea Occidentale. A Palermo, Italia e Spagna sono giunte a sollecitare l'"assorbimento" dell'UEO da parte della CEE, da realizzarsi entro il 1998(92), facendosi portavoce di quei settori politici e militari che chiedono di estendere le competenze della Comunità nel settore della sicurezza e della difesa, in modo da accelerare il processo di integrazione politica europea. Secondo questo progetto italo-spagnolo, almeno in una prima fase, la UEO verrebbe utilizzata come struttura complementare e di raccordo fra la CEE e l'Alleanza Atlantica(93), e persino quale organo politico unitario di indirizzo e di controllo di quella "Forza Europea Integrata di Intervento Rapido" di cui se ne auspica la costituzione(94). Intanto ha già preso il via la realizzazione di un'"Agenzia di osservazione satellitare europea" (investimenti per 5.000 miliardi) per garantire all'Unione una piena autonomia entro 5 anni nel campo del telerilevamento e dei sistemi C3 di comando e controllo(95).

La necessità di "ridisegnare ruoli e funzioni dell'Alleanza" è stato enfatizzato dal documento finale elaborato dal recente vertice Nato di Copenaghen del giugno '91 ove si afferma che "gli sviluppi mondiali che toccano i nostri interessi di sicurezza sono soggetti legittimi di consultazione e nel caso, di coordinamento. Noi quindi,  tratteremo sempre di più questioni globali e di nuovo profilo mondiale". La Nato si propone così nei fatti come un soggetto politico-militare "senza più confini", segnando secondo quanto affermato da Manfred Woermer, segretario generale della Nato, "la più radicale trasformazione della storia"(96). La "Nato anni 2.000" riconoscerà ai “partners” europei maggiori responsabilità e minore subalternità agli Stati Uniti, contribuendo molto probabilmente "all'edificazione di un pilastro europeo nell'ambito dell'alleanza, senza per questo rinunciare al forte legame tra Nord America ed Europa" secondo quanto auspicato dallo stesso Woermer(97). E già si pensa ad estendere l'area geografica del futuro "pilastro europeo" verso l'Europa orientale, dove se pur a breve termine è da escludersi l'ipotesi di un ingresso nell'Alleanza di Paesi dell'ex Patto di Varsavia, si è auspicato la "sottoscrizione" di una specie di "polizza assicurativa" nei confronti di  Cecoslovacchia ed Ungheria che hanno mostrato più volte simpatie Nato o  di altri Paesi (Slovenia, Repubbliche baltiche, ecc.) che chiedono una "copertura" del cosiddetto "vuoto di sicurezza" apertosi ad Est(98).

Sul piano squisitamente tecnico la nuova politica "deterrente" della Nato punterà su 3 obiettivi principali: flessibilità, mobilità e multinazionalità. Secondo quanto ribadito dal generale John Galvin, comandante supremo delle forze del Patto Atlantico in Europa, la Nato "cambierà la filosofia di impiego delle forze, l'addestramento operativo, l'organizzazione, la prontezza operativa e la stessa struttura di comando"(99). La nuova dottrina militare della Nato, che dovrebbe essere approvata entro la fine del 1991 e alla cui elaborazione ha partecipato anche la Francia, ormai "reintegrata" de facto nell'organizzazione militare alleata, dovrebbe modificare la precedente dottrina della "risposta flessibile" e parzialmente lo stesso concetto "FOFA" (Follow on Forces Attack), approvato nel 1984. La nuova terminologia parla invece di "Presenza Avanzata, Ricostituzione, Generazione e Rigenerazione di Forze"(100). Si pensa ad un dispositivo di difesa avanzata molto più snello, in cui assume una maggiore importanza il sistema di mobilitazione, la capacità di concentrare le forze e l'afflusso dei rinforzi, e che avrà come destinazione primaria non più la regione centrale, ma piuttosto i fianchi dell'Alleanza. Alle frontiere "critiche" è prevista una prima linea di difesa, più sottile, costituita da forze pronte al combattimento. In caso di necessità queste unità potranno essere rinforzate da reparti di pronto intervento, anch'essi disponibili in un arco di tempo ristretto. Successivamente l'afflusso dei rinforzi all'eventuale teatro di guerra vedrà l'attivazione di unità con un minor grado di prontezza al combattimento. È infine prevista la possibilità di una mobilitazione generale, grazie alla costituzione di unità ex novo o in posizione quadro che necessiteranno di un "ragguardevole" periodo di addestramento prima di poter essere schierate. Quanto alla FOFA, si passerà più specificatamente al concetto di "JPI" (Joint Precision Interdiction - Interdizione Congiunta di Precisione), centrato sulla mobilità tattica e strategica e "finalizzato alla difesa aerea, all'offensiva contraerea e all'attacco in profondità, alla capacità di impedire al nemico di concentrare, muovere, controllare e rifornire forze"(101). In quest'ottica assumerà rilevanza strategica l'identificazione e la "priorizzazione" dei potenziali bersagli.
"Spina dorsale" delle nuove dottrine operative della Nato sarà la "Ace Rapid Reaction Force" la potente forza di intervento rapido che è stata varata il 13 aprile 1991 in occasione del vertice dei capi militari dell'Alleanza Atlantica. La "Ace Rapid Reaction Force" sarà una forza multinazionale con effettivi ed armamento a livello di corpo d'armata, dotata di 4 Divisioni, 75.000 uomini, tutti europei, e abilitata ad agire  "fuori area" (anche se in questo caso, come abbiamo visto, le unità dovrebbero essere utilizzate sotto il coordinamento dell'UEO)(102). Queste divisioni potranno comunque essere integrate in qualsiasi momento da una divisione statunitense di 25.000 uomini.

Per la mobilità dei reparti e dei mezzi aeronavali, settore questo dove i paesi europei della Nato accusano dei “ritardi” rispetto gli Stati Uniti, è prevista inoltre la realizzazione di un "Comando interalleato di trasporto" con possibilità di accesso diretto ai velivoli ed alle unità navali in caso di necessità. È comunque chiaro che per rispondere ai nuovi criteri di "mobilità" e "multinazionalità" non sarà sufficiente unificare organizzativamente reparti e regole tattiche, ma si dovrà giungere ad "omogeneizzare" presto gli armamenti e gli equipaggiamenti delle forze armate dei paesi Nato. E ciò avrà sicuramente dei riflessi negativi dirompenti sull'economia occidentale, dato che è prevedibile una notevole espansione dei bilanci alla difesa dell'Alleanza. Non è un caso che l'IEPG (Indipendent European Programme Group), un'agenzia che coordina la ricerca, lo sviluppo e la produzione di armamenti tra i paesi europei membri della Nato, abbia recentemente varato un vasto programma di ricerca tecnologica a fini militari denominato "Euclid" (European cooperation for thr long term in defence), che prevede un intervento in 13 settori tematici (C3, elettronica, ecc.)(103).

Tuttavia, ciò che più direttamente inciderà sui futuri assetti internazionali, è la definitiva scomparsa all'interno dell'Alleanza Atlantica di quella che è stata definita la "sindrome centroeuropea", sostituita da una comune attenzione verso il Sud Europa e dalla determinazione unanime ad intervenire nelle questioni mediorientali. Il gen. Galvin ha già annunciato un nuovo potenziamento del Comando alleato dell'Europa meridionale (AFSOUTH), quale "passo fondamentale per la cosiddetta 'federalizzazione' strategica della Regione meridionale"(104); esisterebbe inoltre una vasta intesa sul piano politico per schierare stabilmente nel Mediterraneo una forza navale Nato, la "Stanavformed" ponendola alle dirette dipendenze del  Comnavsouth, il Comando navale del Sud Europa, ospitato sull'isola di Nisida, Napoli. E sempre in vista del potenziamento del dispositivo alleato nel Fianco Sud, il Consiglio Atlantico ha ribadito l'"importanza vitale" per la sicurezza della Regione Meridionale del rischieramento degli F-16 del 401st TFW a Crotone, un progetto questo che sembrava dovesse essere abbandonato a causa dei tagli al bilancio della difesa statunitense, ma che dopo il conflitto nel Golfo è stato rifinanziato (il quartier generale della 16th Air Force che controlla le operazioni di tutte le forze aeree americane nel sud Europa è già stato trasferito da Torrejón alla base italiana di Aviano)(105).

L'Alleanza Atlantica prevede infine che una delle 4 divisioni della Forza d'Intervento rapido in fase di costituzione venga assegnata operativamente al Fianco Sud. Con ogni probabilità essa sarà formata da reparti militari specializzati di Grecia, Italia, Turchia e Spagna.

Anche il futuro volto "nucleare" della Nato è attualmente al centro della discussione tra i vertici militari  dell'alleanza atlantica. Nonostante i tagli agli arsenali strategici decretati in questi ultimi anni dai trattati INF e START, l'opzione nucleare resta un caposaldo per le strategie di guerra globali della Nato. Oggi siamo alla vigilia della realizzazione di alcuni dei punti della "decisione di Montebello", quando nel 1983 i vertici dell'Alleanza, parallelamente ad una riduzione numerica delle armi nucleari assegnate alla Nato (da 7.000 a 3.200 testate entro il 1992), deliberarono una modifica qualitativa di esse grazie alla comparsa delle cosiddette "armi substrategiche". Si è aperto così un lungo dibattito su quello che sarebbe stato il sistema nucleare "ideale" da installare in Europa entro il 1997 per "garantire" il più "credibile ruolo di deterrenza" al dispositivo militare alleato. Ciò che è trapelato sulle potenziali opzioni è assai scarso, anche perché la Nato ha preferito rinviare ogni decisione al 1992, in modo da incoraggiare le trattative di Vienna sulla riduzione degli arsenali convenzionali(106). Si è parlato comunque della possibilità d'installare una versione nucleare dei  sistemi lanciamissili multipli "Mlrs" adottati dalla Nato(107), dell'allungamento della gittata del "Lance" o di una sua sostituzione con un sistema missilistico similare, e perfino di una sostituzione delle bombe a caduta libera con missili aviolanciati con raggio inferiore ai 500 km(108). Appare comunque assai probabile che alla fine in sede atlantica prevalga la scelta di adottare un tipo di arma nucleare ad uso aeronavale, sia perché questa garantirebbe una maggiore flessibilità e una più duttile diversificazione dell'area di lancio e del targeting, sia perché ridurrebbe la "visibilità" e dunque l'"impatto" con le opinioni pubbliche europee. Qualcosa di più se ne saprà probabilmente in occasione del meeting del "Gruppo dei Piani Nucleari" della Nato, previsto per la prossima metà di ottobre nella città siciliana di Taormina.
 

Verso una Nato "stellare"?
Non potrà non avere in futuro preoccupanti effetti destabilizzanti, specie in un'area come quella mediterranea e mediorientale dove come abbiamo visto, sono imponenti i progetti di riarmo missilistico, il rilancio in grande stile dell'SDI, il programma di Iniziativa di Difesa Strategica (quello delle cosiddette "guerre stellari"). L'SDI che sembrava dovesse essere abbandonato alla luce del "disgelo" tra le Superpotenze e delle difficoltà di ordine finanziario degli Stati Uniti, oggi ha ricevuto nuovi impulsi, grazie anche all'importanza assunta dai sistemi satellitari e dalla "difesa" antimissile nel corso delle operazioni di guerra nel Golfo Persico. L'annuncio ufficiale del rilancio del programma delle “guerre stellari” è stato fatto direttamente dal presidente USA George Bush, in occasione del suo  recente "State of the Union Message", giustificando la decisione in chiave di difesa verso la proliferazione missilistica in atto nel terzo mondo e verso i tentativi di alcuni paesi del Sud di pervenire ad uno “status” nucleare(109). Va detto comunque che gli Stati Uniti non avevano mai abbandonato l'impegno di giungere alla indiscussa superiorità mondiale in questo settore strategico. Il bilancio di previsione del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti per il quinquennio 1990-95 aveva già programmato l'installazione di sistemi d'intercettazione con basi a terra in grado di distruggere i missili avversari durante la traiettoria o dopo il loro rientro nell'atmosfera(110). Recentemente l'US Army ha anche condotto nel Pacifico un test del sistema missilistico antimissile ERIS ("Exoatmospheric Re-entry vehicle Interceptor Subsystem"); l'ERIS avrebbe centrato in volo un missile balistico ICBM Minuteman 1, lanciato da 6.700 km di distanza(111). Inoltre gli Stati Uniti starebbero per realizzazione un nuovo razzo vettore a propulsione nucleare, il "Timberwind" dal costo di circa 8 miliardi di dollari(112), e di un missile aviolanciato in grado di mettere in orbita satelliti spia o altri carichi militari. Quest'ultimo sistema dovrebbe utilizzare per il trasporto del vettore un bombardiere del tipo B-52 che permetterebbe di eludere la sorveglianza radar da terra, violando tuttavia la  convenzione internazionale che obbliga i Paesi a comunicare all'ONU l'entità dei carichi messi in orbita(113).

L'interesse dei partners europei degli Stati Uniti allo sviluppo dei progetti dell'SDI è enorme specie se si considera l'ammontare delle commesse che potrebbero essere assegnate alle industrie e agli enti spaziali del vecchio continente. Del resto anche gli USA non guardano con sfavore a un maggiore impegno europeo nel campo della ricerca delle "Star Wars", che permetterebbe tra l'altro di proseguire speditamente nella militarizzazione dello spazio nonostante le ristrettezze del bilancio statale e la crisi che investe l'economia statunitense. Formalmente il programma SDI non è ancora previsto in sede Nato, tuttavia la cooperazione in questo settore strategico è stata concretizzata da accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e alcuni paesi Nato tra cui l'Italia. Oggi però si fa sempre meno remota la possibilità che si crei all'interno dell'Alleanza Atlantica un organo che coordini la ricerca e la sperimentazione dei futuri progetti occidentali per le “guerre stellari”, così da proiettare la Nato verso dimensioni "universali". Un passo in più verso l'apocalisse sarà allora compiuto.
 

Capitolo 2 - La presenza militare italiana nel Mediterraneo

La politica di difesa italiana dal dopoguerra alla fine degli anni '70
Dal punto di vista dell'organizzazione e degli obiettivi della politica di difesa, il periodo che dal dopoguerra si protrae per tutti gli anni '60, vede il totale assoggettamento dell'Italia alle strategie statunitensi. Malgrado l'attribuzione al nostro paese del ruolo di leader del fianco sud della Nato, sono in realtà le forze USA a cui l'Italia fornisce un sostanziale numero di basi ed installazioni militari ad assumere questo ruolo, mentre alle forze armate italiane vengono relegati compiti di natura secondaria e marginale(1). Il modello di difesa è ancorato alla cosiddetta "soglia di Gorizia" con i reparti militari concentrati in prevalenza nelle regioni del nord Italia per resistere a un'eventuale invasione sovietica da Nord-Est e con un ruolo principalmente finalizzato al cosiddetto "contenimento interno", a garanzia contro una "possibile insurrezione comunista, collegata o meno ad un attacco da parte del Patto di Varsavia( 2 ).

A partire però dalla seconda metà degli anni '70 quando muta la percezione del ruolo geostrategico assunto dal Mediterraneo e viene definita in tutto il suo spessore la cosiddetta "minaccia da sud" degli "interessi vitali" occidentali in Medio Oriente, l'Italia si trova ad assumere un ruolo sempre più importante ed attivo all'interno dell'Alleanza Atlantica, anche grazie alla sua posizione geografica di "cerniera del Mediterraneo" e di "gendarme" dei 2 passaggi marittimi che collegano la parte orientale a quella occidentale del bacino, il Canale di Sicilia e lo Stretto di Messina(3). Gli Stati Uniti chiedono così all'Italia un contributo diretto alla "stabilità strategica delle operazioni nell'Africa e nel litorale mediorientale del Mediterraneo(4). Questa attribuzione all'Italia del ruolo di “partner” privilegiato  risponde all'esigenza degli Stati Uniti di trovare un paese europeo disponibile a condividere o almeno a legittimare eventuali "avventure future" nel teatro mediorientale, scaricando su di esso "almeno una parte del peso che implica il confronto nel Mediterraneo" con l'Unione Sovietica(5). In quest'ottica gli USA programmano una serie di interventi tesi ad innalzare gli stock delle munizioni italiane, a sostenere la modernizzazione delle forze armate italiane e a "incoraggiare" un maggiore protagonismo italiano "nelle questioni della sicurezza e del mantenimento della pace oltre l'area tradizionale d'intervento della Nato"(6).

A determinare il maggiore coinvolgimento italiano nel teatro mediterraneo furono anche alcune vicende interne all'Alleanza Atlantica. Originariamente la Nato, pur avendo assegnato il Comando unificato dello scacchiere marittimo della regione Sud alla Gran Bretagna, aveva diviso il Mediterraneo in aree affidate alle diverse marine alleate. All'Italia era stata assegnata l'area centrale del bacino sino all'isola di Malta. Ma tale situazione venne radicalmente modificata nel 1966 quando la Francia uscì dall'integrazione militare dell'Alleanza, e poi nel 1971, quando si ridusse fortemente la presenza stabile della flotta inglese nel Mediterraneo; ciò fece sì che il Comando delle Forze navali alleate nel Mediterraneo (COMNAVSOUTH) fosse insediato a Napoli e affidato ad un ammiraglio italiano e che l'area operativa delle Forze Navali italiane si allargasse a un settore che dalle Baleari giungeva all'isola di Creta(7). Le vicende politiche interne agli altri due paesi del Fianco Sud della Nato (Grecia e Turchia), la stessa crisi nei loro rapporti diplomatici acutizzatasi con l'invasione turca di Cipro e con il successivo ritiro di Atene dalla struttura militare dell'Alleanza, l'instabilità dei governi spagnoli dopo la caduta di Franco, l'indipendenza di Malta dalla Gran Bretagna e la sua dichiarazione di neutralità del 1980 con il rifiuto delle basi militari straniere sul proprio territorio, furono tutti elementi che accelerarono il processo di proiezione militare dell'Italia nel Mediterraneo.

Verso la fine degli anni '70 maturarono alcune  decisioni operative della Nato tendenti a privilegiare maggiormente il Fianco Sud e l'Italia, come ad esempio lo spostamento del Comando delle forze navali in Europa (CINCUSNAVEUR) da Londra a Napoli, la trasformazione del solo battaglione di fanteria americano in Italia (1st Battalion, 509th Airborne Infantry Combat Team) in elemento della RDF, ecc.. Secondo quanto affermato nel novembre del 1983 dal gen. Rogers, ideatore della dottrina Nato denominata "FOFA", l'Italia veniva  così a rappresentare il "punto chiave per il controllo dello spazio aereo e marittimo del Mediterraneo Centrale"(8). E sempre il gen. Rogers aggiungeva che all'Italia era stata assegnata "la leadership di tutta la regione meridionale. Essa deve mantenere la guida, la sicurezza e la coesione in questo delicato e vitale settore"(9).
 

La "dottrina Lagorio"
Per lo svolgimento di un ruolo più "credibile" all'interno della Nato, l'Italia sin dal 1975 diede vita a un vasto programma di acquisizione di nuovi sistemi d'arma. In quell'anno veniva varata la legge speciale per l'ammodernamento dei mezzi della Marina, mentre nel 1977 era la volta delle due leggi di ammodernamento per l'Esercito e l'Aeronautica. Sempre a partire dal 1975 le spese militari italiane aumentarono ad un tasso superiore a quello del Prodotto Interno Lordo (PIL). Se nel 1976 le spese militari assorbivano il 2,3 % del PIL, nel 1985 giungevano al 2,7%(10). Contemporaneamente si avvertiva una notevole espansione della spesa per la ricerca e lo sviluppo militare; essa, dal 1975 al 1985, passava dal 2,3% all'11,6% del complesso della spesa governativa per la Ricerca e lo Sviluppo(11). L'industria bellica nazionale di riflesso, subiva una notevole espansione sino a diventare nei primi anni '80, la IV esportatrice al mondo di sistemi d'arma.

La fase di rapida crescita del bilancio della Difesa coincise con il dicastero di Lelio Lagorio. Nei quasi 4 anni in cui egli ricoprì il ruolo di ministro della Difesa, le spese militari crebbero infatti dai 5.780 miliardi del 1980, agli oltre 12.000 miliardi del 1983. Ma fu dal punto di vista di una più attiva e flessibile gestione della politica estera e militare italiana rispetto a un passato da "basso profilo" che si registrò un vero e proprio salto di qualità rispetto al passato(12).

Lagorio tracciava un nuovo modello di difesa non più ristretto al concetto della protezione del territorio dalla minaccia di invasione dall'Est, ma estendeva il ruolo delle Forze Armate "alla salvaguardia degli interessi nazionali" e alla "protezione delle linee di comunicazioni marittime essenziali per la sopravvivenza del nostro paese"(13). E che la "sopravvivenza" fosse legata alla libertà di accesso alle fonti energetiche mediorientali, lo avrebbe chiarito qualche tempo dopo lo stesso Lagorio quando, durante una sua conferenza a Londra, giunse ad affermare che "l'accesso alle risorse è senza dubbio, al momento, uno degli aspetti più critici per il mondo occidentale (...) Privarci delle risorse od inibircene l'accesso può essere in effetti un mezzo assai efficace per ridurre la nostra capacità di resistere ed addirittura di esistere"(14).

Il "nuovo modello di difesa" tracciato da Lagorio era finalizzato ad "agevolare il riconoscimento di un ruolo attivo all'Italia da parte degli altri Paesi mediterranei"(15). Tuttavia Lagorio si spingeva oltre, prefigurando per il nostro Paese un ruolo più "autonomo" nell'Alleanza Atlantica, da media potenza regionale. A questo scopo il 13 ottobre 1982 esprimeva alla Camera la necessità di "disporre di uno strumento militare difensivo, aggiornato, moderno, equilibrato" per affermare a livello internazionale la "duplice identità del nostro Paese che è insieme mediterraneo ed europeo" e dunque "decisamente interessato alla stabilità non solo in un contesto atlantico ma anche e soprattutto in quello mediterraneo"  ben oltre dunque, dei limiti geografici imposti dalla Nato(16). "L'Alleanza", chiariva Lagorio, "non può più offrire una garanzia di difesa totale al nostro Paese" e pertanto l'Italia "deve perseguire una sua politica indipendente e autonoma soprattutto per quanto riguarda i territori non coperti dal patto Nato. Perciò la politica militare italiana non può esaurirsi nella Nato..."(17).

Le “tappe” con cui si concretizzò la "dottrina Lagorio”, videro nel 1980 la firma di un accordo per la difesa militare della neutralità dell'isola di Malta alla quale l'Italia forniva assistenza ed aiuti militari senza specificarne le condizioni(18); le iniziative di cooperazione militare con Egitto ed Iraq; la scelta di Comiso quale base per i Cruise; l'autorizzazione concessa il 2 dicembre 1982 all'uso delle basi italiane per il supporto logistico della Rapid Deployment Force(19); l'invio di un gruppo navale in Somalia, l'ottobre del 1982, nel tentativo di far giocare all'Italia un ruolo nel conflitto del Corno d'Africa(20); il potenziamento del dispositivo aeronavale e la "diluizione" verso Sud dei reparti un tempo concentrati sul fronte nord-orientale grazie alla realizzazione di nuove basi militari nel Meridione d'Italia e in particolare in Puglia e in Sicilia; la partecipazione delle forze armate italiane ad una serie di missioni militari nello scacchiere mediorientale.

Furono proprio le "missioni" all'estero a caratterizzare il nuovo volto operativo-militare del nostro Paese. Già nel 1979 unità navali della Marina erano state inviate nel Mar della Cina per salvare i profughi in fuga dal Vietnam, mentre un gruppo elicotteristico aveva partecipato all'interno dell'"UNIFIL" (United Nations Interim Force in Lebanon), la forza d'interposizione creata dall'ONU per fare da "cuscinetto" tra Israele e il Libano(21). Nel 1982, 3 dragamine italiane furono inviate nel Mar Rosso per far parte della Forza Multinazionale incaricata di vigilare sul rispetto degli accordi di Camp David; sempre a partire dal 1982, sino all'inizio del 1984, contingenti italiani furono inviati in Libano, all'interno di una Forza Multinazionale composta anche da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, in sostegno del Governo libanese guidato da Gemayel, impegnato a combattere le opposizioni musulmane e le forze residue della resistenza palestinese(22).

Fu sempre Lagorio a dare il via alla formazione di una Forza di pronto intervento (FoPI) capace di spostarsi in 24 ore in qualsiasi luogo del paese, dotata di una doppia capacità, militare e di protezione civile e che solo a partire dal 1985 sarebbe stata "sdoppiata" in 2 tronconi differenti, una FoPI omonima con fini esclusivi di intervento in caso di calamità, e in una FIR (Forza d'Intervento Rapido), caratterizzata da una "elevata mobilità tattica e strategica che consente di proiettare tempestivamente le sue componenti nelle aree minacciate". Alla FIR saranno assegnati i compiti di intervento su tutto il territorio nazionale per "contrastare tempestivamente l'azione nemica" e quello di fornire un contingente per operazioni all'estero quale "forza di sicurezza e/o di interposizione sulla base di accordi bi/multilaterali"(23).
 

Il “Libro Bianco” della Difesa
A partire dall'agosto 1983, al Ministro della Difesa Lagorio subentrò Giovanni Spadolini. Egli ricondusse la proiezione offensiva delle forze armate disegnata dal predecessore verso un impiego meno parallelo e più subalterno alla politica militare dell'Amministrazione USA e pertanto ad un legame più organico con la strategia occidentale(24). Non a caso l'Italia fu in questo periodo uno dei pochi Paesi della Nato che diede il suo assenso all'SDI, il programma di ricerca strategica annunciato dal Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan.

Con Spadolini continuarono le missioni all'estero delle nostre Forze Armate; nell'agosto del 1984 fu la volta di 4 unità navali inviate nel Canale di Suez e nel Mar Rosso per far parte di una forza multinazionale impegnata in operazioni di vigilanza e di sminamento. In quest'occasione però, il Governo italiano non si nascose dietro il paravento di una missione "umanitaria" come invece aveva fatto in passato, ma chiarì senza falsi pudori che il vero obiettivo della missione navale era la protezione di due vie d'acqua importanti per il passaggio di circa "il 43% del totale delle nostre importazioni"(25).

Fu sempre durante il ministero di Spadolini che le nostre Forze Armate vennero impegnate in operazioni di vigilanza e di "pronto intervento" in occasione della lunga crisi USA-Libia e delle vicende legate ad atti di terrorismo internazionale come nel caso del sequestro dell''Achille Lauro".

Tuttavia proprio in questa fase, la gestione Spadolini del dicastero della difesa fu tutt'altro che indolore all'interno dei rapporti interni alla coalizione di governo. La conduzione politico-militare della vicenda del sequestro dell'Achille Lauro e dei rapporti con l'alleato statunitense durante la cosiddetta "notte di Sigonella", nell'ottobre del 1985, fece sorgere alcuni gravi contrasti tra il titolare alla difesa e l'allora capo del consiglio Bettino Craxi che sfociarono in una breve crisi di governo, la prima determinata da questioni di politica estera. Tra l'altro proprio la vicenda di Sigonella ha rappresentato il primo ed ultimo evento di frizione tra Italia e Stati Uniti in merito all'uso “ambiguo” delle basi italiane da parte delle forze aeronavali USA, e in particolar modo delle unità in dotazione alla VI Flotta che opera nel Mediterraneo al di fuori del quadro delineato dalla Nato. Non sono mancati inoltre veri e propri conflitti istituzionali, non ancora del tutto risolti,  su chi spetterebbe, secondo la Costituzione, il comando delle operazioni militari in caso di guerra.

In tema di potenziamento del dispositivo militare nazionale si raggiunse al contrario il massimo consenso tra le forze politiche di maggioranza e nelle stesse file dell'opposizione comunista. La lunga "crisi  mediterranea" del biennio 85-86 fu utilizzata ad hoc per promuovere l'introduzione di nuove avanzate tecnologie militari di C3-I  (Comando, Controllo, Comunicazione, Intelligence) e l'acquisto di nuovi sistemi d'arma (Tornado, Am-x, ecc.). Contemporaneamente fu rafforzato il ruolo e l'organizzazione della Forza di Intervento Rapido italiana, in modo da renderla il più possibile simile alle analoghe forze di pronto intervento di Stati Uniti e di alcuni paesi europei come Francia e Gran Bretagna; inoltre veniva emanato il decreto legge con cui si da vita all'Aviazione di Marina, grazie alla trasformazione dell'incrociatore tuttoponte "Garibaldi" nella prima portaerei della storia d'Italia.

Per favorire la soluzione delle divergenze dottrinarie tra le forze armate così da definire "un'unica prospettiva strategica per lo strumento militare"(26), venne presentato sempre nel 1985, il primo "Libro Bianco della Difesa". Nell'introduzione, Spadolini elencava quelle che secondo lui erano le minacce a cui l'Italia si trovava di fronte e a cui doveva rispondere con un "modello di difesa coerente negli obiettivi". Scarsa attenzione era dedicata alla vecchia minaccia da nord-est; al contrario buona parte delle analisi veniva riservata alla "nuova minaccia da sud", cioè al "sensibile spostamento del baricentro delle crisi riguardanti l'Europa verso il Mediterraneo"(27). Secondo Spadolini, la minaccia da Sud era di duplice origine: "sia diretta (forza aeronavale sovietica) che indiretta (contenziosi economici e politici con paesi poco stabili nel Terzo Mondo)"(28).

Per affrontare efficacemente le due minacce, il Libro Bianco prevedeva la riorganizzazione della programmazione militare in 5 "missioni operative interforze": la difesa nord-est per "arrestare il più avanti possibile ogni tentativo di invasione" (1^ Missione); la difesa a sud e alle linee di comunicazione marittime per "garantire il libero uso del mare e assicurare la difesa delle frontiere marittime" (2^ Missione); la difesa aerea per "assicurare al massimo grado l'inviolabilità dello spazio aereo e la difesa degli attacchi dell'aria" (3^ Missione); la difesa operativa per "conservare la libera disponibilità del territorio nazionale e l'integrità delle strutture politico-amministrative" (4^ Missione); lo svolgimento di "compiti di concorso alla protezione civile" e di "contributo alla sicurezza internazionale" (5^ Missione)(29).

Le Missioni Interforze mutavano il quadro strategico delle nostre Forze Armate e in particolare i compiti operativi delle forze aeronavali. A queste ultime il Libro Bianco assegnava gli obiettivi di "mantenere aperte le linee di comunicazione marittime di stretto interesse, provvedere al controllo e alla protezione del traffico mercantile, difendere le zone marittime costiere da operazioni di sbarco e di aviosbarco"; in campo Nato quelli di "cooperare con le forze alleate per il conseguimento di una superiorità aeronavale necessaria per garantire i traffici marittimi assicurando il flusso dei rifornimenti e dei rinforzi"(30). Alle forze aeronavali nazionali spettava inoltre per la prima volta la funzione di "protezione, dissuasione e difesa delle linee di traffico nei confronti delle minacce potenziali provenienti soprattutto da alcuni Paesi dell'area, e segnatamente contro quegli attacchi limitati, a bassa e media intensità - terrorismo, colpi di mano, atti dimostrativi - che potrebbero essere sferrati da alcuni attori rivieraschi"(31).

Secondo quanto sintetizzato dall'allora Capo di Stato Maggiore della Marina Amm. Giasone Piccioni, con il Libro Bianco si prefigurava l'adozione da parte delle nostre Forze Armate di 4 principi base: "la dissuasione, la difesa avanzata, l'integrazione interforze e l'efficienza tecnologica"(32). Specie per l'integrazione interforze se ne auspicava la realizzazione sia in campo nazionale attraverso un'organizzazione integrata e la pianificazione operativa comune delle forze armate, sia in sede Nato attraverso l'organizzazione di comandi interalleati, l'addestramento comune e una politica di standardizzazione di dottrine, procedure e materiali militari(33). Tuttavia, come ha sottolineato Carlo Maria Santoro, questi criteri andavano "al di là dell'Alleanza, pur senza dimenticarla o peggio contraddirla, in quanto contemplano anche alcune ipotesi e scenari non previsti dal Trattato, né inseriti nei protocolli e nei documenti militari ufficiali che li accompagnano"(41).
 

Le Forze Armate italiane dopo la firma del trattato INF
La firma nel dicembre 1987 del trattato INF tra Stati Uniti e URSS per l'eliminazione dei missili nucleari a medio raggio, non modificava per nulla l'assetto delle Forze Armate italiane, né riduceva i programmi di espansione della spesa per l'acquisto di nuovi sistemi d'arma. Viceversa continuarono ad essere apportate nuove modifiche organizzative ai reparti militari per renderli prontamente operativi e "proiettabili" per missioni avanzate, anche oltre dello stesso mar Mediterraneo, come nel caso dell'invio di un gruppo navale per la protezione della navigazione nelle acque del Golfo Persico proprio nella fase più acuta del conflitto Iran-Iraq, spedizione questa ben differente rispetto alle precedenti, date le dimensioni del conflitto e i rischi di una sua internazionalizzazione(35). Con l'operazione nel Golfo la Marina Militare effettuava un ulteriore salto  qualitativo  passando secondo quanto espresso dall'ammiraglio Giasone Piccioni, da una "missione di interdizione dell'uso del mare all'avversario (“sea denial”), al completo controllo (“sea control”) del Mediterraneo"(36). Non è difficile inserire il nuovo ruolo della Marina italiana di ”difesa avanzata” e di “attacco preventivo” all'interno della "Strategia Marittima" introdotta dalla US Navy. È infatti probabile che siano stati proprio gli Stati Uniti, preoccupati di una "cattiva dislocazione" delle proprie forze navali che privilegerebbero il Mediterraneo a scapito di altri settori vitali quali il Golfo Persico e l'Oceano Indiano, a spingere i vertici militari italiani ad adottare un ruolo navale molto più aggressivo, al fine di coprire con successo ed autonomia i "vuoti" che si potrebbero creare nel Mediterraneo centrale in caso di un trasferimento graduale della VI Flotta verso il Medio Oriente(37). Persino la realizzazione del vasto piano di riarmo navale della Marina italiana presenta strette analogie con le scelte adottate da quella statunitense. Identica è ad esempio la prassi nella programmazione degli investimenti: essa prende il via molto prima che lo Stato Maggiore e il Ministero della Difesa definiscano le relative missioni e le possibili minacce, queste ultime indiscutibilmente sovradimensionate per legittimare le ingenti spese di bilancio(38).

Onde garantire l'estensione a tutto il Mediterraneo del raggio operativo della flotta italiana, oltre all'acquisto di 16 velivoli aerei a decollo verticale "AV 8B-Harrier" che troveranno ospitalità sul ponte della  portaerei "Garibaldi", la Marina Militare ha realizzato un programma di potenziamento che prevede entro il 1992 la costruzione di una nave scuola e nel 1993 la realizzazione di una nuova classe di sommergibili. Nel più lungo periodo, l'ammiraglio Filippo Ruggiero, attuale Capo di Stato Maggiore della Marina, ha auspicato la realizzazione di una seconda portaerei, di 4 nuove fregate, di 2 cacciamine, di una nave rifornitrice e di alcune motocannoniere per pattugliamenti veloci(39). L'ammodernamento navale, in linea con il processo di trasferimento a Sud del baricentro logistico-operativo delle Forze Armate italiane, è andato di pari passo con l'ampliamento delle basi navali di Augusta e Taranto, e con la realizzazione dell'aeroporto di Grottaglie, in Puglia, destinato al supporto tecnico, logistico ed addestrativo dei nuovi “Sea Harrier”(40) e al dispiegamento di 24 elicotteri antisommergibili della classe NH90(41). A Taranto, nello specifico, i lavori prevedono lo spostamento dell'attuale base navale del Mar Piccolo al Mar Grande e secondo l'amm. Antonio Fedele sarebbero stati necessari "per favorire una maggiore operatività della flotta in caso di pronto intervento nel Mediterraneo"(42). Si fa strada però l'ipotesi che Taranto sia stata scelta dalla Nato come base di rifornimento e attracco delle portaerei e forse dei sommergibili USA a capacità nucleare(43). Ciò troverebbe conferma da quanto dichiarato dall'ex comandante delle Forze Alleate del Sud Europa, amm. James B. Busey, secondo cui a Taranto si starebbe costruendo una "stazione navale per la quale la Nato ha stanziato dei fondi per le infrastrutture"(44).

Sempre in Puglia, molto probabilmente nell'area industriale di Taranto, la Marina Militare in collaborazione  con l'Alenia, sarebbe intenzionata a realizzare un impianto per la manutenzione e le revisioni degli “Harrier” italiani e degli stessi esemplari in dotazione ai “Marine Corps” degli Stati Uniti(45).

Il processo di "dispiegamento" nel Mezzogiorno d'Italia di nuove infrastrutture militari ha visto protagonista anche l'Aeronautica Militare. Oltre ad aver sostenuto gli Stati Uniti nel loro progetto d'installazione nella base aerea di Crotone dei 72 cacciabombardieri F-16 "sfrattati" dalla Spagna, l'Aeronautica ha potenziato le basi siciliane di Trapani-Birgi, Sigonella e delle isole minori di Pantelleria e Lampedusa, e gli aeroporti pugliesi di Galatina (Lecce), elevato a sede della 61^ Brigata aerea, e di Brindisi, dove sono stati schierati i nuovi caccia Am-X(46). Contemporaneamente, in vista del potenziamento della propria linea di volo, l'Aeronautica Militare ha predisposto l'acquisizione di un nuovo cacciaintercettore, l'"EFA" ("European Fighter Aircraft") che sostituirebbe i vecchi F-104S, di 4 velivoli radar AWACS e di 4 aerocisterne per il rifornimento in volo, nonché l'adozione del sistema missilistico "Patriot" in sostituzione del sistema Nike(47). Inoltre ha avviato la progettazione dei sistemi di telecomunicazione e di ricognizione satellitare "SICRAL" e "SAMO", mentre in sede Nato partecipa alla realizzazione del sistema satellitare di aeronavigazione e posizionamento radio "GASNAVSTAR". L'Italia partecipa infine con il 14% delle spese alla messa in opera del satellite militare francese "Helios" idoneo "a captare i segnali dei radar antimissili sovietici"(52).

Anche l'Esercito Italiano ha avviato un articolato processo di ristrutturazione interna che ha già visto una parziale riduzione numerica dei reparti e il trasferimento di alcuni battaglioni dal nord Italia ad alcune regioni meridionali. Ad esempio, il 19° Gruppo Squadroni Carri è stato insediato a Salerno(49), la Brigata Meccanizzata "Garibaldi" a Caserta, il 3° e l'11° Battaglione Bersaglieri a Fasano, Puglia(50). In Sicilia sono stati trasferiti il 23° Battaglione Bersaglieri "Castel di Borgo" e il 6° Gruppo Squadroni Carri "Lancieri di Aosta", mentre a Pantelleria e Lampedusa è stato costituito il 141° Battaglione Motorizzato "Isole Minori". Inoltre è stato programmato il trasferimento in Calabria di un reparto meccanizzato attualmente stanziato in Lombardia e del 13° Battaglione Corazzato dei Carabinieri di Gorizia(51). Sempre in Calabria, regione che negli ultimi tre anni ha ospitato a rotazione numerose Brigate del centro-nord per lo svolgimento di campi di addestramento ed esercitazioni a fuoco, è prevista la dislocazione di uno squadrone elicotteri dell'EI di nuova costituzione, nonché la realizzazione di una "Scuola Allievi Carabinieri" capace di ospitare sino a 1.200 uomini (52).
 

La partecipazione dell'Italia nella guerra del Golfo
Che l'enorme potenziale bellico accumulato in questi anni avesse fini tutt'altro che "difensivi" e che al contrario fosse destinato a proiettare il teatro delle operazioni delle forze armate italiane al di là degli stessi confini geografici dell'Alleanza Atlantica, lo si sarebbe visto in occasione della sanguinosa guerra nel Golfo,  dove per la prima volta nella storia della Repubblica, in violazione del dettato costituzionale, si registrava la partecipazione diretta dell'Italia in un conflitto. L'aeronautica italiana tra l'altro, partecipava alle operazioni alleate di bombardamento contro obiettivi civili e militari in Iraq e in Kuwait, utilizzando allo scopo 10 cacciabombardieri “Tornado” IDS, rischierati per l'occasione presso la base aerea di Dhafra negli Emirati Arabi Uniti. Alle operazioni belliche l'Italia assegnava inoltre 6 caccia RF-104G con compiti di ricognizione aerea e il 20° Gruppo Navale della Marina Militare per la protezione delle portaerei statunitensi schierate nelle acque del Golfo Persico. Complessivamente, il contingente italiano mobilitato direttamente per le missioni di guerra raggiungeva i 1.750 uomini(53).

La guerra nel Golfo vedeva inoltre la piena mobilitazione in patria di tutti i reparti delle Forze Armate; ad essi venivano assegnate operazioni di "polizia" e di vigilanza dei principali obiettivi militari, industriali e civili. Il governo italiano assegnava inoltre unità navali e reparti militari per partecipare a missioni ed operazioni definite in sede Nato ed UEO, e concedeva agli alleati l'uso delle principali basi aeree e di buona parte dei porti militari e civili per le operazioni di trasferimento di truppe e sistemi d'arma nel Golfo. Di particolare gravità è stata l'autorizzazione concessa agli Stati Uniti a schierare negli aeroporti di Gioia del Colle e di Trapani Birgi 8 cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 ed F-18(54), e ad utilizzare gli scali aerei di Fiumicino e di Fontanarossa (Ct) per il transito di velivoli civili con personale militare USA a bordo, nonché quelli di Milano-Malpensa, Trapani-Birgi e Punta Raisi (Pa) quali basi di supporto per i velivoli cisterna KC-10 utilizzati per il rifornimento in volo dei bombardieri strategici B-52(55). Questi ultimi aerei protagonisti di massicci bombardamenti in Iraq, hanno anche avuto l'autorizzazione a sorvolare lo spazio aereo italiano; analoga autorizzazione è stata concessa ai treni speciali che attraverso il Brennero hanno trasportato in più riprese ai porti di Livorno e di Brindisi, i mezzi corazzati e i carri armati USA destinati al Golfo Persico.

A guerra conclusa, dopo aver autorizzato l'invio delle unità "Sapri", "Milazzo", "Vieste" e "Tremiti" per il concorso alle operazioni di sminamento nel Golfo, il governo italiano dava il suo assenso all'operazione multinazionale denominata "Provide Comfort", assegnando per questa missione "di pace", gli incursori del "Col Moschin", i paracadutisti della "Folgore" e gli alpini della "Taurinense", brigata inserita nella AMF, la Forza Mobile della Nato. Sarebbe interessante, in proposito, venire a sapere chi abbia autorizzato gli ufficiali italiani a istituire nel campo profughi di Zacho una vera e propria “scuola di addestramento” alle tecniche antiguerriglia per i Peshmerga curdi, e se di questo il Parlamento sia stato mai informato(56). Evidentemente anche in quest'occasione, dietro il “movente umanitario” stava celata la ormai decennale aspirazione a fare assumere al nostro paese un ruolo di “media potenza” internazionale, non tralasciando tra l'altro l'intento di fare di ogni missione all'estero un buon palcoscenico per le armi ”made in Italy”. In quest'ottica può essere interpretata la decisione del governo italiano di allestire 2 centri logistici dell'Esercito a Valona e a Durazzo (Albania) e di trasferire alcune unità della Marina nelle acque territoriali albanesi per impedire la partenza di nuove imbarcazioni di profughi, quasi a sancire la “riannessione” all'Italia della ex colonia in una fase di estrema destabilizzazione dell'area balcanica. È forte il sospetto che le nostre forze armate, previo l'assenso dei principali partners occidentali, vogliano garantirsi in questo modo una specie di osservatorio o peggio ancora, un trampolino, il più possibile avanzato in questo scacchiere di crisi.
 

Verso un nuovo modello di difesa
Negli stessi giorni in cui si concludeva il conflitto nel Golfo, la Commissione Difesa della Camera dei Deputati rendeva noto i risultati di una sua indagine conoscitiva sull'"evoluzione dei problemi della sicurezza internazionale e sulla ridefinizione del modello di difesa italiano"(57). Ne usciva fuori un documento che non potrà non avere a breve termine conseguenze dirette sulla politica militare nazionale e sugli stessi programmi di ristrutturazione del complesso industriale bellico. Esso si apriva con la presa d'atto del "superamento della situazione strategico-militare che aveva il suo fulcro nella cosiddetta minaccia da Est", e focalizzava la sua attenzione sulla "crescente complessità" del rapporto fra Nord e Sud e sull'"aumento delle potenziali minacce" (corsa al riarmo dei Paesi mediterranei e mediorientali, il "radicalismo islamico", l'indebitamento estero, l'incremento demografico, ecc.)(58). Significativa era la valutazione che l'indagine dava sulla Nato, definita un "polo insostituibile per la riduzione delle forze militari in Europa", ma di cui si auspicava un'"evoluzione strutturale e di allargamento", la "riorganizzazione politica e militare del pilastro europeo" e una sua "trasformazione in un'alleanza politico-militare di estrema flessibilità, che ponga in evidenza il contributo prevalentemente aeronavale degli Stati Uniti e che sia tale da consentire il ritiro di consistenti forze terrestri americane dal continente europeo". Secondo questo modello, "l'Alleanza dovrebbe acquisire una capacità di proiezione a distanza, assicurata da forze ad alta mobilità in grado di realizzare rapidi interventi ad ampio raggio" in occasione di quelle "che vengono attualmente definite crisi fuori area, con particolare riferimento al lato Sud e al Medio Oriente"(59).

La relazione passava poi a delineare il nuovo ruolo internazionale dell'Italia che deve essere "sostenuto da una credibile e flessibile potenzialità militare, imperniata su uno strumento in grado di assicurare una più ampia gamma di opzioni". A tal fine viene proposto di ridimensionare "anche notevolmente", i contingenti terrestri ed aerei impegnati sulla soglia di Gorizia, "aumentando al contempo la vigilanza sul fianco sud". Una seconda funzione della difesa nazionale viene ricondotta "agli impegni assunti dal nostro Paese quale contributo alla pace e alla sicurezza internazionale" e alla "tutela di vitali interessi nazionali in emergenze fuori area", facendo proprio ciò che era già stato auspicato nella “Nota aggiuntiva al Bilancio per la Difesa del 1991”, ove si legge che la difesa delle frontiere "va intesa, più che come presidio territoriale, come idoneità ad intervenire tempestivamente laddove si manifestano minacce al suolo nazionale, agli spazi aerei e alle linee di comunicazione marittime"(60). Questi fini, sempre secondo l'indagine conoscitiva del parlamento, implicano l'"esigenza di confermare e qualificare il relativo dispositivo interforze soprattutto in una logica di difesa integrata in ambito multinazionale". Viene così ribadita l'esigenza di una "ristrutturazione della Forza di intervento rapido (FIR)", inquadrabile in una forza mobile multinazionale permanente e dotata di "una cospicua componente anfibia ed aviotrasportata"(61), dando via libera al governo per la costituzione entro 5 anni di una "task force" tridimensionale con una consistenza simile alla FAR francese (35-40.000 volontari di truppa più 10-15.000 tra ufficiali e sottufficiali) capace di integrarsi con forze analoghe alleate(62).

In vista di questa "modifica" del modello di difesa, la Commissione Difesa riconfermava i progetti di espansione della spesa militare per l'acquisto dei nuovi sistemi d'arma (aviazione imbarcata, EFA, AWACS, velivoli rifornitori, sistemi missilistici Patriot, ecc.), proponendo inoltre la "ristrutturazione dell'Esercito" attraverso la costituzione di reparti qualificati e specializzati "essenzialmente formati da professionisti affiancati da un più ampio ambito di riservisti in caso di mobilitazione" e  il "potenziamento dell'aeromobilità e della difesa anticarro mediante elicotteri"(63).

Due mesi dopo la pubblicazione dell'indagine conoscitiva da parte della Commissione Difesa della Camera, anche lo Stato Maggiore delle Forze Armate completava l'elaborazione di una propria bozza di "nuovo modello di difesa". In essa si confermavano le analisi sullo scenario internazionale tracciate dall'organismo parlamentare, tuttavia le proposte sulla futura composizione delle forze operative divenivano più circostanziate e precise. Nello specifico, il "nuovo modello" delineato dallo Stato Maggiore, sostituisce le 5 missioni individuate dal Libro Bianco del 1985 con 3 nuove “funzioni”: "presenza e sorveglianza in tempo di pace; difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale; difesa integrata degli spazi nazionali in caso di aggressione diretta”. Ad assolvere queste funzioni sono delegate 3 categorie di forze: una di "pronto impiego", operativa sin dal tempo di pace e capace di fornire una reazione "immediata"; una forza di riserva "addestrata", idonea ad intervenire a sostegno della forza di pronto impiego in un arco di tempo compreso fra i 30 e i 90 giorni; una forza di riserva e mobilitazione con tempi di approntamento superiore ai 90 giorni(64). In questo "nuovo modello di difesa", l'Esercito dovrà subire sostanziali interventi  di trasformazione interna. Si tratterebbe in particolare di costituire una forza di pronto intervento, composta da 30.000 uomini circa, tutti volontari, inquadrati in 5 brigate a cui aggiungere una serie di battaglioni di fanteria, lagunari, corpi specializzati, caratterizzati dall'alta flessibilità d'impiego e dalla rapidità operativa. A questa nuova FIR, idonea ad intervenire in tempi brevissimi in qualunque punto del territorio nazionale e anche al di là dei confini, sia da sola che integrata all'interno di forze permanenti e "su chiamata" della Nato, si affiancherebbero le cosiddette forze di "secondo tempo", in tutto 10 brigate composte da personale di leva(65). A queste ultime, secondo quanto auspicato dal gen. Carlo Jean, verrebbero assegnati compiti "prevalentemente difensivi e di copertura del territorio" con un maggiore coinvolgimento dell'Arma dei Carabinieri, "le cui stazioni disseminate su tutto il territorio potrebbero costituire ottimi centri di mobilitazione per unità di difesa locale"(66).

Dovrebbe mutare la stessa composizione degli organismi di vertice delle nostre Forze Armate. In particolare, lo Stato maggiore della difesa dovrebbe unificare molti degli attuali poteri demandati agli stati maggiori delle tre armi, in modo da potenziare e “razionalizzare” l'efficienza interforze. Probabilmente si potrebbe giungere perfino all'eliminazione dei tre SIOS, i Servizi informativi di Esercito, Marina ed Aviazione, i cui uffici verrebbero a confluire tutti nel Sismi(67).

Mentre nel documento della Commissione Difesa era assente qualsiasi stima dei costi finanziari necessari per il vasto programma di revisione del modello di difesa e di potenziamento della dotazione di sistemi d'arma (AWACS, Patriot, EFA, nuove unità navali, ecc.), la bozza delineata dallo Stato Maggiore auspica a breve termine un impegno finanziario che ai costi del 1991 si colloca nell'ordine dei 56.000 miliardi di lire(68). Secondo i deputati Verdi Edo Ronchi e Giancarlo Salvoldi, un simile programma richiederebbe uno stanziamento annuo per la Difesa di 30-40.000 miliardi di lire (grosso modo le spese militari di paesi come Francia e Inghilterra), contro un bilancio che nel 1991 ha raggiunto i 24.400 miliardi di lire(69). La voce difesa verrebbero a incidere in questo caso sul 5-6% del Prodotto Interno Lordo, un valore doppio del 2,6% attuale(70). Tutto ciò appare ancora più assurdo se si pensa che il governo, in vista di un rapido ammodernamento degli armamenti italiani, starebbe per varare alcune leggi promozionali sul modello di quelle varate a metà degli anni '70 per l'Aeronautica, la Marina e l'Esercito, che prevederebbero uno stanziamento aggiuntivo di 30.000 miliardi a quello ordinario del bilancio del Ministero della Difesa(71).
 

Capitolo 3 - Il processo di militarizzazione della Sicilia

La posizione geografica della Sicilia, con le proprie coste proiettate su due delle principali vie di transito del Mediterraneo, il Canale di Sicilia e lo Stretto di Messina, non poteva non avere riflessi diretti sull'assetto militare e strategico dell'isola. Come ha scritto Salvatore Palidda, studioso italo-francese della politica militare italiana, "la Sicilia, per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, è il luogo dove per prima si ripercuotono i mutamenti concernenti l'equazione strategica non solo mediterranea. Ogni cambiamento che si è avuto nel confronto tra USA e URSS dal dopoguerra in poi si è quasi immediatamente ripercosso nel dispositivo USA-Nato in Sicilia" che si trova così ad essere "il termometro sensibile ai mutamenti dovuti ai nuovi disegni strategici"(1).

Fu l'Italia fascista a valorizzare il ruolo strategico-militare dell'isola. Benito Mussolini, durante una sua visita in Sicilia nel 1937 per l'inaugurazione dell'aeroscalo di Comiso, ebbe a dichiarare che essa "rappresenta il centro geografico dell'impero" e che il fascismo l'avrebbe trasformata in una "fortezza inespugnabile"(2). In realtà la Sicilia svolse un ruolo di primo piano per le missioni aeronavali nel Mediterraneo delle forze dell'Asse. L'esercito fascista realizzò nell'isola 3 “complessi aeroportuali'” ruotanti attorno a Castelvetrano-Trapani il primo, Ponte Olivo-Gela-Comiso il secondo, Gerbini-Catania il terzo(3) e potenziò le basi navali di Messina, Augusta, Siracusa e Trapani(4). Inoltre avviò imponenti lavori di fortificazione dell'isola meridionale di Pantelleria, dove nel 1939 fu realizzato all'interno di una collina un immenso hangar per il ricovero di caccia e bombardieri. Le caserme realizzate nell'isola giunsero ad ospitare durante la Seconda Guerra Mondiale sino a 12.000 militari(5).

Al momento dello sbarco alleato del luglio del 1943, le forze armate italiane schieravano in Sicilia 3 Divisioni di Fanteria ("Aosta", "Assietta" e "Napoli") e 5 Divisioni Costiere per un totale di 230.000 uomini, a cui si aggiungevano 2 unità terrestri tedesche, la 15^ Divisione Granatieri e la Divisione Corazzata "Hermann Goering"(6).

Lo sbarco in Sicilia garantì alle forze alleate il pieno controllo delle rotte mediterranee che furono così riaperte alle unità navali preposte al rifornimento dei reparti militari impegnati nel teatro europeo meridionale e in Medio ed Estremo Oriente. Ciò ebbe un'importanza decisiva per le sorti del conflitto mondiale(7).

Un'abbondante letteratura ha ricostruito i legami intercorsi tra il governo statunitense e i principali gruppi mafiosi siciliani nella realizzazione del sistema di dominio in funzione antipopolare che gli Stati Uniti ristabilirono in Sicilia subito dopo lo sbarco alleato(8). Il governo americano "arruolò la mafia all'interno dei propri servizi strategici e militari", utilizzandola quale "strumento essenziale del proprio intervento politico in Italia"(9). Un intervento questo, di chiara matrice conservatrice e anti-comunista, che vide perfino la disponibilità dell'amministrazione statunitense a scendere a patti con il banditismo (si pensi ad es. alla vicenda che vide l'OSS, l'Office of Strategic Services, i Servizi Strategici degli Stati Uniti, fornire le armi a Salvatore Giuliano per compiere la strage di Portella delle Ginestre, il 1° maggio del 1947)(10). Perfino gli stessi militari italiani posti a capo del ricostruito esercito nazionale in Sicilia, furono protagonisti di torbidi accordi con i leader mafiosi e con i rappresentanti di alcuni settori del movimento separatista dell'isola. Alcuni documenti americani hanno ricostruito ad esempio i legami tra il gen. Giuseppe Castellana, comandante della Divisione "Aosta", il boss Calogero Vizzini e alcuni mafiosi trapanesi della famiglia Nasi(11).

Gli Alleati, consapevoli del ruolo strategico assunto dalla Sicilia nel corso del conflitto mondiale, attraverso il Trattato di Pace imposero all'Italia una serie di forti limitazioni militari da applicare proprio nell'isola. All'articolo 50 era previsto che "in Sicilia e in Sardegna, tutte le installazioni permanenti e il materiale per la manutenzione e il magazzinaggio delle torpedini, delle mine marine e delle bombe" fossero "demolite o trasferite nell'Italia continentale" entro un anno dall'entrata in vigore del Trattato. Al terzo comma veniva aggiunto che "non sarà permesso alcun miglioramento o alcuna ricostruzione o estensione delle installazioni esistenti o delle fortificazioni permanenti". In Sicilia e in Sardegna era inoltre vietata la costruzione di "ogni installazione o fortificazione navale, militare o per la forza aerea eccetto per quelle opere destinate agli alloggiamenti delle forze di sicurezza che possono essere necessarie per compiti d'ordine interno". Infine all'art. 59 del Trattato era previsto che "Pantelleria, le isole Pelagie (Lampedusa, Lampione e Linosa) e Pianosa (nell'Adriatico)" fossero e restassero "smilitarizzate", mentre all'art. 73 veniva fatto divieto a forze militari straniere "di stazionare sul territorio, nei porti o nelle acque territoriali italiane"(12).

Queste clausole molto vincolanti vennero però presto eluse dalle stesse forze alleate. A meno di 10 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del testo del Trattato, il 4 gennaio del 1948 il gen. Marshall, segretario agli esteri americano, annunciava l'invio in Italia e in Sicilia di un distaccamento di fucilieri della US Navy per "integrare gli effettivi delle navi americane alla fonda nei porti italiani". La decisione, secondo quanto spiegato dall'ammiraglio Chester Nimitz, Comandante delle operazioni navali USA, nasceva dalla volontà di tenere le proprie navi nel Mediterraneo "il più vicino possibile agli obiettivi di guerra", in una zona di "particolare importanza" per gli Stati Uniti(13). Contemporaneamente, il 1° febbraio 1948, lo Stato Maggiore dell'Esercito italiano disponeva la ricostituzione in Sicilia della Divisione di Fanteria "Aosta" sciolta a fine conflitto, assegnandone il comando a Palermo(14).

La ricostituzione dell'"Aosta" e lo sbarco dei fucilieri statunitensi furono i primi passi con cui prese il via il processo di militarizzazione della Sicilia nel dopoguerra; essi si verificarono nello stesso periodo in cui a Washington gli strateghi USA progettavano di trasformare l'isola "nella Malta del futuro" e in una "inaffondabile portaerei piantata al centro del Mediterraneo"(15). La Sicilia veniva assunta ad avamposto strategico per la difesa del teatro sud-europeo in caso di scoppio di un conflitto globale. Tuttavia la funzione dell'isola non veniva circoscritta al solo impegno militare antisovietico; l'isola assumeva infatti per gli Stati Uniti un ruolo chiave nel cosiddetto “contenimento interno” contro ogni forma di presenza comunista in Italia.  Era stato lo stesso Presidente degli Stati Uniti Truman a garantire al governo italiano la disponibilità degli USA ad intervenire militarmente "in caso di minaccia esterna o interna all'Italia"(16). Secondo la direttiva 1/2 emanata dal "National Security Council", organo consultivo del governo USA, tra le differenti opzioni militari da intraprendere nel Mediterraneo in caso di "partecipazione o controllo totale del governo da parte dei comunisti", era prevista ad esempio l'installazione di "forze in Sicilia o in Sardegna o in ambedue le isole"(17). Sempre per bloccare una possibile avanzata comunista nel Paese, le forze armate statunitensi e britanniche giunsero a progettare un vasto piano d'intervento militare in Sicilia che prevedeva lo sbarco nei porti dell'isola di oltre 30 unità navali e il trasferimento di centinaia di cacciabombardieri da Malta agli aeroporti di Augusta, Comiso e Boccadifalco(18).

Subito dopo l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, avvenuta a Washington il 4 aprile del 1949, si fecero frequenti gli stazionamenti di unità navali americane nei porti siciliani e in particolare in quello di Augusta, utilizzato perfino per esercitazioni da sbarco dei marines e per lo stoccaggio di armi e munizioni in depositi sotterranei(19). Sempre ad Augusta fu inoltre predisposta dalla Marina Militare una base per sottomarini(20). A Palermo invece, in occasione della parata militare organizzata per la festa della Repubblica del 2 giugno 1950, si ebbe la partecipazione di reparti della VI Flotta USA in rada nel porto(21).

Negli stessi mesi si iniziò a registrare anche un'intensa attività aerea di velivoli USA sugli aeroporti principali dell'isola. Parallelamente gli anglo-americani iniziarono il finanziamento e la realizzazione di impianti e infrastrutture di notevole valenza militare-strategica, primo fra tutti il grande complesso di raffinerie petrolifere nella baia di Augusta, sin d'allora utilizzato per il rifornimento di carburante delle unità navali militari in transito nel Mediterraneo centrale. Fu dato inoltre il via all'ampliamento degli scali aerei di Catania e Comiso su cui esercitavano un illimitato controllo alcune società britanniche ed americane(22).

In seguito alla disponibilità offerta nel settembre del 1951 dai Governi di Stati Uniti d'America, Gran Bretagna e Francia a rimuovere "le restrizioni o discriminazioni permanenti contenute nel Trattato di pace", l'Italia chiese a tutte le potenze firmatarie del Trattato l'abrogazione delle clausole che limitavano l'attività militare. Pur non ottenendo il favore dell'Unione Sovietica che si era dichiarata disposta ad accettare la revisione solo a condizione che l'Italia uscisse dal blocco atlantico o non ammettesse nel suo territorio l'esistenza di basi militari e forze armate straniere, il Governo italiano dichiarò nel gennaio del 1951 di non sentirsi più vincolato militarmente dal Trattato di pace, legittimando così la presenza dei militari USA in Italia e ponendo le basi per avviare il processo di militarizzazione della Sicilia, della Sardegna e delle isole minori di Pantelleria e Lampedusa. Nel 1952 l'Aeronautica Militare poteva così schierare a Catania-Fontanarossa un Gruppo Aereo Antisommergibile a cui fece seguito nel 1956 la costituzione ad Augusta di un reparto di volo della Marina Militare con un organico di 3 elicotteri Augusta-Bell AB.47 G(23).

L'adesione dell'Italia al Patto Atlantico diede una spinta ulteriore al processo di "americanizzazione" della penisola. Dopo una serie di contatti tra gli alti vertici politici e militari statunitensi ed italiani, si giunse nel 1954 alla stipula di un accordo bilaterale ancora coperto dal segreto militare, che avrebbe regolato da allora in poi la presenza di basi militari USA sul territorio nazionale. Grazie a queste infrastrutture l'Italia avrebbe garantito le operazioni di rifornimento e di "eventuale ripiegamento" per le forze americane di stanza in Centro Europa e per i bombardieri strategici in grado di colpire obiettivi civili e militari in Unione Sovietica. Nei piani degli Stati Uniti, l'Italia sarebbe stata in caso di conflitto la "via per rientrare in Europa, attraverso delle teste di ponte da mantenersi in Sicilia, in Sardegna e, possibilmente, in tutta l'Italia del Sud"(24).

In seguito a questo accordo, nel 1957 il governo italiano autorizzò gli Stati Uniti a realizzare nella Piana di Catania una Naval Air Facility (Facilitazione Aero-navale) della US Navy. Si diede così il via alla costruzione della base di Sigonella che secondo quanto denunciato allora dai deputati comunisti Pezzino, Failla e Pajetta "i militari americani considerano come zona extraterritoriale, non appartenente alla repubblica italiana"; "la presunta extraterritorialità viene perfino invocata per negare ai lavoratori addetti alle costruzioni i più elementari diritti democratici e sindacali propri del nostro ordinamento costituzionale"(25). Le prime infrastrutture realizzate a Sigonella prevedevano una prigione, 3 caserme per la truppa, 120 appartamenti per ufficiali e sottufficiali, uffici vari, una chiesa, un ospedale, un'infermeria, 6 cabine elettriche e uno spaccio per “marines”.

Ma fu in seguito alla guerra del Kippur del 1973 e all'elaborazione delle strategie militari USA e Nato  tendenti a riaffermare l'egemonia politico-militare dell'Occidente e il suo controllo delle risorse petrolifere mediorientali, che le regioni del Mezzogiorno d'Italia vennero assunte a "perno del Fianco Sud dell'Alleanza" e sottoposte in conseguenza a un rapido ed ampio processo di militarizzazione. La regione mediterranea, definita dalla Nato "ad alto rischio di conflitto limitato"(26), non poteva così che esaltare la valenza strategica della Sicilia, isola che diveniva assai importante per il controllo dei traffici marittimi fra le due sponde del bacino. In occasione di un convegno tenuto a Palermo dal Comitato Atlantico Nazionale nei primi mesi del 1980 e presieduto dall'allora Ministro della Difesa Ruffini, si prefigurò per la Sicilia un ruolo di "avamposto" all'interno di una "strategia di difesa globale" che vedeva la Nato proiettata operativamente al di là dei confini territoriali ed istituzionali. L'isola veniva definita "particolarmente sensibile nel dispositivo di sicurezza in questa fase di crisi che ha per epicentro il Mediterraneo"(27).

Così, in vista del rafforzamento del fronte meridionale dell'Alleanza Atlantica, a partire dal 1979 si avviarono una serie di programmi Nato per la realizzazione di infrastrutture militari presso gli aeroporti di Trapani-Birgi e Pantelleria e per il potenziamento delle attività nella base di Sigonella, che fu trasformata in Naval Air Station, Stazione Aeronavale. Inoltre si diede il via ad un articolato programma di ridefinizione delle servitù militari nell'isola con la realizzazione di alcuni nuovi poligoni di tiro e con la decisione d'installare sui Nebrodi un megapoligono per artiglieria di oltre 23.000 ettari di terra. Fu comunque la scelta  di trasferire nel vecchio aeroporto di Comiso i 112 missili nucleari Cruise previsti dal programma di riarmo Nato, a dare risalto internazionale al processo di militarizzazione dell'isola, trasformando la Sicilia nella "punta di diamante" della Nato nel Mediterraneo, una sorta di vera e propria "portaerei naturale" dotata di sistemi d'arma convenzionali, nucleari tattici e strategici disponibili per il teatro mediorientale e il Golfo Persico.
 

L'uso delle basi militari in Sicilia durante la crisi USA-Libia
I siciliani presero pienamente coscienza della vocazione bellicista dell'isola durante l'escalation del conflitto USA-Libia iniziato nell'autunno del 1985 e culminato nella primavera dell'anno successivo con il bombardamento di Tripoli e Bengasi e con l'immediata ritorsione libica contro Lampedusa, su cui furono lanciati 2 missili SS-1C "Scud B". Per tutto quel periodo le basi militari e i principali porti dell'isola fecero da retrovia per le minacce e gli attacchi militari statunitensi contro la Libia, demonizzata ad arte come principale mandante del terrorismo internazionale.

La crisi fu aperta il 1° ottobre 1985 con l'attacco aereo di Israele contro la sede dell'OLP a Tunisi, nel tentativo  fallito, di eliminare gli uomini di punta della dirigenza palestinese. Il raid israeliano, un vero e proprio atto di aggressione contro un Paese straniero, coinvolse direttamente l'apparato militare realizzato in Sicilia. Gli aerei israeliani protagonisti del bombardamento contro la sede OLP di Tunisi, 4 caccia F-15 "Eagle" e altrettanti F-4E “Phantom”, transitarono infatti nello spazio aereo di giurisdizione italiana, sorvolando a bassa quota le isole di Pantelleria e di Lampedusa dopo aver ottenuto l'autorizzazione dal nostro governo(28). È però probabile che il sostegno italiano all'operazione sia stato ancora più esplicito e diretto. Subito dopo il raid infatti, fonti stampa del Kuwait sollevarono il sospetto che i bombardieri israeliani fossero partiti dalla base di Sigonella. Di sicuro essi non godevano di un'autonomia di volo sufficiente a sorvolare l'intero Mediterraneo a meno che qualcuno non garantisse loro il necessario supporto logistico e informativo(29). Così molto probabilmente, gli aerei israeliani furono riforniti in volo da alcuni velivoli cisterna  partiti da Sigonella. Ciò troverebbe conferma nel fatto che in quei giorni molti osservatori denunciarono lo stazionamento in Sicilia di 8 aerei cisterna KC-135, 6 dei quali appartenenti alle forze aeree degli Stati Uniti mentre i restanti 2 di nazionalità israeliana(30).

Una settimana dopo il raid israeliano la Sicilia si ritrovò nuovamente al centro di una vasta serie di operazioni militari. Il 7 ottobre 1985 venne sequestrata l'”Achille Lauro” e immediatamente tutte le basi militari siciliane furono messe in stato di allarme. Le unità navali dislocate ad Augusta furono trasferite nel Mediterraneo orientale in direzione della nave da crociera, mentre per le operazioni di ricognizione aerea furono utilizzati i pattugliatori "Atlantic" schierati a Sigonella. Il peggio però doveva ancora venire. Quando  la vicenda sembrava essersi conclusa positivamente grazie all'opera di mediazione dei vertici dell'OLP con la resa dei sequestratori, l'11 ottobre 4 caccia americani F-14 levatisi dalla portaerei Saratoga, intercettarono con un vero e proprio atto di pirateria aerea il Boeing egiziano con a bordo i protagonisti del sequestro della nave da crociera italiana, e lo costrinsero ad atterrare a Sigonella. Iniziava uno dei capitoli più oscuri della storia recente della Repubblica, quello conosciuto come la "lunga notte di Sigonella", in cui si rischiò il conflitto armato tra circa 300 militari italiani della VAM, i servizi di Vigilanza degli Aeroporti Militari, e 50 soldati americani appartenenti alla “Delta Force”, il Corpo Speciale autonomo di “pronto impiego” antiterrorismo e antiguerriglia delle Forze Armate USA. Quest'ultimo era giunto in Sicilia senza alcuna autorizzazione da parte del nostro Paese, con l'ordine di condurre in stato di arresto i terroristi palestinesi negli Stati Uniti(31). Al comando del gruppo della “Delta Force” stava il generale Carl Steiner che si tenne per tutta la notte in collegamento radio con la Casa Bianca(32). Dopo ore estenuanti di trattative tra i massimi vertici di Italia e Stati Uniti, la Delta Force venne ritirata: era stato raggiunto l'accordo di tenere in Italia i presunti dirottatori e di permettere al Boeing su cui viaggiava il leader dell'FLP Abu Abbas, presunto  mandante del sequestro dell'”Achille Lauro”, di rientrare in Egitto sotto la scorta di due caccia F-104 dell'AMI. Tuttavia gli statunitensi non mantennero a lungo l'impegno di non interferire in una vicenda che l'ordinamento internazionale assegnava all'esclusiva giurisdizione italiana. Infatti subito dopo il decollo, il Boeing venne circondato da alcuni jet statunitensi che avevano ricevuto l'ordine di costringere il velivolo egiziano a dirigersi verso una base Usa in Spagna e da qui agli Stati Uniti. La nuova operazione statunitense però fallì, poiché appena “fiutato'” il pericolo, il Boeing protetto dai caccia italiani, cambiò immediatamente rotta e senza lasciare lo spazio aereo nazionale si diresse a Roma-Ciampino, dove poteva atterrare indisturbato(33). Le provocazioni americane però continuarono ancora. Per tutto il tempo della  detenzione dei dirottatori a Siracusa, alcuni elicotteri statunitensi provenienti da Sigonella sorvolarono radenti il carcere cittadino di Ortigia dando l'impressione di volere effettuare un nuovo blitz per impadronirsi del “commando” palestinese(34). Il 15 ottobre, in occasione del transito dell'”Achille Lauro” dallo Stretto di Messina per imbarcare i magistrati preposti all'inchiesta sul sequestro, si arrivò perfino a sfiorare una collisione tra la nave da crociera e una fregata statunitense che "spiava" a distanza ravvicinata ogni mossa  della “Lauro”(35).

Il mese successivo alla vicenda della "notte di Sigonella", la Sicilia rischiò di essere coinvolta dalle manovre di guerra predisposte dal Pentagono in appoggio all'azione di forza compiuta dalle teste di cuoio egiziane contro i dirottatori di un Boeing 737 dell'Egipt Air, e che si concluse il 24 novembre 1985 con una spaventosa carneficina all'aeroporto di Malta. In quell'occasione un numero imprecisato di caccia e di aerei di intercettazione elettronica furono rischierati a Sigonella dalla portaerei USA “Coral Sea” con l'ordine di tenersi pronti all'attacco nel caso in cui le forze libiche fossero intervenute a Malta "in appoggio ai dirottatori del Boeing egiziano"(36).

Fu questa vicenda a segnare l'inizio delle operazioni militari USA finalizzate ad eliminare Gheddafi. Gli attentati terroristici contro gli aeroporti di Roma e di Vienna del Natale 1985, diedero la possibilità a Reagan  di vincere le ultime resistenze interne a che la Flotta USA assumesse il ruolo di "gendarme internazionale" e di "task force anti-terrorismo". Si diede così il via all'operazione "Cane Rabbioso". Appena iniziò il nuovo anno, tutte le basi USA e Nato della Sicilia furono messe in stato d'allarme; contemporaneamente le forze armate statunitensi decisero di inviare a Sigonella 5 aerei "EA-6B Prowel" indispensabili per accecare i radar libici(37). Erano queste le prime avvisaglie che confermavano i sospetti di coloro che da tempo prevedevano un attacco imminente contro la Libia. Del resto, che il conflitto anti-libico fosse stato deciso con notevole margine di anticipo e con il pieno consenso degli alleati europei, Italia in testa, poteva essere provato guardando in particolare proprio all'enorme dispositivo militare schierato dal governo italiano in Sicilia all'inizio dell'’86. Furono perfino mutate le missioni operative degli stessi reparti di stanza nell'isola; i piloti dei cacciaintercettori F-104 schierati presso la base di Trapani-Birgi furono ad esempio sottoposti in segreto a un complesso ciclo di addestramento al combattimento e all'attacco aria-terra(38). Per accertarsi del livello di mobilitazione raggiunto, il 19 e 20 gennaio giunse in Sicilia l'allora ministro della Difesa Spadolini, che visitò tutte le principali infrastrutture militari dell'isola, compresi l'istituendo poligono di tiro sui Nebrodi, la stazione di elicotteri della Marina di Catania-Fontanarossa e l'isola di Lampedusa. Dopo qualche giorno fu reso noto che il vertice del Consiglio Supremo di Difesa aveva varato i piani per la "difesa" del Sud Italia "in caso di un eventuale attacco della Libia contro le basi Nato della Sicilia"(39). In particolare, le principali unità navali della 1^ e della 2^ Divisione della Marina Militare furono rischierate ad Augusta e nel Canale di Sicilia, mentre 18 cacciaintercettori F-104 furono fatti convergere a Sigonella da alcune basi aeree italiane del settentrione(40). Contemporaneamente furono rischierati presso la base di Trapani-Birgi alcuni gruppi dell'Aeronautica forniti di cacciaintercettori F-104 e cacciabombardieri Tornado, mentre a Pantelleria  giunsero numerosi caccia MB-339. Fu inoltre potenziato il dispositivo terrestre grazie al trasferimento in Sicilia di diversi reparti militari dell'Esercito come ad esempio il 121° Reggimento contraereo che fu utilizzato a Comiso e a Sigonella, o alcune compagnie della Brigata paracadutisti "Folgore" che “occuparono” le isole di Pantelleria e Lampedusa(41). È stato calcolato in proposito che qualcosa come 150 voli cargo per il trasporto di unità dell'esercito e per il rifornimento di carburante e munizioni dei reparti siano giunti in Sicilia nei giorni precedenti l'attacco anti-libico(42).

A partire dal febbraio successivo i porti di Augusta e di Catania furono interessati da un intenso traffico di unità navali della VI Flotta, tra cui la stessa portaerei “Coral Sea” che attese in rada la conclusione delle operazioni di concentramento nel Mediterraneo centrale del dispositivo navale allestito dagli Stati Uniti, il quale giunse a contare nella fase precedente l'attacco su ben 3 gruppi di portaerei(43). A questo punto, il 24 marzo, il Pentagono diede il via all'"esercitazione" della VI Flotta. Essa fu trasferita con intenti provocatori nel Golfo della Sirte dove scatenò uno scontro aereo con le forze libiche e un attacco contro alcune unità navali e terrestri del paese nordafricano. Le operazioni di guerra furono seguite a debita distanza dalle unità navali ed aeree italiane, in particolare dai caccia schierati a Trapani e a Pantelleria, che furono utilizzati a "copertura" della Flotta statunitense. L'Aeronautica italiana, avvertita ben 48 ore prima dagli Stati Uniti sul proprio ingresso nelle acque libiche, autorizzò inoltre l'uso dello scalo di Trapani-Birgi per schierare con 6 mesi d'anticipo sulla data prevista, il primo aereo AWACS della Nato. Esso operò in funzione di rilevamento radar direttamente nel teatro dello scontro(44).

Con l'attacco del 24 marzo parve a tutti che la tensione tra USA e Libia fosse destinata a ridursi. Gli Stati Uniti avevano però deciso solo di sospendere le esercitazioni nel Golfo della Sirte e in attesa di riaccendere il conflitto dopo le vacanze pasquali, fu ordinato il trasferimento nei porti della Sicilia orientale dell'imponente flotta navale schierata nel Mediterraneo. Lo spettacolo a cui assistettero i siciliani in quei giorni, non poté essere paragonato a nulla di precedente. Una tale concentrazione di mezzi navali non si era vista nemmeno in occasione dello "storico" sbarco alleato del 1943. Da Messina a Giardini, da Catania al golfo di Augusta sino a Siracusa, 3 portaerei, la “Coral Sea”, la “Saratoga” e l'”America”, decine di incrociatori, fregate, lanciamissili e navi appoggio sostarono per diversi giorni ben protetti dal dispositivo aeronavale allestito dal governo italiano. La presenza navale statunitense nei porti siciliani si prolungò sino al 12 aprile, data in cui la flotta riprese il largo diretta nuovamente verso la Libia. Fu allora scatenato un improvviso attacco aereo contro Tripoli e Bengasi a cui l'Italia diede un sostegno che andò ben al di là del semplice supporto tecnico-logistico. È ormai stato provato che Reagan agì con il pieno consenso dei principali partners europei, avvertiti anche stavolta anzitempo dell'operazione di guerra. Secondo il New York Times, il Presidente del consiglio italiano Craxi e il Cancelliere tedesco Khol sarebbero stati perfino favorevoli a un'azione militare  "più decisa" contro la Libia(45). La scelta del governo di non autorizzare i 18 bombardieri USA F-111 F diretti contro la Libia a sorvolare lo spazio aereo italiano, fu ipocritamente dettata da problemi di ordine interno (evitare le proteste delle opposizioni) e dalla necessità di non incrinare più di tanto i rapporti con il mondo arabo. Eppure tra i 3 EF-111A per la guerra elettronica, i 20 velivoli A-6E ed A-7E con missili antiradar, e i 6 caccia F/A-18A che parteciparono al raid, molti decollarono dalle piste di Sigonella(46); e sempre dalla base siciliana si levarono probabilmente gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei bombardieri F-111, prima del loro rientro alle basi di partenza britanniche. In occasione dell'attacco USA, Reagan minacciò perfino di usare i missili Cruise in dotazione ai sommergibili schierati nel Mediterraneo e quelli simili con lancio da terra installati nella base di Comiso. Che l'opzione nucleare non fosse solo un bluff intimidatorio ma una concreta carta da giocare nel caso in cui il conflitto assumesse una dimensione maggiore, lo provarono  le contemporanee e complesse esercitazioni di "uscita" e di "occultamento" nel territorio dell'isola dei sistemi adibiti al  trasporto stradale dei missili Cruise di Comiso. E sempre per considerare il ruolo da protagonista assunto dalla Sicilia durante l'attacco a Tripoli e Bengasi, va ricordato che per la prima volta furono sperimentati con successo i nuovi sistemi C3 I USA installati a Sigonella, Lampedusa e Pantelleria, e gli stessi AWACS della Nato che operarono da Trapani-Birgi e probabilmente dalla stessa isola di Pantelleria(47).

Per la protezione delle principali basi USA e Nato della Sicilia, in vista dell'imminente attacco contro la Libia, lo Stato Maggiore della Difesa attivò un vasto piano militare denominato "Operazione Girasole". Pare che esso sia stato concordato nei particolari a Catania il giorno precedente all'attacco USA, in occasione di un vertice militare “top secret” a cui partecipò lo stesso ministro Spadolini. In quella sede fu deciso il trasferimento d'urgenza in Sicilia di un intero battaglione dei Carabinieri; a Lampedusa e a Pantelleria furono fatti sbarcare da alcuni “Hercules” dei reparti di paracadutisti; furono sospesi tutti i permessi di uscita ai militari addetti alle principali stazioni di telecomunicazione (Mezzogregorio, Palombara, Marsala). Ad Augusta furono trasferite anzitempo tutte le unità della flotta nazionale assegnate alla base di Taranto; dopo una breve sosta tecnica in Sicilia, esse ripresero la navigazione verso il Mediterraneo centrale(48). Sempre ad Augusta furono “consegnati” perfino i dipendenti civili del locale Arsenale navale(49). A Trapani-Birgi fu incrementata ulteriormente dall'Aeronautica la dotazione di velivoli di "pronto impiego"; inoltre fu disposto l'invio immediato di alcune batterie di missili "Spada" alle 2 basi Nato di Sigonella e Comiso. Contemporaneamente all'attacco anti-libico furono messi in stato d'allerta buona parte dei velivoli schierati nelle basi del Nord Italia, pronti ad essere trasferiti in Sicilia nel caso in cui gli esiti del conflitto fossero andati diversamente da quelli previsti dagli strateghi occidentali.

La drammatica crisi USA-Libia permise ai vertici delle Forze Armate italiane di accelerare i tempi per un riassetto strategico dei reparti dislocati in Sicilia e per un ulteriore potenziamento delle infrastrutture e dei sistemi d'arma ivi schierati. Ciò nonostante, i due anni successivi al conflitto del 1986 trascorsero senza nuove gravi tensioni in Sicilia, anche perché il baricentro geostrategico si era nel frattempo spostato verso il Medio Oriente. L'isola fu comunque nuovamente coinvolta militarmente in quanto fornì un supporto tecnico-operativo alle unità navali italiane e USA che furono inviate nel Golfo Persico per far parte della Forza multinazionale schierata a protezione delle rotte del petrolio minacciate dall'acuirsi del conflitto Iran-Iraq.

I venti di guerra tornarono a soffiare sulla Sicilia verso la fine del 1988, quando il governo statunitense espresse il proposito di distruggere una presunta fabbrica di armi chimiche che Gheddafi stava per realizzare a Rabta. Il Pentagono diede il via a una nuova escalation militare, riconcentrando nel Mediterraneo centrale un imponente dispositivo aeronavale. Stavolta tuttavia non si verificò quanto successo tre anni prima e il nuovo confronto militare USA-Libia fu circoscritto a uno scontro aereo di rilevanza assai modesta tra 2 caccia F-14 e 2 Mig libici, verificatosi il 4 gennaio 1989 a sud di Creta.  Per ciò che riguarda l'uso delle infrastrutture militari della Sicilia, c'è da dire che anche in quest'occasione vennero utilizzati 2 velivoli radar AWACS, molto probabilmente decollati dall'aeroporto di Trapani-Birgi. Tuttavia sono stati raccolti una serie di elementi che fanno pensare che i propositi bellici degli Stati Uniti fossero ben diversi da quelli poi messi in pratica con un confronto aereo di così ridotte dimensioni. Si pensi ad esempio al dispositivo militare che fu creato dal nostro Governo contemporaneamente all'escalation militare degli USA. Secondo quanto comunicato al Parlamento dal ministro della Difesa Valerio Zanone, le Forze Armate  furono impegnate in un vasto piano di sorveglianza aerea e navale attorno alla Sicilia e alle sue isole minori, sia utilizzando le forze ivi dislocate, compresi i mezzi aerei e navali dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e delle Capitanerie di porto, sia rafforzando il dispositivo aereo sulla base di Trapani e costituendo una cellula di intercettori su quella di Sigonella. Furono inoltre emanate disposizioni "per l'eventuale rapido afflusso di altre forze per la protezione del territorio nazionale, qualora l'evolversi della situazione lo rendesse necessario". Fu anche attivata una non meglio specificata "procedura per lo scambio d'informazioni e di intenzioni" tra la Marina italiana e quella francese "nel quadro dell'intesa tecnica recentemente stabilita"(50).
 

La Sicilia va alla Guerra
L'enorme dispositivo militare installato nel corso dell'ultimo decennio in Sicilia dalle forze armate italiane e statunitensi non poteva non assumere un'importanza strategica per le missioni sostenute dagli "alleati" durante la recente Guerra del Golfo. Le basi aeree dell'isola sono state utilizzate a pieno regime per il  supporto tecnico-logistico dei velivoli impegnati in operazioni di bombardamento contro le popolazioni civili irakene e kuwaitiane; contemporaneamente buona parte dei porti civili e i 2 grandi scali aerei siciliani di Punta Raisi (Pa) e Fontanarossa (Ct) sono stati oggetto di un processo di militarizzazione senza precedenti: essi sono stati trasformati in punti "chiave" per le operazioni di vigilanza del Mediterraneo delle forze aeronavali degli Stati Uniti e della Nato. Ma forse ancora più grave è stato il fatto che il conflitto contro l'Iraq e il successivo aggravamento delle principali crisi mediterranee e mediorientali, abbiano riacceso l'interesse della Nato per il Fianco Sud, fornendo così un alibi per un nuovo colpo di acceleratore sui progetti di espansione delle infrastrutture militari del Mezzogiorno d'Italia, Sicilia in testa. Non è un caso che la fine del conflitto nel Golfo abbia ipotecato per il futuro l'uso dell'aeroporto di Trapani-Birgi per le opzioni di “strike” nucleare dell'Alleanza Atlantica; inoltre la guerra ha dato forza a quei settori della Nato che più si oppongono alla riconversione per scopi civili della base di Comiso e che desiderano che essa continui a fare da supporto strategico per le forze statunitensi di stanza nel Sud Europa(51).

Il coinvolgimento della Sicilia nella sporca guerra per il petrolio prese il via l'8 agosto 1990, quando il Governo italiano autorizzò gli Stati Uniti ad usare gli aeroporti militari di Sigonella, Aviano, Decimomannu e Capodichino quali scali tecnici per le forze aeree USA trasferite verso l'area del Golfo Persico nel quadro delle operazioni militari decise dal Pentagono in seguito all'occupazione irakena del Kuwait. A partire da quella data sino alla conclusione del conflitto, fu registrata un'intensa ed insolita attività aerea sulla base di Sigonella, con continui atterraggi e partenze di aerei da trasporto del tipo C-141 "Starlifter", C-130 "Hercules" e C-5 "Galaxy", utilizzati per il trasferimento di militari e mezzi appartenenti all'82^ Divisione Aviotrasportata statunitense, vera e propria "spina dorsale" della Rapid Deployment USA. In particolare, lo scalo di  Sigonella fu utilizzato in modo massiccio per la manutenzione dei velivoli da trasporto provenienti dagli USA e diretti verso il Golfo, e per le operazioni di rifornimento e di carico degli armamenti pesanti in dotazione ai reparti inviati per scatenare l'offensiva statunitense(52). A Sigonella tra l'altro, furono imbarcati perfino i missili Patriot destinati dal governo USA ad Israele(53). Il ruolo di Sigonella nella guerra del Golfo è stato strategico anche per le operazioni dei principali velivoli da combattimento della Marina e dell'Aeronautica degli Stati Uniti. Buona parte dei caccia in dotazione alle portaerei della US Navy e gli stessi bombardieri F-111 provenienti dalle basi nordeuropee degli Stati Uniti si sono riforniti di armi a Sigonella prima di dirigersi verso l'area del Golfo. Pare inoltre che lo scalo siciliano sia stato utilizzato per tutto il conflitto quale deposito “avanzato” per le testate nucleari in dotazione ai cacciabombardieri F-16, di norma custodite presso la base aerea di Aviano(54).

Senza alcun dubbio è possibile affermare che il coinvolgimento della base siciliana nelle operazioni di guerra è stato nettamente superiore a quello degli altri scali italiani concessi alle truppe statunitensi dal nostro Governo. Basti pensare che nei primi 3 giorni di utilizzo delle basi, a Sigonella erano già transitati per il Golfo Persico ben 71 aerei, contro i 49 ad Aviano ed uno solo a Decimomannu, mentre l'attività presso l'aeroporto napoletano di Capodichino era rimasta del tutto normale(55). Non va dimenticato inoltre che proprio nella base siciliana, il 10 febbraio 1991, nel più assoluto riserbo, si tenne un incontro tra il Segretario alla Difesa USA Cheney e il ministro alla difesa italiano Rognoni in cui molto probabilmente fu chiesto all'Italia un maggiore sostegno alle operazioni militari degli Stati Uniti(56). Non è un caso che 4 giorni dopo Rognoni abbia comunicato al Parlamento l'autorizzazione concessa dal governo all'uso dell'aeroporto della Malpensa e di altri scali italiani per gli aerei cisterna KC-10 della US Air Force.

L'enorme numero di personale americano che fece scalo a Sigonella durante la vicenda del Golfo, mise  duramente in crisi le capacità ricettive della base al punto che le Forze Armate USA dovettero utilizzare anche le infrastrutture della base di Comiso resesi libere in seguito alla partenza di buona parte del personale americano in forza presso il 487th Tactical Missile Wing. Inoltre, per facilitare il transito da Sigonella dei velivoli USA, l'aeroporto civile di Fontanarossa venne messo a disposizione degli Stati Uniti per l'atterraggio dei mezzi  militari e per i “charter civili” noleggiati dal Pentagono per il trasporto delle truppe(57).

Lo scalo catanese tuttavia, non è stato l'unico aeroporto civile siciliano utilizzato per fini militari durante la guerra nel Golfo. Numerose sono state infatti le segnalazioni giunte da Palermo sulla presenza di velivoli militari sulle piste dell'aeroporto di Punta Raisi, specie del tipo VC-10, gli aerei cisterna della RAF (Royal Air Force), l'aviazione britannica. Sempre a Punta Raisi, con grave rischio per la sicurezza delle popolazioni della zona, fece scalo in seguito ad un'avaria ai motori, un bombardiere strategico USA del tipo B-52 che avrebbe dovuto partecipare ad una missione di attacco contro obiettivi irakeni in Kuwait(58).

Un ruolo chiave per lo svolgimento delle principali operazioni militari della nostra Marina e di buona parte delle Marine dei Paesi Nato, fu assunto nei giorni del conflitto dalla base navale di Augusta. Dal porto siciliano prese il via parte della spedizione navale italiana che fu impegnata prima nelle operazioni di embargo contro l'Iraq e poi direttamente nel teatro degli scontri(59). La base navale di Augusta fu inoltre utilizzata più volte per le operazioni di supporto tecnico-logistico delle unità appartenenti ad alcune formazioni navali create ad “hoc” nel Mediterraneo dalla Nato o dalla UEO. Augusta, tra l'altro, a partire dalla prima metà del febbraio '91, ha fatto da "base di rischieramento avanzato" della “Stanavforchan”, la Forza Navale della Nato che opera permanentemente nella Manica e che per volere dei massimi vertici dell'Alleanza Atlantica fu trasferita nel Canale di Sicilia per coprire i "vuoti" lasciati dalle unità della VI Flotta USA, potenziando di conseguenza il dispositivo militare del Fianco Sud(60).

Il trasferimento nel Mediterraneo della “Stanovforchan” fu inserito all'interno di un complesso di differenti operazioni della Nato che ebbe ulteriori riflessi diretti sul processo di militarizzazione della Sicilia. Onde potenziare le capacità operative della Forza Nato di Avvistamento Precoce, la NAEWF, alcuni velivoli AWACS utilizzati per la guerra elettronica furono rischierati presso la FOB (Base Avanzata di Rischieramento) di Trapani-Birgi; parallelamente, lo scalo di Sigonella fu utilizzato per il rifornimento e il sostegno logistico del "Gruppo Multinazionale Nato di Pattugliamento Aeromarittimo" appositamente costituito grazie al trasferimento in Sicilia di numerosi velivoli delle forza aeree di Stati Uniti, Germania, Olanda, Francia ed Italia(61). La Nato inoltre, diede vita a un Gruppo Plurinazionale di Contromisure Mine che fu assegnato alla base navale di Trapani(62).

I porti di Augusta e Trapani non furono gli unici in Sicilia ad essere direttamente coinvolti in operazioni di guerra. Presso i principali approdi civili dell'isola (Palermo, Messina e Catania), numerose unità navali nazionali, statunitensi e di altri paesi Nato effettuarono le operazioni di bunkeraggio e di munizionamento prima del loro trasferimento nelle acque del Golfo Persico. A Messina ad esempio, giunsero le unità anfibie da sbarco "Newport" e "Fairfax" con a bordo centinaia di militari del Corpo dei Marines appartenenti alla 26^ MEU (Marine Expectitionary Unit); a Catania approdarono la portaelicotteri "Inchon", le navi anfibie "Sylvania" e "Nashville" schierate successivamente dagli Stati Uniti nel Golfo Arabico e nel Mar Rosso, mentre nel capoluogo siciliano fecero scalo le unità appartenenti alla formazione navale della "Navocformed" e la stessa ammiraglia della VI Flotta USA, l'incrociatore lanciamissili "Belknap"(63).

Al potenziamento delle infrastrutture militari in Sicilia e alla riconversione a fini bellici di porti e scali aerei della regione, si affiancò la completa occupazione da parte delle forze armate delle isole minori di Lampedusa e Pantelleria; in esse vennero trasferiti il 141° Battaglione Motorizzato "Catanzaro" di Palermo, alcune compagnie del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti "Tuscania" e persino alcuni uomini dei sevizi di sicurezza americani di stanza a Sigonella(64). Inoltre, come del resto era già successo in occasione della crisi USA-Libia, furono schierati in Sicilia a difesa delle principali installazioni militari alcuni reparti dell'Esercito provenienti dal nord Italia, come ad esempio l'11° Battaglione Bersaglieri "Caprera" di Orcenico (Pn) e il 3° Gruppo Artiglieria Controaerea Leggera del 121° Reggimento dell'Esercito di Rimini(65). Alcuni di questi provvedimenti furono decisi in via definitiva, facendo sì che si anticipassero i tempi originariamente previsti dallo Stato Maggiore della Difesa per il potenziamento numerico e qualitativo dei contingenti e dei sistemi d'arma schierati in Sicilia, che come vedremo nel prossimo capitolo, sta attualmente interessando in particolare la Brigata Motorizzata "Aosta", le basi navali di Augusta e Messina, l'intero dispositivo interforze di Trapani.
 
 

Capitolo 4 - L'isola portaerei

Servitù e presenze militari in Sicilia
La legge n. 898 del 1976 ("Nuova regolamentazione delle servitù militari"), ha annesso tra i comuni costieri "militarmente importanti", Messina, Trapani, Augusta e Melilli, gli arcipelaghi delle Eolie, delle Egadi, Pantelleria, Linosa e Lampedusa, l'intera fascia costiera che va da Capo Santa Croce (Augusta) a Capo Murro di Porco (Siracusa), facendo ricadere su di essi pesanti quanto anacronistiche servitù militari, quali ad esempio l'obbligo della preventiva autorizzazione del comandante territoriale per edificazioni e lavori afferenti ai porti, per opere marittime, per l'uso di grotte e gallerie, ecc.(1).

Chi ha sperato che con l'entrata in vigore della legge n. 104 del maggio 1990 che modificava ed integrava la n. 898 prevedendo tra l'altro all'art. 8  la possibilità di una revoca per decreto dello “status” di territorio "militarmente importante", si giungesse ad una revisione dell'elenco delle località siciliane sottoposte a vincoli e servitù militari, è stato presto deluso, in quanto il governo non si è ancora reso disponibile ad alcuna modifica dell'assetto militare del territorio dell'isola. Al contrario, il Ministro della Difesa con proprio decreto del 15 maggio 1990, dichiarava nuovamente di "importanza militare" le isole minori siciliane delle Eolie, Ustica, le Egadi e Pantelleria, le Pelagie(2).

Si è ripetuto pertanto quanto successo a fine anni ‘70 quando la politica di ridefinizione e ridimensionamento delle aree soggette a servitù militari, portata avanti nazionalmente in seguito all'insediamento delle Commissioni Miste paritetiche previste dalla legge n. 898, investì in modo insignificante la Sicilia. Se infatti si dà un'occhiata alle apposite tabelle fornite dal Ministero della Difesa in occasione della Conferenza Nazionale sulle servitù militari che si tenne a Roma nel maggio del 1981, ci si accorge che gli ettari asserviti dalla Marina Militare furono ridotti solo di 300 ha. Ciò fece sì che la Sicilia con i suoi 2.932 ettari di servitù si portasse però al terzo posto tra le regioni italiane più sottoposte a vincoli militari da parte della Marina, con un valore che in percentuale rappresentava il 18% dell'intero patrimonio posseduto dall'arma nel territorio nazionale (17.411 ha)(3).
 

Situazione servitù militari  -  Marina Militare Gennaio  1980
(Fonte: Ministero della Difesa, Conferenza nazionale sulle servitù militari, Roma, 5-6 maggio 1981)
regione area asservita
prima della legge 898 (ha)
area asservita
dopo legge 898 (ha)
variazioni
liguria 500 200 -300
toscana 18.600 870 -17.730
lazio 1.006,3 1.006,3 0
campania 516,1 456,9 -52,2
umbria 32,8 0 -32,8
puglia 11.161 6.073 -5.088
veneto 1.212,4 707,5 -504,9
marche 1.536 1.312 -424
sardegna 4.359,6 4.852,9 -506,7
sicilia 3.232 2.932 -300
totale 42.156,16 17.410,56 -24.745,6

Per quanto riguarda invece il patrimonio asservito all'Esercito Italiano, subito dopo il varo della legge n. 898 si ebbe una crescita del numero di ettari, anche se essa fu poco rilevante (da 589 a 614 ha). L'unico ridimensionamento di una certa proporzione lo subiva il territorio dell'isola sottoposto a servitù da parte dell'Aeronautica Militare. Esso infatti venne ridotto dagli 8.296 ettari del 1976 ai 4.480 del 1981(4).
 

Aree asservite dalle Forze Armate (ha)
 (Fonte: IRDISP, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, Roma, 1983, pag. 68)
forze armate sicilia (1976) italia(1976 sicilia (1981) italia (1981)
esercito 589 85.156 614 65.029
marina 3.232 45.156,1 2.932 17.410,5
aereonautica 8.296 222.010 4.480 123.069
totale 12.117 349.324,1 8,026 205.508,5

Nessuna variazione si verificò invece per ciò che riguardava il numero e l'estensione dei poligoni militari siciliani. Essi, tra demaniali ed occasionali, occupavano nel 1980 ben 6.330 ettari del territorio dell'isola. Si era tuttavia in una fase ancora precedente alla localizzazione in Sicilia di alcuni nuovi campi di tiro individuale e alla progettazione di un immenso poligono permanente per artiglierie sui monti Nebrodi. Se oggi si dovesse giungere alla realizzazione di questo poligono che secondo il Ministero della Difesa dovrebbe estendersi su una superficie di 13.717 ettari, in Sicilia oltre 28.000 ettari di territorio passerebbero alle dirette dipendenze delle forze armate, cioè un valore superiore all'1% dell'estensione della regione, il  doppio di quanto censito meno di 10 anni fa (14.356 ha)(5). La realizzazione del "megapoligono" di tiro sui monti Nebrodi è un'ipotesi tuttoggi realistica; è forte l'impressione infatti che le autorità militari abbiano solo rinviato di qualche anno le procedure di avvio degli espropri, sperando che intanto si smorzino le opposizioni espresse dalla popolazione locale. Non è un caso che le opere di consistenza siano andate avanti indipendentemente dalla richiesta di sospensione delle procedure effettuata dalla Commissione Difesa del Senato. Certamente l'attuale utilizzo di vaste aree dell'Aspromonte in Calabria quali poligoni di addestramento per brigate e i campi permanenti sul versante etneo tra Randazzo e Nicolosi hanno ridotto le  pressioni dei vertici militari. Le nuove esigenze strategiche delle Forze Armate italiane e il potenziamento tecnologico e numerico della Regione Militare della Sicilia, spingono tuttavia a medio termine per la realizzazione del progetto. Non può neanche essere scartata la possibilità di uno spostamento del megapoligono su altre aree della Sicilia, come ad esempio la piana di Lentini sino alla provincia di Enna, o alcune zone meno densamente abitate ed economicamente più marginali delle Madonie e degli stessi Nebrodi.

Dal punto di vista delle infrastrutture militari, secondo i dati forniti dal Ministero della Difesa, esisterebbe in Sicilia un patrimonio di 343 immobili (la quinta regione d'Italia per numero), di cui ben 94 sono stati giudicati dalle Forze Armate "non idonei" in quanto vetusti e scarsamente funzionali secondo le esigenze di operatività del personale(6). Nonostante l'ingente numero di servitù ed infrastrutture militari creato in questi ultimi anni in Sicilia, gli apporti economici del settore Difesa alla popolazione risultano essere estremamente ridotti. Secondo dati forniti dal Ministero della Difesa nel 1986, dal punto di vista degli approvvigionamenti, l'isola avrebbe ricevuto dalle Forze Armate circa 8 miliardi e mezzo di lire, contro i quasi 50 miliardi andati al Lazio, ai 32 del Friuli, ai 30 del Veneto, ecc. In questa speciale classifica dei "beneficiati" dal settore difesa, dietro la Sicilia è possibile annoverare solo Trentino, Marche, Abruzzi, Calabria e Basilicata, regioni cioè, in cui è ancora scarsa la rilevanza e la presenza militare(7).

È possibile fornire alcuni dati sul potenziamento numerico delle Forze Armate italiane e statunitensi  verificatosi in quest'ultimo decennio in Sicilia. Secondo stime ufficiali, Esercito, Marina e Aeronautica conterebbero nell'isola non meno di 20.000 unità(8) contro i 15.000 militari censiti nel 1981(9). Al personale in forza alle tre armi vanno aggiunti altri 9.000 uomini appartenenti al corpo dei Carabinieri e della Guardia di Finanza(10), ma questa cifra è destinata presto a salire in conseguenza del potenziamento dell'Arma dei Carabinieri che deriverà dalla creazione a Messina di un nuovo comando di Divisione. Così in Sicilia opererebbero in totale qualcosa come 30.000 militari, il valore più alto del Mezzogiorno d'Italia; approssimativamente esisterebbe un rapporto militari-cittadini del 6x1000.

Per ciò che riguarda invece il numero di dipendenti civili del Ministero della Difesa, stime ufficiali del 1981 censirono in Sicilia 2.450  lavoratori(11).

Al personale civile e militare italiano in forza presso le infrastrutture e le basi che le forze armate possiedono nel territorio siciliano, si devono aggiungere le unità schierate nell'isola dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. È in questo settore che la Sicilia vanta un primato nazionale. I militari e i civili statunitensi presenti nell'isola infatti sono aumentati in questo decennio notevolmente: dalle 2.948 unità censite nel 1980 si è passati alle 6.765 del 1990(12). Questi dati potrebbero cambiare da un momento all'altro. Se è infatti vero che in seguito allo smantellamento dei missili nucleari Cruise si dovrebbe giungere presto alla disattivazione a Comiso del 487th Missile Wing della US Air Force, non è però ancora stato reso noto dal Ministero della Difesa il futuro della ex base missilistica, anche se appare sempre più probabile che essa sia destinata ad ospitare nuovi contingenti militari statunitensi. Inoltre, come vedremo nelle pagine seguenti, la base di Sigonella è destinata ad un'ulteriore espansione, mentre la realizzazione di una nuova stazione di telecomunicazione USA a Niscemi richiamerà in Sicilia nel prossimo biennio non meno di 200 nuove unità statunitensi.
 
 

Presenza personale militare e civile USA in Sicilia
(Fonte: Committee on Appropriations - House of Representatives, Hearings on Military Costruction Appropriations for Fiscal Years 1982-88, Washington)
anno militari civili totale variazione
1980 2.647 301 2.848 0
1982 2.800 350 3.150 192
1984 3.865 560 4.425 1.275
1986 5.129 598 5.727 1.302
1988 5.493 721 6.214 487
1990 5.770 595 6.765 551

È evidente che i dati che sono stati forniti in merito alla presenza militare in Sicilia non tengono conto dei periodi di esercitazione o di vero e proprio conflitto internazionale nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, quando cioè si registrano forti afflussi di reparti militari dal nord Italia, o nel caso del personale statunitense direttamente dalle principali basi nordeuropee e degli USA.
 

Le industrie siciliane e la produzione bellica
A differenza di ciò che si è verificato in questi anni di progressiva militarizzazione del territorio, l'intreccio tra settori industriali e produzione militare non ha vissuto sviluppi significativi nell'isola. La Sicilia è così rimasta in una posizione del tutto marginale nel panorama nazionale dell'industria bellica un settore questo in cui chi investe preferisce riunificare e centralizzare la ricerca e la produzione, emarginando così la periferia del sistema(13). Paradossalmente, la Sicilia che oggi vanta uno degli arsenali militari e nucleari più importanti del bacino mediterraneo si trova al penultimo posto tra le regioni italiane nella distribuzione delle principali imprese impegnate nella produzione bellica, sia come numero d'impianti, sia come numero di addetti.
 

Distribuzione regionale dell'industria militare
(Fonte: Pianta M., Castagnola A., La riconversione dell'industria militare, Edizioni Cultura della Pace, Firenze, 1990)
regione impianti % sul totale addetti % sul totale
piemonte 7 7,4% 12.049 13%
lombardia 28 29,8 23.950 25,8%
veneto, trentino
A.A., friuli venezia giulia
8 8,5% 7.556 8,1%
liguria 8 8,5% 10.768 11,6%
emilia romagna 3 3,2% 1.484 1,6%
toscana 6 6,4% 3.002 3,2%
marche 1 1,1 231 0,2%
lazio 15 16% 12.056 13%
campania 8 8,5% 13.992 15,1%
abruzzo 4 4,3% 2.414 2,6%
puglia 4 4,3% 2.416 2,6%
sicilia 2 2,1% 1.290 1,4%
totale 94 100% 92.846 100%

Tra le 50 maggiori imprese militari annoverate nel recentissimo lavoro di ricerca di Mario Pianta e Giulio Perani sull'Industria militare in Italia, l'unica azienda siciliana che compare è la Rodriquez Cantiere Navale S.p.A. di Messina, impegnata nella costruzione di aliscafi e di motovedette(14). Tuttavia anche in questo caso la rilevanza del settore militare rispetto l'intera produzione dell'impresa è assai modesta, anche se va detto che in questo settore è assai tipica l'interscambiabilità civile-militare, cosicché molto spesso accade che l'aliscafo realizzato nei cantieri venga "armato" dopo la vendita ad imprese che curano l'assemblaggio dei dispositivi militari o dopo il trasferimento a Paesi stranieri che modificano in loco il prodotto. Tuttavia con modalità che ricalcano il complesso militare-industriale nazionale, anche la “Rodriquez” si è caratterizzata in questi anni come impresa capace di conseguire alti profitti subendo parallelamente il progressivo ridimensionamento del numero di personale occupato. I cantieri navali messinesi, pur avendo visto il proprio fatturato crescere da 21,904 miliardi del 1984 ai 33,407 miliardi dell'88, hanno perso nello stesso periodo di tempo quasi il 30% dei propri addetti(15). Anche la vita della “Rodriquez S.p.A.” presenta alcune analogie con la storia di certa industria bellica che deve le sue fortune principalmente al flusso continuo di denaro pubblico. L'espansione dei Cantieri iniziò infatti nel primo dopoguerra grazie ad alcune commesse militari assegnate dalla Marina Militare. Ma fu negli anni '50 grazie alla ricerca e alla produzione nel settore della navigazione veloce, che la “Rodriquez” si guadagnò l'interesse dei vertici militari italiani e della Nato, che guardavano all'aliscafo come un mezzo navale di interesse strategico(16). Nel 1964 la Boeing Marine statunitense stipulò un contratto coi cantieri messinesi per la creazione di una società, l'"Alinavi", che fu presto incaricata dalla Marina italiana della costruzione di un prototipo sperimentale di aliscafo militare. Nei primi anni ‘70 anche la Bundesmarine fu coinvolta in un programma congiunto italo-tedesco-americano, sotto l'egida della Nato, per la costruzione di un aliscafo da combattimento armato con missili “Seakiller”, denominato in codice "928-22A"(17). Il progetto fu però poi abbandonato nel 1977 per la decisione di Germania ed Italia di uscire dal programma di sviluppo di questo naviglio. Una nuova commessa di notevole entità sfumò 5 anni più tardi. Nella primavera del 1982 infatti, il Military Sealift Command (MSC) della US Navy effettuava per conto della guardia costiera statunitense una serie di prove nello stretto di Messina dell'aliscafo RHS 200 Super Jumbo, appena varato dai Cantieri "Rodriquez"(18). Anche in questo caso all'impresa messinese venivano preferite le grandi multinazionali del settore navale e cantieristico, nonostante le ingenti somme investite nel campo della ricerca e della sperimentazione da parte della stessa Marina Militare che permisero tra l'altro la realizzazione di un'imbarcazione da trasporto veloce da 50 metri ad ali retrattili (il "Monostab") e di un nuovo aliscafo, il "Mac I" ad ala sommersa, e proprio recentemente la  messa a punto di un prototipo d'imbarcazione "top secret" che dovrebbe "rivoluzionare" il mercato del trasporto veloce civile e militare(19).

Il futuro dell'impianto messinese comunque appare assai incerto, specie per ciò che riguarda il settore occupazionale, dopo che lo scorso aprile la quota di maggioranza della "Rodriquez S.p.A." è stata venduta  alla "Cameli & Co". di Genova, una holding controllata paritariamente dalle famiglie Cameli e Regis Milano e che è rappresentata in borsa da due società, la NAI - Navigazione Alta Italia e la Gerolimich(20). I nuovi proprietari non hanno ancora fatto sapere quelle che sono le proprie intenzioni per i cantieri di Messina, anche se appare assai difficile che a breve termine la "Cameli" faccia degli investimenti sufficienti ad eliminare lo spettro della cassa integrazione per i dipendenti. Appare anche poco chiaro come mai Leopoldo Rodriquez, ex detentore del pacchetto di maggioranza dell'holding siciliana, abbia invece mantenuto il controllo della "Baglietto Shipyard" di Varazze. Quest'azienda molto quotata nel settore bellico,  dopo essere stata rilevata nel 1984 dalla “Rodriquez”, ha subito una forte espansione del fatturato e degli utili grazie ad alcune commesse della Marina Militare e della Guardia di Finanza e alla fornitura alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti di 4 pattugliatori(21).
 

Stima del numero di occupati e fatturato della Rodriquez (anno 1988)
(Fonti: Pianta M., Castagnola A., La riconversione dell'industria militare, cit.;
Pianta M., Perani G., L'industria militare in Italia,  Edizioni Associate, Roma, 1991)
numero occupati fatturato totale fatturato militare quota produzione militare
230 33,4 miliardi 3 miliardi 10%

Rodriquez: Numero di occupati, fatturato, utili d'esercizio (in milioni di lire correnti)
(Fonte: Pianta M., Perani G., L'industria militare in Italia, cit..)
anno occupati fatturato utili
1983 N:D: N.D. 1.724
1984 318 21.904 2.217
1985 308 25.423 2.006
1986 303 24.301 4.044
1987 N.D.: 28.563 2.156
1988 230 33.407 3.521

specializzato nella produzione di "tubi a microonde e componenti per la microelettronica" impiegati prevalentemente nel settore dei radar militari(22), appare fortemente in crisi, sia per la scarsa diversificazione del prodotto e per l'unilateralità della destinazione, sia per i programmi di ristrutturazione selvaggia portati avanti dall'azienda, che vorrebbe licenziare in Italia circa 3.000 dipendenti in "esubero"(23). L'Alenia, sorta ufficialmente il 21 dicembre del 1990 dalla fusione per incorporamento della Selenia Industria Elettroniche Associate S.p.A. nell'Aeritalia - Società Aerospaziale italiana, e che oggi si pone al quarto posto fra i produttori aerospaziali europei con un fatturato che nel 1990 si è aggirato intorno ai 5.500 miliardi di lire(24), ha infatti inserito al suo interno un'altra azienda produttrice di tubi a microonde del gruppo "Elettronica", dove è assai probabile che trasferirà l'intera produzione delle componenti radar(25). Intanto 65 dipendenti di Palermo sono stati messi in cassa integrazione su un totale di 294 addetti, gli ultimi rimasti dei progressivi ridimensionamenti subiti in questi ultimi anni dal personale dall'impianto del capoluogo siciliano(26). Essi erano circa un migliaio nel 1957, quando fu creato lo stabilimento dalla società americana "Raytheon", uno dei più grossi colossi mondiali dell'elettronica, che poi preferì disfarsi del centro di Palermo vendendolo alla Sit Siemens, poi Italtel, che a sua volta lo trasferì nel 1985 alla Selenia, sotto cui si completò la parabola discendente dell'impianto(27). Problemi analoghi si stanno vivendo presso lo stabilimento dell'Alenia-Spazio di Misterbianco Catania, dove un centinaio di addetti circa, sono impegnati nel campo della progettazione di apparecchiature per stazioni a terra di telecomunicazione civile e militare via satellite. L'Alenia contravvenendo infatti agli accordi stipulati con le organizzazioni sindacali, ha trasferito alcuni dei laboratori di progettazione dalla Sicilia alla sede centrale in Abruzzo, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, che l'isola è destinata a coprire sempre più un ruolo marginale nel campo delle nuove tecnologie, indipendentemente che esse vadano applicate al settore civile o a quello militare(28).

Probabilmente l'unico settore in Sicilia che in futuro potrà assumere un ruolo di rilievo nel complesso militare-industriale italiano, è quello della revisione e manutenzione di unità navali. La sempre maggiore centralità geostrategica del Mediterraneo può infatti favorire l'assegnazione di commesse da parte della Marina Militare e della Nato ai cantieri navali presenti nell'isola. Non è un caso che a queste puntano i manager dei bacini SMEB di Messina (fatturato 50 miliardi, dipendenti 800), società controllata dalla Finanziaria "Euroamerica", dei Cantieri di Palermo (Gruppo IRI), e dei Cantieri "Bacino di Carenaggio" di Trapani, questi ultimi recentemente impegnati nella produzione di pattugliatori d'altura per la Marina italiana. Sul settore cantieristico siciliano pesa tuttavia l'incognita dei futuri assetti proprietari; si parla con sempre più insistenza ad esempio, di una possibile vendita della SMEB al Gruppo Barbaro di Palermo attraverso la controllata "Finaval S.p.A." di Roma(29), e della privatizzazione dei cantieri trapanesi, con il trasferimento del pacchetto azionario dell'azienda, dall'ESPI a un gruppo di imprenditori di Palermo e Siracusa(30).

Per concludere, tra le imprese siciliane i cui prodotti trovano diretta applicazione nel settore della difesa, possono essere annoverate inoltre l'"IMPA-Italimprese" del Gruppo Rendo (fatturato 69 miliardi nel 1986), un'azienda impegnata nei settori della carpenteria e della meccanica; la "Rasiom", una raffineria di Augusta che produce grandi quantità di benzina per la Nato, e la "Sincat", sempre di Augusta, un'azienda che produce dei composti chimici per una zona militare interna alla stessa fabbrica(31). Se nel caso della "Rasiom" e della "Sincat" la produzione militare appare assai modesta specie se si guarda al fatturato dell'intero complesso industriale di Augusta, per l'"IMPA-Italimprese" ci si trova invece di fronte a un'azienda che ha tra i suoi principali clienti il Ministero della Difesa(32) e che è stata capace in questi anni di estendere i propri interventi nel settore dell'energia nucleare, entrando ad esempio nel consorzio d'imprese europee che hanno realizzato i generatori a vapore della centrale nucleare “Superphenix” di Melville in Francia(33).
 

Il coinvolgimento militare dei porti siciliani
Parallelamente alla crescita delle dimensioni operativo-militari delle forze navali della VI Flotta e della Nato nel Mar Mediterraneo, si è fatta sempre più frequente la presenza di imbarcazioni e sottomarini militari nei porti siciliani. Attualmente, Augusta, Palermo, Catania, Messina, Siracusa, Trapani e Pantelleria ospitano basi navali o sono investite da un'intensa attività militare. Sui primi 4 porti tra l'altro, si registra periodicamente la sosta di unità navali a capacità nucleare delle marine di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. In occasione di esercitazioni militari o in periodi di crisi internazionale, si sono inoltre registrate soste di unità navali della VI Flotta nel tratto di costa tra Punta Braccetto e Pozzallo a copertura radar della base di Comiso, o per esempio nel tratto di mare antistante il golfo di Patti, utilizzato come riparo dalle navi in transito in caso di violente sciroccate nel basso Tirreno. Qualche sporadica apparizione di navi con armamento atomico è avvenuta perfino nei porti di Riposto, Stromboli e  Giardini-Naxox. Se la sosta di unità nucleari ha preoccupato assai poco gli amministratori delle principali città portuali nonostante da più parti si siano denunciati i gravi rischi per la sicurezza e la salute delle popolazioni, l'ente locale di Giardini si è invece opposto direttamente alla nuclearizzazione e alla militarizzazione del proprio porto. A seguito delle  visite di unità navali della VI Flotta e particolarmente dopo le polemiche scoppiate contro l'uso di queste navi di scaricare nel golfo turistico nafta e liquami vari, il 29 marzo 1988 il Consiglio Comunale di Giardini-Naxox ha votato un documento contro la presenza di navi militari nella baia, poiché rappresentavano "un potenziale pericolo d'inquinamento del mare ed una indubbia sgradevole sensazione visiva"(34).
 

Capitolo 5 - Basi ed infrastrutture militari in Sicilia

La base navale di Augusta
L'area che da Augusta si estende sino a Siracusa è una tra le più densamente militarizzate d'Italia; negli ultimi anni è andata via via crescendo la sua importanza strategica nello scacchiere mediterraneo.

La baia di Augusta è classificata quale "NATO facility"; essa è utilizzata per lo stoccaggio delle munizioni e quale deposito POL (Petroleum, Oil and Lubrificants - petrolio, nafta e lubrificanti) per le forze navali della Nato e quale struttura di supporto per le operazioni della VI Flotta USA, che utilizza la baia per il rifornimento delle sue unità grazie a un ponte aereo con la vicina base di Sigonella(35).

I rifornimenti di carburante avvengono attraverso un pontile sito nei pressi dei complessi industriali Montedison e SELM. Questa struttura ha subito un ampliamento e un ammodernamento a partire dal 1983(36); ciò ha permesso ad Augusta di diventare l'unico porto italiano dove oggi è possibile l'ormeggio in banchina ad unità navali di massima stazza, come ad esempio le portaerei USA(37). Al pontile è stato affiancato un capannone per servizi ausiliari e un grosso serbatoio d'acqua capace di distribuire sino a 60.000 galloni al giorno(38).

Presso il "terminal POL" di Augusta opera un Distaccamento militare della US Navy ("US Naval Air Facility Detachment - US Naf Det")(39). Il “terminal POL” inoltre è direttamente collegato con un oleodotto alla base di Sigonella; esso la rifornisce del carburante per i velivoli aerei ivi schierati(40).

La città di Augusta, il cui 25% del territorio è zona militare o è soggetto a servitù militare(41), ospita in "zona Terravecchia" una base navale della Marina Militare, dove hanno sede il Comando Marina, la Scuola di Comando navale(42), un Nucleo di Specialisti Sommozzatori del Gruppo SDAI (Sminamento e Difesa Anti-Intrusione)(43), la 1^ e la 2^ Squadriglia Corvette, recentemente passate alle dirette dipendenze del Comando in capo della Squadra navale della Marina Militare e dotate di 10-12 unità navali per il pattugliamento del Canale di Sicilia(44), un Gruppo Navi di uso locale e un Arsenale navale militare utilizzato per lavori di revisione di unità navali dei Paesi Nato impegnate nel Mediterraneo(45).

Fin dagli anni '20 Augusta rappresenta inoltre il principale punto di appoggio per le operazioni subacquee della Marina Militare nel Canale di Sicilia; attualmente ospita in località Campo Palma il 2° Gruppo Sommergibili e un Comprensorio Servizi Logistici entrambi dipendenti dal Comando Sommergibili (COMSOM) di Taranto(46). Onde accrescere le potenzialità operative della base di Augusta, a partire dalla metà del luglio di quest'anno, è entrato in funzione un nuovo Comprensorio logistico per sottomarini; esso è stato realizzato nella zona nord della cittadina siciliana (rione Borgata) e comprende una caserma in grado di ospitare sino a 600 uomini, magazzini, uffici, impianti sportivi. L'inaugurazione di questo nuovo impianto militare si trova a precedere di qualche mese la sostituzione ad Augusta dei sommergibili della classe "Toti" con i nuovissimi battelli della serie "Sauro", con un equipaggio di 110 uomini ciascuno(47).

L'importanza della base navale di Augusta è andata progressivamente crescendo a partire dal 1970, quando fu attivata per la prima volta la "Navocformed" la Formazione Navale della Nato che opera nel Mediterraneo periodicamente su chiamata e che utilizza proprio la baia di Augusta per le operazioni di supporto tecnico-logistico durante le sue esercitazioni nel Canale di Sicilia(48). Durante gli anni '80 ha assunto un ruolo strategico per le operazioni di rifornimento delle unità navali della VI Flotta USA impegnate in più riprese nel conflitto contro la Libia, e nel settembre del 1987, proprio dal porto di Augusta salpò una parte della flotta italiana inviata nel Golfo Persico durante una delle fasi più acute della guerra Iran-Iraq.

Ma è durante il conflitto del Golfo che la base navale di Augusta compie un nuovo salto di qualità all'interno delle strategie militari della Nato. Per decisione del CINCSOUTH (Commander-in-chief Allied Forces Southern Europe), il Comando delle Forze Alleate del Sud Europa, lo scalo siciliano diventa "base di rischieramento" nel Mediterraneo della “Stanavforchan”, la Forza Navale permanente della Manica, costituita dalla Nato allo scopo di fornire una capacità contromine a difesa delle linee di comunicazione in un'area di mare che va dal Canale della Manica al Mare del Nord(49). L'obiettivo tattico dello spostamento della Forza Navale dall'area abituale delle operazioni a quella del Canale di Sicilia, secondo le dichiarazioni dei più alti rappresentanti dello Stato Maggiore della Marina italiana, si sarebbe reso necessario per rafforzare la protezione delle linee di navigazione mediterranee, "indebolitesi" dopo il trasferimento della VI Flotta USA nel Golfo Persico(50).

Poco fuori dal centro abitato di Augusta, in località Palombara, sorge il Centro Operativo Protetto della Marina ("TLC Palombara"), sede alternata al Centro di Comando e Controllo della M.M. di Santa Rosa (Roma) che ospita il COMEDCENT, il Comando Navale Nato da sempre assegnato agli italiani e che sovrintende alle operazioni delle forze aeronavali dell'Alleanza nell'area del Mediterraneo centrale, e il CINCNAV, il Comando in Capo della Squadra Navale nazionale(51).

Gli impianti militari di Palombara sono stati realizzati all'interno di una collina "protetta" contro la guerra NBC (Nucleare-Batteriologica-Chimica) e sono sorvegliati da marinai del Servizio Difesa Installazioni. Al Centro giungono informazioni da fonti diverse, nazionali ed alleate, aeree e navali, sulle presenze e sulle rotte di tutte le unità in transito nel bacino mediterraneo; la loro elaborazione avviene grazie al sistema elettronico “CCIS”, entrato in funzione nel 1985. Il complesso dei sistemi di telecomunicazione che comprendono anche quelli via satellite, fa di Palombara un vero e proprio "Centro C3" (Comando-Controllo-Comunicazione) integrato nella rete Nato(52) e una tra le principali strutture di comando in caso di conflitto dell'Alleanza Atlantica ("Static War Headquarter" secondo la terminologia Nato)(53).

Nei pressi del Centro Operativo di Palombara, su di un'area ricadente nel territorio del comune di Melilli, sorge il Deposito Generale della Marina Militare di Cava Sorciara, dove secondo quanto denunciato dall'on. Francesco Rutelli, entrato in possesso nel 1985 di un inventario dei mezzi bellici disponibili in questa base per le forze Nato, sarebbero immagazzinati "quantitativi limitati" di armi chimiche ("tavolette di difenilcloroarsina, fiale di fosgene e di acido cianidrico"), la cui produzione risalirebbe agli anni precedenti lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale(54). La presenza in questi depositi di prodotti chimici per uso militare è stata direttamente confermata tra l'altro dall'allora sottosegretario alla Difesa, on. Bisagno(55). Dati gli strettissimi legami del Deposito di Cava Sorciara con il distaccamento delle forze militari statunitensi di stanza presso il pontile Nato di Augusta (si è parlato perfino di un tunnel sottomarino che collegherebbe il deposito al pontile), non è azzardato supporre che buona parte delle armi chimiche che vi sono immagazzinate siano di proprietà USA. Cava Sorciara sarebbe utilizzata perfino per il deposito temporaneo di testate nucleari da imbarcare nelle unità navali della VI Flotta(18).

Verso la fine del 1985 è stata allargata l'area sottoposta a servitù militare attorno alla base di Palombara e al deposito di Cava Sorciara. Con la nuova normativa le limitazioni delle attività di edificazione nel comune di Melilli sono state estese da 100 a 1.000 metri di distanza dalle basi militari, cioè sino al centro storico del paese(19).

Altri due depositi della Marina Militare sorgono uno in contrada Punta di Legno (Augusta) e l'altro in contrada San Cusmano, nel comune di Priolo.

Perfino l'intero promontorio di Punta d'Izzo che delimita a nord il golfo di Augusta è sottoposto a servitù militare. Su di esso sorgono diverse casermette risalenti alla 2^ Guerra Mondiale di cui una sola risulta abitata da personale della Marina Militare. Il territorio di Punta d'Izzo sarebbe sporadicamente utilizzato per esercitazioni terrestri e da sbarco di forze nazionali e Nato.

Per la difesa contraerea dei dispositivi militari ospitati nell'area di Augusta-Palombara, lo Stato Maggiore della Difesa prevede a breve l'installazione di un paio di batterie missilistiche "Spada", le stesse utilizzate per la copertura dei principali aeroporti militari e delle basi USA in Italia(58).
 

Augusta e il pattugliamento del Canale di Sicilia
Attualmente alle unità navali della Marina Militare in forza alla base di Augusta vengono assegnate le operazioni di pattugliamento e di vigilanza pesca del Canale di Sicilia. Proprio in vista di un potenziamento di queste funzioni, a partire dal marzo 1990, sono state consegnate alla 2^ Squadriglia Corvette di Augusta, 4 nuove unità della classe "Minerva" dotate di una velocità di 24 nodi e di un notevole armamento (un cannone da 76/62 mm OTO Melara Compatto, un lanciamissili contraereo “Albatros-Aspide”, un radar di scoperta aerea e navale “Selenia SPS-774” e uno di tiro “Orion 20”).

È stato questo l'ultimo atto del progressivo aumento numerico e qualitativo delle unità navali impiegate nel Canale di Sicilia dalla Marina Militare nel corso degli anni '80. Se sino all'estate del 1982 erano solo 2 le corvette stabilmente impegnate nella vigilanza pesca, in seguito alla decisione del Consiglio dei Ministri dell'8 ottobre di quell'anno, il servizio è stato rafforzato attraverso una modifica delle modalità di comportamento dei Comandanti delle vedette e con l'aggiunta di 2 nuove unità navali e di un elicottero assegnato alla base di “Maristaeli” di Catania(59).

A partire dalla metà del 1984, altre 4 dragamine delle Squadriglie di Messina e di Trapani furono aggiunte alle unità navali impegnate nel servizio di vigilanza pesca(60). Contemporaneamente le esercitazioni delle unità della Marina durante le loro uscite nel Canale di Sicilia si fecero sempre più complesse. Si sa ad esempio, che solo da un anno a questa parte, sono state autorizzate esercitazioni di tiro con le mitragliatrici MG 42-59 presenti a bordo delle corvette(61).

Il potenziamento del dispositivo militare nel Canale di Sicilia per la vigilanza pesca, è stato giustificato dalle autorità militari con l'"aumento dei sequestri, compiuti o tentati, di pescherecci italiani" da parte delle motovedette tunisine, libiche e di altri paesi della costa africana mediterranea(62). Stando ai dati pubblicati dalla stampa siciliana, non è però possibile registrare quel "notevole aumento" dei sequestri di pescherecci che giustificherebbe il potenziamento navale nel Canale di Sicilia (i sequestri sarebbero stati 245 dal 1969 al 1981, un centinaio circa dal 1982 al 1986, 39 tra tentati ed effettuati nel 1989)(63). È evidente allora che esso è legato invece alla maggiore proiezione a sud del dispositivo militare della Marina e all'utilizzo delle unità navali come forma di pressione "muscolare" e "aggressiva" contro le Marine dei Paesi costieri nordafricani. Non è un caso che proprio in pieno conflitto nel Golfo Persico, il ministro della Marina Mercantile Carlo Vizzini abbia annunciato l'impiego per la "vigilanza pesca" nel Canale di Sicilia perfino di "due velivoli militari in forza alla base aerea di Trapani-Birgi", con il compito di "segnalare alle unità navali le eventuali necessità di intervento"(64).

Di contro, dal punto di vista diplomatico, non si è fatto molto per risolvere l'antico contenzioso con la Tunisia risalente al 1851, in merito alle attività dei pescherecci italiani nel cosiddetto "Mammellone", una zona di mare delimitata a nord dal parallelo di Ras Kapoudia sino al suo punto d'incontro con l'isobata dei 50 metri, a sud-est di Lampedusa. A seguito di un accordo bilaterale Italia-Tunisia sottoscritto nel 1963 e rinnovato prima nel 1971 e poi nel 1976, l'Italia riconosceva il “Mammellone” come zona di pesca riservata alle navi tunisine, ottenendo però, dietro un canone annuo, il diritto per i pescatori italiani di lavorare con lampare o reti a strascico in tale zona e nella fascia più esterna larga 6 miglia dalle acque territoriali tunisine. A partire dal 1980, la CEE, che aveva intanto ottenuto l'esclusiva della stipula di accordi di pesca con paesi extra-europei, rifiutò di rinnovare l'accordo con la Tunisia, e ciò ha incrinato le relazioni tra il nostro Paese e lo Stato nord-africano, con conseguenze dirette sulla pesca delle flotte nazionali.

È molto probabile che nei prossimi anni la Marina Militare potenzi ulteriormente la "vigilanza pesca" nel Canale di Sicilia, dislocando stabilmente un aliscafo lanciamissili presso l'isola di Lampedusa(65), o perfino, come auspicato da più parti, trasferendo in un porto siciliano l'intero naviglio degli aliscafi lanciamissili (7 unità) attualmente basato dalla Marina Militare a Brindisi, in modo da garantire una più immediata operatività degli aliscafi nella zona del Mediterraneo centrale e nel “punto critico” dello Stretto di Messina. È da notare al proposito che sempre più frequentemente gli aliscafi sono ridislocati nei porti di Augusta e Messina per partecipare ad esercitazioni nazionali e Nato nel Basso Ionio e nel Canale di Sicilia, grazie anche alla possibilità di spostare sulla rete viaria nazionale i gruppi mobili “shelterizzati” che forniscono il supporto logistico agli aliscafi della Marina(66).

Va anche aggiunto che il recente potenziamento del dispositivo militare nel Canale di Sicilia ha coinciso temporalmente con la proposta del vice-presidente del Consiglio Martelli, di impiegare le forze armate in supporto a quelle di polizia quale mezzo per controllare il fenomeno dell'immigrazione clandestina. In quell'occasione la stampa rivelò l'esistenza di alcuni piani delle nostre Forze Armate per un loro intervento a controllo delle frontiere, specie quelle della costa sud della Sicilia dove maggiore è la pressione d'ingresso dei cittadini extracomunitari. Nello specifico si prevedeva il "rafforzamento dei contingenti navali ad Augusta e Taranto" e l'uso di pattugliatori leggeri nel Mediterraneo per "intercettare in alto mare le navi che trasportano immigrati clandestini"(67). Si è anche auspicato l'utilizzo dei velivoli "Atlantic" dell'Aeronautica Militare, degli elicotteri "Sea King" e "AB-212 ASW" della Marina e degli aerei da pattugliamento del servizio di Guardia Costiera delle Capitanerie di Porto(68). Che non si trattava di semplici proposte lo si è visto proprio recentemente in occasione della fuga in Italia di migliaia di cittadini albanesi, quando l'intero dispositivo aeronavale italiano sud-orientale è stato impiegato per costringere i profughi al rientro immediato in patria.
 

La presenza militare a Siracusa
Il territorio del comune di Siracusa è interessato da una numerosa serie di infrastrutture dell'Aeronautica Militare. A sud della città, in Via Elorina, sorge il complesso di edifici e casermette che ospitano il Comando del 34° Centro Radar (CRAM) "Siracusa", la cui funzione di telerilevamento ha perso d'importanza con l'entrata in funzione del sistema "Argos" di Mezzogregorio, nel vicino comune di Noto. La Stazione radar, ridotta a Centro di avvistamento secondario (essa utilizza ancora il vecchio radar AN/FPS 88, le cui prestazioni sono assai ridotte), ospita buona parte dei contingenti militari distaccati al CRAM.

Presso la frazione collinare di Belvedere, l'Aeronautica utilizzerebbe per le proprie trasmissioni “RITA” (Rete Integrata Trasmissioni Aeronautica), il ponte radio installato dalla SIP nell'area sottoposta a servitù militare antistante il vecchio castello. Sempre nei pressi di Belvedere, in Viale Epipoli, l'Associazione Arma Aeronautica ha completato la ristrutturazione e la realizzazione di numerose palazzine adibite ad alloggi per gli avieri in forza al 34° CRAM, mentre attualmente sono ancora in fase di realizzazione 30 nuovi alloggi.  Nel viale di Santa Penagia, sorge inoltre un Deposito Sussidiario dell'Aeronautica.

Il versante nord del comune di Siracusa corrispondente all'intero Capo di Santa Penagia, ospita le decine di antenne della Stazione di Radiotrasmissione della Marina Militare ("Mariteli Siracusa"), potenziata a partire del 1988(69). Sempre la Marina possiede a Siracusa una Stazione Navale (contrada Maddalena) e una Sezione staccata (contrada Targia).

Siracusa è infine sede del 59° Distretto Provinciale Militare e della Compagnia Genio Guastatori "Aosta" dell'Esercito Italiano ospitata in parte presso la caserma "Abele" nel centro di Ortigia e in parte in un'infrastruttura presente in via Von Platen.
 

Catania e l'aeroporto di Fontanarossa
La città di Catania possiede una sua rilevanza militare per la forte presenza dell'Esercito; essa è infatti la sede del 16° Comando di Zona (caserma "Malerba") del Centro Trasmissioni, del 62° Battaglione Fanteria Motorizzato "Sicilia", del 62° Battaglione Corazzato "M. O. Jero" e della 205^ Sezione di Magazzino del 17° Deposito Territoriale (ospitati questi presso la Caserma "Sommaruga" di Via Val di Savoia) e del 18° Distretto militare provinciale (Caserma "Fulci").
 

La ridotta "pronta operatività" dei mezzi corazzati ospitati nelle vetuste caserme in pieno centro storico, ha spinto le autorità militari a programmare la realizzazione a breve termine, in località “Passo del Fico” all'inizio della Piana di Catania, di una struttura militare di circa 150 ettari di ampiezza, in grado di accogliere installazioni, mezzi e depositi dei Battaglioni dislocati a Catania e di ospitare un migliaio circa di militari. Il progetto, già approvato dall'Assessorato per il Territorio e l'Ambiente della Regione, sarà realizzato interamente a spese del Comune di Catania che otterrà in cambio solo l'uso parziale di alcuni degli edifici oggi adibiti a caserma (la "Sommaruga", la "San Domenico" e l'ex convento del Carmelo), in quanto i vertici dell'Esercito intendono mantenere in città uffici e servizi territoriali(70). L'infrastruttura che sorgerà a Passo del Fico rientra nel piano di realizzazione delle cosiddette "caserme-college" dell'Esercito, capaci di ospitare contemporaneamente in aree di diversa accessibilità depositi, aree addestrative, alloggi per il personale, spazi socio-ricreativi per le famiglie, negozi e servizi vari (banche, uffici postali, ecc.). Ogni caserma-college avrà nel suo perimetro anche un poligono coperto di 100 metri per l'addestramento con armi individuali(71).

Alle porte del comune etneo è sito l'aeroporto militare di Fontanarossa dove la Marina Militare staziona il 2° e il 3° Gruppo Elicotteri ("Grupelicot 2 e 3") del 6° Reparto Elicotteri della M.M., destinati alla vigilanza del Canale di Sicilia. Mentre il 2° Gruppo, dotato di elicotteri “Agusta-Bell AB-212 ASW”, ha una funzione prevalente di addestramento, il 3° Gruppo opera in ambito Nato e utilizza come base di appoggio la Stazione di Sigonella, dove esiste tra l'altro un Deposito Generale della Marina. Esso è dotato di elicotteri “Agusta Sikorsky” SH-3D "Sea King", che godono della doppia capacità di armamento, convenzionale e nucleare, e che presto saranno sostituiti dagli elicotteri “Westland-Augusta” EH-101 in grado di superare i 300 km/h di velocità e di estendere il raggio di azione del reparto della Marina a 1.800 km. di distanza(72).

Pur differenziandosi nella possibilità di essere convertiti o no all'uso di testate nucleari, gli AB-212 e gli SH-3D sono dotati degli stessi apparati radar (gli SMA 705) e sonar (gli AQS-13 B) e possono portare lo stesso armamento (cariche di profondità, siluri antisom MK.42 e 44 e missili antinave)(73).

"Maristaeli Catania" è la più vecchia delle basi dell'Aviazione di Marina (fu costituita nel 1963) ed occupa la parte sud-est dell'aeroporto civile di Catania-Fontanarossa: tutto il terreno su cui sorgono le infrastrutture, così come il raccordo di rullaggio e la piattaforma di lancio è di proprietà della Marina. Mentre il "Grupelicot 3" è dotato di 12 Agusta-Sikorsky SH-3D ed SH-3D/H, il "Grupelicot 2" è dotato di 15 velivoli AB.212 ASW. Tuttavia le infrastrutture della base di Maristaeli possono ospitare sino a 40 elicotteri(74).

Il 2° Gruppo Elicotteri venne costituito nel 1964 e presto assunse la funzione di addestramento del personale di volo della Marina Militare. Ciò impiega il 70% circa dell'intera attività di volo del Gruppo; il restante 30% è utilizzato per il mantenimento delle qualifiche di piloti Combat Ready, per missioni di soccorso ed antincendio, per voli di collegamento e supporto logistico. L'addestramento militare verte sulla lotta antisom e antinave (ricerca ed eventuale affondamento), pattugliamento marittimo e salvaguardia delle vie di comunicazione, operazioni in appontaggio alle unità di superficie, uso dei sistemi di difesa-offesa, ricerca e soccorso di personale disperso in mare. In questa attività il 2° Gruppo Elicotteri è supportato dalla IV Divisione Navale, di stanza ad Augusta, con la quale pianifica le missioni. Mezzi e uomini del Gruppo sono anche schierati presso gli aeroporti di Trapani e di Reggio Calabria, onde poter estendere l'area operativa(75).

Presso la base di Maristaeli sono garantite le ispezioni di qualsiasi livello dei velivoli ivi schierati, che a causa del loro impiego in ambiente marino sono soggetti a rapidi deterioramenti delle apparecchiature. In particolare esiste una stazione per il lavaggio con acqua dolce per eliminare incrostazioni e depositi salini sia delle turbine che della cellula(76).

A Maristaeli opererebbero circa 900 militari e 80 civili(77). L'eliporto di Fontanarossa funge inoltre da “scuola volo” per l'addestramento dei piloti di elicottero delle Forze Armate dei Paesi acquirenti i mezzi "Agusta"(78). Esso fornisce normalmente il supporto logistico agli elicotteri imbarcati sulle unità navali dei paesi Nato impegnate in esercitazioni  multinazionali nello Ionio e nel Canale di Sicilia(79).

Fontanarossa ospita inoltre il 12° Nucleo Elicotteri dei Carabinieri che ha in dotazione 3 velivoli "AB 206", uno del tipo "Alfa 190" e alcuni A 109 dell'Agusta(80), una Sezione Aerea della Guardia di Finanza (elicotteri NH 500 ed A.109) e il 30° Gruppo Squadroni dell'Aviazione Leggera dell'Esercito (ALE): esso si compone del 301° Squadrone AL, del 430° Squadrone ERI e del 530° Squadrone EM. Scopo del Gruppo ALE è il supporto logistico e tattico alle unità terrestri attraverso attività di ricognizione aerea e di fuoco controcarri, grazie a una dotazione flessibile di elicotteri da combattimento A-129 "Mangusta" (di cui sta entrando in funzione la versione Nato controcarro armata di missili “Tow” e di razzi da 81 mm.)(81), CH 47 "Chinook" e di quelli da addestramento e ricognizione AB-206 e A-109 "Hirundo"(82).

Al 30° Squadrone ALE "Pegaso" viene assegnata da giugno a settembre la vigilanza antincendio di tutta la Sicilia, ma per questa funzione dispone solo di un aereo leggero “Siai-Marchetti SM-1019” e di un elicottero da ricognizione AB-206 e per un monte ore di volo non superiore a 200. Il Servizio Antincendio preposto dal Comando della Regione Militare Sicilia prevede inoltre l'intervento di 2 elicotteri AB-212 assegnati a Maristaeli (Fontanarossa) e di un elicottero HH-3F "Sikorsky" in forza all'82° SAR di Trapani-Birgi(83). Ciò tuttavia si è rivelato del tutto insufficiente a prevenire o a intervenire in tempo per evitare che ogni anno vadano in fumo in Sicilia centinaia di ettari di bosco, rendendo evidente a tutti che il ruolo di protezione civile delle Forze Armate è più di immagine che reale, e che solo in seconda battuta e per tempi assai limitati i mezzi militari vengono "convertiti" a usi civili.

Attualmente, onde ampliare le potenzialità operative nello scacchiere mediterraneo, è in fase di sperimentazione l'addestramento incrociato tra ALE e Marina Militare, nel cui ambito i piloti dell'Esercito appontano sulle navi con i propri velivoli mentre i piloti della Marina seguono dei corsi di volo tattico con le macchine in forza ai Gruppi ALE(84).

Di recente, nell'area aeroportuale di Fontanarossa, vicino alla Stazione Elicotteri della Marina Militare, è stata realizzata su una superficie di 15.000 mq un Centro Operativo Periferico (COP) della componente aerea della Guardia Costiera, dove opera il 2° Nucleo Aereo della Capitaneria di Porto di Catania dotato di 4 velivoli da pattugliamento Piaggio P.166DL-3 "SEM" (Sorveglianza Ecologica Marina)(85) e 3 elicotteri Agusta-Bell AB.212(86). Il Nucleo di Catania è stato costituito in seguito al Decreto interministeriale dell'8 giugno 1989 che ha istituito il Corpo della Guardia Costiera (un'articolazione delle Capitanerie di Porto che ne riunisce i reparti tecnico-operativi per il soccorso e la vigilanza marittima)(87). Il 2° Nucleo Aereo estende il raggio delle proprie operazioni su uno spazio marittimo compreso tra la Calabria e il 35° parallelo(88), ma i velivoli possono essere rischierati in caso di emergenza anche a Cagliari-Elmas, onde allargare l'area di sorveglianza al Mar di Sardegna(89).

Sempre a Fontanarossa, i vertici dell'Aeritalia (gruppo IRI-Finmeccanica) sarebbero intenzionati a realizzare un progetto per la manutenzione dei cacciabombardieri F-16 in forza all'US Air Force, che dovrebbero giungere a Crotone a partire dal 1992(90).

A Fontanarossa operano infine parte dei servizi del 541° Gruppo SLO (Servizi Logistici Operativi) e del 441° Gruppo STO (Servizi Tecnici Operativi), una Compagnia del battaglione “protezione locale” e il 5° Autogruppo di Manovra, facenti parte del 41° Stormo dell'Aeronautica Militare. L'AMI ha anche installato una struttura radar presso la vecchia torre di controllo dell'aeroporto civile catanese(91). Questo scalo tra l'altro, è stato spesso usato per gli atterraggi "alternativi" dei velivoli militari statunitensi diretti alla Stazione Aeronavale della US Navy di Sigonella. Durante il recente conflitto nel Golfo Persico, l'aeroporto civile di Fontanarossa è stato messo a disposizione sin dall'agosto del '90 dei mezzi di trasporto militare utilizzati per il trasferimento di truppe e di materiale bellico in Medio Oriente(92).
 
 

Il 41° Stormo dell'Aeronautica Militare
Il 41° Stormo "Athos Ammannato" è caratterizzato da una componente “mista” - Aeronautica e Marina - del personale. Secondo le disposizioni impartite dal Ministero della Difesa nel 1986, i velivoli destinati al pattugliamento marittimo, pur rimanendo parte organica dell'Aeronautica, operano infatti alle dipendenze della Marina Militare per tutte le forme di impiego operativo, compreso il settore antisommergibile(93). Nello specifico per quanto concerne l'impiego e l'addestramento operativo, il 41° Stormo è alle dipendenze del Comando del Dipartimento Militare Marittimo di Messina ("Marisicilia")(94).

Il reparto di volo fu costituito a Catania il 1° ottobre 1965 allorché riunì sotto un unico comando l'87° e l'88° Gruppo Antisom, nonché i Servizi tecnici-logistici ed amministrativi ospitati nelle basi di Fontanarossa e Sigonella(95). Attualmente è qui che hanno sede il Comando di Stormo, l'88° Gruppo Antisom (l'unico gruppo nazionale A.S. abilitato alla guerra nucleare) con la 166^ e la 167^ Squadriglia Antisommergibili, i Comandi e parte dei servizi dei Gruppi S.T.O. ed S.L.O., il Comando e 2 Compagnie del battaglione “protezione locale”, la 641^ Squadriglia Collegamenti, la Sezione volo addestramento antisommergibili(96).

Una terza base operativa dello Stormo è presso la zona decentrata di San Giuseppe La Rena, dove sono dislocati un autoreparto, un centro trasmittente e i servizi di magazzino e manutenzione. Attualmente è comunque in fase realizzativa il progetto di riunificazione dello Stormo presso la base di Sigonella, grazie all'espansione della zona nord del campo.

L'obiettivo principale del 41° Stormo è quello di svolgere missioni aeree antisom e antinave ("operazioni TASMO - Tactical  Air Support to Maritime Operations")(97); inoltre svolge missioni di pattugliamento marittimo e di ricerca e soccorso ("operazioni LRMP - Long Range Maritime Patrol") e di minamento di porti e passaggi obbligati e di ricognizione fotografica o elettronica(98). Il reparto partecipa a tutte le esercitazioni nazionali e alle più importanti esercitazioni Nato e multinazionali che si tengono nell'intero Mediterraneo e persino oltre lo Stretto di Gibilterra, sino alle Azzorre(99). Comunque, c'è la tendenza ad impiegare i velivoli  di stanza a Sigonella preferibilmente ad est del Canale di Sicilia, lasciando a quelli assegnati al 30° Stormo Antisom di Cagliari-Elmas il pattugliamento del versante occidentale; ciò in modo da ridurre i tempi di trasferimento nelle zone di operazione(100).

Il velivolo in dotazione al 41° Stormo è il “Dassault-Bréguet 1150 Atlantic”, pattugliatore marittimo a lungo raggio basato a terra. Ad esso è affidato il ruolo di ricognitore e di attacco antisommergibile, grazie all'uso di bombe di profondità convenzionali o “speciali” (nucleari o chimiche) da 175 kg e di razzi non guidati del tipo HVAR aria-superficie da 127 mm. Inoltre può caricare siluri del tipo MK 44 ed MK 46 e mine del tipo MK 25 ed MK 19(101). Sono 9 i velivoli "Atlantic" in dotazione all'88° Gruppo Antisom, mentre la 641^ Squadriglia collegamenti ha in dotazione gli aerei S.208 M(102).

Presso il 41° Stormo è generalmente "rischierato" un aereo da trasporto del tipo G 222 dell'Aeritalia, che in caso di necessità può essere fornito del Sistema Aerotrasportato Antincendio (SAA) in versione di protezione civile(103). Sigonella è inoltre sede dell'11° Reparto Manutenzioni Velivoli (RMV), Centro Manutenzione Principale (CMP) dell'Aeronautica, l'unico in grado di provvedere alle revisioni di 3° livello degli aerei "Atlantic"(104). Il ciclo di revisione del 3° livello dura circa un anno e in tale sede il velivolo viene integralmente smontato e sverniciato(105).

Il Reparto Difesa del 41° Stormo è dotato di un autonomo sistema di difesa missilistica contraerea "Spada" per fronteggiare attacchi a bassa quota; il sistema, progettato e costruito dalla Selenia, si compone del radar di scoperta "Pluto" e dei missili "Aspide" a guida semiattiva, in numero di 6 per ogni batteria di tiro(106). Entro il 1993 la contraerea sarà integrata con il sistema antimissile "Patriot AMC-3" di terza generazione per la difesa a medie ed alte quote(107). Una batteria di missili terra-aria "Patriot" si compone di un radar AN/MPQ-53, di missili MIM-104A con una portata superiore ai 100 km e di un centro di coordinamento e di controllo. Esso sarà fornito all'Aeronautica dagli Stati Uniti, secondo un accordo bilaterale firmato con l'Italia nel 1988 che prevede l'acquisizione di 20 batterie per un totale di 160 lanciatori e 1.280 missili(108). Contemporaneamente gli italiani forniranno in cambio alcuni sistemi missilistici a corto raggio “Selenia Spada” e 32 cannoni Breda da 40/70 per la difesa di 4 basi USA in Italia, tra cui quella di Sigonella(109).
 

La base aerea di Sigonella
Come è stato già evidenziato, la base aerea di Sigonella ospita i Comandi e i Reparti di volo del 41° Stormo Antisom dell'Aeronautica Militare. Inoltre questo scalo fornisce un supporto tecnico e logistico alle operazioni dei cacciaintercettori F-104, dei bombardieri MRCA “Tornado” e di altri velivoli da combattimento assegnati a Stormi di base in altre regioni d'Italia inviati in esercitazione nel Mediterraneo centrale.

A seguito della crisi USA-Libia del 1986, l'Aeronautica ha rischierato stabilmente a Sigonella una "cellula di pronto impiego" composta da 6 velivoli intercettori F-104S (“Starfighter”)(110). Essi vengono inviati nella base siciliana a rotazione dai reparti di volo del centro-nord Italia, con lo scopo di sostenere i gruppi stanziali nella difesa aerea del Canale di Sicilia. La “cellula di pronto impiego” dispone di 4 piloti in grado di decollare 24 ore su 24, entro cinque minuti dall'”allarme”(111). Molto probabilmente essa verrà presto potenziata grazie al rischieramento a Sigonella in pianta stabile di un Gruppo Caccia Intercettore dell'AMI. Presso la base di Sigonella, l'Aeronautica Militare sta per installare un Centro nodale inserito nella rete di comunicazione automatica nazionale denominata "ACCAM", attualmente in via di realizzazione. L'"ACCAM" avrà il compito di integrare le varie reti di comunicazione esistenti tra le Forze Armate (la “RITA” - Rete Integrata Trasmissioni Aeronautica Militare e la “CETAM” - Centro Trattazione Automatica dei Messaggi dell'Esercito), allo scopo di "indirizzare automaticamente i messaggi ai vari destinatari, garantendo il rispetto delle priorità e delle urgenze e re-instradando il traffico sulle linee funzionanti in caso di distruzione parziale della rete di comunicazione"(112).
 

La presenza statunitense a Sigonella
La base di Sigonella è posta a disposizione delle Forze Armate degli Stati Uniti sulla base di un “Memorandum” firmato l'8 aprile 1957 che ne prevede l'utilizzazione per attività operative e di supporto logistico ai velivoli statunitensi, secondo le direttive del Capo di Stato Maggiore della Marina USA(113). I particolari del “Memorandum” bilaterale sono segreti, anche se però dovrebbero uniformarsi ai principi stabiliti dall'"accordo-quadro" firmato da Italia e Stati Uniti nell'ottobre 1954 che disciplina la concessione in uso delle basi militari. Secondo tale accordo le installazioni statunitensi nel nostro Paese dovrebbero essere poste sotto il comando italiano, mentre al comandante USA spetterebbe il controllo del proprio personale e dei propri equipaggiamenti; inoltre gli USA si obbligherebbero ad utilizzare tali installazioni "per adempiere esclusivamente ad impegni Nato", mentre la sicurezza delle aree dovrebbe essere "di esclusiva competenza italiana"(114). Vedremo più avanti come questi impegni siano stati ripetutamente disattesi, al punto che oggi è opinione generale che la base di Sigonella non possa essere annoverata tra le infrastrutture "comuni" istituite nel quadro Nato, ma che al contrario essa vada classificata come "base statunitense" a tutti gli effetti(115).

La storia di Sigonella iniziò nel 1956 quando la Nato progettò di realizzare in Sicilia una base per l'aviazione di Marina degli USA. Dopo la firma del “Memorandum” del 1957, la US Navy avviò nel territorio del comune di Motta Sant'Anastasia la costruzione di un villaggio che prese il nome di “NAF 1”, destinato ad alloggiare le famiglie dei militari americani. L'Aeronautica italiana si occupò della supervisione tecnica del progetto.

L'attività di volo prese il via nel 1959 con l'atterraggio di un velivolo F-84 dell'AMI. Nello stesso anno la base di Sigonella fu inaugurata ufficialmente con la denominazione di "Naval Air Facility".

La rilevanza di Sigonella crebbe a partire dalla metà degli anni '60, quando la base divenne uno dei principali punti di rifornimento per le operazioni della VI Flotta nel Mediterraneo; nello stesso periodo gli Stati Uniti e la Nato intrapresero nella facility siciliana un vasto programma di costruzioni per ridurre il sovraffollamento delle infrastrutture della vicina base di Hal Far a Malta.

In seguito all'aumento dell'instabilità e della conflittualità in Medio Oriente, negli anni '70 Sigonella triplicò le sue dimensioni. Secondo quanto dichiarato nel 1980 dall'Ammiraglio Iselin dello Stato Maggiore della Marina USA durante un'audizione alla Camera dei Rappresentanti, circa "35 milioni di dollari" erano stati spesi nell'ultimo decennio per il potenziamento di Sigonella, mentre per il futuro fu annunciata "una spesa ulteriore di 60 milioni di dollari" per quella che era destinata a diventare il "fulcro delle nostre operazioni nel Mediterraneo"(116). Così, in seguito alle aumentate responsabilità e alla vasta quantità di servizi operativi messi a punto dalla Marina USA in Europa, nel luglio del 1981 Sigonella prese la denominazione di “Naval Air Station” (NAS)(117).

Attualmente la Naval Air Station di Sigonella è la principale installazione terrestre della Marina USA nel Mediterraneo e sicuramente quella che ha avuto la "più rapida espansione al mondo" secondo quanto confermato da Richard Gray, Capo del Dipartimento Manutenzione Aerei della US Navy(118).

La base ospita  più di una quarantina tra comandi operativi e di appoggio alla flotta integrati nella rete del Comando Navale USA in Europa (CINCUSNAVEUR) e definiti "Special Quality Assurance Commands"(119). Tra i reparti schierati dagli Stati Uniti nella NAS, assume notevole importanza il 24° Fleet Logistic Support Squadron "VR-24", uno Squadrone di Supporto Logistico della Marina trasferito da Napoli in Sicilia a fine anni ‘70, a cui vengono assegnate le funzioni di trasporto, rifornimento e munizionamento delle unità della VI Flotta in transito nel Mediterraneo. Il “VR-24”, definito "Squadrone COD" ("Carrier on-board delivery"), garantisce inoltre il collegamento aereo tra la base di Sigonella e quella di Comiso, con gli alti comandi USA di Napoli e le installazioni della Marina USA nello scacchiere mediterraneo.

Il 24° Fleet Logistic Support Squadron ha in forza 3 aerei da trasporto CT-39 “Sabreliner”, un aereo Vp-3a, 3 elicotteri RH-53 "Sean Stallion", 10 aerei turboelica G-2A “Greyhound” e 4 velivoli C130 F “Hercules”(120). È a questi ultimi che è assegnato prioritariamente il compito di trasportare le testate nucleari dalla base di Sigonella alle unità navali statunitensi in transito nel Mediterraneo(121). A partire dal 1985 i G-2A di Sigonella sono stati sostituiti da velivoli “Greyhound” di seconda generazione, forniti di motori più potenti e del sistema "APU" (Auxiliary Power Unit) che rende il velivolo indipendente dal punto di vista dell'equipaggiamento in caso di  operazioni su aeroporti non attrezzati(122).

Il 24° Squadrone fornisce inoltre il sostegno logistico per le operazioni di collegamento aereo con il molo e il deposito di combustibile e munizioni della vicina baia di Augusta, che pertanto accresce la versatilità della Stazione di Sigonella nel rifornimento  navale(123).

La base siciliana ospita inoltre il 25° Squadrone Antisommergibile "VP-25" della US Navy, dotato di 9-12 aerei P-3 "Orion", per il pattugliamento marittimo a lungo raggio(124). Missione prioritaria dello Squadrone è la guerra antisottomarino ("ASW" - Anti-Submarine Warfare); esso è anche preposto alla vigilanza del traffico aeronavale nel Mediterraneo, alla raccolta di informazioni sullo schieramento navale sovietico e alla loro trasmissione ai Centri di Controllo di Sigonella e Napoli, al minamento dei fondali e al supporto delle esercitazioni navali USA e Nato.

Le attività di sorveglianza della flotta sovietica e dell'intero traffico marittimo assegnate al 25° Squadrone Antisom, sono considerate dalla US Navy e dalla Nato di rilevanza strategica nel confronto est-ovest. Tuttavia il complesso delle attività "ASW" dello Squadrone di stanza a Sigonella e dell'intero dispositivo predisposto nel Mediterraneo dalla US Navy appare sovradimensionato e tutto sommato sproporzionato specie se riferito alla minaccia rappresentata dalla presenza dei sottomarini sovietici, che nel Mediterraneo è più che modesta(125). La V Squadra sovietica possiede infatti in questo bacino solo una decina di sottomarini, nessuno dei quali tra l'altro dotato di componenti missilistiche strategiche(126).

I velivoli "Orion" in forza al “VP-25” sono del tipo “P-3C” a doppia capacità di armamento: possono essere cioè armati con bombe nucleari di profondità del tipo B 57 con una potenza distruttiva sino a 20 kiloton, o con siluri convenzionali antisottomarino MK-46(127). L'"Orion" è equipaggiato con attrezzature che permettono la ricerca, l'identificazione, l'inseguimento e la distruzione dei sottomarini “nemici”. Per una missione di ricerca a bassa altitudine, il raggio operativo del velivolo è di 1.300 miglia marine con un'autonomia di volo superiore alle 10 ore. Per una missione ad alto livello, il raggio di azione dell'Orion può superare le 1.600 miglia nautiche con un'autonomia di circa 14 ore. Il carico standard di armi è di 4 missili e 4 bombe di profondità(128).

Al 25° Squadrone sono stati inoltre assegnati recentemente alcuni elicotteri da combattimento antisottomarino SH-3D/H “Sea King”, anche questi dotati della doppia capacità di armamento, nucleare e convenzionale(129).
A partire dal 1984 Sigonella ospita il 4th Vertical on Board Delivery (VOD) Squadron “HCV  4”, dotato di 6 elicotteri pesanti da trasporto CH-53 E(130), a cui si è aggiunto l'anno successivo uno Squadrone di elicotteri da combattimento del tipo “Lamps MK III” (Light Airborne Multi-Purpose System) a capacità nucleare, forniti di un sistema integrato di ricerca che ha accresciuto la flessibilità, il raggio di combattimento e l'efficienza della Marina USA nel Mediterraneo(131).

Presso le infrastrutture della base sono stati assegnati inoltre un “Costruction Battalion” (Battaglione Costruzioni), un “Mobile Seebee Battalion” (il Battaglione di genieri della Marina USA a cui è attribuito il compito di preparare le spiagge rimuovendo gli eventuali ostacoli in caso di operazioni da sbarco)(132), l'EOD Group Det Two (un'unità specializzata nella manutenzione delle testate nucleari), un “Mobile Mine Assembly Group – MOMAG” (Gruppo Mobile Assemblaggio Mine), le “Marine Guard Barracks” (Caserme del Corpo di Guardia dei Marines), un “Naval Oceanography Command Detachment” (Distaccamento del Comando Navale Oceanografico), un “Meteo Group”, una filiale della rete SEB (Southern European Broadcasting Service) della ARTF (Armed Forces Radio and Television Service) che fornisce al personale della base programmi televisivi in lingua inglese(133).

La base di Sigonella assicura inoltre l'appoggio logistico ai voli di trasporto merci e passeggeri del “Military Airlift Command” (MAC) degli Stati Uniti e ai “Boeing 747 Jumbo” con i colori delle compagnie civili americane e facenti parte della cosiddetta "Civil Reserve Fleet", la Flotta Civile di Riserva delle Forze Armate Statunitensi, utilizzata dal Pentagono in casi di emergenza per il rapido e massiccio spostamento di mezzi e di truppe(134).

Fanno quotidianamente scalo presso Sigonella i differenti velivoli in dotazione ai Gruppi di volo della Marina USA e del “Marine Corp”. Essi comprendono gli aerei monoposto A-4M “Skyhawh” per il sostegno ad operazioni di guerra anfibie, i biposto A-6E “Intruder”, gli A-7E “Corsari” e i caccia monoposto F-18 A “Hornet” (entrambi utilizzati per operazioni di attacco e  bombardamento), gli S-3A “Viking” utilizzati quali velivoli SIGINT (Signal Intelligence) per la raccolta di informazioni di carattere elettronico sui radar e sui sistemi di comunicazione avversari e per il pattugliamento e la guerra antisottomarino(135). Questi aerei sono tutti abilitati al trasporto di bombe nucleari del tipo B 43 ad alto potenziale (1 Megaton), B 57 e B 61 (con potenze distruttive variabili da 100 a 345 kilotons)(136).

Lo scalo di Sigonella fornisce inoltre un supporto logistico ai velivoli in dotazione alla US Air Force, la forza aerea statunitense, che vengono periodicamente trasferiti nel Mediterraneo dalle basi di rischieramento presenti in Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. La presenza di questi velivoli a Sigonella si fa intensa specie nei periodi di esercitazione o di vera e propria crisi internazionale. Generalmente si tratta dei cacciaintercettori F-15J “Eagle”, dei cacciabombardieri F-16 “Fighting Falcon”, dei velivoli anticarro A-10 “Thunderbolt”, dei cacciabombardieri F-111 F del “Tactical Air Command” USA(137). Inoltre si è fatta sempre più frequente la sosta dei velivoli EA-6B "Prowel", una versione dell'aereo biposto “Intruder” utilizzato per la guerra elettronica. Esso è infatti in grado di "spazzare" dall'etere qualsiasi segnale radar o radio: quando i sistemi elettronici di bordo captano la frequenza di un radar, scaricano nell'etere segnali molto più potenti sulla stessa frequenza finendo per oscurare completamente i sistemi avversari. Inoltre il "Prowel" è  in grado di “ingannare” i radar avversari, facendo apparire falsi aerei nei terminali(138).
A Sigonella sono periodicamente dislocati gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati dagli Stati Uniti per il rifornimento in volo dei propri velivoli in transito nel Mediterraneo centrale; in più occasioni è stata registrata la presenza degli aerei radar AWACS Boeing E-3A "Sentry" della Forza Nato di “Allarme in volo a distanza”(139). La base fornisce anche il supporto tecnico-logistico ai velivoli antisommergibile dei Paesi membri della Nato durante le loro operazioni nel Mediterraneo, e in particolare ai pattugliatori “Nimrod MR.2” in dotazione alla Royal Air Force (RAF) britannica(140). Sigonella ospita inoltre l'”Aircraft Intermediate Maintenance Department (AIMD)”, il Dipartimento per la manutenzione intermedia dei velivoli aerei, in grado  di eseguire i complessi lavori di riparazione dei velivoli imbarcati sulle unità della VI Flotta e in particolare dei cacciaintercettori F-14 “Tomcat”(141).

Di particolare importanza è anche il fatto che la base opera da facility per modificare la componente di volo delle portaerei in navigazione nel Mediterraneo; se ad esempio per esigenze operative o per un'esercitazione viene data priorità alla componente di attacco, vengono rischierati momentaneamente a terra i velivoli da pattugliamento antisom o gli elicotteri da trasporto, lasciando così spazio sulle unità da guerra ai caccia F-14 “Tomcat” o F 18 A “Hornet”(142).
Dal punto di vista numerico, in seguito al potenziamento dell'attività aerea, nel 1984 gli aerei stabilmente schierati a Sigonella sono passati da 29 a 35. Nei periodi di tensione i velivoli ospitati nella base possono raggiungere però le 85 unità(143). Di norma il solo Comando dell'Aviazione di Marina USA compie da Sigonella 125 voli la settimana, tra cui 2 voli commerciali che collegano direttamente la base siciliana con gli Stati Uniti. Si calcola che mensilmente facciano scalo a Sigonella 9.000 passeggeri circa(144).

Per ciò che riguarda invece l'organizzazione logistico-infrastrutturale, Sigonella è attualmente divisa in 3 grandi settori: NAS 1 (Naval Air Station 1) in cui sono concentrate le strutture civili (alloggi, uffici, negozi, ecc.); NAS 2, a circa 10 miglia di distanza, con le due zone militari operative degli Stati Uniti e della Nato, i depositi munizioni e i sistemi radar e di intercettamento; NAS 3, i cui lavori di realizzazione sono iniziati nel 1983 e dove attualmente sorgono un Centro trasmissioni e l'area di supporto della Rapid Deployment Force(145). A circa 3 chilometri da NAS 2, accanto alla Strada Statale che collega Catania a Caltagirone e Gela, è presente inoltre un'area militare in cui sono stati realizzati una decina di depositi sotterranei, atti a ospitare periodicamente munizioni e sistemi d'arma.

Al suo interno, la base dispone di un “Air Terminal”, 2 piste di atterraggio di 2.500 metri, 2 aree di parcheggio per i velivoli e numerose infrastrutture per la sistemazione del personale, delle apparecchiature e dei materiali(146). Recentemente sono stati realizzati anche alcuni magazzini preposti al ricovero del cosiddetto "Ground Support Equipment" (GSE), cioè di tutte quelle apparecchiature e velivoli necessari per le operazioni sugli aerei dislocati a Sigonella; inoltre è stata ampliata l'area di parcheggio dei velivoli in modo da poter garantire la "prontezza operativa" contemporaneamente a ben "77 tra aerei da trasporto, cacciabombardieri, pattugliatori ed elicotteri da combattimento"(147).

Nella base è presente inoltre un impianto di telecomunicazione via satellite legato alla NAVCASMED (Naval Communications Area Master Station Mediterranean) di Bagnoli (Na) che provvede alle trasmissioni della Flotta USA e all'appoggio di altre comunicazioni tattiche nell'area del Mediterraneo e del Mar Rosso,  garantendo tra l'altro il comando e il controllo delle forze sottomarine di attacco dotate di missili balistici(148). Questo Centro è in via di trasferimento a Niscemi; al suo posto verranno realizzate nuove infrastrutture che potenzieranno alcuni impianti di comunicazione di altro genere, come ad esempio quelle del Centro Operativo di Controllo Aerei Antisommergibili (ASWOC) della US Navy, attualmente composto da 57 uomini, che è adibito alla raccolta ed alla elaborazione di tutte le informazioni fornite dagli aerei da pattugliamento marittimo delle forze armate statunitensi e Nato(149).

Sono inoltre presenti nella base siciliana diversi edifici amministrativi e di sicurezza, alcuni servizi per il personale, quali ad esempio un Centro legale (trasferito solo nel 1986 da Napoli)(150), un Centro medico polifunzionale che accoglie oltre i militari in forza a Sigonella e a Comiso anche quelli della Stazione di Comunicazione Navale (NAVCOMSTA) di Nea Makri (Grecia) e della Naval Support Acitivity di Souda Bay (Creta)(151), un Fleet Mail Center (Ufficio Postale della Marina), il Navy Federal Credit Union, il Navy Exchange e differenti infrastrutture di tipo ricreativo (una palestra, il club denominato “Lava Lunge”, un Auto Hobby Shop, ecc.).

Negli ultimi due anni la US Navy ha curato la realizzazione a Sigonella di una nuova cappella(152) e delle strutture scolastiche per i figli del personale statunitense in grado di ospitare sino a 900 alunni di scuola elementare e media(153); inoltre sono stati potenziati i sistemi di sicurezza e di controllo della base(154).              .
 

Inventario delle proprietà militari USA a Sigonella

N.  1          Oleodotto POL

N.  5          Edifici per Comunicazioni

N. 13         Edifici operativi

N.  8          Edifici operativi navali

N.  1          Edificio di addestramento

N.  6          Strutture di manutenzione aerea

N. 10         Strutture manutenzione carri/autoarticolati

N.  6          Strutture manutenzione munizioni

N. 1           Struttura manutenzione apparecchiature elettroniche e comunicazioni

N. 4           Strutture manutenzione attrezzature varie

N. 6           Infrastrutture manutenzioni e riparazioni

N. 4           Depositi di stoccaggio delle munizioni

N. 1           Area di stoccaggio munizioni all'aperto

N. 12         Depositi protetti

N. 2           Depositi all'aperto

N. 1           Ospedale

N. 1           Laboratorio

N. 1           Clinica dentale

N. 1           Dispensario

N. 10         Edifici amministrativi

N. 43         Edifici abitativi

N. 8           Edifici abitazioni singole del personale

N. 2           Dopolavori

N. 8           Strutture comunitarie

N. 33         Strutture ricreative per la comunità residente

N. 4           Generatori elettrici

N. 7           Linee distribuzione elettrica

N. 9           Stazioni elettriche

N. 1           Struttura per il riscaldamento (caldaia)

N. 2           Condizionatori aria

N. 1           Dispositivo idrico

N. 3           Depositi acqua

N. 2           Sistemi di distribuzione acqua
 

Strade per 6.055.606 + 18500 sy

Acri   26.790

(Fonte: Department of the Navy, Naval Facilities Engineering Command,

Inventory of Military real property, NAVFAC, Washington, 30 Sept 1983)
 
 

La presenza di testate nucleari a Sigonella
La base di Sigonella è classificata dai vertici militari statunitensi quale "Special Ammunitions Depot" Deposito di munizioni “speciali”), in quanto nei depositi ivi realizzati viene effettuato lo stoccaggio delle bombe nucleari del tipo B 57 utilizzate per la guerra antisottomarino(155).

Sigonella è l'unica base aeronavale degli USA nel Mediterraneo preposta a questo scopo; le bombe nucleari antisom custodite sono stimate intorno alle 100 unità(156). Esse verrebbero messe a disposizione oltre che per i P-3C “Orion” della US Navy, anche per gli aerei britannici da pattugliamento marittimo "Nimrod MR.2" che operano nel Mediterraneo in ambito Nato(157). Una ventina circa di queste testate nucleari sono destinate agli stessi velivoli "Atlantic" debitamente preposti, in forza al 41° Stormo dell'Aeronautica Italiana che opera presso gli aeroporti di Sigonella e Fontanarossa(158).

Il numero delle testate nucleari ospitate a Sigonella cresce in particolari periodi di esercitazione o di crisi internazionale, quando la base aeronavale funziona da centro di manutenzione per le armi nucleari destinate alle unità navali della VI Flotta e ai velivoli aerei imbarcati(159). Periodicamente vengono dislocate a Sigonella anche le testate nucleari del tipo B 43, B 61 e B 83, in dotazione ai cacciabombardieri F-16 “Fighting Falcon” del 401° Tactical Fighter Wing dell'US Air Force che sarà presto trasferito da Torrejón (Spagna) a Crotone(160). Va detto in proposito che si starebbe realizzando il trasferimento definitivo dei depositi di queste testate dalla base aerea di Aviano in Friuli ad una o più basi del Sud Italia; ciò risponderebbe all'esigenza degli Stati Uniti di assicurare alle testate una maggiore protezione (Aviano è a ridosso dei confini con l'Est Europa), di rendere operativa a tutti gli effetti la base di Crotone e di "avvicinare" le armi nucleari all'area privilegiata di “pronto intervento” e di “strike” dello Stormo dell'US Air Force, cioè il Fronte Sud dell'Alleanza Atlantica(161). Non è difficile ipotizzare che alla fine la scelta ricada sulla base siciliana, anche perché Sigonella assicura da anni il supporto logistico per il rischieramento a sud delle unità di volo del 401°  Stormo Aereo statunitense. Del resto già a partire dal 1975 operava presso Sigonella uno squadrone USA dotato di cacciabombardieri a capacità nucleare F-4 “Phantom” con ruolo di “strike” antinave(162); e appunto gli F-4 erano i velivoli in dotazione al 401° Stormo sino a quando nel 1983 non vennero sostituiti con gli attuali F-16(163).

I frequenti decolli e atterraggi dei cacciabombardieri a medio raggio F-111 in dotazione agli Stormi USA schierati in Gran Bretagna e Germania, lasciano supporre che i depositi di Sigonella siano anche utilizzati per lo stoccaggio delle testate nucleari trasportate da questi velivoli, le quali possiedono una potenza distruttiva variabile da 1 kiloton a 1,45 megaton(164). È perfino probabile che in futuro possa essere schierato stabilmente a Sigonella uno squadrone di cacciabombardieri F-111; i pianificatori della Nato insistono infatti perché si trasferisca in Europa un maggior numero di questi velivoli USA, onde potenziare il dispositivo di “strike” nucleare nel continente e nel Mediterraneo(165).

Infine è da ricordare che a Sigonella sono state realizzate le strutture per la custodia dei missili GLCM “Cruise” ed alcuni magazzini e alloggi per ospitare alcune unità del 487th Tactical Missile Wing dell'US Air Force di Comiso, cioè il Distaccamento denominato OL-A (Operating Location - A), e il 7024th Special Activities Squadron che funge da collegamento in Sicilia tra i Comandi USAFE e la US Navy(166). Per tutto il periodo che ha coinciso con la presenza in Sicilia dei missili nucleari a medio raggio, la NAS di Sigonella ha funzionato infatti come base logistica per gli aerei cargo che hanno trasferito dagli Stati Uniti le componenti missilistiche, le testate nucleari e i mezzi da trasporto (TEL) per il dispiegamento mobile dei Cruise. Come sempre però, la concessione di Sigonella quale base di supporto per l'installazione dei Cruise a Comiso fu tenuta segreta dal governo italiano sino al novembre del 1983, quando il quotidiano americano The Washington Post, citando "fonti americane e italiane ", svelò che i missili Cruise sarebbero stati installati  entro lo stesso mese "nella base aerea della US Navy a Sigonella in Sicilia, fino a quando non sarà pronta la loro base permanente a Comiso. Questo inconsueto passaggio temporaneo è stato deciso in modo da avviare in maniera simultanea il dispiegamento dei nuovi missili nucleari della Nato"(167). In seguito a queste indiscrezioni stampa, l'allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini fu costretto a confermare l'arrivo a Sigonella dei nuovi sistemi d'arma destinati a Comiso, pur tuttavia precisando che nella base della US Navy non era prevista "nessuna installazione dei missili" e che le "componenti che saranno custodite, in attesa del trasporto a Comiso, non potranno in alcun caso costituire di per sé un sistema d'arma operativo"(168). Queste precisazioni vennero però smentite qualche mese dopo, quando la base di Sigonella iniziò ad essere utilizzata nel corso delle esercitazioni di “dispersione” dei velivoli TEL preposti al trasporto dei Cruise quale deposito per lo stoccaggio delle testate atomiche assegnate ai vettori.
 

La Rapid Deployment Force a Sigonella
La recente vicenda della Guerra nel Golfo ha esaltato il ruolo della base di Sigonella a sostegno delle operazioni di trasferimento della Rapid Deployment Force, la Forza di Rapido Intervento USA costituita a fine anni ‘70 con la funzione di intervenire in tempi brevissimi nelle aree geografiche considerate di "interesse vitale" dal governo statunitense (Nord Africa, il Corno d'Africa, il Medio Oriente, il Golfo Persico sino all'Iran, l'Afghanistan, il Pakistan, ecc.).

L'uso della base di Sigonella da parte della RDF fu concesso dal Governo italiano sin dal 1982. Fonti vicine al Pentagono si affrettarono però a chiarire che la concessione delle base italiana non avrebbe significato l'insediamento in pianta stabile di reparti della RDF nel nostro Paese, aggiungendo tuttavia che "l'Italia, come gli altri paesi della Nato, potrebbe eventualmente dare un appoggio a necessità logistiche derivanti da spostamenti di questa forza, in altre parole, “punti di appoggio” a ponti aerei o altre operazioni di trasporto che dovrebbero far scalo nel Mediterraneo"(169). Due di questi punti di appoggio furono presto individuati nella base trapanese di Birgi "gestita totalmente da personale italiano" e nella base Nato di Sigonella per la quale il governo americano stanziò a partire dall'83 circa 80 miliardi di lire per allestire 288 nuovi alloggi per il personale della RDF USA e potenziare ulteriormente le piste aeree e le officine aeronavali(170).

Sigonella, del resto, era già stata utilizzata dagli Stati Uniti nel 1979 in occasione della fallita operazione di recupero degli ostaggi americani in Iran, "quale base di appoggio per mezzi e materiali predisposti cautelativamente nel caso che gli avvenimenti si fossero sviluppati in maniera assai più ampia della previsione"(171).

La concessione della base di Sigonella per il sostegno logistico della RDF spinse immediatamente alcuni costituzionalisti a sollevare una serie di interrogativi sul reale “status” giuridico della base siciliana, che assai difficilmente poteva essere ancora definita come un'"infrastruttura Nato". Rispondendo a un'interrogazione parlamentare il 16 febbraio 1984, l'allora sottosegretario di Stato per la Difesa Vittorio Olcese, si ostinò a riaffermare che "l'aeroporto militare di Sigonella rientra nel novero delle installazioni le cui attrezzature e servizi sono dati in uso alle Forze degli Stati Uniti in base ad accordi stipulati in sede Nato", pur non escludendo che "il Governo in singoli casi, in relazione alla necessità di salvaguardare anche vitali interessi nazionali" potesse di volta in volta "concedere apposite autorizzazioni per l'utilizzo di basi militari italiane"(172). Pertanto, secondo quanto chiarito dal governo, per operazioni decise in ambito Nato le autorità americane non avrebbero l'obbligo di preavvertire quelle italiane, mentre per compiti non previsti dall'Alleanza, scatterebbe la richiesta di autorizzazione per l'uso di basi e infrastrutture presenti nel territorio del paese ospitante (è stata questa la prassi utilizzata l'8 agosto 1990, quando il Governo italiano autorizzò gli Stati Uniti ad usare alcuni aeroporti militari quali scali tecnici per le forze aeree USA dirette verso l'area del Golfo Persico). Ciononostante sono in molti coloro che continuano ad esprimere forti perplessità sull'utilizzo delle basi italiane per le operazioni di supporto logistico alla RDF USA. Non è forse vero infatti che tali concessioni “legittimano” l'uso di una base Nato per scopi e fini estranei se non addirittura in contrasto con il Trattato costitutivo dell'Alleanza Atlantica, allargando a dismisura l'area d'intervento della Nato? E poi, quanto è credibile la dichiarazione del governo sulla capacità di garantire comunque la piena sovranità nazionale sulle basi "Nato", quando in più occasioni è stata evidente a tutti l'inesistenza di qualsiasi forma di controllo o limitazione sulle operazioni e sugli obiettivi delle forze statunitensi che risiedono nel territorio italiano?

La vicenda della "lunga notte di Sigonella" è stata sicuramente l'esempio migliore per chiarire quanto sia profonda la violazione dell'ordinamento costituzionale provocata dalla presenza nel territorio nazionale di forze militari straniere, nonché dall'inesistenza di strumenti "tecnico-politici" per risolvere eventuali divergenze di opinioni che possono sorgere tra le rispettive autorità statali (italiana e statunitense) in merito alla natura delle attività consentite in una base Nato(173). Oggi non resta che prendere atto delle conclusioni a cui sono giunti alcuni parlamentari della Commissione Difesa del Senato dopo una visita alle basi di Sigonella e Comiso effettuata il 13 e 14 maggio 1986, quando dichiararono alla stampa che "dai dati raccolti, le due basi militari sono impropriamente definite “basi Nato”; in realtà esse comprendono vaste aree date in concessione agli USA, che dispongono di strutture, equipaggiamenti e reparti (...) sui quali esercitano comando esclusivo. I comandi italiani sono responsabili della sicurezza generale delle basi e delle forze nazionali, ma il loro intervento sulla gestione delle forze e dei mezzi USA può esercitarsi solo entro ambiti limitati... Nella base aerea di Sigonella il comando italiano ha il potere di autorizzare il movimento degli aerei americani. Tuttavia non risulta definita la possibilità italiana di interferire nell'impiego di aerei USA di stanza a Sigonella per iniziative dirette o di supporto alla VI Flotta che abbiano finalità diverse da quelle della Nato. In altri termini l'Italia non appare pienamente garantita da un uso delle forze USA improprio, deciso da altri e tale da poter coinvolgere il nostro Paese...."(174). Peccato che a questa presa di coscienza della limitazione della sovranità nazionale determinata dall'adesione dell'Italia alla Nato e del cosiddetto "carattere misto" delle unità aeronavali della VI Flotta USA, operanti prevalentemente nel territorio italiano per fini nazionali sotto il diretto controllo del Presidente degli Stati Uniti e solo in seconda battuta in ambito Nato, non sia seguito alcun atto concreto da parte del Parlamento per rivendicare il ruolo centrale che la Costituzione gli assegna nel campo della difesa della pace e dei rapporti internazionali.
 

Nuovi reparti USA a Sigonella?
Negli ultimi anni si sono fatte sempre più insistenti le voci su un possibile insediamento a Sigonella in via definitiva di alcuni reparti della “Delta Force” da destinare a operazioni “antiterrorismo”, in modo da "avvicinare" questi specialisti alle aree più "sensibili" dello scacchiere mediterraneo (Libia, Medio Oriente, ecc.)(175). Il settimanale tedesco Der Spiegel, i quotidiani statunitensi The Washington Post e New York Times hanno perfino parlato di una richiesta americana per la realizzazione nella base siciliana di una vera e propria "centrale antiterroristica" in grado di fornire informazioni, collegamenti e coordinamento logistico per eventuali interventi delle truppe speciali degli Stati Uniti(176). Le smentite di rito del Governo italiano non hanno sicuramente dissipato le preoccupazioni che derivano dalla possibilità di una concessione di tal genere, specie se si considera che attualmente è in atto nella US Navy un processo di ristrutturazione delle forze di sicurezza navale onde "consolidare le proprie abilità nel distogliere, scoprire e sconfiggere eventuali attacchi terroristici contro i membri, i dipendenti e le risorse impiegate" secondo quanto formulato in una direttiva impartita nel 1987 alle Forze Navali dal Segretario della Marina statunitense John Lehman(177).

Il programma di ristrutturazione prevede che circa 20.000 unità in forza alla Marina vengano distaccate a tempo pieno per la "difesa anti-terroristica" delle principali basi negli Stati Uniti e all'estero. Data l'importanza strategica di Sigonella, non è difficile immaginare che una buona percentuale di questo personale venga proprio assegnato alla base siciliana accrescendo ulteriormente il numero di militari USA in forza in Sicilia. Non è casuale che in occasione di una sua recente visita nell'isola, l'ambasciatore USA in Italia Peter Secchia abbia comunicato al presidente della Regione che per il futuro è previsto un ulteriore potenziamento della base di Sigonella(178). L'"ampliamento della base" è stato auspicato dallo stesso ammiraglio Jonathan T. Howe, comandante in Capo delle forze alleate del Sud Europa, in occasione della presentazione alla stampa dell'esercitazione annuale della Nato "Dragon Hammer '91"(179).

Di certo si sa solo che il Dipartimento alla Difesa statunitense intenderebbe trasferire a Sigonella entro il settembre 1992 500 nuovi addetti militari, per inserirli nei reparti del “Costruction Battalion” in via di costituzione(180). Tra l'altro, proprio in vista del potenziamento della base siciliana, negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno speso in nuove infrastrutture ben 19.740.000 dollari e prevedono in breve un ulteriore stanziamento di oltre 45.400.000 dollari.

I nuovi reparti che verranno trasferiti a Sigonella si aggiungeranno così alle oltre 4.500 unità che compongono attualmente il personale USA di stanza nella base siciliana(181), al migliaio di militari italiani appartenenti al 41° Stormo dell'Aeronautica Militare(182) e ai 524 lavoratori civili italiani impiegati in uffici, negozi, mense all'interno della Naval Air Station(183).
 

La base aerea di Comiso
Strettamente legata dal punto di vista operativo a Sigonella è la base di Comiso, che dipende dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica tramite la 3^ Regione Aerea. La "Comiso Air Station" ospita le strutture di Comando e di Supporto tecnico-logistico del 487° Tactical Missile Wing dell'US Air Force(184); essa sorge nel perimetro interno all'aeroporto "V. Magliocco" sito in contrada Cannammellito, a nord della cittadina di Comiso, su di un'area di circa 200 ettari.

Questo aeroporto, entrato in funzione nel 1937, fu utilizzato dalle forze dell'Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, sino a passare dopo lo sbarco alleato in Sicilia in uso al 340th Bombardment Group e al 64th Troop Carrier Group delle forze armate statunitensi. Fu in questo periodo che l'aeroporto di Comiso fu collegato mediante un oleodotto alla base aerea di Gela, che ne migliorò la prontezza operativa. Dal 1945 al 1954 la base restò inutilizzata per essere poi impiegata quale scalo civile dell'Alitalia sino al 1973. A partire da quell'anno l'aeroporto "Magliocco" fu ridotto a stazione di controllo radio dell'Aeronautica Militare.

Per tutti gli anni '70, la base di Comiso visse in uno stato di semiabbandono, sino a quando il governo italiano propose agli Stati Uniti di utilizzarla quale principale base operativa ("MOB - Main Operating Base") per i 112 missili nucleari "Cruise" previsti per l'Italia dal programma di riarmo della Nato, varato nel dicembre 1979.

La concessione sarebbe avvenuta verso la fine del 1980 in occasione di un incontro tra il ministro della Difesa Lagorio e il Dipartimento di Stato USA. A partire dal gennaio del 1981 gli USA insediarono a Comiso uno staff tecnico per soprintendere al sopralluogo del sito(185). Il tutto fu tenuto nel più assoluto riserbo e nonostante alcune indiscrezioni stampa, il Ministero della Difesa negò per tutta la primavera del 1981 di aver concesso il vecchio aeroporto siciliano per installarvi i missili Cruise. Il Parlamento fu informato della decisione solo nella seduta di chiusura estiva dell'8 agosto. Comiso sarebbe stata preferita ad altre due basi del Mezzogiorno sia per le migliori condizioni dei sistemi di collegamento e sia per la disponibilità immediata di una vasta area demaniale che avrebbe evitato, almeno in un primo tempo, le procedure di esproprio a danno di privati. Sembra che sia stata valutata perfino la possibilità di localizzare i nuovi missili nucleari nella base di Sigonella, ma a causa dell'affollamento delle infrastrutture e della mancanza di un'area idonea a realizzarvi la zona operativa e di addestramento, questa ipotesi fu presto scartata(186).

Il 1° ottobre 1982 fu attivato a Comiso il 487th Combat Support Group dell'US Air Force che insieme al Corpo di Ingegneria Civile della Marina degli Stati Uniti garantì l'inizio dei lavori di allestimento delle infrastrutture della base, per cui sarebbero stati spesi alla fine 242 miliardi di lire, di cui 68 a carico dell'Italia, 57 a carico della Nato e 117 degli USA(187). La base divenne operativa il 30 giugno 1983 con l'insediamento del 487th Tactical Missile Wing. Allo Stormo missilistico fu presto affiancato il 2189th Information System Squadron, un reparto dell'US Air Force a cui fu assegnato il controllo e la manutenzione dei sistemi di comunicazione e di elaborazione dati funzionanti a Comiso e presso le strutture realizzate dalle Forze Armate USA a Caltagirone e a Sigonella(188). Nel novembre 1983 fu sottoscritto da Italia e Stati Uniti un “Memorandum”, anche questo segreto, che avrebbe regolato per il futuro la presenza del personale USA nella base siciliana(189).
 
 

Organizzazione del 487th Tactical Missile Wing

487th Tactical Missile Wing

Storia

Sicurezza

Affari Sociali

Staff Giudiziario

Affari Pubblici

Clinica USAF

487th Vice-Comando Operativo

Divisione Comunicazioni ed Emergenza

Divisione Standardizzazione e Valutazione

Divisione Piani Operativi

Divisioni Addestramento

302nd Tactical Missile Squadron

487th Vice-Comando per l'Amministrazione delle Risorse

Divisione Pianificazione delle Risorse

Controllo

Squadrone Trasporti

Squadrone Sussistenza

487th Vice-Comando Manutenzioni

Tactical Missile Maintenance Squadron

Divisione Controllo Manutenzioni

Divisione Controllo Qualità

Divisione Supporto Manutenzioni

Divisione Controllo Addestramento

487th Combat Support Group

Squadrone Comandi

Amministrazione

Cappellani Militari

Personale

Protezione Disastri (Piani della Base)

MWR

Servizi

Ingegneria Civile

487th Gruppo Polizia di Sicurezza

Missile Security Squadron

Security Police Squadron
 

Strutture ospitate:

> OL-B (Operating Location B), Detachment 2, 7025 Air Postal Squadron;

> Detachment 9, 31 Weather Squadron;

> AFOSI, Detachment 6809;

> OL-R (Operating Location R), Detachment 5, 1367 Audiovisual Services;

> Site Activation Task Force (SATAF) / Join Cruise Missile Program (JCMPO)

> OL-BN (Operating Location BN), Detachment 67, Air Force Commissary Services (AFCOMS);

> Detachment 16, 7200 Engineering Squadron.

> OL-B (Operating Location B), Detachment 6, 7000 Contracting Squadron

> ROICC (Resident Officer in Charge of Construction), US  Navy
 

(Fonte: US Air Force, The Economic Resource Impact Statement, The Cost and Management Analysis Branch, Comiso, 1984)
 

In seguito all'accordo INF sottoscritto nel dicembre 1987 dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica per l'eliminazione dei rispettivi missili nucleari a medio raggio, ha preso il via il processo di progressivo smantellamento delle batterie missilistiche ospitate nella base di Comiso, il quale si è concluso il 26 marzo 1991 con il trasferimento nella base di Davis Monthan, in Arizona, dell'ultima serie di missili installati(190). Attualmente anche lo Stormo USA è in fase di smantellamento; secondo dati ufficiali a Comiso opererebbero solo 200 militari statunitensi, contro gli oltre 1.900 che costituivano il 487th Tactical Missile Wing dell'US Air Force nel settembre del 1988(191). Essi dovrebbero abbandonare Comiso entro l'autunno di quest'anno(192), ma come vedremo in seguito, è possibile che gli Stati Uniti decidano di prolungare la loro presenza in attesa che si definisca in sede Nato il futuro assetto della base.
 

Il sistema missilistico Cruise
Come abbiamo visto, il sistema missilistico Cruise è stato operativo a Comiso sino al marzo del 1991. I "GLCM" (Ground Launched Cruise Missiles - Missili da Crociera con Lancio da Terra) sono velivoli senza pilota con una gittata superiore ai 2.500 km. e una velocità che raggiunge gli 800 km/h. Essi sono dotati del sistema di navigazione “TERCOM” (Tecnica di correlazione delle caratteristiche del terreno) che utilizza un computer programmato con un profilo di volo e con una serie di mappe da selezionare secondo il “target” (l'obiettivo). Questo sistema di navigazione consente al missile di viaggiare a velocità subsonica a quote bassissime tali da rendere estremamente difficoltosa la sua acquisizione da parte dei radar della difesa(193). Ogni missile, lungo circa 6 metri, può montare una testata nucleare del tipo "W.84" a basso potenziale selezionabile(194). Nella strategia militare USA, il Cruise può essere utilizzato anche per un attacco di tipo convenzionale; inoltre è stato predisposto per il trasporto di testate chimiche binarie(195).

I missili, in numero di 4, venivano montati su speciali “camion” mobili denominati "TEL" (Trasportatori, Elevatori, Lanciatori), che fungevano da veri e propri trampolini di lancio. Essi erano costituiti da una motrice e da un rimorchio su cui era montato il “lanciatore” e il braccio elevatore dei missili; potevano raggiungere una velocità massima di 90 km/h grazie a un sistema di trazione 8 x 8 che ne garantiva l'utilizzo fuori strada. Congiuntamente alle unità “TEL” operavano i "Centri di Controllo Lancio" (LCC) montati su velivoli corazzati, in cui trovavano posto i quadri comando per il lancio dei missili e il personale addetto. L'"LCC", vero e proprio cervello del sistema “GLCM” era dotato di ricetrasmittenti e di un sistema di cavi a fibra ottica che garantivano il collegamento diretto con la “Main Operating Base” di Comiso, con i velivoli “TEL” e con l'intera rete radar e satellitare dell'US Air Force(196).

Le squadriglie operative dei “Cruise” erano affidate a uno speciale squadrone statunitense denominato "MUNSS" (Munition Support Squadron - Squadrone di Supporto Munizioni), il cui comandante era l'unico a conoscere i 3 numeri della combinazione di 6 necessari per effettuare il lancio dei “Cruise”, mentre i restanti 3 potevano essere comunicati al “MUNSS” direttamente dal Pentagono su ordine del Presidente USA, in caso di scoppio di un conflitto nucleare(197).

La descrizione del sistema di gestione dei Cruise dimostra inequivocabilmente che la decisione sull'impiego delle armi nucleari era di esclusiva pertinenza del governo degli Stati Uniti, nonostante che il sistema missilistico fosse stato voluto dalla Nato. Prive di alcun fondamento erano pertanto le affermazioni dei ministri della difesa italiani Lagorio e Spadolini, che in più riprese comunicarono al Parlamento l'esistenza della cosiddetta "doppia chiave" che avrebbe garantito al nostro Paese il controllo degli euromissili. I ministri erano perfettamente a conoscenza che i governi italiano, tedesco e britannico avevano rifiutato in sede Nato l'offerta degli Stati Uniti di associarsi all'acquisto dei sistemi di lancio, lasciando agli USA la sola proprietà delle testate nucleari(198). Puramente teorica era la possibilità espressa dalle autorità italiane di impedire "anche con la cattura dei mezzi", un impiego dei missili deciso unilateralmente dagli Stati Uniti al di fuori dalla catena di comando e di controllo prevista dalla Nato. Del resto, dal punto di vista operativo, l'unico potere sostanziale in mano al comando italiano della base di Comiso è sempre stato solo quello relativo alla sicurezza delle infrastrutture. La protezione del sistema missilistico era infatti assegnata a una “Squadriglia di Sicurezza” costituita da personale misto italiano e statunitense(199), a cui il nostro Governo avrebbe assegnato non più di 168 uomini(200).
 

Organizzazione logistica della base di Comiso
Dal punto di vista logistico ed infrastrutturale, la base di Comiso comprende un'area operativa "protetta" contro la guerra NBC di esclusiva responsabilità USA, denominata “GAMA” (GLCM Alert Maintenance Area - Area di Mantenimento dello Stato di Allerta), in cui venivano stazionati i "TEL" e stoccate le testate nucleari destinate ai “Cruise”; 2 aree logistiche con uffici, camerate, mense, ecc., distinte per nazionalità (l'area logistica italiana comprende anche gli alloggi per le famiglie del personale); una pista di volo in via di realizzazione e un eliporto; una zona residenziale per i militari statunitensi con 460 villette bifamiliari, negozi, un ufficio cambio, una banca e numerosi altri servizi tra cui un Centro di trasmissione AFRTS (American Forces Radio and Television System) integrato nella rete SEB (“Southern European Broadcasting System”) per l'intrattenimento e l'informazione del personale USA e dei familiari a carico(201).

La base è inoltre fornita di numerosi sistemi radar e di telecomunicazione via satellite HF; è presente anche un Centro di trasmissione e di smistamento delle informazioni raccolte al Centro Radar di Mezzogregorio (Noto), dove vengono immagazzinate e decifrate. In caso di allarme viene così attivato un sistema di "protezione dall'alto" della base, con l'impiego da parte dell'Aeronautica Militare di aviogetti del tipo F-104S ed MRCA “Tornado”(202).

La protezione antiaerea di Comiso è invece garantita da alcune batterie del sistema di missili terra-aria "Spada"(203) e da una batteria con 36 missili del tipo “Hawh”(204), un sistema quest'ultimo che utilizza un radar di ricerca su cui è montata una valvola del tipo “Thyaraton” che secondo quanto accertato dall'Istituto di Medicina del lavoro dell'Università di Padova, emetterebbe radiazioni ionizzanti responsabili di 6 casi di leucemia (5 dei quali con esito mortale) e di una trentina di casi di aberrazioni cromosomiche tra i militari in forza al 2° Gruppo Artiglieria Missili Contraerei di Rovigo(205).
 

Il sistema di difesa antiaerea viene integrato in periodi di "massima allerta" da contingenti di volta in volta trasferiti a Comiso dal 121° Reggimento Artiglieria Contraerei Leggera dell'Esercito Italiano di Bologna, dotati di cannoni leggeri da 40/70 con capacità di ricerca automatica del bersaglio e un volume di fuoco di circa 240 colpi al minuto, e dei nuovissimi sistemi missili-cannoni da 40/70 "Skyguard-Aspide" costruiti dalla “Selenia” e dalla “Contraves italiana”(206).
 
 

Il personale italiano dell'Aeronautica Militare presente attualmente a Comiso si aggira intorno alle 700 unità(207), a cui si aggiungono i circa 250 dipendenti civili impiegati presso la base e i 14 Nuclei dei Carabinieri che compongono il Gruppo a cui è assegnata la sorveglianza e la protezione dell'aeroporto(208). Questo speciale Comando dei Carabinieri, oltre a risiedere all'interno della base missilistica, opera anche in una nuova caserma realizzata in un'area vicina allo stadio della cittadina di Comiso.
 

Missili Cruise e militarizzazione della Sicilia
La mobilità e il “dispiegamento a distanza” sono stati i principi guida per la “sopravvivenza” del sistema missilistico Cruise installato in Sicilia. Come chiarito nel documento fornito alla stampa dall'allora Ministro della Difesa Lelio Lagorio "...ove, una emergenza si dovesse verificare, le squadriglie "Cruise Missile", lascerebbero prontamente la base per raggiungere separatamente altrettante località di diradamento a notevolissima distanza da essa. Successivamente, si sposteranno con frequenza, occupando altre dislocazioni alternative, ben distanti fra loro, scelte anche in base al requisito di non avere in prossimità insediamenti umani"(209). Ciò ha avuto di conseguenza l'allestimento in Sicilia di alcune aree esercitative per la “pronta operatività” e l'occultamento dei velivoli TEL, da utilizzare normalmente un paio di volte al mese. Queste aree demaniali, in parte ancora segrete, assumevano inoltre un'importanza strategica per il buon funzionamento del sistema d'arma: infatti le aree andavano precedentemente definite e programmate per poter predisporre le mappe di volo "TERCOM" montate sui missili Cruise(210).

Grazie alle azioni di "Cruise Watching" (osservazione ed inseguimento delle squadriglie dei TEL che si allontanavano dalla base operativa) effettuate dai pacifisti della "Verde Vigna" di Comiso, è stato possibile censire quali basi di dispiegamento dei missili, la NAS di Sigonella, le campagne vicine alla “MOB” di Comiso raggiungibili attraverso la strada provinciale Comiso-Chiaramonte Gulfi, il bosco di Santo Pietro nel comune di Caltagirone, l'area demaniale espropriata dal Ministero della Difesa in contrada Ulmo (Niscemi) e l'area dove sorge il 115° Deposito Sussidiario dell'Aeronautica Militare a Vizzini Scalo(211). Questo deposito che si estende su una superficie di circa 60 ettari comprendente una piccola zona boschiva e alcune colline presidiate da torrette mimetiche, è stato considerato per anni un distaccamento militare di scarsa importanza. A seguito delle vicende legate alla base missilistica di Comiso ha però progressivamente assunto un ruolo strategico sino a trasformarsi in "punta avanzata" per il dispositivo Cruise, come testimoniato dalle frequenti visite delle massime autorità dell'Aeronautica italiana e degli stessi alti comandi statunitensi della base di Comiso.

Secondo quanto denunciato dai pacifisti della “Verde Vigna”, l'utilizzo del Deposito di Vizzini quale base di occultamento dei Cruise, risalirebbe all'estate del 1986(212). La visita dei convogli missilistici si verificava almeno una volta al mese; i TEL, dopo aver superato il cancello d'ingresso della base, si dirigevano immediatamente verso la zona collinare, dove veniva insediato un campo che ospitava per 3-4 giorni i militari americani in forza alla squadriglia Cruise. Per tutta la durata del campo non era permesso l'ingresso nell'area di esercitazione dei TEL a nessuno degli avieri italiani in forza alla base (non più di 75-80 militari dell'AMI, compresa l'aliquota VAM - Vigilanza Aeroporti Militari). L'uso di Vizzini quale area di occultamento dei Cruise, ha coinciso con l'espansione delle infrastrutture ospitate nel Deposito Sussidiario. Negli ultimi anni infatti, sono stati rinnovati i casermoni, l'autoreparto e tutte le aree logistiche e quelle utilizzate per il tempo libero (campi da tennis, piscina, palestra). Contemporaneamente hanno preso il via alcuni lavori presso l'area collinare, probabilmente per la realizzazione di piattaforme per l'atterraggio di elicotteri; inoltre, sul punto più alto dell'area militare sta per sorgere un ponte radio. Secondo fonti raccolte nella zona abitativa circostante, negli ultimi mesi si sarebbe registrato un inconsueto via vai di mezzi militari dell'A.M. che scaricherebbero a Vizzini sistemi d'arma assai sofisticati, comprese perfino alcune componenti missilistiche.

Il processo di militarizzazione del territorio conseguente all'installazione dei Cruise in Sicilia, ha investito anche le aree confinanti con la base di Comiso. Contravvenendo agli impegni assunti in sede parlamentare dal Ministro della Difesa Lagorio, a partire dal maggio 1985 le proprietà circostanti l'aeroporto sono state infatti assoggettate a servitù militare (divieto di piantagioni, fabbricazioni, scavi, ecc.) per una profondità di 30 metri, onde non "compromettere l' operatività e la sicurezza dell'aeroporto stesso"(213). Nonostante lo smantellamento dei missili sia definitivo, lo Stato Maggiore dell'Aeronautica non ha ancora abrogato il decreto di asservimento, né pare abbia intenzione di farlo nei prossimi mesi.
 

Il futuro della base di Comiso
Con lo smantellamento dei missili nucleari “Cruise”, si è aperto il dibattito su quello che sarà il futuro della base di Comiso. Nonostante l'impegno più volte espresso da parte di alcuni membri del Governo italiano su una "possibile riconversione civile della base" e nonostante sia stato costituito in sede parlamentare un "Comitato Ristretto" per affrontare e valutare tutte le idee e proposte finora presentate, si fa sempre più probabile l'ipotesi che Comiso resti alle dipendenze delle forze armate statunitensi, quale base di supporto tecnico-logistico di Sigonella. Non è un caso infatti che durante il recente conflitto nel Golfo Persico, i Comandi statunitensi abbiano utilizzato gli alloggi della base di Comiso resisi liberi dopo la partenza di una parte del personale americano in forza presso il 487th Tactical Missile Wing, per ospitare le truppe in transito a Sigonella verso l'area di guerra(214).

In proposito si è sostenuto che le due basi Nato siciliane possano per il futuro essere differenziate nei compiti dalle forze armate USA: mentre Sigonella potrebbe essere adibita principalmente a punto di rifornimento logistico, Comiso potrebbe diventare un'"unità operativa"(215) o perfino un "osservatorio della Marina"(216). Il mantenimento dello “status militare” della base di Comiso sarebbe stato perfino confermato dall'ambasciatore USA in Italia Peter Secchia all'ex Presidente della Regione Siciliana Nicolosi, durante la sua recente visita nell'isola(217).

Anche se ciò appare di notevole difficoltà tecnica, non è da escludere la riattivazione della pista di atterraggio per il “rischiaramento” di squadriglie di cacciabombardieri F-16 (è ciò che ha auspicato il gen. Wienfield Harpe dell'Aviazione USA al quotidiano spagnolo El País il 21 gennaio 1988)(218) o di altri velivoli strategici dell'US Air Force. Del resto, la "Comiso Air Station" dipende direttamente dal 16° Comando dell'US Air Force che controlla le operazioni di tutte le forze aeree statunitensi nel Sud Europa; esso, con l'arrivo  degli F-16 alla base di Crotone è in via di trasferimento dalla Spagna ad Aviano (Pn).

Le differenti ipotesi su un uso militare di Comiso sarebbero al centro di un rapporto segreto del Pentagono all'esame della Commissione sulle Forze Armate della Camera e del Senato americano, secondo quanto rivelato nell'aprile del 1989 dal quotidiano The Washington Post. Nell'articolo, ripreso dalla stampa italiana, si ipotizzava perfino la possibilità di una realizzazione a Comiso di un "Centro di ricerca militare USA su armi a raggi laser"(219).

Da parte sua, il fisico nucleare americano Edward Teller, attraverso un rapporto presentato al Presidente degli Stati Uniti, ha proposto di “riconvertire” la base di Comiso in un "Centro Internazionale sull'Energia" denominato "ILSEAT" (International Laboratory for Science Engineering and Advanced Technology), che avrebbe lo scopo di studiare il processo di fusione termonucleare, utilizzando la tecnica del cosiddetto "confinamento inerziale"(220). Questo progetto che richiederebbe un investimento di 1.000 miliardi di lire in dieci anni, è stato visto con favore dal fisico siciliano Antonino Zichichi che vorrebbe realizzare a Comiso anche il primo nucleo del World Laboratory (Laboratorio Mondiale) che dovrebbe fare da Centro di Coordinamento di tutte le centrali nucleari a cui far pervenire le informazioni scientifiche relative alle emergenze nucleari, chimiche, metereologiche e sismiche. Questo "nucleo" del W.L. dovrebbe fare anche da laboratorio internazionale per la ricerca nel campo della fusione nucleare, per la realizzazione del progetto "Eloisatron" e per la sperimentazione "a fini pacifici" dei sistemi missilistici in dotazione alle potenze militari mondiali(201).

Anche l'Aeronautica Militare italiana si è espressa per il mantenimento dello “status” militare dell'aeroporto di Comiso. Se ne sono fatti interpreti alcuni uomini di spicco della Democrazia Cristiana, come ad esempio il sen. Cappuzzo, che in vista dello spostamento programmato di unità militari dal fianco nord-est a quello sud dell'Italia, vorrebbe utilizzare l'area di Comiso a "scopo di allertamento o sorveglianza radar"(222) o l'on. Ruggero Orfei che ha ventilato la possibilità di schierare a Comiso i nuovi cacciaintercettori Am-x "adatti alla ricognizione e all'interdizione dell'area mediterranea"(223). A questo scopo il col. Lanzilli, comandante della base, avrebbe espresso alla Commissione Difesa della Camera in visita in Sicilia, il proposito di ampliare l'aeroporto di Comiso e di raddoppiare la lunghezza della pista "onde garantire le operazioni di decollo e atterraggio agli aerei dell'AMI"(224). È da notare che successivamente a questa dichiarazione hanno preso il via nel 1988, ben dopo cioè la firma del trattato di eliminazione degli “euromissili”, alcuni lavori di potenziamento della base militare che hanno portato alla realizzazione di diversi hangar "simili a quelli esistenti nelle basi aeree di Ghedi e San Damiano (Piacenza)" e al "raddoppio della “zona di massima sicurezza” in cui sono presenti i bunker per la custodia delle squadriglie dei TEL"(225).

In questi ultimi mesi si sono fatte ancora più forti le pressioni contro la riconversione civile della base di Comiso. Il 21 novembre del 1989, in una sua esposizione alla Commissione Difesa, l'allora ministro Martinazzoli ha ipotizzato per Comiso la realizzazione di una "sede di preparazione, di professionalizzazione, in sostanza di scuola per uomini che dovranno gestire le attività di verifica" degli accordi sul disarmo. Tale proposta è stata vista con simpatia dallo stesso gen. Galvin, comandante supremo delle Forze alleate in Europa che ha proposto di collocare a Comiso l'Ente della Nato destinato a "coordinare il controllo degli armamenti"(226). Si tratterebbe insomma di  una specie di "mega-accademia" per gli ufficiali di Stato maggiore dell'Alleanza Atlantica che si insedierebbe in una base di tipo "on-call", cioè da attivare solo in caso di necessità e di crisi. Infine, si è parlato perfino di trasformare Comiso in un "Centro di coordinamento dei missili Patriot" che saranno presto installati a "protezione" delle basi strategiche della Nato di Sigonella, Trapani-Birgi e Crotone(227). La possibilità di dislocare una batteria di missili "Patriot" a Comiso è stata ventilata recentemente dallo stesso ministro Virginio Rognoni(228). Allo stato attuale appare proprio l'ipotesi "Patriot" la più probabile ed immediata. Certamente è apparso assai strano che il 13 giugno 1991 siano giunte al Magliocco 3 squadriglie di missili del sistema di difesa antiaerea "Spada", volute dall'Aeronautica all'interno dei programmi di potenziamento del dispositivo militare in Sicilia(229). Come mai si è notevolmente migliorato il dispositivo contraereo di una base "in via di disattivazione"? Via i Cruise, quale nuovo sistema d'arma di rilevanza strategica resta da "difendere" a Comiso?

Tanto per restare nel campo dei sistemi missilistici non è superfluo ricordare che in un rapporto preparato nel 1983 per la “Defense Nuclear Agency” di Washington, la Sicilia veniva individuata come un'area strategica per un attacco contro le unità sovietiche in navigazione nel Mediterraneo e a tale scopo si proponeva l'installazione del sistema "GLASS" (Ground Launched Anti-Ship Missile System), dotato di un missile convenzionale anti-nave con lancio da terra del tutto simile al Cruise, anche se di gittata inferiore ai 250 km. Il progetto individuava proprio Comiso come "base permanente o temporanea" a cui potevano aggiungersi Sigonella e il complesso militare di Augusta(230). La caratteristica di un tale sistema missilistico risiede nella facilità di trasporto che garantisce la flessibilità d'uso e la rapidità d'installazione in caso di crisi. Il poter disporre di una base "pronta all'uso" proprio al centro del Mediterraneo appare così un elemento determinante per poter pensare che gli Stati Uniti siano disponibili a rinunciare a Comiso quale piattaforma terrestre per un eventuale “strike” contro obiettivi navali.

Infine va detto che è rimasta ignota la destinazione delle testate nucleari utilizzate per il sistema missilistico Cruise. Numerose voci sono state diffuse sulla possibilità che esse siano ancora stoccate presso i depositi di Comiso, per essere eventualmente "riciclate" per i missili "Tomahawh" in versione SLCM, cioè quelli utilizzati dalle unità navali e dai sottomarini. In merito, i vertici delle forze armate USA schierate in Sicilia hanno preferito rifugiarsi nella formula di rito del "né confermare e né smentire"(231).
 

Stazioni di telecomunicazione e impianti radar nella Sicilia orientale
Attorno al complesso di Sigonella e Comiso sono sorte negli ultimi anni alcune strutture militari di importanza strategica per ciò che riguarda la rete di telecomunicazione e di telerilevamento militare.

La prima in ordine di installazione è stata la base radaristica dell'Aeronautica Militare realizzata in contrada “Mezzogregorio”, nel comune di Noto (Sr). Denominata "CRC Siracusa" (Control and Reporting Center), la base ospita il 34° GRAM (Gruppo Radar dell'A.M.) ed utilizza il radar “Argos 10” della Selenia refrattario agli inganni elettronici e con una capacità di rilevamento sino a 400 miglia di distanza. Il Centro Radar di Mezzogregorio, coordinato e controllato dal ROC (Centro Operativo Regionale) dell'Aeronautica di Martina Franca che provvede al controllo degli spazi aeromarittimi limitrofi al confine italiano in coordinamento con il ROC di Larina in Grecia, secondo lo Stato Maggiore dell'AMI garantirebbe un "livello più che soddisfacente di impenetrabilità da incursori non individuati alle quote medie e alte"(232). Entrato in funzione nel 1983, è stato immediatamente integrato nel sistema informativo Nato denominato "NADGE" (Nato Air Defence Ground Environment), cioè il sistema di comando e controllo della difesa aerea che copre tutta l'area europea della Nato, dalla Norvegia alla Turchia(233).

Proprio il “NADGE” è un sistema di infrastrutture elettroniche che è stato per anni al centro di una serie di polemiche su quelli che erano i reali presupposti strategici per l'installazione del sistema, che la Nato riteneva necessario anche per rendere "pienamente operativo l'intercettore 'Starfighter F-104 G'"(234). In uno studio del 1981 effettuato per conto del SIPRI, l'Istituto di Ricerca svedese sui temi della Pace e del Disarmo, il ricercatore norvegese Owen Wilkies qualificava il “NADGE” come un sistema inidoneo per la difesa, sia a causa del fatto che la posizione dei radar è conosciuta (in ragione della loro dimensione, della loro collocazione e della potenza delle loro emissioni), sia a causa del basso numero di stazioni comprese nel sistema (le cifre ufficiali parlano di 84 radar). Al contrario, per la loro potenza, "tali radar possono far penetrare i loro segnali per centinaia di chilometri nei territori degli Stati membri del Patto di Varsavia, e quindi sono percepiti come strumenti offensivi"(235).

I radar e i computer di cui è dotata la base di Mezzogregorio garantiscono al 34° CRAM un notevole livello di autonomia decisionale ed operativa. Essi sono in stretto collegamento con i caccia intercettori F-104S schierati nella base di Trapani-Birgi e ne determinano lo “scramble”, cioè la partenza su "allarme" in caso di rilevamento avanzato di velivoli "nemici"(236). Il Centro di Mezzogregorio possiede una centrale elettrica del tipo "no break" tra le più avanzate in campo mondiale, capace di garantire la continuità assoluta dell'alimentazione ai radar ed agli altri apparati(237). La centrale operativa protetta è predisposta per tutti i tipi di operazione militare, compreso l'impiego missilistico, e dispone di un impianto per la traduzione dei messaggi dei sistemi navali ed AWACS statunitensi.

La base di Mezzogregorio in cui è stata attrezzata un'area per l'atterraggio di elicotteri, si estende su una superficie di circa 20 ettari di terreno espropriati a partire dal 1977 ed ospita attualmente circa 300 militari dell'Aeronautica(238).

Una seconda base radar, entrata in funzione nell'agosto del 1984, è quella definita "Catania SATCOM Terminal" e sorge in contrada Paportello, nel comune di Centuripe (Enna). Occupa circa 10.000 metri quadrati di terreno sulla riva destra del fiume Simeto, espropriati nel 1981. Si tratta di una delle 3 Stazioni realizzate in Italia per le comunicazioni via satellite all'interno del "Sistema NICS", il Sistema di Comunicazioni Integrate della Nato. Il radar è stato montato da tecnici militari statunitensi, mentre la realizzazione delle infrastrutture fu affidata ai vertici militari siciliani.

La Stazione SATCOM di Centuripe ospiterebbe in 3 edifici realizzati all'interno della base una trentina di militari dell'Aeronautica italiana(239); ad essi si affiancano alcuni tecnici USA della NAS di Sigonella preposti alla manutenzione dell'impianto radar.

I Centri di Mezzogregorio e di Centuripe hanno integrato alcuni impianti militari preesistenti, come la Stazione di ascolto della US Navy della Marza, denominata "Pachino Target", sita nel comune di Ispica nei pressi della locale caserma della Guardia di Finanza. Questa stazione, gestita esclusivamente da personale statunitense, dipende dal Comando USA della base di Sigonella. A partire dal 1983 ha subito un processo di espansione grazie a una serie di lavori di sbancamento e di asportazione del costone roccioso che si sono estesi sino al promontorio di Punta Castellazzo-Porto Ulisse, intaccando irrimediabilmente un'area di notevole interesse archeologico su cui ricadeva un vincolo della competente Sovraintendenza(240). I lavori sarebbero finalizzati alla costruzione di una pista di atterraggio per elicotteri; essa dovrebbe sorgere proprio nell'area in cui nella prima metà degli anni '60 fu installata dalla Nato una base militare successivamente smantellata. Essa ospitava le apparecchiature relative al controllo delle esercitazioni a fuoco delle squadriglie aeree in forza alla base di Sigonella, esercitazioni che ancora oggi si effettuano attorno a un'enorme boa ancorata a poche miglia dalla costa tra Pozzallo ed Ispica(241).

Nei pressi di Porto Palo di Capo Passero sorge l'impianto di trasmissione della Marina Militare, realizzato recentemente dopo i lavori di riammodernamento e di “rinforzo” delle infrastrutture presenti nell'area che in passato era stata destinata a Stazione metereologica. L'aumento della presenza di militari nella base ha perfino costretto la Marina a ristrutturare la casermetta adiacente al vicino Faro di Cozzo Spadaro per ricavarne nuovi alloggi. Da più parti si sostiene che la "Base Meteo" di Porto Palo sia dotata di sofisticate apparecchiature per la telecomunicazione e per garantire i collegamenti tra la terra ferma e le navi e gli aerei in transito nel Mediterraneo(242).

Sul Monte Lauro (Siracusa) sorge la Stazione ripetitrice radio "ICZZ", integrata nella rete "ACE High" (Alto Comando Alleato in Europa) della Nato. Entrata in funzione nella seconda metà degli anni ‘50(243), essa è definita "Stazione troposcatter", cioè di comunicazione ad alta frequenza, in quanto utilizza la riflessione troposferica per coprire lunghe distanze (il segnale emesso da questo ripetitore può percorrere più di 300 km. contro i 50/80 di un ponte radio tradizionale)(244). All'impianto Nato, funzionante da centro nodale con l'isola di Malta(245), si affianca una Stazione radio dell'Aeronautica(246).

Un impianto di trasmissione è stato installato nei pressi dell'antenna SIP di Caltagirone; la sua manutenzione è garantita da militari americani di stanza a Sigonella, appartenenti al 2189th Information Systems Squadron, un reparto operativo integrato nel 487° Stormo Missilistico dell'US Air Force di Comiso(247).
 
 

La base di telecomunicazione di Niscemi
Su un paio di colline ricadenti nell'antico feudo "Ulmo" nel comune di Niscemi (Caltanissetta), sono in fase di completamento i lavori per la realizzazione di quella che sarà una tra le più grandi stazioni di telecomunicazione della Marina USA nel Mediterraneo.

Il centro di telecomunicazione, denominato in codice "Ronnie A. Hoyt - Memorial Niscemi - Vantage Point", si estende su una superficie di oltre 200 ettari circa non ancora delimitati del tutto dal filo spinato, i cui espropri sono iniziati verso la fine del 1985(248). La giustificazione data dalle autorità militari dell'isola in merito agli espropri, fu quella di fare dell'area un "centro di addestramento per il personale dell'Aeronautica Militare" in forza presso la vicina base di Comiso e fu esclusa qualsiasi partecipazione della Nato al progetto(249). Ciononostante l'area è stata utilizzata anche per le esercitazioni di "dispiegamento" dei convogli trasportatori dei Cruise installati nella base di Comiso e del personale militare USA appartenente al 487th Tactical Missile Wing.

A partire dallo scorso anno, una parte di quest'area militare è stata ceduta dalle autorità militari italiane alla Marina statunitense che vi ha iniziato i lavori di costruzione del Centro di telecomunicazioni(250). Che si tratti di una vera e propria cessione a titolo esclusivo di una parte di territorio italiano agli Stati Uniti per attività militari che non rientrano assolutamente nel quadro Nato, lo prova la documentazione allegata a un'audizione dei vertici del Pentagono alla Camera dei rappresentanti USA, in cui si riporta letteralmente che "il governo italiano ha accettato di fornire del terreno in Sicilia per ridurre la vulnerabilità del sistema di telecomunicazione della Marina USA"(251). Alla base della decisione di realizzare la stazione di telecomunicazione di Niscemi ci sarebbe l'esigenza di potenziare le infrastrutture di comunicazione della Marina statunitense ospitate presso la base di Sigonella, trasferendole in un nuovo sito che riduca il più possibile i disturbi alle frequenze radio determinate dall'aumento vertiginoso dell'attività aerea sulla Stazione aero-navale.

Attualmente nell'area sono stati già installati una settantina di trasmettitori HF - Alta Frequenza (a Sigonella i ricevitori erano solo 33) e un sistema di comunicazione LF - Bassa Frequenza per il collegamento con i sottomarini in immersione(252); al centro della base sono stati realizzati alcuni edifici che dovrebbero ospitare il "Centro Messaggi", gli impianti elettrici, i computer e le apparecchiature elettroniche. Sarebbe stato realizzato perfino sotto terra un bunker in cemento armato, destinato probabilmente ad operare come Centro di comando protetto in caso di conflitto nucleare. Sempre nell'area demaniale si sta realizzando una fitta rete stradale(253).

Gli edifici centrali sono presidiati da una ventina di Marines USA presumibilmente distaccati dalla base di Sigonella e di Comiso(254). A lavori ultimati presso la "Naval Communication Station" di Niscemi dovrebbero risiedere 236 militari e 19 civili statunitensi, quasi il doppio di quelli che erano ospitati nell'analoga infrastruttura di Sigonella(255). La stazione di telecomunicazione USA farà capo al Comando NAVCASMED (Naval Communications Area Master Station Mediterranean) di Napoli, il più importante centro C3 (Comando, Comunicazioni, Controllo) della US Navy nel Sud Europa. Esso provvede alle trasmissioni della Marina e delle principali forze strategiche USA (compresi i sottomarini dotati di missili balistici a capacità nucleare) in tutto il bacino mediterraneo sino al Mar Rosso. Inoltre la NAVCASMED garantisce le comunicazioni via satellite del Defense Communications Service degli Stati Uniti e fornisce un supporto alle operazioni del CINCUSNAVEUR, il Comando delle Forze Navali USA in Europa(256). I sistemi di telecomunicazione installati a Niscemi saranno inseriti pertanto nel cosiddetto "Minimum Essential Emergency Communication Network", il sistema concepito dagli USA per sopravvivere a un attacco e per esercitare il "controllo preciso e deliberato sulle opzioni nucleari strategiche"(257).
 

Nuovi impianti radar per la Sicilia
In seguito alla decisione di realizzare a Crotone la base aerea per il 401° Stormo dell'US Air Force, il ministero della difesa ha previsto l'ulteriore potenziamento della rete di sorveglianza radar del sud Italia e in particolare della Sicilia. La Nato ha già assegnato i fondi per l'installazione di 2 radar tridimensionali (3D) trasportabili, uno a Crotone e l'altro ad Otranto, mentre l'Aeronautica Militare dovrebbe provvedere all'acquisto di un radar bidimensionale (2D) “Argos” da installare a Mezzogregorio (Noto), in modo da integrare la base siciliana nel sistema NAEW (Nato Airborne Early Warning) di “allarme a distanza” della Nato. Per il 1995 è previsto inoltre il completamento del piano di ammodernamento dell'AMI che prevede l'acquisizione di un altro radar 3D per Mezzogregorio, uno per l'isola di Lampedusa, 2 radar 2D costieri da installare a Lecce e nel Golfo di Taranto, e 3 radar 3D “Gap Filler” da realizzare in Calabria e in Sicilia per coprire le basse quote e le "zone d'ombra" dello spazio aereo meridionale(258).
 

La presenza militare nella città di Messina
Per la sua posizione strategica al centro dell'omonimo Stretto, Messina ha assunto un ruolo di rilievo all'interno del vasto processo di militarizzazione che ha investito la Sicilia in questi anni. Lo Stretto di Messina rappresenta infatti la via obbligata per il traffico civile e militare in transito dalla zona nord-occidentale del Mediterraneo a quella sud-orientale, l'area più "calda" del bacino. Non a caso buona parte delle spedizioni out-of-area effettuate dalla Marina Militare nel corso degli anni '80, da quella in Sinai a quella in Mar Rosso, dalla missione in Estremo Oriente a quella in Libano degli anni 83-84, sino alla missione nel Golfo Persico durante gli ultimi mesi del conflitto Iran-Iraq, hanno effettuato soste tecnico-operative nella città di Messina. Così negli ultimi anni, l'ampio porto civile della città dello Stretto è stato al centro di numerose “visite” di unità navali della Marina Militare e di buona parte delle Marine dei Paesi membri della Nato, nonché di navi abilitate al trasporto di testate nucleari. In proposito da più parti si è ventilata l'ipotesi che il porto di Messina sia stato classificato quale "Nato facility", possibilità mai smentita dalle principali autorità militari dell'isola. Ciò ha sicuramente influito negativamente sulle potenzialità di  sviluppo delle attività di tipo commerciale e turistico delle infrastrutture portuali, impedendo tra l'altro che si giungesse in sede politica alla definizione di una chiara strategia di investimento in questi settori produttivi(259).

Ha sicuramente pesato a favore della progressiva “militarizzazione” del porto di Messina, l'accordo sottoscritto nell'estate del 1983 tra la Nato e la SMEB S.p.A. (Società Messinese Esercizi Bacini) per il ricovero di unità da guerra nel bacino di carenaggio gestito dall'impresa, in cui funziona tra l'altro una moderna stazione di degassifica utilizzata frequentemente dalle navi-appoggio e dalle navi-cisterna degli Stati Uniti(260).

L'importanza in chiave militare di Messina è sottolineata dalla presenza di un'ampia Base navale della Marina Militare che occupa con le sue strutture buona parte della zona falcata della città. Essa ospita il Comando Militare Marittimo Autonomo della Sicilia (“Marisicilia”) che estende la sua sovranità su tutte le operazioni della nostra Marina nel Canale di Sicilia, il Comando Marina (“Comar”) del 2° Gruppo Dragaggio con la 53^ Squadriglia Dragamine, un Gruppo navi di uso locale, un Nucleo logistico, la Direzione di Commissariato (“Maricommi”), la Direzione Sanità Difesa Marittima (“Marisan”), la Direzione Genio Marina (“Marigenimil”), la Direzione Zona Fari e un Arsenale Militare(261). Quest'ultimo era stato destinato intorno alla metà degli anni '70 alla chiusura, ma recentemente ha invece vissuto un rilancio delle attività nonostante le numerose carenze strutturali che hanno avuto una ricaduta in termini di sicurezza sul lavoro, con alcuni gravi incidenti e il peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie(262). Nell'ultimo anno è stata inaugurata nell'Arsenale una nuova stazione di pompaggio capace di utilizzare in un'ora 6.600 metri cubi d'acqua e sono stati avviati alcuni lavori di ristrutturazione delle officine per adeguarle ad affrontare la manutenzione degli apparati radar e dei sistemi centralizzati di combattimento installati a bordo delle unità della Marina Militare(263).

Ciononostante l'Arsenale di Messina sarebbe al centro di un piano di ridimensionamento previsto dal Ministero della Difesa, che vorrebbe trasformarlo in una semplice "officina militare" in vista "dell'integrazione delle tre forze armate e dell'utilizzazione comune di strutture ed impianti di produzione in un efficiente sistema interforze"(264). Ciò avrà sicuramente gravi riflessi occupazionali sul personale impiegato presso l'Arsenale, che secondo stime sindacali conterebbe attualmente 700 unità con un indotto industriale valutabile a circa 300 addetti.

La stazione navale di Marisicilia ospita inoltre numerosi alloggi del personale di Marina, un deposito di carburante e un Centro di telecomunicazioni; presso di essa è distaccato un Nucleo SDAI (Sminamento e Difesa Anti-Intrusione) e uno dei 5 Nuclei Operativi dei Carabinieri Subacquei(265). Il livello operativo della base navale di Messina è stato recentemente potenziato con il dislocamento dei 4 nuovi pattugliatori d'altura della classe “Costellazioni” acquistati dalla Marina italiana grazie ai finanziamenti previsti dalla legge sulla difesa del mare del 1982. I pattugliatori predisposti per la sorveglianza delle acque territoriali e limitrofe del Canale di Sicilia e in via secondaria per operazioni di soccorso e di difesa del mare da agenti inquinanti, sono forniti di un elicottero AB 212, di un'infermeria con 4 posti letto e dispongono di un equipaggio di 70 uomini ciascuno(266). Onde coordinare le attività delle nuove unità navali, il 23 marzo 1991 è stato insediato presso la base di Marisicilia il Comando della Squadriglia dei Pattugliatori d'Altura, denominato "Comsquapat", a cui è stato assegnato un organico di 400 uomini(267). Attualmente le unità sono impegnate nelle operazioni di vigilanza contro nuovi esodi da parte dei profughi albanesi e nel pattugliamento dell'Alto Adriatico per "monitorare" la crisi jugoslava(268). Presto alla Squadriglia saranno assegnate 2 unità attualmente in forza alla 61^ Squadriglia dragamine in via di discioglimento e che su direttiva dello Stato maggiore della Marina saranno trasformate in pattugliatori all'Arsenale di Messina(269).

Sempre nel territorio del comune di Messina, la Marina Militare possiede anche una Sezione di Commissariato con annesso Parco logistico (Via Taormina - Gazzi), un Deposito Munizioni e un Ponte Radio in contrada Inglese a Curcuraci (“Forte Casotto”) e dirige il Ponte Radio Interforze sorto a fine 1984 in cima al monte Dinnamare, sui Peloritani. Nei prossimi anni saranno installati nelle aree della Marina di San Ranieri, Punta Faro e di Punta Pezzo (Rc), i sistemi di rilevamento radar integrati nel sistema VTS (Vessel Traffic Service) che dovrebbe entrare in funzione per il controllo del traffico marittimo nello Stretto di Messina, un corridoio ad altissimo rischio di collisione navale. La scelta d'installare questo sistema in area militare accompagnata alla decisione di assegnare il centro operativo del VTS alla Capitaneria di Porto di Messina, non può che lasciare assai perplessi su quella che sarà la "trasparenza" dei dati che saranno raccolti in futuro, specie per ciò che riguarda il cosiddetto "rischio militare", cioè il pericolo di incidenti e collisioni che potrebbero interessare le unità navali militari. È proprio questo uno dei capitoli più neri del processo di militarizzazione della Sicilia. Nell'area dello Stretto di Messina negli ultimi venti anni si sono verificati infatti ben 8 incidenti che hanno coinvolto navi della Flotta USA spesso dotate di propulsori o testate nucleari a bordo. Le cause, le dinamiche e le conseguenze degli incidenti sono state sempre tenute nel più assoluto riserbo da parte delle autorità militari, anche in quei casi in cui è stato possibile ipotizzare l'emissione nell'atmosfera di radioattività(270).
 

L'Aosta, una Brigata da “pronto intervento”
L'importanza strategico-militare della città di Messina è dovuta anche al fatto di ospitare il Comando della Brigata Motorizzata "Aosta", una delle Brigate dell'Esercito Italiano che secondo i programmi dello Stato Maggiore è destinata a mutare struttura all'interno di un vasto programma di riassetto e di riammodernamento operativo delle forze terrestri. Questo programma, denominato "Esercito 96", prevede la trasformazione della Brigata Motorizzata "Aosta" in Brigata "Blindata"; essa si comporrà di 2 battaglioni di fanteria che opereranno sui veloci autoblindo leggeri 4 x 4 "Puma" prodotti dalla Fiat Iveco, armati con cannoncini da 20 mm e lanciamissili controcarri, di un gruppo di artiglieria armato con obici FH-70 da 155 mm e con i nuovi lanciarazzi "Firos 30", di un battaglione su un nuovo autoblindo pesante, il "Centauro", armato con un cannone cacciacarri da 105 mm. e destinato a sostituire i carri M 47 attualmente in dotazione all'E.I.( 271). Il "Centauro", di produzione del consorzio Fiat Iveco-Oto Melara e il cui costo dovrebbe superare i 3 miliardi e mezzo per unità, garantirà alle "Brigate Blindate" maggiore mobilità di quella che oggi è posseduta dalle Brigate Motorizzate grazie alla trazione 8 x 8 dell'autoblindo.

Quelle che saranno le caratteristiche della neo "Brigata Blindata" sono state ben sintetizzate nel capitolo relativo alla "Difesa operativa del territorio" riportato nella Nota aggiuntiva al bilancio della Difesa del 1986, predisposta dal Ministero competente. In esso si legge che "onde assicurare una reattività immediata", alcune Brigate motorizzate-blindate dovranno essere "idonee ad agire in tutti gli ambienti naturali", avere la "capacità di mantenere il possesso di posizioni per lungo tempo" e di "intervenire su ampi spazi grazie ai mezzi di trasporto in dotazione e alla disponibilità sia dei mezzi blindati/corazzati sia di armi controcarro". Da questi complessi "dotati di elevata mobilità", conclude la nota, "saranno tratte di volta in volta le unità predesignate per la costituzione della FoIR, la Forza di Intervento Rapido"(272).

Il processo di potenziamento numerico ed operativo dell'"Aosta" si è sviluppato in particolare negli ultimi due anni grazie all'arrivo in Sicilia del 6° Gruppo Lancieri "Aosta" e del 23° Battaglione Bersaglieri "Castel di Borgo", entrambi provenienti dal Friuli(273). Inoltre è stata resa nota l'introduzione di una nuova tecnica di combattimento denominata "Controinterdizione d'area", finalizzata alla difesa della Sicilia da ipotetici sbarchi, aviosbarchi o attacchi di sabotatori e reparti speciali "nemici" e che "ha richiesto un programma di esercitazioni più impegnativo rispetto a quello normalmente adottato dallo Stato Maggiore dell'Esercito"(274).

In vista della trasformazione delle funzioni operative della Brigata "Aosta" possono essere interpretati i campi di addestramento che i reparti hanno svolto periodicamente a partire dall'estate del 1988 in Aspromonte. Da allora le unità sono state impegnate in larga scala in operazioni di polizia che sicuramente esulano dai compiti istituzionali assegnati a un reparto dell'Esercito, come ad esempio la lotta alla 'Ndrangheta e la ricerca dei sequestrati da parte dell'organizzazione criminale. È stato lo stesso gen. Zignani, comandante della Brigata "Aosta", a dichiarare di avere "letteralmente occupato l'Aspromonte", spiegando che "per il solo fatto che ci siamo noi, che andiamo a mettere il naso dappertutto, si toglie spazio a quella delinquenza che si nutre proprio dell'isolamento"(275).

A Messina la Brigata "Aosta" possiede quali reparti operativi il 5° Battaglione Fanteria Motorizzata "Col della Berretta" (Caserma “E. Crisafulli”), l'XI Direzione di Artiglieria con l'XI Reparto Rifornimenti (Rione Bisconte), il 24° Gruppo Artiglieria "Peloritani" (Caserma “Ainis”); il Reparto Comando e Trasmissioni "Aosta" (Caserma “Gasparro”), il Reparto Sanità "Aosta", la Compagnia Controcarri "Aosta", a cui recentemente è stata assegnata una Stazione mobile di telecomunicazione integrata nel sistema satellitare misto (civile e militare) "Argo"; il Battaglione logistico "Aosta" (costituito nel 1975). Compito di quest'ultimo è quello di assicurare il sostegno logistico a tutti i reparti della Brigata dislocati in Sicilia e il rifornimento e il trasporto di tutti i materiali essenziali che costituiscono l'armamento dei reparti. L'Esercito possiede inoltre a Messina un Deposito Munizioni (Campo Italia - Faro Superiore), un Magazzino Misto in Rione Bisconte, la 204^ Sezione di Magazzino del 17° Deposito Territoriale, il 20° Distretto Militare Provinciale, l'Ufficio Staccato del Genio Militare, l'Ospedale Militare "G. Scagliosi", di recente “declassato” a "Centro Medico-Legale" per l'accertamento rivolto ai cittadini in obbligo di leva e per i provvedimenti di stato per tutti i dipendenti pubblici(276).

A partire dal giugno del 1991, Messina ospita presso la caserma "Bonsignore" il Comando della VI Divisione "Carabinieri dello Stretto" che avrà giurisdizione su Sicilia, Calabria e Basilicata. Essa è stata costituita all'interno di un vasto programma di potenziamento a sud dell'organico dell'Arma e di una sua ristrutturazione organizzativa tendente ad accrescerne flessibilità e prontezza operativa(277). A Messina è anche presente una Stazione Metereologica dell'Aeronautica Militare: destinata ad essere sdemanializzata e riconvertita a fini sociali dopo il “declassamento” subito nel 1970 e il successivo smantellamento di alcune delle infrastrutture presenti, a partire dal 1989 ha visto il riammodernamento e la ristrutturazione del complesso. Messina ospita infine il Comando della XII Legione della Guardia di Finanza (Caserma "Cutugno"), che estende la propria giurisdizione sulle attività dell'arma nella Sicilia orientale.

A questa lunga serie di strutture militari presenti nel territorio del comune di Messina devono essere aggiunte alcune aree demaniali di proprietà delle Forze Armate (l'ex poligono di tiro di Rione Ritiro, Forte Ogliastri, la Spianata Cappuccini, alcune zone dei Colli Sarrizzo) su cui le autorità militari oppongono il rifiuto alle richieste di sdemanializzazione formulate dagli amministratori e da alcune forze politiche e sociali della città. Il discorso è invece assai diverso per il territorio della provincia di Messina dove non sorgono infrastrutture militari di una certa rilevanza, tranne a Monte Soro (Cesarò) e nell'isola di Lipari, dove sono presenti 2 postazioni di radiotrasmissione dell'Esercito Italiano(278).
 

E se arrivasse il ponte
L'eventuale realizzazione del ponte per il collegamento stabile tra le due sponde dello Stretto di Messina oltre a causare un irrimediabile dissesto ambientale e paesaggistico con drammatiche conseguenze sugli assetti sociali del territorio, genererebbe una vera e propria rivoluzione dell'assetto militare delle forze armate in Sicilia. Esiste in proposito un rapporto segreto (denominato "Coefficiente D") del Ministero della Difesa presentato alla Società "Stretto di Messina", incaricata alla progettazione del ponte, in cui sono previsti tutta una serie di interventi sia per garantire un eventuale utilizzo dell'infrastruttura per esigenze di tipo militare sia per assicurare la "difesa" e la "protezione" del manufatto. Proprio il tema della "difesa del ponte" appare agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare in vista della realizzazione dell'opera. Il gen. Gualtiero Corsini ha parlato di "grossi problemi di vulnerabilità del ponte" in quanto esso si trova "esposto ad ogni tipo di attacco con navi, aerei o missili". Secondo Corsini, il ponte sullo Stretto diventerà "punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile con alcun altro obiettivo esistente in Italia. Il risultato di un'azione offensiva contro una tale opera sarebbe in ogni caso "eccezionale" specie per i contenuti di “simbolo”, politici e psicologici, che un attentato all'infrastruttura verrebbero ad assumere"(279). Il generale ha definito "altissimi" gli oneri per la protezione del ponte e ha accennato alla necessità di approntare una molteplicità di sistemi aerei, missilistici e artigliereschi con base a terra e su mezzi navali. Viene difficile non pensare in questo caso che una delle sedi d'installazione delle batterie di Patriot o di chissà quali nuovi missili terra-aria, non diventi proprio la città dello Stretto.....



I retroscena militari del Ponte
Forze armate missili e 007 a difesa del Ponte sullo Stretto di Messina
Peacelink 23 dicembre 2004 - Antonio Mazzeo
Nella seconda metà degli anni '80 alla Società Stretto di Messina, incaricata alla progettazione dell'infrastruttura, il ministero della Difesa presentò un rapporto segreto (denominato "Coefficiente D"), in cui venivano analizzati gli interventi necessari per garantire un eventuale utilizzo dell'infrastruttura per esigenze di tipo militare e per assicurare la "protezione" del manufatto in caso di crisi internazionale o di conflitto armato. Sin da allora il tema della "difesa del ponte" apparve agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare per la realizzazione dell'opera.

Il Presidente della Commissione nazionale antimafia, sen. Centaro, annuncia la possibilità di inviare le forze armate in Sicilia per contrastare gli interessi della Mafia sugli appalti del Ponte. La Difesa chiede intanto missili terra-aria, caccia e unità navali per difendere la megaopera. 

Mai dichiarazione tanto significativa e densa di oscuri presagi passò tanto inosservata. Intervenendo ad un recente convegno pro-Ponte sullo Stretto di Messina organizzato dalla CISL, il presidente della Commissione parlamentare antimafia sen. Roberto Centaro (AN), soffermandosi sui rischi di infiltrazione mafiosa nella gestione degli appalti per la realizzazione dell'opera, ha preannunciato le "contromisure" che il governo starebbe per adottare. "I servizi segreti saranno operativi - ha affermato Centaro - e se necessario non si esiterà ad attuare un'operazione sullo stile dei Vespri Siciliani, anche se rinunciare alla militarizzazione sarebbe una prova di forza da parte delle istituzioni".

007 e militari dunque per presidiare i cantieri del Ponte, in una riproposizione della sventurata stagione post-stragista del 1992, quando l'allora governo Amato inviò in Sicilia i reparti dell'Esercito del Centro-Nord Italia per presidiare strade, porti, ponti, infrastrutture produttive, finanche abitazioni private. Un'operazione di "controllo del territorio" che ha accelerato i processi di militarizzazione dell'isola fornendo un'occasione unica e irripetibile alle forze armate per sperimentare ruoli di controllo "interno" e di "ordine pubblico", funzioni poi "esportate" nei principali scacchieri di guerra, dalla Somalia alla ex Jugoslavia, sino alle recenti missioni in Afghanistan ed Iraq.

A quel tempo, i posti chiave del ministero della Difesa erano coperti da potenti rais della prima repubblica - siciliani - contigui alla grande imprenditoria mafiosa e alle lobby politico-massoniche; i reparti militari italiani venivano impiegati per la prima volta nella lotta contro gli sbarchi di migranti ed i servizi segreti erano al centro di un occulto processo di trasformazione interna; la Sicilia subiva l'ennesimo colpo di acceleratore per adeguare le proprie infrastrutture militari (Sigonella in testa) alle strategie USA e Nato di proiezione nel Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

Che l'operazione "Vespri Siciliani" nascondesse ben altri fini dell'opposizione alla mafia lo avrebbero capito i più qualche anno dopo. 
Mentre infatti nelle città siciliane facevano sfoggia di sempre più sofisticate armi da guerra fanti, alpini, bersaglieri e parà, le istituzioni dello Stato (civili e militari) aprivano la "trattativa" con i boss mafiosi autori delle stragi. In cambio di qualche mediatica "autoconsegna" si firmava un nuovo trattato di non belligeranza. "Basta con le bombe, ricominciamo a convivere", fu il messaggio inviato attraverso agenti "segreti", vecchi potentati politici e faccendieri in odor di eversione neofascista. Nacque la seconda repubblica, quella dell'Italia in guerra comunque e dovunque, della precarizzazione del lavoro e delle nuove povertà, del rilancio delle Grandi Opere, Ponte sullo Stretto in testa.

Se per assicurare la "pax sociale" nell'area dello Stretto il governo ha già pronto un piano di intervento di militari ed agenti segreti (ed a Messina ha operato per anni uno dei nuclei più agguerriti di Gladio-massoni.), più complesso e certamente più costoso sarà il dispositivo militare ed "anti-terrorismo" che dovrà essere predisposto per la difesa vera e propria della megainfrastruttura. Nonostante solo i pacifisti locali lo abbiano denunciato per anni, l'eventuale realizzazione del Ponte tra le due sponde dello Stretto di Messina genererà una vera e propria rivoluzione dell'assetto militare delle forze armate nel Mezzogiorno d'Italia.

Nella seconda metà degli anni '80 alla Società Stretto di Messina, incaricata alla progettazione dell'infrastruttura, il ministero della Difesa presentò un rapporto segreto (denominato "Coefficiente D"), in cui venivano analizzati gli interventi necessari per garantire un eventuale utilizzo dell'infrastruttura per esigenze di tipo militare e per assicurare la "protezione" del manufatto in caso di crisi internazionale o di conflitto armato. Sin da allora il tema della "difesa del ponte" apparve agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare per la realizzazione dell'opera. Il generale Gualtiero Corsini, in un suo intervento su una rivista specializzata delle forze armate, parlò di "grossi problemi di vulnerabilità del ponte", data la sua sovraesposizione "ad ogni tipo di attacco con navi, aerei o missili". Secondo il generale Corsini, il ponte sullo Stretto era destinato a diventare "punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile con alcun altro obiettivo esistente in Italia".

"Il risultato di un'azione offensiva contro una tale opera - aggiungeva il militare - sarebbe in ogni caso "eccezionale" specie per i contenuti di "simbolo", politici e psicologici, che un attentato all'infrastruttura verrebbero ad assumere". Nel suo intervento il generale Corsini non si sbilanciava a quantificare gli oneri finanziari aggiuntivi per la "difesa militare" del Ponte, anche se li definiva "altissimi" in quanto si sarebbero dovuti approntare "una molteplicità di sistemi aerei, missilistici e artigliereschi con base a terra e su mezzi navali". 
Valutazioni per fino profetiche se si pensa agli scenari internazionali apertisi dopo l'11 settembre 2001 con l'attacco aereo alle Torre Gemelle di New York.

Ecco allora che con l'inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto e lo sbarco dei nuovi "Vespri Siciliani" è sempre più ipotizzabile l'installazione di sistemi di missili terra-aria tra Scilla e Cariddi, l'utilizzo degli scali "civili" di Reggio Calabria e Lamezia Terme per il rischiaramento di cacciaintercettori e bombardieri, il potenziamento (già in atto) dei porti militari di Messina ed Augusta, la "cessione" alla Nato del porto di Gioia Tauro (preannunciata), la predisposizione di una "cintura navale" nel Basso Tirreno e nello Ionio magari utilizzando l'arcipelago delle Eolie ed i porti di Milazzo, Giardini-Naxos, Riposto e Catania (come avvenuto durante le crisi USA-Libia e la prima Guerra del Golfo). Un Ponte-Fortezza, dunque, a segnare irrimediabilmente la cultura di guerra e di morte del XXI secolo.




 

Insediamenti militari nella città di Trapani
Trapani è sede di una Base navale della Marina Militare che ospita il Comando della 61^ Squadriglia Dragamine, una Stazione Telegrafica ("Maritele Trapani"), un Deposito combustibili (POL), la Reggenza Segnalazioni marittime del Comando M.M.A. in Sicilia e un Ufficio locale del Genio Militare per la Marina.

La base navale di Trapani tra l'altro, durante la guerra nel Golfo, è stata elevata a Comando del Gruppo Plurinazionale di Contromisure Mine (MHC "Mine Hunter Coastal"), costituito a seguito di un accordo raggiunto in seno al Comitato di Pianificazione della Difesa della Nato per operare nel Canale di Sicilia a copertura delle operazioni navali che venivano effettuate dall'Alleanza Atlantica nel Mediterraneo orientale(280). A partire dalla metà del marzo 1991, il Gruppo Plurinazionale veniva trasferito nelle acque del Golfo Persico per concorrere alle operazioni di sminamento dei fondali.

Presso i vicini cantieri navali "Bacino di carenaggio" di Trapani, vengono eseguiti lavori di manutenzione a unità navali militari. In questi cantieri sono state recentemente varate 4 motovedette d'altura per il pattugliamento del Mediterraneo; esse sono state assegnate alla Guardia Costiera della Capitaneria di Porto di Trapani e di Siracusa(281). Dotate di un equipaggio di 15 uomini, sono state concepite per effettuare operazioni di salvataggio, assistenza e pattugliamento in qualsiasi condizione meteo-marina, grazie agli impianti di propulsione che permettono di superare la velocità di 22 nodi con un'autonomia di oltre 1.000 miglia(282).

A Trapani l'Esercito Italiano schiera il 60° Reggimento Fanteria "Col di Lana", alloggiato presso la Caserma “Giannettino” e trasformato a fine anni '70 in BAR (Battaglione Addestramento Reclute). La Caserma ospita stabilmente sino a 1.000 militari di leva che si fermano a Trapani per circa 2 mesi per poi essere inviati ai vari reparti operativi in Sicilia(283). Il 60° Reg. "Col di Lana" si sta trasformando in questi ultimi mesi in uno dei reparti militari più "professionalizzati" in Sicilia. In vista del rafforzamento della frontiera meridionale dell'Alleanza Atlantica e di un riordinamento delle unità dell'Esercito Italiano, lo Stato Maggiore ha prima disposto l'ingresso del 60° Battaglione "Col di Lana" nelle unità della Brigata Motorizzata "Aosta" e successivamente la sua promozione a "Reggimento"(284). A ciò si è aggiunto nel giugno '91 il trasferimento da Tauriano (Pordenone) a Trapani del 23° Battaglione Bersaglieri "Castel di Borgo". Esso è stato alloggiato presso la caserma "Giannettino" dove da tempo erano in corso lavori di creazione di nuove infrastrutture e di allestimento di un'area esterna per la dislocazione di mezzi cingolati(285).
 

L'aeroporto di Trapani-Birgi
La zona di Trapani assume un'importanza strategica nello scacchiere mediterraneo per la presenza dell'aeroporto militare di Birgi, realizzato su di un'area di circa 600 ettari nei pressi dello stagnone di Marsala e intitolato a "Livio Bassi". Inaugurato ufficialmente nel 1961 per consentire il rischieramento a sud di velivoli tattici per il controllo del Canale di Sicilia, esso fu immediatamente classificato quale "base Nato". Tuttavia lo scalo è rimasto in stato di semiabbandono per molti anni, utilizzato per lo più dagli aerei civili dell'ATI, sino a quando, a fine anni '70, iniziarono grandi lavori di ampliamento sotto la direzione di personale americano; essi si sono protratti sino ai nostri giorni. Contemporaneamente Trapani-Birgi si trasformava in una delle principali sedi di “rischiaramento” a sud di unità di volo provenienti dagli aeroporti militari della 1^ Regione Aerea (Nord Italia)(286), e precisamente per gli F-104 S del 21° Gruppo Caccia Intercettori di Cameri-Novara, per gli F-104 G del 28° Gruppo Cacciabombardieri e per gli F-104 F del 132° Gruppo Caccia-Ricognitori, entrambi inquadrati nel 3° Stormo AMI di base a Verona(287).

Il 1° ottobre 1984 veniva costituito a Trapani il 37° Stormo Caccia "Cesare Toschi", a cui veniva permanentemente assegnato come reparto volo il 18° Gruppo CIO/CBOC (Caccia Intercettori Ogni Tempo / Cacciabombardieri Ogni Tempo Convenzionali), con in dotazione 18 velivoli polivalenti F-104 S(288). Esso diveniva l'unico Gruppo dell'AMI in grado di fare, a secondo dell'armamento installato, sia da cacciantercettore che da cacciabombardiere. Al 18° Gruppo veniva assegnata inoltre una funzione secondaria di attacco antinave grazie all'utilizzo dei nuovi missili "Kormoran"(289).

Il 37° Stormo ha subito assunto il compito di garantire la difesa della soglia sud-occidentale della Penisola, assicurando la protezione aerea e l'appoggio alle forze di superficie in navigazione attraverso il Canale di Sicilia(290). Gli F-104 S in dotazione allo Stormo di Trapani operano sino a 550 Km di distanza dalla costa siciliana e sono di norma utilizzati dall'Aeronautica per la difesa delle basi Nato di Comiso e Sigonella(291). Similmente a tutte le unità da difesa aerea italiane, anche il 37° Stormo, sin dal tempo di pace, è posto sotto il controllo operativo del Comando della V ATAF, la Forza Aerotattica della Nato e del COMAIRSOUTH, il Comando delle Forze Aeree Alleate del Sud Europa(292).

Il 18° Gruppo è stato il primo reparto di volo dell'Aeronautica Italiana che ha visto il proprio velivolo convertito nella versione “ASA” (Aggiornamento Sistema d'Arma) che garantirà agli F-104 S l'operatività fino alla metà circa degli anni '90, quando verranno sostituiti dall'"EFA" ("European Fighter Aircraft"), il cosiddetto "caccia europeo" a cui sta lavorando un consorzio di imprese italiane, britanniche, tedesche e spagnole. Con il programma “ASA”, l'F-104 S è stato armato con i missili aria-aria “Aspide” prodotti dalla “Selenia”; inoltre è in corso un progetto di modifica per garantire il rifornimento in volo del velivolo, così da estenderne le potenzialità di “strike”(293). Una maggiore capacità operativa dell'F-104S è stata fornita inoltre dall'adozione di un radar “look-down”, di sistemi di contromisure elettroniche avanzate (ECM) e di identificazione amico-nemico (IFF - Identification Friend or Foe)(294). Va anche aggiunto che secondo lo Stockolm International Peace Research Institute, i velivoli F-104S in dotazione all'Aeronautica italiana, sarebbero stati convertiti alla capacità di “strike” nucleare(295).

Presso il 37° Stormo di Trapani-Birgi operano un Ufficio Comando e un Ufficio Operazioni, la 75^, 82^ e 83^ Squadriglia, il 437° Gruppo Servizi Tecnici Operativi (STO), il 537° Gruppo Servizi Logistici Operativi (SLO) e la 637^ Squadriglia Collegamenti dotata di un velivolo S.208 M e di 3 aerei MB.326 prodotti dall'Aermacchi(296). Lo Stormo possiede un Centro di Manutenzione (CM) per interventi e revisione di 2° livello tecnico sui velivoli schierati a Birgi e di un Laboratorio di analisi di carbolubrificanti avio(297).

Dal punto di vista operativo il 18° Gruppo CIO / CBOC mantiene pronti al decollo in cinque minuti, coppie di F-104S in grado di espletare il “servizio in allarme” 24 ore su 24; essi sono integrati da altre coppie di velivoli pronti al decollo in 30 minuti. Gli aerei destinati al “servizio di allarme” sono tenuti al pieno di carburante e sono armati con un cannone M21 "Vulcan" e con missili aria-aria AIM-9L "Sidewinder" e con altri del tipo "Aspide", in modo da avere una discreta autonomia di volo associata a una flessibilità d'impiego. In una palazzina nelle immediate vicinanze degli shelter alloggiano i 2 piloti ed i 6 specialisti che compongono il turno d'allarme. Di norma la missione degli F-104 è l'intercettamento e l'identificazione dei velivoli militari avvicinatisi allo spazio aereo nazionale, su segnalazione dei Centri di Riporto e Controllo Radar (CRC) di Mezzogregorio e di Marsala(298).

A Trapani-Birgi opera inoltre dal luglio 1982, l'82° Centro SAR (Sorce and Rescue - Soccorso e Ricerca) integrato nel 15° Stormo dell'Aeronautica Militare, dotato di 5 elicotteri HH-3F "Sikorsky" prodotti dall'Agusta su concessione statunitense(299). Compiti primari del 15° Stormo SAR sono la "ricerca e il salvataggio di personale militare e civile disperso o in difficoltà in mare o in zone impervie o deserte; l'assistenza agli aeromobili militari impegnati in lunghi voli sul mare; il lancio di paracadutisti; l'assistenza e il soccorso delle popolazioni civili colpite da gravi calamità"(300). Sempre in ambito operativo è di recente introduzione il cosiddetto "Combat SAR", ovvero il salvataggio di equipaggi di volo caduti in territorio ostile e la conduzione di missioni a stretto contatto con le forze aerotattiche impegnate in azioni di guerra(301).

Il 15° Stormo è spesso impegnato in esercitazioni di ambito internazionale. Esso partecipa a “meeting” di reparti SAR multinazionali e ad esercitazioni congiunte organizzate in virtù dell'accordo stipulato nel 1988 tra Spagna, Francia e Italia per la “copertura SAR” del Mediterraneo centrale(302). Periodicamente i reparti SAR vengono inseriti all'interno delle esercitazioni di protezione civile realizzate dalla “FOPI”, la Forza Operativa di Pronto Intervento delle nostre Forze Armate(303). A questo scopo, tra l'altro, è stata realizzata a Trapani una base di rifornimento per l'aeromobile G 222 con modulo “SAMA” (Sistema Antincendio Modulare Aerotrasportato), che l'AMI utilizza per le attività di spegnimento degli incendi(304).

Lo scalo di Trapani è stato predisposto per ospitare nei propri shelters in periodi di esercitazioni o di crisi nello scacchiere mediterraneo sino a 2 Gruppi di volo provenienti da altre basi italiane. Esso garantisce il rifornimento e il supporto logistico ai velivoli in forza ai Gruppi del nord Italia, agli aerei G.91Y del 32° Stormo di Brindisi, agli intercettori F-104 S e ai cacciabombardieri a capacità nucleare MRCA “Tornado” del 36° Stormo di Gioia del Colle(305), e perfino agli aerei da trasporto C-130 Hercules e G222 della 46^ Brigata Aerea Trasporti (Pisa), quando viene esteso al Canale di Sicilia il raggio delle sue operazioni(306).

L'utilizzo di Trapani-Birgi da parte di questi Gruppi di volo, fa di questo scalo una delle più importanti infrastrutture di supporto alle operazioni delle forze aeree integrate nella FIR, la Forza di Impiego Rapido delle nostre Forza Armate. Il transito frequente dei “Tornado” testimonia il ruolo assunto come "seconda base" di rischieramento a sud dei nuovi cacciabombardieri dell'Aeronautica, che in sintonia con la strategia Nato del "Deep Strike" (Colpo in profondità) è stato adattato per missioni di bombardamento delle forze nemiche direttamente nelle loro basi di schieramento(307). Inoltre, specie negli ultimi tre anni, in occasione di esercitazioni alleate nel Mediterraneo centrale, si sono fatti intensi gli arrivi nelle piste dell'aeroporto trapanese di caccia e velivoli da trasporto in dotazione alle forze aereonavali di Stati Uniti, Francia, Spagna, Turchia, Belgio.

Va anche detto che per accrescere la flessibilità operativa della base di Trapani-Birgi, l'Aeronautica sarebbe intenzionata a costituire un nuovo Gruppo di volo nell'ambito del 37° Stormo, a cui assegnare i nuovi cacciaricognitori leggeri Amx(308). Anche la Marina Militare italiana sarebbe interessata a realizzare a Trapani-Birgi una nuova stazione elicotteri, da affiancare a quella già presente in Sicilia a Fontanarossa(309). Dall'aprile 1991 operano su Trapani-Birgi anche 2 velivoli aerei P.166 in forza alla Guardia Costiera della Capitaneria di porto, con il compito di segnalazione alle unità navali militari in navigazione nel Canale di Sicilia della necessità di intervento in difesa dei pescherecci italiani contro il sequestro da parte di motovedette nordafricane(310).
 

Gli AWACS a Trapani-Birgi
Come abbiamo visto, a partire dal 1984 la base di Trapani si è trasformata in una delle punte di diamante del dispositivo militare realizzato a sud dalla nostra Aeronautica. Ma il vero salto di qualità l'aeroporto di Birgi lo effettua nell'inverno del 1985, quando viene trasformato in FOB (Forward Operation Base), cioè in Base Avanzata di Rischieramento, Rifornimento e Manutenzione degli aerei radar AWACS Boeing E-3A "Sentry", in dotazione alla forza Nato "AEW" (Airborne Early Warning) di allarme in volo a distanza.

La componente AWACS ha un'utilizzazione orientata prevalentemente verso l'ambito terrestre per contrastare le minacce di bassa quota e anticipare l'allertamento del sistema di difesa aerea. Di non secondaria importanza sono "le capacità di controllo dei velivoli intercettori, di guida e supporto nelle comunicazioni per i velivoli tattici (d'attacco, ricognizione e trasporto), di sostituirsi completamente o in parte alle funzioni dei Centri radar di controllo (....); infine di raccogliere dati sulle attività aeree e navali del nemico"(311).

La "Nato Airborne Early Warning Force" è attualmente l'unico reparto direttamente dipendente dal  SACEUR, il Comando Supremo Alleato d'Europa ed è composto da personale dei Paesi membri dell'Alleanza Atlantica. Come è stato sottolineato in un articolo di Mario Luzzaretti su Rivista Aeronautica, "per la prima volta nella storia, le nazioni hanno cambiato il loro modo di concepire la loro partecipazione all'Alleanza. Il concetto fino ad allora consolidato era quello (....) di sostenere operativamente e logisticamente alcune forze nazionali che venivano assegnate in campo Nato con un comando tattico-operativo e con una linea di comando e controllo sempre in mano alla nazione. Con la creazione della "E-3A Component", il concetto è cambiato: le singole nazioni hanno fornito fondi, personale ed installazioni direttamente alla Nato che decide, opera e sostiene la Force"(312). In questo senso la Forza NAEW ha fatto  da modello per l'evoluzione organizzativa degli strumenti militari della Nato che presto vedranno l'Alleanza dotarsi di forze multinazionali di “pronto intervento”.

Come già precisato, il velivolo in dotazione alla NAEW è l'AWACS che ha quale elemento fondamentale un'antenna radar di oltre 7 metri di lunghezza, con una portata massima sino a 400 km a bassa quota e sino a 700 km ad alta quota. A bordo di ogni aereo AWACS sono previsti 17 uomini di equipaggio(313). Il sistema di rilevamento è integrato nella rete NADGE di difesa aerea(314).

La base di Trapani, onde rispondere ai requisiti operativi dell'”E-3A", è stata sottoposta a opportuni lavori di adeguamento (rinforzo e allungamento delle piste, realizzazione di aree di parcheggio e di un deposito carburante, ecc.); essi consentono attualmente lo stazionamento e l'operatività sino a 4 velivoli AWACS. Trapani, insieme alle altre basi di "rischieramento avanzato" degli AWACS Nato di Konia (Turchia) e Prevesa (Grecia) è abilitata ad eseguire interventi di manutenzione a breve termine dei velivoli della NAEW(315).

Presumibilmente Trapani-Birgi sarà la principale base operativa per i 4 aerei E-3A AWACS che l'Aeronautica prevede di aquistare per proprio conto nei prossimi anni. Ciò farebbe dello scalo siciliano uno dei terminali strategici del nuovo sistema di Comando e Controllo della Nato, l'ACCS (Air Command and Control System) che avrà come fine l'integrazione dei nuovi sistemi C3 di cui si doteranno le forze armate italiane per la "difesa aerea" con il nuovo Sistema Nato di Identificazione amico-nemico "NIS" in via di realizzazione(316).
 

I cacciabonbardieri F-16 a Trapani-Birgi
Il 14 febbraio 1991, il ministro della Difesa Rognoni comunicava al Parlamento che gli "Stati Uniti erano stati autorizzati a schierare 8 velivoli da combattimento F-18 ed F-16 presso le basi aeree di Gioia del Colle e Trapani, con 200 mezzi per il supporto e la manutenzione di essi", e che il controllo operativo e tattico dei velivoli "era stato assegnato alla Nato"(317). Sempre secondo fonti raccolte presso il Ministero della Difesa, i velivoli sarebbero utilizzati per "la protezione delle navi americane presenti nel Mediterraneo"(318).

Questa spiegazione ha però destato numerose perplessità, considerato soprattutto l'enorme rafforzamento del dispositivo di vigilanza e di interdizione del Mediterraneo relizzato dalla Nato e dalla U.E.O. durante il conflitto del Golfo. Il Ministro della Difesa non ha mai chiarito inoltre se la concessione delle 2 basi del sud Italia sarebbe stata circoscritta al solo periodo delle operazioni belliche. Più probabilmente i cacciabombardieri F-16 “Fighting Falcon” ed F-18 A “Hornet” (in grado di trasportare testate nucleari del tipo B 43, B 57, B 61 e B 83), oltre ad essere stati utilizzati per la protezione degli aerei statunitensi diretti in Iraq dalle basi spagnole e britanniche, nei piani delle Forze Armate Usa e Nato dovevano avere un ruolo di "dissuasione nucleare" contro i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, specie Libia ed Algeria, nel caso in cui questi avessero abbandonato la neutralità durante il conflitto per schierarsi apertamente a favore dell'Iraq(319).

Il trasferimento dei cacciabombardieri USA nelle basi di Gioia del Colle e Trapani-Birgi e la loro presenza anche dopo la cessazione della guerra nel Golfo, potrebbe anche essere spiegata con l'esigenza della Nato di mantenere nell'area mediterranea una valida opzione nucleare nel momento in cui venivano ad essere smantellati a Comiso gli ultimi missili “Cruise”. Appare credibile perfino l'ipotesi che ciò serva ad accelerare il processo di insediamento a Crotone del 401° Squadrone Caccia dell'US Air Force. È probabile cioè che il Pentagono, preoccupato per i ritardi nella costruzione della base calabrese e per le difficoltà incontrate al Congresso americano che ha più volte “tagliato” le spese previste per il trasferimento in Italia dei 72 F-16, stia cercando delle “basi alternative” nel Meridione ove rischierare da subito i cacciabombardieri nucleari in attesa di una loro definitiva installazione nello scalo calabrese(320). Resta comunque il fatto che Trapani-Birgi rientra ormai nell'elenco degli aeroporti italiani classificati come "COB" (Collocated Operating Bases), cioè quelli destinati ad azioni di rinforzo rapido degli aerei statunitensi in caso di conflitto, e che possono ricevere a tale scopo armi nucleari direttamente da Aviano e perfino dagli Stati Uniti. Infine, non è di poco conto ricordare che lo scalo siciliano è sempre più utilizzato per il supporto logistico dei velivoli cisterna e da trasporto USA. Sempre durante la guerra nel Golfo ad esempio, Trapani-Birgi è stata utilizzata come scalo tecnico per i “tanker” KC-10 utilizzati dalla US Air Force per il rifornimento in volo dei bombardieri strategici B-52, in trasferimento dall'Europa verso l'Iraq e il Kuwait(321).

Attualmente i militari italiani ospitati presso l'aeroporto di Trapani-Birgi sarebbero intorno ai 1.500, mentre non sono stati forniti dati ufficiali sul numero del personale statunitense ivi operante. Nel settembre del 1982 Lelio Lagorio, al tempo ministro della Difesa, in un'intervista al quotidiano L'Ora di Palermo, aveva parlato di circa 1.800 militari italiani che "sarebbero stati ospitati a conclusione dei lavori di ampliamento della base"(322). In quell'occasione aveva smentito le voci su futuri stanziamenti nello scalo trapanese di reparti statunitensi, pur riconoscendo che "sarà possibile il loro passaggio in occasione di esercitazioni Nato".

La difesa contraerea della base è assicurata dal 1986 da una batteria di missili a bassa quota superficie-aria "Spada" della Selenia(323). Essa si articola su un Centro di Avvistamento e 2 Sezioni di Fuoco, ognuna delle quali costituita da un radar di inseguimento e da 2 lanciatori a 6 celle per missili “Aspide”(324). Il potenziamento delle capacità "autoprotettive" dell'aeroporto di Birgi è stato realizzato anche grazie alla completa dotazione di shelter protetti per il riparo dei velivoli schierati e alla recente installazione di nuovi sistemi di comando-controllo-comunicazione e di guerra elettronica(325). Nel 1986 è stato inoltre attivato un radar per l'avvicinamento intermedio(326), a cui è stato affiancato due anni dopo un nuovo radar meteo(327).

Poco distante dallo scalo aereo di Trapani, accanto alla strada provinciale Ragattisi-Granitelli, sono visibili alcuni depositi sotterranei delimitati da filo spinato e da torrette in cemento armato; essi sono probabilmente utilizzati periodicamente per lo stoccaggio di munizioni. Sempre nei pressi del complesso aeroportuale si trova il 67° Deposito Sussidiario dell'Aeronautica Militare (armi e combustibile).

La progressiva espansione della base militare di Trapani-Birgi è tra le cause principali della crisi in cui versa il vicino aeroporto civile. Gli scarsi voli dell'ATI sono costretti ad utilizzare le stesse piste della struttura militare, con gravi problemi di operatività dei velivoli e di sicurezza dei passeggeri. L'intensa attività degli aerei militari ha più volte scatenato inoltre le proteste delle popolazioni residenti nelle contrade limitrofe alla base di Birgi. Da parte di alcune centinaia di cittadini delle frazioni di San Leonardo, Birgi, Cotursio e Spagnola, è stata perfino avanzata al Ministro della Difesa e al presidente della Repubblica una richiesta di indennizzo per "danni materiali e psicologici" causati dai jet militari durante le loro esercitazioni diurne e "spesso anche notturne"(328). Oltre ad aver documentato alcune lesioni subite dagli edifici di proprietà a seguito del passaggio radente dei caccia militari, gli abitanti della zona hanno denunciato il dilagare tra la popolazione di "nevrosi e cardiopatie circolatorie, digestive, sensitive e respiratorie, dovuti agli inquinamenti acustici, termici e da gas e fumi prodotti dagli aviogetti militari, oltre che dalle onde elettromagnetiche emesse dai radar"(329). Che le attività militari presso l'aeroporto di Birgi rappresentino un vero e proprio pericolo per la sicurezza delle popolazioni che vivono a ridosso della base lo prova anche il fatto che negli ultimi cinque anni ben 3 velivoli dell'Aeronautica sono precipitati nei pressi di Trapani e Marsala, e solo il caso ha voluto che in queste occasioni gli incidenti non assumessero i contorni tragici della recente vicenda del caccia militare caduto su una scuola a Casalecchio del Reno(330).
 

Altre infrastrutture militari nella provincia di Trapani
In località Milo, nel territorio del comune di Trapani, su un'area di 120 ettari, sorge un vecchio aeroporto utilizzato durante l'ultima guerra e in cui nel 1979 è stata realizzata una Base di lancio per palloni stratosferici del SAS (Servizio Attività Spaziale) del CNR e dell'Agenzia Spaziale Italiana. La struttura verrebbe periodicamente utilizzata dal personale e dai mezzi in forza alla base di Trapani-Birgi; inoltre l'Aeronautica vi avrebbe installato impianti di comunicazione radio(331). Proprio accanto alla base aerospaziale è in fase di espansione il "Villaggio Azzurro" dell'Aeronautica, un complesso di alloggi per il personale militare del 37° Stormo.

Alla periferia di Castelvetrano sorge un altro vecchio aeroporto militare risalente alla seconda guerra mondiale; nel corso di questi anni è stato sporadicamente utilizzato per l'atterraggio di elicotteri militari durante alcune esercitazioni(332).

La rete di avvistamento nella Sicilia occidentale è integrata dal 35° Centro Radar dell'Aeronautica (GRAM) "Marsala" sito in contrada Timpone Guddino a Marsala, noto per l'oscura vicenda della cancellazione delle registrazioni delle ultime fasi di volo del DC 9 Itavia esploso nel 1980 sul cielo di Ustica. Nel 1984 il 35° CRAM ha visto l'entrata in funzione del radar “Argos 10” della Selenia, integrato nel sistema informativo NADGE della Nato(333). Tecnicamente è definito "Reporting Post" (RP) in quanto possiede solo funzioni di avvistamento; esso dipende dal Centro di Controllo di Mezzogregorio ed ha una portata sino a 460 Km. di distanza. Sempre a Marsala, in via Circonvallazione, è presente un Distaccamento avieri in forza al 35° Centro Radar.

Nella provincia di Trapani sorgono infine le Stazioni radio dell'Aeronautica Militare di Erice e Monte Bonifato, nel comume di Alcamo. L'isola di Favignana ospita presso il Castello di Monte Santa Caterina una Stazione di telecomunicazione della Marina Militare(334).
 

La presenza militare a Palermo
Alle porte del capoluogo siciliano sorge l'aeroporto militare di Boccadifalco, che a seguito della notevole espansione edilizia di Palermo e all'utilizzo dell'aeroporto civile di Punta Raisi quale scalo tecnico per gli aerei di paesi Nato, ha subìto una progressiva riduzione delle attività di volo. Per il futuro, all'interno dell'ipotesi di ridimensionamento dell'organizzazione di supporto delle FFAA, è prevista la soppressione del Distaccamento aeroportuale di Boccadifalco(335). Attualmente l'aeroporto ospita il Comando del Settore Aereo Sicilia e il VI Gruppo Manutenzione Telecomunicazione dell'Aeronautica Militare. Qui hanno sede inoltre il 9° Nucleo Elicotteri dei Carabinieri, il 2° Gruppo aereo della Guardia di Finanza (elicotteri NH 500 ed A.109) con compiti di vigilanza e di polizia marittima estesi anche alle acque internazionali(336), l'11° Parco Velivoli Efficienti ed Inefficienti (PVEI) dell'Esercito, il 4° Reparto di volo della Polizia di Stato dotato di 6 elicotteri(337).

Per ciò che riguarda invece lo scalo palermitano di Punta Raisi, in seguito alle numerose denunce stampa sulla presenza di velivoli militari nelle piste dell'aeroporto durante la recente crisi del Golfo, la Direzione di Punta Raisi ha fatto sapere che esso sarebbe utilizzato "da almeno sei anni come scalo tecnico" per i velivoli della RAF (la Royal Air Force britannica), tra cui principalmente le aerocisterne "Victor VC-10" e "Tristar", e che "le destinazioni dei voli militari non vengono mai rese note"(338).

Pare inoltre che l'aeroporto, insieme a quello di Trapani-Birgi, sia stato concesso segretamente dal nostro governo alle forze aeree degli Stati uniti per le operazioni delle aviocisterne del tipo KC-10 A dello “Strategic Air Command”, che durante la guerra nel Golfo hanno garantito i rifornimenti in volo ai bombardieri strategici B-52 diretti dalla Spagna e dalla Gran Bretagna verso obiettivi civili e militari in Iraq. Un'autorizzazione di tale genere era stata comunicata al Parlamento solo per ciò che riguardava l'aeroporto civile di Milano-Malpensa(339).

Nella città di Palermo, presso il Palazzo dei Normanni (Piazza Parlamento) è insediato l'11° Comando Militare Territoriale "Regione Militare della Sicilia".La "Regione Militare della Sicilia" ha compiti di controllo e di coordinamento delle unità dislocate nell'isola; svolge inoltre funzioni di sostegno logistico, infrastrutturale e amministrativo a favore di tutta la struttura dell'Esercito, oltre a compiti burocratici in senso stretto, come la leva e la definizione delle servitù militari. Predispone e realizza inoltre i piani di difesa interna e per la difesa contraerea del territorio di propria giurisdizione(340). Proprio nell'ultimo anno la RMSI ha coordinato il vasto piano di ristrutturazione dell'Esercito in Sicilia che ha comportato il riordinamento della linea di "comando territoriale", il potenziamento delle forze operative a seguito del trasferimento nell'isola di alcuni battaglioni provenienti dall'Italia nord-orientale e la dislocazione di un battaglione a Pantelleria e Lampedusa, l'ampliamento di buona parte delle infrastrutture alloggiative ed operative(341).

Al Comando della Regione Militare della Sicilia fanno capo i 15 "moduli di pronto intervento" divenuti operativi nel 1986, composti da 100 uomini ciascuno e dislocati 2 a Trapani, 3 a Palermo, 5 a Messina e 5 a Catania. Si tratta di reparti "eliportati" che dispongono di particolari strutture e attrezzature (escavatrici, mezzi di trasporto, ecc.), utilizzabili anche per scopi di protezione civile(342). Sempre presso il Comando R.M.S. operano il Centro Operativo Militare Interforze che funge da centro di connessione e di integrazione di tutte le reti di trasmissione militari esistenti in Sicilia (Esercito, Carabinieri, Aeronautica, Marina e Guardia di finanza)(343), e il CETAM, il Centro di Trattazione Automatica dei Messaggi del Sistema di Comunicazione dell'Esercito. È inoltre operante una Stazione della "Rete HF nazionale" dell'E.I. che sovraintende alle comunicazioni radio della Regione Militare(344).

Per una sorprendente delega di funzioni, caso unico in Europa, il Comando R.M.S. gestisce in proprio una rete di sismogarfi, i cui sensori periferici sono stati piazzati sulle postazioni delle Forze Armate di Dinnamare (Messina), Monte Soro (Cesarò), Monte Lauro (Siracusa), Monte Cammarata (Agrigento), Lipari, Caltabellotta (Agrigento) e Gambarie d'Aspromonte (Reggio Calabria)(345). I dati raccolti vengono elaborati a Palazzo dei Normanni dove avviene l'integrazione con i rilevamenti effettuati dalla rete dei sensori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e dalla Stazione Sismografica gestita dal Centro di Cultura Scientifica "Ettore Majorana" di Erice. Quest'ultimo centro, grazie al Comiliter di Palermo, ha impiantato a partire dal 1983 alcuni strumenti di rilevamento sull'Etna, a Pantelleria, a Castelvetrano e nell'isola di Levanzo, mentre ha in programma la sistemazione di un sismografo a Lampedusa(346). Ciononostante, l'Esercito non ha mai brillato in Sicilia per efficienza e prontezza operativa in occasioni di emergenze o disastri, non ultimo il grave sisma che ha colpito nel dicembre del '90 la parte sud-orientale dell'isola, quando sono stati registrati ritardi, carenze organizzative e insufficiente coordinamento con le autorità civili nazionali e locali. Eppure proprio la zona colpita dal terremoto era stata più volte al centro di vaste esercitazioni di "protezione civile" da parte di unità della RMSI, e in queste occasioni era già stato sollevato lo scarso coinvolgimento delle popolazioni locali, elemento questo indispensabile per il successo negli interventi.

Sempre a Palermo sono presenti le Direzioni Operative dell'11° Comando Militare Territoriale (Amministrazione, Commissariato, Motorizzazione, Sanità, Veterinaria, Genio Militare) ed i Comandi Artiglieria, Genio e Trasmissioni della Regione Militare Sicilia, il Comando del V Settore Militare della Croce Rossa Italiana (CRI), dove di recente è entrato in funzione un reparto di "Soccorso mobile centrale" di pronto intervento in caso di calamità(347). Attualmente è in via di costituzione un Centro Amministrativo Regionale dell'E.I.(348).

Dal punto di vista dei reparti, Palermo ospita l'11° Autoreparto Misto di Manovra, l'11° Battaglione Trasporti "Etnea" (costituitosi nell'autunno del 1987)(349), l'11^ Compagnia Sussitenza, il 12° Battaglione Carabinieri "Sicilia", il 51° Battaglione Genio Pionieri "G.P.Simeto" (“Caserma Ciro Scianna”). Quest'ultimo, costituito nel giugno del 1983, è un'unità "bivalente", cioè idonea per interventi militari e per interventi di soccorso civile, ed è entrato a far parte della FoPI, la Forza di Pronto Intervento, istituita sempre nel 1983 dallo Stato Maggiore della Difesa e basata su un'organizzazione Interforze, articolata e molto flessibile, "idonea ad intervenire su tutto il territorio nazionale per fornire un concorso qualificato in caso di pubbliche calamità"(350).È inoltre presente il 46° Battaglione Trasmissioni "Mongibello" (“Caserma Turba”), che è stato dotato recentemente di una stazione mobile di telecomunicazione integrata nel sistema satellitare "Argo" realizzato per le Forze Armate e per il Ministero della Protezione civile dalla società "Telespazio" del gruppo IRI-Stet(351).

Palermo è anche sede del 17° Deposito Territoriale, dell'11^ Officina Riparazioni dell'Esercito (ORE) per la manutenzione e per gli interventi del cosiddetto "3° livello" dei mezzi dell'Esercito Italiano, del 33° Distretto Militare di Base "M. O. Ferrara", del Tribunale e della Procura Militare (“Caserma Carminiello”) del Carcere Militare "Sani" e del Centro Elaborazione Dati della RMSI (“Caserma Bichelli”). Palermo ospita inoltre il Comando regionale dell'Arma dei Carabinieri, creato solo di recente in seguito al processo di innovazione generale dell'istituzione e che ha sostituito i comandi delle 2 vecchie Legioni di Palermo e di Messina(352).

Sino all'aprile del 1991, Palermo ospitava il 141° Battaglione di Fanteria Motorizzata "Catanzaro", più volte utilizzato dallo Stato Maggiore dell'Esercito come "punta avanzata" a sud e rischierato nei periodi di crisi nel Mediterraneo a protezione delle infrastrutture militari delle isole di Pantelleria e Lampedusa. Le recenti vicende del conflitto nel Golfo hanno spinto i vertici dell'Arma a decretarne lo scioglimento e a trasferirne mezzi e reparti in pianta stabile nelle due isole minori del Mediterraneo, costituendo così il 141° Battaglione di Fanteria "Isole Minori"(353). Ciò non ha però ridotto la presenza militare a Palermo; infatti, un paio di mesi dopo è giunta la notizia del trasferimento nel capoluogo siciliano da Cervignano del Friuli del 6° Gruppo Squadroni Carri "Lancieri di Aosta".

La Marina Militare possiede invece nel capoluogo siciliano un Deposito nafta (POL) in località Monte Pellegrino, un Ufficio locale del Genio e un Ufficio Tecnico di Controllo nell'Industria Privata. Quest'ultimo, unico in tutto il Mezzogiorno d'Italia, ha il compito di vigilare sulla buona esecuzione dei lavori affidati dalla Marina all'industria privata. Specie nell'ultimo decennio, nel campo delle commesse militari è divenuto rilevante il ruolo dei Cantieri Navali Riuniti di Palermo quale bacino per il ricovero, la revisione e la manutenzione di unità navali italiane e di Paesi membri della Nato. I Cantieri Navali di Palermo appartengono alla “Fincantieri” (Gruppo IRI), occupano circa 1.700 dipendenti e dispongono di 4 fra i più grandi bacini del Mediterraneo, rispettivamente delle capacità di 20-30-150 e 400mila tonnellate(354), i quali hanno permesso di ospitare in più riprese le portaerei statunitensi "Saratoga", "Independence", "Nimitz" e "Forrestal", la ex nave ammiraglia della VI Flotta "USS Puget Sound", la portaerei francese "Foch". Ciò ha contribuito ad avviare il processo di militarizzazione delle strutture portuali del capoluogo siciliano e a far sì che Palermo sia oggi la seconda città della Sicilia, dopo Augusta, in quanto a presenze di unità navali dotate di sistemi d'arma a capacità nucleare, alcune delle quali fornite di reattori atomici per la navigazione(355).

Nonostante l'alto numero di strutture militari presenti nel territorio comunale (solo a Palermo il Ministero della Difesa possiede un complesso di 27 edifici)(356) e i rischi alla salute e alla sicurezza delle popolazioni che possono essere generati dalla frequente presenza di navi nucleari nel porto, l'Amministrazione comunale di Palermo non ha mai assunto il ruolo di controparte nelle relazioni con le autorità militari che vi risiedono. Anzi, prima fra le città del Sud, ha firmato il 19 marzo 1987 una convenzione con il Comando del Presidio militare onde "favorire una sempre maggiore integrazione della comunità militare nel tessuto della città"(357). La convenzione ha impegnato il Comune di Palermo a favorire la realizzazione di alloggi per i militari attraverso il reperimento delle aree e di finanziamenti agevolati, a garantire il trasporto gratuito ai militari e l'ingresso scontato a manifestazioni culturali, sportive, ecc., a intervenire nella realizzazione di parcheggi e corsie preferenziali nelle zone che ospitano strutture militari. Tutto ciò mentre paradossalmente si interrompevano le trattative tra l'Amministrazione di Palermo e la Regione Militare della Sicilia per il passaggio al Comune di alcuni edifici militari esistenti nel centro storico della città, tra le quali le caserme "S. Antonino" di Piazza Giulio Cesare (5.780 metri quadrati), "Morozzo della Rocca" a San Giovanni degli Eremiti (1.570 m2), "Casa Professa" (1.000 m2), "Tukory" (10.000 m2), "Cascino" (119.000 m2), "De Maria" (23.760 m2) e l'ex poligono "Rocca" a Monreale (29.000 m2).

Almeno nelle intenzioni, le Forze Armate si sarebbero dichiarate disponibili al trasferimento di queste infrastrutture al Comune dietro il pagamento in denaro e la permuta con alcuni complessi di alloggi che verrebbero forniti dall'ente locale; contemporaneamente, attraverso l'UTE, l'Ufficio Tecnico Erariale, i vertici militari giocavano al rialzo nelle valutazioni delle caserme potenzialmente cedibili. La caserma "S. Antonino", valutata nel 1983 per 1.076 milioni di lire, ad esempio, è stata offerta nell'’87 per 3.800 milioni(358).

La convenzione tra il Comune di Palermo ed il Comando del Presidio Militare ha preceduto di due mesi il protocollo d'intesa siglato sempre a Palermo dal Presidente della Regione Siciliana Rino Nicolosi ed il Comandante della RMS gen. Natale Dodoli, riguardante una serie d'interventi atti a "meglio inserire ed integrare le comunità militari con quelle civili"(359). Nel protocollo, oltre ad alcune agevolazioni tariffarie,  all'utilizzazione di strutture e servizi pubblici e all'istituzione di corsi professionali per il personale militare, la Regione s'impegnava a creare "corsie preferenziali" negli iter amministrativi in materia di edilizia residenziale per gli ufficiali e i sottufficiali in servizio in Sicilia e a "reperire finanziamenti agevolati ed aree edificabili da destinare ad insediamenti realizzati da cooperative costituite da personale militare"(360). Secondo dati forniti dal Comiliter di Palermo, in meno di due anni dalla firma della convenzione, 400 tra ufficiali e sottufficiali delle Forze Armate residenti in Sicilia avevano già costituito cooperative edilizie edificando su aree messe a disposizione da diverse amministrazioni comunali dell'isola(361).
 

Il Deposito munizioni di Sferracavallo
Spostandosi da Palermo sulla strada statale 113, tra la frazione di Sferracavallo ed il comune di Isola delle Femmine sorge il Deposito Generale Munizioni della Marina Militare in cui sono installati anche alcuni sistemi di telecomunicazione ed intercettazione radar(362).

Il deposito, realizzato verso la fine degli anni '50 all'interno di alcune caverne naturali, risulta protetto da torrette armate e da un'ampia zona boschiva. L'assoluto riserbo che è sempre stato tenuto dai vertici militari sull'infrastruttura di Sferracavallo ha fatto sì che da più parti si sia ipotizzato la presenza nei depositi di testate nucleari(363) e persino di ordigni chimici(364). Certamente non è bastata a ridurre i timori la smentita dell'allora ministro della Difesa Spadolini ad un'interrogazione parlamentare del 1986 dell'on. Salatiello della Sinistra Indipendente che presupponeva l'esistenza di "un impianto in caverna di testate nucleari a Isola delle Femmine"(365), specie se si guarda a tutte le menzogne che il governo italiano ha sempre tentato di far passare per vere in tema di nucleare. È comunque certo che il Deposito funzioni in ambito Nato: in più occasioni sono state denunciate segrete operazioni di stoccaggio di munizioni e di materiali vari da parte di elicotteri provenienti da unità della VI Flotta USA in transito a largo delle coste del palermitano(366) e che atterrerebbero su un eliporto recentemente realizzato nei pressi delle caverne. Probabilmente ci troviamo di fronte a un cosiddetto "deposito freddo", cioè a una di quelle infrastrutture abilitate ad ospitare in particolari situazioni di crisi internazionale o per fini addestrativi testate nucleari onde assicurarne la dispersione e dunque la "sopravvivenza" in caso di conflitto.

Nella provincia di Palermo sono inoltre presenti un Distaccamento dell'11° Comando Militare Territoriale dell'Esercito (Isola delle Femmine), un Magazzino Sanitario Direzionale dell'Esercito presso la Caserma "Botta" nel centro di Cefalù, il Deposito munizioni a disposizione della Direzione di Artiglieria dell'Esercito in contrada Scalilli, nel comune di Corleone (funzionerebbe da Magazzino Materiali Difesa NBC - Nucleare-Batteriologica-Chimica)(367) e il Deposito di armi convenzionali dell'Esercito di Lercara Friddi(368). Due postazioni di telecomunicazione dell'Aeronautica sorgono nei pressi di Prizzi e a Monte Gradara, tra Partinico e Monreale(369).

Nell'isola di Ustica è entrata in funzione nel 1985 una Base radar dell'Aeronautica. Il Centro è dotato di un radar secondario ATCR 2TI con una portata di 325 km. e uno primario con una portata di 250 km.(370). Esso garantisce la copertura aerea del Basso Tirreno.

La Stazione "Loran" degli Stati Uniti a Lampedusa
La rilevanza strategico-militare dell'isola di Lampedusa è emersa a livello internazionale in seguito al lancio di due missili "Scud" contro la punta ovest dell'isola da parte delle forze armate libiche, dopo il raid aereo USA su Tripoli e Bengasi avvenuto il 15 aprile 1986.

L'isola di Lampedusa, già al centro di un rapido processo di militarizzazione, ospitava al tempo la Stazione Trasmittente "Loran C", gestita esclusivamente da personale del Servizio Guardia Coste USA.

Il Sistema "Loran C" ha lo scopo di fornire precise indicazioni alla navigazione aerea e marittima, sia civile che militare, attraverso 2 stazioni, una "protagonista", l'altra "suddita" che trasmettono in continuità radioonde con prefissata sincronia di tempo. Questo complesso di radioonde consente a qualsiasi aeromobile o unità navale in possesso di apposita apparecchiatura ricevente, di stabilire la posizione geografica dell'unità rispetto al punto centrale che, a Lampedusa, fa perno su un'antenna alta 192 metri(371). Il sistema "Loran C", dopo aver avuto un ruolo fondamentale nella determinazione delle unità durante la battaglia dell'Atlantico nella Seconda Guerra Mondiale, è entrato in funzione per la copertura del Mediterraneo verso la fine degli anni '50. Fu ubicata una stazione trasmittente principale a Sellia Marina, in Calabria, e alcune stazioni secondarie in Turchia, Spagna e a Lampedusa; nel 1979 entrò in funzione la Stazione di controllo "Loran" all'interno del'aeroporto di Crotone.

La presenza sul territorio di Lampedusa della Stazione trasmittente "Loran C" è stata sancita a mezzo di un "protocollo aggiuntivo" firmato da Stati Uniti e Italia il 15 febbraio 1972, dopo lo sfratto dall'isola di Malta di una infrastruttura simile. Secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa alle Commissioni Difesa del Senato e della Camera dei Deputati nel 1986, il protocollo del 1972 "modificava la lista delle installazioni concordate in linea di massima in base all'accordo fra gli Stati Uniti d'America e l'Italia sulle infrastrutture bilaterali firmato il 20 ottobre 1954"(372). Tale protocollo autorizzava la presenza a Lampedusa di 27 addetti statunitensi(373). In seguito all'attacco missilistico libico, il Governo italiano decideva di porre sotto comando nazionale la Stazione Loran di Sellia Marina e Lampedusa "per fare rientrare anche tali impianti di rilevazione radio nel settore di responsabilità operativa della nostra Aeronautica militare"(374). Contemporaneamente lo status delle stazioni “Loran” veniva "omogeneizzato" a quello delle basi Nato in Italia.

Nonostante ciò, i compiti passati alla giurisdizione della 135^ Squadriglia radar dell'Aeronautica Militare di stanza nell'isola sono estremamente limitati (controlli sulle rilevazioni americane, pubbliche relazioni con la comunità isolana, vigilanza della base - quest'ultima con la cooperazione di un plotone di paracadutisti), mente gli impianti elettronici sarebbero sempre di competenza esclusiva della Guardia Costa USA(375). L'impegno assunto dal Governo di fronte al Parlamento su un completo passaggio all'Italia della base Loran entro il 1988, è stato eluso sino ad oggi.

Questi particolari confermerebbero indirettamente i sospetti di alcuni esperti di questioni militari, tra cui Falco Accame già presidente della Commissione Difesa alla Camera, sulla possibilità che la Stazione Loran oltre ad essere un sofisticatissimo centro di radiocomunicazioni per l'assistenza delle navi alleate in navigazione nel Mediterraneo, ospiti anche impianti per la guerra elettronica in grado di indebolire le capacità di risposta dei sistemi di rilevamento radar avversari(376). È inoltre opinione comune che la base Loran di Lampedusa funzioni da terminale per la captazione delle comunicazioni dei Paesi nordafricani(377).

Dal punto di vista operativo, la base risulta collegata via telex con il Comando della US Navy di Bagnoli dove opera un centro comunicazioni molto importante della US Defense Communications System e riceve settimanalmente via elicottero i rifornimenti dalla NAS di Sigonella(378).

La base Loran che sorge nei pressi della punta più occidentale di Lampedusa, oltre all'antenna di 192 metri e ad altre 8 in serie a cerchi incrociati(379), comprende un complesso che ospita le apparecchiature elettroniche per tenere in onda il segnale, un'officina meccanica, un bacino di decantazione dell'acqua potabile, un edificio principale dotato di libreria, bar, soggiorno, lavanderia e camera oscura e un'area esterna per la ricreazione(380). La base è stata recentemente ampliata, grazie all'esproprio di 706mila metri quadrati di terreno, effettuato nel 1982 dalla Marina Militare per conto della Nato, nella zona confinante di Capo Ponente(381).

In località "Albero Sole", nei pressi del ripetitore SIP e della base Loran, sorge la Postazione di avvistamento "RP" (Reporting Post) della 135^ Squadriglia dell'Aeronautica Militare, a cui lavorerebbero una ventina di ufficiali e sottufficiali del "CORE", il "Centro Operativo Ricerca Elettronica", il cui compito è l'intercettamento e l'analisi delle frequenze, delle caratteristiche e delle procedure di tutte le emissioni radio e radar che attraversano l'etere(382). La base radar è entrata in funzione nel 1983(383). Da questo centro di ascolto sarebbe stata captata la conversazione durante la vicenda del sequestro dell'"Achille Lauro" fra i dirottatori della nave da crociera ed i diretti interlocutori che dirigevano a distanza l'operazione(384).

Importanza strategica ha assunto anche la struttura aeroportuale di Lampedusa che sorge in località "Cavallo Bianco" e che a partire dal 1979 ha visto l'ampliamento delle piste e la realizzazione di numerose infrastrutture militari accanto all'uscita per l'imbarco viaggiatori(385). Esse ospitano i militari del Presidio della 135^ Squadriglia Radar dell'Aeronautica, un Reparto "comunicazioni" della Regione Militare Sicilia e alcuni Distaccamenti del 141° Battaglione Fanteria Motorizzata "Isole Minori" e del 5° Battaglione Paracadutisti "El Alemein" della Brigata "Folgore", reparto inserito nella FIR, la Forza di Rapido Intervento delle nostre Forze Armate(386).

L'aeroporto di Lampedusa funziona quale "base avanzata" per i cacciabombardieri F-104 S assegnati al 37° Stormo di Trapani-Birgi e per i velivoli degli Stormi di volta in volta rischierati a Sud da altre basi nazionali per la copertura del Mediterraneo. Secondo fonti vicine al Ministro della Difesa, Lampedusa sarebbe stata elevata a base di rischieramento per i cacciabombardieri “MRCA Tornado” a doppia capacità di armamento, convenzionale e nucleare, assegnati al 36° Stormo Caccia "Riccardo Seidi" di Gioia del Colle(387). Le piste, abilitate di recente agli atterraggi notturni, sono utilizzate dai velivoli G-222 e C-130 “Hercules” della 46^ Aerobrigata Trasporti Medi di stanza a Pisa, operante in ambito FIR. Lo scalo di Lampedusa risulta protetto da sistemi radar e da una batteria di missili contraerei, ben visibili all'inizio della pista di atterraggio.

In via Bonfiglio opera la Stazione di ascolto della 4^ Squadriglia AES (Analisi ed Elaborazioni Speciali) dell'Aeronautica Militare, preposta all'intercettazione e alla raccolta di tutte le emissioni elettromagnetiche (comunicazioni radio, emissioni radar, ecc.) di "interesse strategico", emissioni che vengono immediatamente trasmesse per la decodificazione al Gruppo AES che ha sede a Torvaianica, in Lazio(388).  Le principali attività svolte dalla Squadriglia AES nella raccolta delle informazioni elettromagnetiche sono contraddistinte dal termine "SIGINT" (Signal Intelligence) quando viene effettuata l'intercettazione e l'analisi delle comunicazioni radio avversarie, o dal termine "ELINT" (Electronic Intelligence) quando viene effettuata l'identificazione delle emissioni elettromagnetiche diverse dalle comunicazioni radio. Grazie all'ELINT, tra l'altro, è possibile ottenere informazioni su come operano i sistemi di guerra elettronici (Electronic Warfare) del “nemico” per mettere alla prova in tempo di pace le sue capacità elettroniche di risposta(389).

La vicina isola di Linosa ospita dal 1986 un distaccamento militare del 5° Battaglione Fanteria Motorizzato "Col della Berretta" di Messina(390).
 

La militarizzazione dell'isola di Pantelleria
Nel corso degli anni '80, Pantelleria si è trovata a dover sostituire dal punto di vista strategico-militare l'isola di Malta dove in seguito all'indipendenza conseguita dalla Gran Bretagna sono state smantellate progressivamente le basi Nato ivi dislocate. Attualmente nell'isola si conterebbero ben 13 impianti a disposizione delle Forze Armate(391), tra cui un poligono di tiro realizzato tra le località di Balata dei Turchi e Punta li Marsi, nel versante sud dell'isola(392).

I mass-media si accorsero del processo di militarizzazione in atto nell'isola di Pantelleria solo a partire  dal 1982, quando la popolazione locale denunciò le sempre più numerose esercitazioni militari, la presenza in pianta stabile di circa 300 militari assegnati a presidio dell'isola e i lavori di ampliamento dell'aeroporto e di costruzione di alcune caserme(393).

Comunque già nel 1979, un'interrogazione parlamentare presentata dal Gruppo Comunista alla Camera aveva segnalato oltre "a segreti lavori di potenziamento in corso a Trapani-Birgi", la presenza a Pantelleria di "tecnici americani che sono impegnati nel controllo di sofisticate attrezzature"(394). Alcune timide risposte vennero prima fornite dal Comiliter di Palermo che confermò l'arrivo a Pantelleria sin dall'ottobre 1981 di unità militari impegnate in "campi di esercitazione per il periodo invernale"(395); poi dallo stesso Ministro della Difesa che in una nota riferiva che "attività addestrative saranno svolte nell'isola da unità di fanteria provenienti dalle varie regioni militari, onde decongestionare le aree addestrative fin qui utilizzate nel restante territorio nazionale"(396). Da allora i cicli addestrativi hanno avuto frequenza mensile con le sole interruzioni nel periodo estivo, quando si registra il maggiore flusso turistico nell'isola. Durante la pausa estiva restavano a presidio di Pantelleria alcune compagnie della Brigata Motorizzata "Aosta"(397).

Fu però a partire dall'aprile del 1983 che giunsero le prime conferme ufficiali sul fatto che Pantelleria si trovava al centro di un processo più profondo e articolato di militarizzazione del territorio. L'allora sottosegretario alla Difesa, on. Francesco Mazzola, precisò che nell'isola era "in corso un programma di ristrutturazione delle infrastrutture militari esistenti e la realizzazione di una rete di scoperta radar costiera, nonché opere di potenziamento delle piste di volo dell'aeroporto civile, nel quale non si esclude che possano essere eseguiti ulteriori lavori per integrare la base alle esigenze di velivoli militari"(398). Più esattamente si trattava dei lavori di riadattamento di 2 vecchie caserme risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, la "Raudazzo" e la "Bukkuram" di contrada Arenella, in modo da consentire l'insediamento di un battaglione operante in pianta stabile composto da 600 militari (ma con una capacità ricettiva di 2.000 unità)(399) e di una compagnia di uomini del Genio Pionieri dell'"Aosta"(400); e di sistemazione della strada di accesso alla "torre SIP" di Serra Gerlando in cima alla Montagna Grande, a 836 metri sul livello del mare(401), in cui erano già stati completati i lavori per la realizzazione di un "fungo" in cemento armato di circa 30 metri d'altezza che funzionerebbe da struttura radar Nato(402). Sul monte Croce, l'esercito eseguiva inoltre misteriosi sbancamenti di terreno senza ottenere alcun parere tecnico o relativa autorizzazione da parte dell'amministrazione locale(403).

Le due caserme di Pantelleria hanno ospitato sino alla primavera del 1991 i reparti dell'Esercito che giungevano a rotazione sull'isola per le attività di tiro. Da allora le caserme sono diventate le sedi stabili del   141° Battaglione Fanteria Motorizzata "Isole Minori", costituito dallo Stato Maggiore dell'E.I. con il trasferimento a Pantelleria e Lampedusa dei reparti di un battaglione analogo che era ospitato a Palermo(404).

L'isola di Pantelleria ospita anche numerosi impianti radar e di trasmissione militare. Oltre all'infrastruttura realizzata a Serra Gerlando, di rilevanza strategica è il Centro Radar presente presso la Stazione Metereologica della Marina Militare di contrada "Gelkmar", inserito nella rete NADGE della Nato. Esso sarebbe adibito al controllo del traffico aereo e marittimo del Canale di Sicilia(405). Le apparecchiature della base radar di Gelkmar sarebbero gestite da una decina circa di ufficiali statunitensi, gli unici ad avere il diritto di accesso al centro protetto, a cui si affiancano una ventina di militari italiani a cui è assegnata la protezione dell'impianto(406). La stazione di Gelkmar garantirebbe inoltre la decodificazione e l'elaborazione dei segnali captati da un sonar antisommergibile che sarebbe stato sistemato nelle acque antistanti la costa di “Suvachi” a conclusione di alcune manovre aero-navali che si tennero intorno a Pantelleria tra il 5 e l'8 novembre del 1975(407). Il sistema sonar farebbe parte della componente di spionaggio elettronico gestita dal “Naval Security Group Activity” (Gruppo per le Attività di Sicurezza Navale) che gli Stati Uniti possiedono presso la base pugliese di San Vito dei Normanni e che si occupa in modo specifico del movimento delle flotte nel Mediterraneo(408).

La Marina Militare possiede inoltre a Pantelleria un deposito carburanti (POL), una Stazione di Telecomunicazioni sita in contrada “Sant'Elmo” e una Stazione Radio a Punta Spadillo, nel versante est dell'isola. Quest'ultima opererebbe in ambito Nato(409).

Di rilevanza strategica è il ruolo assunto nello scacchiere mediterraneo dall'aeroporto di Pantelleria che sorge in contrada "Midiki". I lavori di ristrutturazione di questo scalo iniziarono nel 1977 con lo sbancamento di un'intera collina e la distruzione di un'antica miniera di basalto risalente al tempo dei fenici e si sono prolungati ininterrottamente sino alla data odierna(410). Ciò ha permesso di accrescere notevolmente il raggio operativo nel Mediterraneo dei velivoli dell'Aeronautica italiana.

Attualmente l'aeroporto è dotato di 2 piste, una principale con una lunghezza di 1.800 metri e una secondaria con una lunghezza poco inferiore ai 1.500 metri(411); esso utilizza una stazione radar Vor/Dme ed è abilitato per i voli notturni(412). A partire dal 1990, primo aeroporto in Italia, Pantelleria possiede un sofisticato sistema di segnalazione del "Wind-shear", cioè dei bruschi venti di caduta che rendono assai pericolose le operazioni di decollo e di atterraggio(413).

Presso lo scalo dell'isola operano stabilmente una "cellula" composta da una squadriglia di cacciabombardieri “MRCA Tornado” del 36° Stormo di Gioia del Colle, una squadriglia su caccia leggeri MB 339 della 61^ Brigata Aerea di Lecce che di recente ha accresciuto le proprie capacità belliche con l'adozione di missili antinave “Marte”, e da una unità di volo del 15° Stormo SAR (Ricerca e Soccorso) dotata di un elicottero HH 3F(414).

In caso di esercitazioni o particolari situazioni di "crisi" nel bacino mediterraneo, l'aeroporto di Pantelleria, dotato da qualche anno di un nuovo deposito di carburante(415), funge da “base avanzata” per i C-130 “Hercules” e i G 222 della 46^ Aerobrigata di Pisa adibiti al trasporto di truppe e al rifornimento in volo di velivoli militari, per i cacciabombardieri-ricognitori G.91 Y del 32° Stormo di Brindisi, e per i cacciaintercettori F-104 S del 47° Stormo di Trapani-Birgi, da cui dipende la protezione aerea di Pantelleria e dell'isola di Lampedusa(416).
 

Secondo quanto trapelato in occasione dell'ultima crisi USA-Libia del gennaio 1989, Pantelleria è predisposta ad ospitare contemporaneamente fino a 24 velivoli provenienti dalle basi aeree del Veneto e del Friuli(417). Si parla inoltre di un possibile utilizzo di Pantelleria per il rischieramento avanzato di un Gruppo operante con il cacciabombardiere leggero Am-x, quando esso diventerà operativo nella linea di volo dell'Aeronautica(418). C'è stato perfino chi ha ipotizzato l'uso di Pantelleria quale base logistica per la RDF (Rapid Deployment Force) statunitense(419); ciò troverebbe riscontro nei lavori di riadattamento della caverna naturale presente accanto alle piste dell'aeroporto, già utilizzata a fini militari durante la Seconda Guerra Mondiale prima dalle Forze dell'Asse, poi da quelle Alleate. La caverna è oggi adibita a gigantesco hangar, aviorimessa e deposito munizioni. Lunga 340 metri, larga circa 35, occupa la supericie di 14.500 metri quadrati(420); essa sarebbe in grado di ospitare oltre 80 velivoli da combattimento. Sempre al suo interno, su un piano superiore, sono stati completati gli alloggi protetti per ospitare il personale rischierato, tutte le sale operative, l'ufficio "intelligence", la sala navigazione ed i relativi magazzini(421). Intorno alla fine del 1985, il complesso militare è stato “visionato” dall'ammiraglio Frank Kelso, al tempo comandante della VI Flotta della US Navy(422).

All'esterno della “caverna-hangar” sono in corso di realizzazione i raccordi ed i piazzali per ospitare i velivoli, mentre si prevede che presto inizino i lavori di allungamento di 1.000 metri della pista militare originaria che permetteranno una maggiore utilizzazione della base. Inoltre sulla base verranno realizzati alcuni shelter esterni e altri depositi di carburante e munizioni in grado di garantire un'autonomia operativa dei velivoli rischierati di almeno 30 giorni(423).
 

Altre installazioni militari presenti in Sicilia

In Sicilia sono presenti i depositi munizioni dell'Esercito Italiano di Piazza Armerina (località Pellia)(424), di Serradifalco (Caltanisetta)(425) e la 203^ Sezione di Magazzino e il Centro Raccolta, Collaudo e Smistamento dell'Esercito a Caltanissetta(426).

Presidi militari dell'E.I. sono presenti anche ad Agrigento (“Caserma Mosto”), sede del 60° Distretto Militare Provinciale e di un Distaccamento in località “San Leone”, e a Caltanissetta (“Caserma Gruccione”), sede del 31° Distretto Militare Provinciale. Sul Monte Cammarata in provincia di Agrigento sorge una Postazione radio dell'Esercito(427), mentre nell'area di Licata sorgerebbe una Stazione Radar costiera della Marina Militare(428).

Va segnalato che in occasione della decisione di trasferire dalla Spagna in Italia i 72 cacciabombardieri F-16 del 401° Tactical Fighter Wing dell'US Air Force, si è parlato della possibilità di utilizzare quale scalo alternativo all'aeroporto di Crotone, il vecchio campo di aviazione di "Piano Romano" che sorge nel territorio di Licata. Recentemente il Ministro dei Trasporti Bernini ha inserito lo scalo di Agrigento tra le infrastrutture di cui sono stati finanziati gli studi di fattibilità per la realizzazione di nuovi servizi aeroportuali(429).

Nel maggio 1988 è entrata in funzione in contrada “Giarrizzo”, tra i territori di Favara e Regalbuto, un'aviosuperficie privata realizzata all'interno di un'azienda agricola di 140 ettari. All'inaugurazione ufficiale è intervenuto tra gli altri il col. Matteo Rizzi, al tempo comandante della base aerea di Sigonella(430). A questa aviosuperficie privata se ne è affiancata un'altra a partire dal mese di giugno del 1990, realizzata nei pressi del bosco di Santo Pietro tra Caltagirone e Grammichele. Sulla propria pista, lunga 700 metri e larga 30, atterrano periodicamente oltre a piccoli aerei civili, alcuni velivoli da ricognizione del 30° Gruppo Aeronautica Leggera dell'Esercito (ALE) "Pegaso" di Fontanarossa(431).
 

Capitolo 5 - Poligoni militari ed aree addestrative in Sicilia
La mutazione del "modello di difesa" dell'Italia avvenuta in questi ultimi anni e caratterizzatasi attraverso
la ridislocazione a sud di aliquote di forze terrestri, aeree e navali, non poteva che aumentare il numero dei  poligoni
militari e le aree addestrative utilizzate dalle Forze Armate italiane nel Mezzogiorno e particolarmente in Sicilia.

A secondo della modalità di utilizzo e della titolarità delle aree, i poligoni vengono contraddistinti in 3 tipologie: permanenti, semipermanenti e occasionali. I poligoni permanenti sono di proprietà del demanio difesa e hanno un'organizzazione stabile con accesso consentito solo ai reparti e a coloro che sono autorizzati. I poligoni semipermanenti sono quelli che possono risultare di proprietà sia del demanio che di altri, la cui organizzazione è semistabile e il cui accesso è interdetto solo per le esercitazioni; i poligoni occasionali invece, sono disponibili saltuariamente, incidono su terreni di proprietà privata, hanno un'organizzazione attuata di volta in volta e il cui accesso viene interdetto solo per le esercitazioni, notificate attraverso un'ordinanza di sgombero(1)

In occasione della Conferenza Nazionale sulle servitù militari, promossa dal Ministero della Difesa d'intesa con le Regioni e tenutasi a Roma nel maggio 1981, lo Stato Maggiore della Difesa comunicò l'esistenza in Sicilia dei seguenti poligoni militari:

a)  N. 8 poligoni demaniali in tutto o in parte per 490 ettari + eventuali sgomberi per 20 ettari (utilizzati per 1.280 giorni/anno);

b)N. 4 poligoni occasionali per uno sgombero massimo di 5.800 ettari (utilizzati per 80 giorni/anno).

Nell'insieme si giungeva ad un'utilizzazione complessiva di 1.360 giorni/anno (compresi i giorni utilizzati dai Carabinieri e dai Corpi Armati dello Stato) su una potenzialità teorica di 1.600 giorni/anno. Ad essi andava aggiunta inoltre un'area addestrativa per 20 ettari, utilizzata per 80 giorni l'anno(2).

Con i suoi 12 poligoni, la Sicilia si collocava al secondo posto tra le regioni del Mezzogiorno d'Italia con il maggior numero di poligoni, dietro la Puglia che al tempo contava 13 strutture; ma il dato più interessante veniva dall'intensità d'uso dei poligoni siciliani, un valore vicino a quello del Friuli preso come standard dalle Forze Armate. Lo Stato Maggiore della Difesa pur ammettendo che "la situazione dei poligoni esistenti nell'isola consente il soddisfacimento delle esigenze addestrative dei Reparti ivi dislocati ad eccezione di quelle dei corazzati" concludeva il suo rapporto indirizzato alla Conferenza Nazionale sulle servitù militari con l'esigenza tuttavia di "reperire nuovi poligoni per consentire l'addestramento a fuoco e in bianco delle unità corazzate dislocate nella Regione e il trasferimento di attività per unità di artiglieria stanziate in altre Regioni"(3).

In vista di un "riequilibrio" nella distribuzione tra le Regioni delle aree per attività a fuoco e di una pianificazione delle esercitazioni, la Conferenza Nazionale giungeva alle conclusioni di stipulare in Sicilia e in alcune regioni del Mezzogiorno convenzioni pluriennali per l'impiego di alcuni poligoni occasionali e contestualmente di realizzare l'esproprio di alcuni di questi "per ottenere una loro più completa utilizzazione e sgravare dell'attuale sovraccarico i poligoni di proprietà demaniale"(4). In quest'ottica le Forze Armate si orientavano sulla realizzazione di 3 tipi di poligoni. Un primo tipo su cui svolgere attività a fuoco sul piano nazionale per unità di artiglieria, mortai e carri, attraverso il reperimento di 2 o 3 gandi comprensori; un secondo tipo in grado di ospitare attività a fuoco delle unità dislocate a livello regionale; un terzo tipo per l'addestramento attraverso la realizzazione di "poligoni a cielo chiuso" in aree relativamente vicine alle sedi stanziali dei reparti(5).

Un primo risultato veniva preannunciato dal generale Luigi Poli, al tempo Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa, che comunicava il "reperimento contestuale dei poligoni per artiglieria e corazzati di Mistretta e Carlentini in Sicilia e il poligono di Tor di Nebbia in Puglia"(6). Si dava così il via a un vasto processo di militarizzazione delle aree del Sud Italia, da utilizzare permanentemente o semipermanentemente per esercitazioni a fuoco di reparti il più delle volte fatti giungere dalle regioni del Nord. Sicilia, Puglia e più recentemente la Calabria, avrebbero sopportato i carichi maggiori.
 

Poligoni permanenti in Sicilia
Oltre a quelli realizzati presso Carlentini e a Pantelleria, di cui si è già parlato nelle pagine precedenti, vanno aggiunti i poligoni di Bellolampo nel comune di Palermo, dei Colli Sarrizzo nel comune di Messina, di Rio Rosso nel comune di Milazzo (utilizzato prevalentemente dai Carabinieri per esercitazioni di tiro individuale e di lancio di bombe a mano)(7). Nel 1985 il Comando Militare della Regione Siciliana ha chiesto al comune di Monreale la concessione di circa 250 ettari del bosco di Casaboli ove impiantare un poligono di tiro in luogo di quello di Bellolampo, ormai troppo vicino al centro urbano di Palermo(8). Sempre nel comune di Monreale ricade il poligono di tiro di Rocca, attualmente dato in uso a privati, ma in cui sarebbe prevista da parte del Comandante della RMS la realizzazione di opere interne che farebbero supporre la trasformazione del poligono in un'area di tiro a "cielo chiuso" per armi leggere(9). A partire dal gennaio 1991, 150 ettari di terreni ricadenti nel territorio di Polizzi Generosa (Pa), confiscati al boss mafioso Michele Greco, sono stati assegnati al 12° Battaglione dei Carabinieri "Sicilia" per essere utilizzati come area addestrativa dei reparti. Il battaglione realizzerà tra l'altro un'area attrezzata tra le infrastrutture coloniche presenti nell'ex feudo(10).
 

Poligoni semipermanenti
Primo in ordine d'importanza e di frequenza di esercitazioni a fuoco è quello realizzato nell'area etnea tra Randazzo e Nicolosi, nelle contrade Casitta e Cannata(11). Il secondo, esteso su di un'area di km 30x13, sorge sul Monte Ambolà, nel comune di Cesarò(12). Ambedue possono definirsi "poligoni regionali" in quanto vengono utilizzati per l'addestramento delle unità di artiglieria della Brigata Motorizzata "Aosta" e per le cosiddette "scuole annuali di tiro" a cui talvolta partecipano reparti provenienti dal Nord Italia(13).

L'altopiano solfifero compreso tra i comuni di Piazza Armerina, Raddusa e Ramacca (contrada Albospino), è periodicamente utilizzato per esercitazioni interforze a partiti contrapposti(14). Un campo di addestramento periodico per compagnie della Brigata "Aosta" di 150-200 unità è stato realizzato a partire dal 1983 in contrada Canale, nel comune di Sant'Angelo Muxaro, attraverso la stipula di contratti d'uso fra le autorità militari siciliane e i proprietari dei terreni(15).

L'altopiano di Rocca Busambra, ai margini del bosco della Ficuzza, nel comune di Corleone, viene periodicamente utilizzato per esercitazioni a fuoco da parte di reparti provenienti da Palermo(16).
 

Poligoni occasionali
Pizzo Gallo e Monte Zimmara rientrano nell'elenco dei "principali poligoni occasionali" d'Italia fornito dal Ministero della Difesa in sede di Conferenza Nazionale sulle servitù militari(17). Il primo sorge all'interno di una zona delimitata dal quadrilatero Piazza Armerina, Caltagirone, Niscemi, Mazzarino, mentre Monte Zimmara s'inserisce tra i territori di Gangi e Nicosia ed è utilizzato periodicamente per esercitazioni a fuoco dei reparti di artiglieria della Brigata "Aosta"(18). Nel 1979 l'area intorno a Monte Zimmara veniva considerata  dal Comando Militare di Palermo come possibile alternativa al territorio nebrodeo per l'installazione del megapoligono di tiro. L'opposizione però di numerosi politici della zona fece spostare verso la zona di Caronia l'area prescelta dal Comitato Misto Paritetico per le servitù militari.
 

Negli ultimi anni sono state utilizzate numerose aree siciliane per esercitazioni a fuoco dei reparti dell'Esercito: da quelle di Custonaci(19) a quelle comprese tra le frazioni di Rilievo, Locogrande e Maraura nella provincia di Trapani(20); l'area compresa tra Monte Anito, Colle Finocchio e Pizzo d'Interleo, nei territori dei comuni di Ganci, Nicosia, Cerami e Troina(21); l'area di Pizzo Inticchio, Francavilla e Portella Valdemone, sui monti Peloritani; la località "Drasy" (Palma di Montechiaro) sulle sponde del fiume Naro(22); la zona settentrionale del territorio del comune di Messina, tra i km. 17 e 18 della Strada Statale 113(23); e sempre nella provincia di Messina, la zona di Moio Alcantera(24). Un'altra area spesso utilizzata è quella ricadente nel territorio del comune di Pachino; qui verso la fine degli anni '70, un contadino e una mandria di buoi furono uccisi nel corso di un'esercitazione(25). L'area di Pachino è generalmente utilizzata per attività aeree della Nato, la più grande delle quali si è tenuta nel 1987 in occasione della "Dragon Hammer" quando parteciparono alle operazioni perfino 3 bombardieri strategici B-52 dell'US Air Force, giunti dalla base britannica di Fairport(26).

L'isola di Lampedusa, compresa la stessa area tutelata dell'Isola dei Conigli, è stata più volte al centro di esercitazioni militari interforze(27).
 

Il Megapoligono di tiro sui Nebrodi: una storia infinita
Il 14 novembre del 1979 il Comitato Misto Paritetico (COMIPA) per le servitù militari in Sicilia espresse parere favorevole alla realizzazione di un poligono di tiro sui monti Nebrodi, in un'area di oltre 23.000 ettari di terreno.

Il consenso unanime dei membri civili del COMIPA fu strappato su una relazione del Comiliter di Palermo secondo cui "l'area del mistrettese era preferibile per la mancanza di abitazioni stabili, per la scarsissima presenza di edifici rurali abitati stagionalmente, per le condizioni di arretratezza economica (circa 1.000 capi di bestiame e solo piccoli appezzamenti di terreno coltivati)"(28). Il verbale della seduta della Commissione Paritetica, per anni tenuto nascosto agli stessi membri del COMIPA, affermava inoltre "la facilità con cui si può arrivare agli espropri per il numero limitato dei proprietari e per il consenso delle popolazioni che non hanno dato luogo a manifestazioni di protesta"(29). Per i suddetti motivi, poi dimostratisi del tutto falsi, l'area dei Nebrodi veniva preferita a quelle concorrenti di Monte Zimmara e della Piana di Catania attorno a Lentini(30).

Nonostante i silenzi da parte degli organi militari del Comando Regionale, una conferma sulla volontà d'installare il megapoligono venne finalmente data nel maggio 1981 dall'allora Sottocapo di Stato Maggiore alla Difesa gen. Luigi Poli, in occasione della Conferenza Nazionale sulle servitù militari, quando  annunciò il "reperimento del poligono di Mistretta". Nel settembre del 1982 iniziarono le operazioni planimetriche conoscitive da parte del Genio Militare su alcuni immobili ricadenti nei comuni di Mistretta, Gangi, Geraci Siculo e Nicosia. Subito dopo si passò alla "consistenza" dei territori dei comuni di Castel di Lucio e di Capizzi; nel 1984 vennero fatti i primi rilievi a Caronia, il comune che dovrebbe subire il carico di espropri maggiore.

Fortunatamente l'avvio del processo di militarizzazione dei Nebrodi scatenò la dura opposizione popolare al progetto del poligono, che giunse ad unire in un vasto fronte partiti politici, sindacati, enti locali e la chiesa cattolica. Ciò costrinse le Forze Armate a fare un primo passo indietro: il 4 gennaio 1983, in un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia, l'allora Capo di Stato Maggiore dell'Esercito in Sicilia, gen. Gualtiero Stefanoni, annunciò il “ridimensionamento del poligono di addestramento per reparti di artiglieria" da 23.000 ettari a circa 17.000. "Di questi - spiegava nell'intervista - 10.000 costituiranno la zona di sicurezza e 7.000 derivano dalla somma di 4 aree minori che serviranno per schierarvi le bocche da fuoco (cannoni ed obici). In una di queste aree verranno costruite alcune infrastrutture dove ospitare magazzini per i materiali, camerate per alloggiare i reparti in addestramento ed infrastrutture di servizio, quali spaccio, mense, docce, officine..."(31). Secondo alcune indiscrezioni successive le "basi di lancio" erano state previste nel territorio di Castel di Lucio, nelle contrade di Bellacrigna, Pettignara, Rinaldi e Francavilla(32).

Nel novembre del 1984, l'on. Olcese, al tempo sottosegretario alla Difesa, rispondendo a un'interrogazione parlamentare, dichiarò che "l'estensione del poligono sarà di 13.717 ettari di cui solo 525 verranno utilizzati per la zona di arrivo dei colpi"; allo stesso tempo però confermava l'inserimento all'interno del poligono del bosco Moglie, vero e proprio paradiso naturale, e nell'"estremo limite della zona dei rimbalzi", perfino dell'acquedotto di Caronia, solo recentemente realizzato(33).

Nel dicembre dell'85, il Comandante della Regione Militare, gen. Cacciola, nel corso di un incontro con il Presidente della Regione Nicolosi, presentò infine un nuovo progetto che prevedeva l'esproprio di 450 ettari di territorio in gran parte ricadente nel comune di Mistretta, per installarvi le infrastrutture fisse del poligono e una caserma capace di "ospitare stabilmente 100 militari a cui si aggiungerebbero periodicamente 250-300 uomini per le esercitazioni", e di "altri 12.000 ettari da utilizzare in maniera saltuaria per il periodo di esercitazione che andrebbe dai 120 ai 200 giorni l'anno per non più di 5 ore al giorno"(34). Secondo le autorità militari i "rischi differenziati per zona" sarebbero stati "elevatissimi" nell'area di arrivo dei colpi (450 ettari tutti ricadenti nel comune di Mistretta nelle contrade Cosentino, Lanzotti e Gelso), "ridotti" nella zona di sicurezza (9.000 ettari), "pressocché nulli" nell'area di schieramento, "nulli" nella zona logistica. "In virtù della riduzione dell'area del poligono, resterebbero interessati i comuni di Mistretta, Caronia e marginalmente Geraci Siculo", concludeva il gen. Cacciola(35). Questo progetto così particolareggiato è stato poi clamorosamente smentito l'anno successivo dall'allora ministro della Difesa Spadolini. Rispondendo a un'interrogazione parlamentare dell'on. Edo Ronchi, l'uomo di governo affermò infatti che "i programmi di utilizzazione e le modalità d'impiego del poligono di tiro che dovrà essere installato sui Nebrodi potranno essere definiti solo quando l'infrastruttura sarà disponibile per le forze armate"(34).

La risposta del Ministro della Difesa giunse qualche settimana prima dell'ordine del giorno che fu votato all'unanimità nel febbraio del 1987 dalla Commissione Difesa del Senato, che dopo aver affermato "l'assoluta incompatibilità del poligono con i programmi di sviluppo socio-economico della zona, previsti dagli Enti locali, nonché dalla CEE", impegnava il Governo a trovare una soluzione alternativa per l'area del poligono di tiro e chiedeva la sospensione di tutte le procedure relative alla realizzazione sui Nebrodi della struttura militare(37). Nonostante questa importante presa di posizione del Parlamento, successivamente furono registrati altri sopralluoghi di militari nella zona dei Nebrodi, compreso il territorio del comune di San Fratello che sino ad allora era stato considerato "esterno" all'area del poligono(38).

Nel corso di un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia nel febbraio 1989, il Comandante della Regione Militare Sicilia, gen. Natale Dodoli, ha riproposto la questione del poligono sui Nebrodi, ponendolo come "valida alternativa al Parco" in via di istituzione "per soddisfare alcune esigenze ecologiche". Nell'intervista Dodoli aggiungeva con enfasi che "le aree addestrative che l'Esercito utilizza in diverse regioni sono rimaste immuni dall'inquinamento e dalla speculazione edilizia"(39). Era il rilancio di un progetto che sembrava ormai destinato all'abbandono e che probabilmente vedrà la luce nei prossimi anni quando si saranno ulteriormente indebolite le opposizioni popolari e degli enti locali dell'area nebroidea.
 

Come spareranno tra i boschi
Per quanto riguarda il tipo d'arma che verrebbe utilizzato sui Nebrodi nel corso delle esercitazioni a fuoco, si è parlato dei carri armati "Leopard M60 ed M47", degli obici semoventi da 155 mm "M109", dei sofisticatissimi lanciamissili controcarro "Tow"(40); degli obici da campagna a traino meccanico FH-70 con una gittata massima di 24 km (30 km con proiettile a propulsione addizionale) ed una celerità di tiro di 6 colpi al minuto(41). Gli obici da 155 mm in dotazione agli FH-70 tra l'altro, sono i pezzi di artiglieria italiana che godono della capacità atomica, in quanto possono essere caricati con granate nucleari "AFAP" e perfino con granate binarie per la guerra chimica(42).

Negli anni scorsi sono stati in molti a legare la realizzazione del poligono sui Nebrodi con l'installazione dei missili Cruise a Comiso. L'esigenza di ampie aree deserte per le esercitazioni di occultamento dei TEL, i trasportatori dei missili a testata nucleare, le notizie false espresse sul poligono da parte delle autorità militari, il potenziamento della rete stradale in Sicilia ed in particolare la realizzazione della nuova Strada Statale 117 che collega la costa tirrenica e Mistretta con Gela inserendosi proprio nelle aree del poligono, hanno fatto pensare erroneamente a una trasformazione dei Nebrodi in un "polmone verde per l'operatività dei Cruise"(43). Se tuttavia è chiaro che il fine delle autorità militari è la realizzazione di un "centro di addestramento nazionale" per artiglierie, non va assolutamente dimenticato che la logica che sottende al poligono è la stessa per cui i missili Cruise sono stati installati in Sicilia, cioè quella di  trasformare l'isola in una "punta di diamante" del Fianco Sud della Nato. Proprio per questo è possibile ipotizzare ancora oggi che se sarà realizzato il poligono, le forze armate statunitensi, d'accordo con le autorità italiane, potranno utilizzare i Nebrodi per le esercitazioni delle proprie unità di stanza in Sicilia, "sperimentando" l'operatività e il rendimento dei mezzi e dei sistemi d'arma in dotazione. In proposito va detto che a seguito della decisione di installare a Crotone i 72 F-16 del 401° Stormo dell'USAF, le forze armate statunitensi avrebbero l'urgenza di creare un "poligono aria-terra nelle vicinanze della nuova base per far fronte alle esigenze di addestramento degli equipaggi". La progettazione di questo poligono sarebbe iniziata nell'agosto 1989 e le spese per la sua realizzazione dovrebbero "essere divise in parti uguali tra gli USA ed il Governo italiano". Viene aggiunto inoltre che nel poligono "dovrebbero sorgere costruzioni in acciaio e cemento, attrezzature di supporto e sistemi di controllo del poligono stesso oltre che un deposito carburante"(44). È così azzardato supporre che queste esercitazioni aeree si terranno proprio sui Nebrodi?
 
 

Elenco Basi USA e Nato in Sicilia

Area Augusta-Melilli-Priolo (Siracusa)

Pontile e Deposito POL + Munizioni Nato

Deposito generale munizioni (Cava Sorciaro)

US Naval Air Facility Detachment - US NAF Det (Priolo Garagallo)

Caltagirone (Catania)

Stazione di telecomunicazione del 2189th Information System Squadron - US Air Force

Centuripe (Enna)

"Catania Satcom Terminal" - Stazione Satellitare Nato

Comiso (Ragusa)

487th Tactical Missile Wing - US Air Force

2189th Information System Squadron – US Air Force

Isola delle Femmine (Palermo)

Deposito generale munizioni Nato

Lampedusa (Agrigento)

Stazione Loran C - Coast Guard USA

Marina della Marza (Ragusa)

"Pachino Target" Naval Air facility - US Navy

Monte Lauro (Siracusa)

Stazione ripetitrice ICZZ - Ace High Nato

Motta Sant'Anastasia (Catania)

Sigonella Naval Air Station  (NAS I) - US Navy

Niscemi (Caltanissetta)

Naval Communication Station (NAVCASMED) - US Navy

Pantelleria (Trapani)

Stazione Radar "Serra Gerlando" – Nato

Centro Radar "Gelkmar" - US Navy

Sigonella - Lentini (Siracusa)

Sigonella Naval Air Station 2 (NAS 2) - US Navy

Sigonella Naval Air Station 3 (NAS 3) - US Navy

Fleet Logistic Support Squadron 24 (VR 24) - US Navy

Antisubmarine Squadron 25 (VP 25) - US Navy

Helicopter Combat Support Squadron 4 (HC 4) - US Navy

4th Vertical on-Board Delivery Squadron (VOD 4) - US Navy

2nd Explosive Ordnance Disposal Group (EOD) - US Navy

Naval Mobile Construction Battalion - US Navy

Mobile Seebee Battalion - US Navy

Mobile Mine Assembly Group (MOMAG) - US Navy

Naval Oceanography Command Detachment - US Navy

Meteo Group - US Navy

Sigonella Anti-Submarine Warfare Operations Centre (ASWOC)

Sigonella NAVCASMED (Naval Communications Area Master Station Mediterranean) Detachment - US Navy

Aircraft Intermediate Maintwenance Department (AIMD) - US Navy

Special Ammunition Depot - US Navy

Marine Guard Barracks - Marine Corp

7024th Special Activities Squadron - 487th Tactical Missile Wing - US Air Force

OL-A Operating Location-A Detachment - US Air Force

Trapani-Birgi

Nato Airborne Early Warning Force Forward Operating Base (NAEW FOB)

Base di rischieramento avanzato (COB) F-16 (US Air Force) - F-18 (US Navy)
 

Le Forze Armate in Sicilia

Organizzazione territoriale dell'Esercito Italiano

XI Comando Militare Territoriale Regionale Sicilia

Quartier Generale - Reparto Comando RMSI - Palermo

Centro Operativo Militare Interforze - Palermo

16° Comando Militare di Zona – Catania

23° Comando Militare di Zona – Palermo

Comando di Artiglieria – Palermo

11^ Direzione di Artiglieria – Messina

Comando del Genio – Palermo

11^ Direzione Genio Militare – Palermo

Ufficio Staccato del Genio Militare – Messina

51° Battaglione Genio Pionieri "Simeto" – Palermo

Compagnia Genio Pionieri – Pantelleria

Comando delle Trasmissioni – Palermo

Centro Trattazione Automatica Messaggi CETAM – Palermo

46° Battaglione Trasmissioni "Mongibello" – Palermo

Comando dei Servizi Trasporti e Materiali – Palermo

11° Battaglione Trasporti "Etnea" – Palermo

11° Reparto Rifornimenti – Messina

11° Parco Veicoli Efficienti e Inefficienti (PVEI) - Palermo-Boccadifalco

11° Autoreparto Misto di Manovra – Palermo

11^ Officina Riparazioni Esercito (ORE) – Palermo

Comando dei Servizi di Commissariato – Palermo

11^ Compagnia di Sussistenza – Palermo

Magazzino Misto Tipo B – Palermo

Magazzino Misto Tipo C – Messina

Direzione di Amministrazione – Palermo

Direzione dei Servizi di Motorizzazione – Palermo

Comando dei Servizi di Sanità – Palermo

11^ Compagnia di Sanità – Palermo

Ospedale Militare – Palermo

Ospedale Militare di Medicina Legale – Messina

11^ Sezione di Disinfezione – Palermo

Magazzino Sanitario Direzionale – Cefalù

Direzione di Veterinaria – Palermo

5° Settore Militare Croce Rossa Italiana (CRI) – Palermo

Direzione Leva Reclutamento Mobilitazione – Palermo

46° Battaglione Fanteria "Reggio" (B.A.R.) – Palermo

Centro Amministrativo Regionale – Palermo

Ufficio Statistica ed Elaborazione Dati – Palermo

Tribunale e Procura Militare – Palermo

Carcere Militare – Palermo
 

Reparti operativi

Brigata Motorizzata "Aosta" – Messina

Reparto Comando e Trasmissioni "Aosta" – Messina

5° Battaglione Motorizzato "Col della Berretta" – Messina

Distaccamento 5° Battaglione Motorizzato – Linosa

6° Gruppo Squadroni Carri "Lancieri di Aosta" – Palermo

23° Battaglione Bersaglieri "Castel di Borgo" – Trapani

24° Gruppo Artiglieria da Campagna "Peloritani" – Messina

60° Battaglione Fanteria "Col di Lana" (Bar) – Trapani

62° Battaglione Corazzato "M. O. Jero" – Catania

62° Battaglione Fanteria Motorizzato "Sicilia" – Catania

141° Battaglione Fanteria Motorizzato "Isole Minori" - Lampedusa e Pantelleria

Battaglione logistico "Aosta" – Messina

Compagnia Controcarri "Aosta" – Messina

Compagnia Genio Guastatori "Aosta" – Siracusa

Sezione Carabinieri "Aosta" – Messina
 

Aeronautica Leggera dell'Esercito

30° Gruppo Squadroni ALE "Pegaso" - Catania-Fontanarossa

301° Squadrone AL - Catania-Fontanarossa

430° Squadrone ERI - Catania-Fontanarossa

530° Squadrone EM - Catania-Fontanarossa
 

Depositi dell'Esercito

17° Deposito Territoriale – Palermo

203^ Sezione di Magazzino – Caltanissetta

204^ Sezione di Magazzino – Messina

205^ Sezione di Magazzino – Catania

Deposito Munizioni - Bisconte-Messina

Deposito Munizioni - Campo Italia-Messina

Deposito Munizioni – Corleone

Deposito Munizioni - Lercara Freddi

Deposito Munizioni - Piazza Armerina

Deposito Munizioni – Serradifalco
 

Distretti Militari

33°  Distretto Militare Regionale – Palermo

18°  Distretto Militare Provinciale – Catania

20°  Distretto Militare Provinciale – Messina

31°  Distretto Militare Provinciale – Caltanissetta

59°  Distretto Militare Provinciale – Siracusa

60°  Distretto Militare Provinciale – Agrigento
 

Ponti e Stazioni Radio dell'Esercito

Stazione "Rete HF Nazionale" – Palermo

Centro Trasmissioni – Catania

Ponte Radio – Caltabellotta

Ponte Radio – Lipari

Ponte Radio - Monte Cammarata

Ponte Radio - Monte Soro

Reparto Comunicazioni - Lampedusa
 

Arma dei Carabinieri

Comando Divisione "Carabinieri dello Stretto" – Messina

Comando Regionale dei Carabinieri – Palermo

IX Brigata dei Carabinieri – Palermo

Legione di Palermo

Gruppi di Agrigento, Trapani, Caltanissetta

Legione di Messina

Gruppi di Catania, Enna, Ragusa, Siracusa
 

Unità e Reparti speciali dei Carabinieri

12° Battaglione Carabinieri "Sicilia" – Palermo

9° Nucleo Elicotteri Carabinieri - Palermo-Boccadifalco

12° Nucleo Elicotteri Carabinieri - Catania-Fontanarossa

Nucleo Operativo Carabinieri Subacquei - Messina
 

Organizzazione territoriale della Marina Militare

Comando Militare Marittimo Autonomo della Sicilia – Messina

Quartier Generale Com. Mil. Aut. (MARISICILIA) – Messina

Comando Marina (COMAR) – Augusta

Comando Marina (COMAR) – Messina

Centro Operativo Protetto Marina Militare - Palombara-Augusta

Scuola di Comando Navale – Augusta

Direzione di Amministrazione – Messina

Ufficio Operazioni Marina – Messina

Ufficio Logistico Marina – Messina

Ufficio Ragioneria Marina – Messina

Direzione di Commissariato (MARICOMMI) – Messina

Servizio di Commissariato – Augusta

Sezione Commissariato – Messina

Direzione Genio Marina (MARIGENIMIL) – Messina

Ufficio locale del Genio Marina – Palermo

Ufficio Locale del Genio Marina – Trapani

Sezione Staccata Genio Militare Marina – Augusta

Direzione Sanità Difesa Marittima (MARISAN) – Messina

Direzione Sanità – Augusta

Infermeria Autonoma Marina (MARINFERM) – Augusta

Infermeria Autonoma Marina – Messina

Direzione Zona Fari – Messina

Reggenza Segnalazioni Marittime – Trapani

Direzione Marittima – Palermo

Ufficio Tecnico Controllo nell'Industria Privata – Palermo

Arsenale Marina Militare – Augusta

Arsenale Marina Militare – Messina
 

Basi Navali

Stazione Navale "Messina" – Messina

Stazione Navale "Augusta" – Augusta

Stazione Navale "Trapani" – Trapani

Stazione Navale "Siracusa" – Siracusa

Distaccamento Marinai (MARIDIST) – Messina

Distaccamento Marinai – Augusta

Distaccamento Marinai – Trapani

Nucleo Logistico (MARINULOG) – Messina

Gruppo Navi di Uso Locale (GRUPNUL) – Augusta

Gruppo Navi di Uso Locale – Messina

Nucleo Sminamento e Difesa Anti-Intrusione (SDAI) – Augusta

Nucleo Sminamento e Difesa Anti-Intrusione – Messina
 

Squadra Navale

1^ Squadriglia Corvette – Augusta

2^ Squadriglia Corvette – Augusta

2° Gruppo Sommergibili – Augusta

2° Gruppo Dragaggio – Messina

53^ Squadriglia Dragamine – Messina

61^ Squadriglia Dragamine – Trapani

Squadriglia Pattugliatori d'Altura – Messina
 

Stazione Elicotteri - Catania Fontanarossa

2° Gruppo Elicotteri Marina (Grupelicot) – Fontanarossa

3° Gruppo Elicotteri Marina – Fontanarossa
 

Postazioni di telecomunicazione della Marina Militare

Servizio Telecomunicazioni MARISICILIA – Messina

Servizio Telecomunicazioni (Maritele "Augusta") – Augusta

Maritele "Palombara" - Palombara Augusta

Maritele "Siracusa" – Siracusa

Maritele "Trapani" – Trapani

Maritele "Sant'Elmo" – Pantelleria

Stazione di Telecomunicazioni - Porto Palo di Capo Passero

Centro di Telecomunicazione – Favignana

Stazione Radio "Punta Spadillo" – Pantelleria

Stazione Metereologica "Gelkmar" – Pantelleria

Stazione Radiogonometrica "San Leonardo" – Pantelleria

Stazione Radar Costiera – Licata

Centro Radio Costiero - Isola delle Femmine

Ponte Radio - Curcuraci Messina

Ponte Radio Interforze - Monte Dinnamare
 

Depositi carburante e munizioni

Deposito POL – Messina

Deposito POL "Monte Pellegrino" – Palermo

Deposito POL "Punta Cugno" – Augusta

Deposito POL – Pantelleria

Deposito POL – Trapani

Deposito Generale Munizioni - Isola delle Femmine

Deposito Generale Munizioni – Sigonella

Deposito Generale Munizioni - Cava Sorciaro Melilli

Deposito Munizioni "Forte Masotto" - Curcuraci Messina

Deposito Munizioni "San Cusmano" – Priolo
 

Capitanerie di Porto

Palermo – Trapani – Mazara del Vallo – Messina – Siracusa – Augusta – Catania – Porto Empedocle
 

Uffici Circondariali Marittime
Termini Imprese – Marsala – Pantelleria – Pozzallo – Lipari – Milazzo – Gela – Licata – Sciacca –Lampedusa - Riposto
 

Delegazioni di Spiaggia
Cefalù - Santa Flavia – Terrasini – Castellamare - Porto Palo Capo Passero – Vittoria Scoglitti - Torre Faro Messina – Giardini Naxos – Brucoli Augusta – Pachino – Ognina Catania – Acitrezza – Santa Maria La Scala Acireale

Centro Operativo Periferico - Componente aerea Fontanarossa

2° Nucleo Aereo Guardia Costiera - Fontanarossa

Sezione Aerea Guardia Costiera - Trapani-Birgi
 

Fari e Centri di segnalazione marittima

Faro Molo Nord – Palermo

Faro Capo Cefalù – Cefalù

Faro Loc. "Omo Morto" – Ustica

Faro Loc. "Punta Sottile" – Favignana

Faro Loc. "Punta Marsala" – Favignana

Faro Loc. "San Leonardo" – Pantelleria

Faro Capo Granitola - Campobello di Ma zara

Faro Cozzo Spadaro - Portopalo di Capo Passero

Faro Loc. "San Ranieri" – Messina

Faro Loc. "Capo Peloro" - Messina
 

Organizzazione territoriale dell'Aeronautica Militare

2^ Regione Aerea

82° Gruppo SAR - Trapani-Birgi

3^ Regione Aerea

37° Stormo Caccia "Cesare Toschi" - Trapani-Birgi

18° Gruppo Cacciaintercettori/Cacciabombardieri

75° Squadriglia

82^ Squadriglia

83^ Squadriglia

437° Gruppo Servizi Tecnici Operativi

537° Gruppo Servizi Logistici Operativi

637^ Squadriglia Collegamenti

 41° Stormo Antisommergibili "Athos Ammannato" - Sigonella

88° Gruppo Antisommergibili

166^ Squadriglia Antisom

167^ Squadriglia Antisom

441° Gruppo Servizi Tecnici Operativi

541° Gruppo Servizi Logistici Operativi

641^ Squadriglia Collegamenti

11° Reparto Manutenzione Velivoli

Sezione Volo Addestramento Antisommergibile

5° Autogruppo di Manovra – Fontanarossa

Autoreparto - San Giuseppe La Rena

Cellula di "pronto impiego" - cacciaintercettori – Sigonella

Cellula di "pronto impiego" - cacciabombardieri – Pantelleria

Squadriglia caccia leggeri - Pantelleria
 

Depositi e Magazzini

66° Deposito Territoriale – Siracusa

67° Deposito Territoriale Carburanti – Trapani

115° Deposito Sussidiario Munizioni – Vizzini

Deposito Carburante-Munizioni – Pantelleria

Magazzino - San Giuseppe La Rena
 

Postazioni Radar
34° Gruppo Radar Aeronautica Militare – Mezzogregorio
34° GRAM (distaccamento) – Siracusa
35° Gruppo Radar Aeronautica Militare - Perino Marsala
135^ Squadriglia Radar – Lampedusa
4^ Squadriglia Analisi ed Elaborazioni Speciali (AES) – Lampedusa
Postazione Radar – Comiso
Postazione Radar – Fontanarossa
Postazione Radar – Pantelleria
Postazione Radar – Ustica
 

Postazioni di Telecomunicazione
VI Gruppo Manutenzione Telecomunicazione – Boccadifalco
Centro Trasmittente - San Giuseppe La Rena
Stazione Telecomunicazione - Belvedere Siracusa
Stazione Telecomunicazione – Erice
Stazione Telecomunicazione - Monte Gradara (Pa)
Stazione Telecomunicazione - Monte Bonifato (Tp)
Stazione Telecomunicazione - Monte Lauro (Sr)
Stazione Telecomunicazione - Prizzi (Pa)
Stazione Telecomunicazione - Trapani-Milo
Stazione Metereologica – Messina
 

Note Bibliografiche
 

Capitolo 1 - Il Mediterraneo, un mare di guerra
(1) “Sixth Fleet - US/Soviet Naval Operations in the Mediterranean in the 1970's”, in Strategy & Tactics, n. 48, January-February 1975, pag. 8.

(2) Arkin W., Handler J., Guglielmi P., Il rischio nucleare nel Mediterraneo, Datanews Editrice, Roma, 1989, pag. 82.

(3) Tonello F., “Note sulla strategia americana nel Mediterraneo”, in Problemi del socialismo, aprile 1984, pag. 160.

(4) Crowe J., “Allied Defense of the Southern Region”, in Nato's Sixteen Nations, n. 3, June 1983, pag. 19.

(5) Brouwer I., La politica dell'URSS nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, CEDIP, Catania, 1986, pag. 25.

(6) Santoro C. M., L'Italia e il Mediterraneo, Franco Angeli, Milano, 1988, pag. 197.

(7) Ravanel B., I problemi della sicurezza nel Mediterraneo, Relazione al Convegno Internazionale "Mediterraneo un mare di pace", Vittoria, 27-29 luglio 1984, pag. 3.

(8) Weinland R. G., Soviet Strategy and the Objectives of the Naval Presence in the Mediterranean, Relazione al Convegno "Growing Economic Interdependence and the Future of Security in the Mediterranean, Castelgandolfo, 6-9 settembre 1982, pagg. 31-40.

(9) Brouwer I., La politica dell'URSS nel Mediterraneo, cit., pag. 18.

(10) Ibidem, pag. 21.

(11) The Washington Times, 23/12/1985.

(12) Brouwer I., La politica dell'URSS nel Mediterraneo, cit., pag. 24.

(13) Attinà F., “La politica internazionale dal 1945 al 1985”, in Politica Internazionale, n. 11-12, novembre-dicembre 1985.

(14) Ibidem.

(15) Calchi Novati G., “Sistema internazionale, interdipendenza e "periferizzazione" dei conflitti”, in  Giano ricerche per la pace, Gangemi Editore, Roma, 1989, n. 1, pag. 43.

(16) Albano M., “Tra Washington, Rabat e Tunisi un'alleanza piena d'incognite”, in Dialogo Nord-Sud, 26/2/1982.

(17) Colleoni A., Breve storia delle aggressioni USA, Editrice Aurora, Milano, 1989, pag. 191.

(18) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, Editori Riuniti, Roma,1985, pag. 27.

(19) Gilmour D., Harper P., Sherman S., “The Arab-Israeli confrontation 1967-87”, in The Middle East and North Africa 1988, Europa Pubblications Ltd, London, 1987, pag. 46.

(20) Ibidem, pag. 51.

(21) Ibidem, pag. 52.

(22) Colleoni A., Breve storia delle aggressioni USA, cit., pag. 168.

(23) Ibidem, pag. 193.

(24) Mezgebe A., “Mediterraneo, Libia, Golfo Persico, i teatri già pronti delle guerre prossime venture”, in Il Manifesto, 9/8/1981.

(25) Colleoni A., Breve storia delle aggressioni USA, cit., pag. 175.

(26) Dinucci M., “Aspetti socio-economici e militari del rapporto Nord-Sud: una linea di frattura che attraversa il mondo”, in Fianco Sud, Piero Manni s.a.s., Lecce, 1989, pag. 78.

(27) La Repubblica, 4/1/1991.

(28) Colleoni A., Breve storia delle aggressioni USA, cit., pagg. 184-185.

(29) Gazzetta del Sud, 25/1/1986.

(30) Tonello F., “Note sulla strategia americana”, cit., pag. 151.

(31) Ibidem, pag. 157.

(32) Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" (a  cura), Air Land Battle - La strategia di guerra USA 1984-2019, Satyagraha Editrice, Torino, 1985, pag. 16.

(33) Ravanel B., I problemi della sicurezza nel Mediterraneo, cit., pag. 2.

(34) Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" (a cura), Air Land Battle, cit., pag. 12.

(35) Ege K., Wenger M., The Comiso Missiles and Nato's Southern Strategy, CEDIP, Catania, 1983.

(36) Kaldor M., “La miglior difesa è l'attacco”, in La Talpa giovedì, supplemento de Il Manifesto, 25/10/1984.

(37) Nardulli G., “La difesa non provocatoria ed il Mediterraneo: la dimensione navale”, in Bollettino USPID, n. 4, dicembre 1987, pag. 73.

(38) Cochran T. B., Arkin W. M., Hoening M. M., U.S. Nuclear Forces and Capabilities, Cambridge USA, 1984, pag. 246.

(39) Nardulli  G., “La difesa non provocatoria ed il Mediterraneo”, cit., pag. 74.

(40) Greenpeace, Nuclear Free Seas, Hamburg, West Germany, luglio 1987, pag. 8.

(41) AA.VV., Armamenti e strategia, BUR Rizzoli, Milano, 1976, pagg. 158-159.

(42) The North Atlantic Treaty Organisation, Facts and Figures, Nato Information Service, Brussels, 1984, pag. 55.

(43) Ibidem, pag. 183.

(44) House of Representatives, Hearings before a Subcommittee - Military Costruction Appropriation for FY 1984 - Part 5, US Government Printing Office, Washington, 1983, pagg. 364-365.

(45) Santino U., “Il pagliaio atomico: la Sicilia nella strategia di guerra degli anni '80”, in Segno-mensile, n. 44-45, 1983, pag. 26.

(46) De Vasconcelos A., “L'Europa meridionale, gli Stati Uniti e la Nato”, in Notizie Nato, n. 8, 1989, pag. 28.

(47) Ege K., Wenger M., “Airland Battle 2000: Nato prepares for Wars in the Third World”, in Le Monde Diplomatique, luglio 1984, pag. 29.

(48) Ibidem, pag. 29.

(49) Kittelmann M., La sécurité européenne et la Méditerranée, Rapport présenté au nom de la Commission des Questions de Défense et des Armaments - Assemblée de l'Union de l'Europe Occidentale, Document 1060, Paris, 29/4/1986, pag. 28.

(50) House of Rapresentatives, Hearings on M.C.A. FY 1984, cit., pag. 365.

 (51) The New York Times, 23/5/1984.

 (52) Ege K., Wenger M., “Airland Battle 2000”, cit..

 (53) Ravanel B., “Señales de paz en el Mediterraneo?”, in Tiempo de Paz, n. 13, 1989, pag. 54.

 (54) Till G., “Il futuro della Marina Sovietica sotto Gorbaciov”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 9, settembre 1990, pag. 82.

 (55) Pelliccia A., “La difesa aerea del Mediterraneo”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 9, settembre 1990, pag. 48.

 (56) Till G., “Il futuro della Marina Sovietica”, cit., pag. 84.

 (57) Gianvanni P., “Soviet Military Power”, in Panorama Difesa, n. 72, dicembre 1990, pag. 71.

 (58) Ravanel B., “Señales de paz en el Mediterraneo?”, cit., pag. 55.

 (59) Cosentino M., “Alla ricerca dell'unità perduta”, in Panorama Difesa, n. 77, maggio 1991, pag. 46.

 (60) Poli L., “La difesa dell'Europa e dell'Italia”, in Rivista Militare, n. 2, marzo-aprile 1988, pag. 37.

 (61) “Medio Oriente. Quale pace?”, in Diritto alla pace, n. 3, settembre-ottobre 1988, pag. 20.

 (62) Ibidem, pag. 21.

 (63) De Carlo C., “Bombardieri per Gheddafi”, in Gazzetta del Sud, 6/4/1989.

 (64) Filippazzi S., “Missili in via di sviluppo”, in Contro la guerra, supplemento al n. 208 de Il Manifesto, 9/9/1990, pag. 39.

 (65) Panorama Difesa, n. 68, luglio-agosto 1990, pag. 7.

 (66) Filippazzi S., “Missili in via di sviluppo”, cit..

 (67) Il Manifesto, 27/6/1991.

 (68)  Caiti P., “Lo schieramento alleato nell'Operazione Tempesta nel Deserto”, in Guerra nel Golfo, supplemento al n. 3 di RID Rivista Italiana Difesa, marzo 1991, pag. 10.

(69) Il Manifesto, 5/7/1991.

(70) Gunder Frank A., “Economia politica del conflitto Nord-Sud”, in Marx centouno, n. 4, febbraio 1991, pagg. 14-15.

(71) Ginzberg S., “Il Pentagono ora si prepara alle guerre nel Terzo mondo”, in L'Unità, 14/2/90.

(72) Cillario L., “La crisi del golfo negli scenari dell'unificazione capitalistica mondiale”, in Marx centouno, n. 4, febbraio 1991, pag. 21.

(73) Lacqua P. A., “Il comando USA e 3.000 soldati resteranno nell'area”, in La Sicilia, 26/3/1991.

(74) Gazzetta del Sud, 29/6/1991.

(75) Il Manifesto, 3/7/1991.

(76) Il Manifesto, 23/5/1991.

(77) La Sicilia, 16/6/1991.

(78) Bianchi L., "Guai ai vinti di Palestina", in Gazzetta del Sud, 5/8/1991.

(79) Bonsignore E., “Brutti, sporchi e cattivi”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 7, luglio 1991, pag. 25.

(80) Il Manifesto, 18/7/1991.

(81) RID Rivista Italiana Difesa, n. 9, settembre 1991, pag. 18.

(82) Panorama Difesa, n. 75, marzo 1991, pag. 25.

(83) Aeronautica & Difesa, n. 56, luglio 1991, pag. 79.

(84) RID Rivista Italiana Difesa, n. 4, aprile 1991, pag. 9.

(85) Il Manifesto, 20/6/1991.

(86) Panorama Difesa, n. 75, marzo 1991, pag. 25.

(87) JP4 Mensile di Aeronautica, n. 5, maggio 1991, pag. 14.

(88) Gazzetta del Sud, 5/6/1991.

(89) Castellina L., “Nuove stelle a nord del Golfo”, in Contro la Guerra, supplemento al n. 208 de Il Manifesto, 9/9/1990.

(90) Gazzetta del Sud, 26/3/1991.

(91) Giorgerini G., “La nuova alleanza”, in Difesa Oggi, n. 5, maggio 1991, pag. 216.

(92) “L'UEO come ponte tra Nato e CEE”, in Gazzetta del Sud, 27/3/1991.

(93) Jean C., “L'impatto dei negoziati di controllo degli armamenti e del disarmo”, in Rivista Militare, luglio-agosto 1990, pag. 25.

(94) Bernard V., “Cominciare a costruire le Forze Armate dell'Europa Unita”, in Rivista Militare, luglio-agosto 1990, pag. 6.

(95) “UEO. Una rete satellitare per l'Europa”, in Gazzetta del Sud, 28/3/1991.

(96) Paternò F., “Una Nato "mondiale"”, in Il Manifesto, 8/6/1991.

(97) Nunnari D., “Più rischi che minacce”, in Gazzetta del Sud, 6/6/1991.

(98) Nativi A., “Nato: una nuova strategia per l'Alleanza”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 7, luglio 1991, pag. 27.

(99) Finocchiaro P., “Come cambia la Nato”, in Mediterraneo, n. 3-4, aprile-maggio 1991, pagg. 34-35.

(100) Nativi A., “Nato: una nuova strategia per l'Alleanza”, cit., pag. 35.

(101) Ibidem.

(102) Paternò F., “La Nato trova un nemico”, in Il Manifesto, 29/5/1991.

(103) Il Manifesto, 30/6/1991.

(104) De Vasconcelos A., “L'Europa meridionale, gli Stati Uniti e la Nato”, cit., pag. 30.

(105) “È partita l'operazione F16 a Crotone”, in Gazzetta del Sud, 12/7/1991.

(106) Cerquetti E., Fine della guerra fredda e nuovo modello di difesa, Gangemi Editore, Roma, 1990, pag. 62.

(107) Il Manifesto, 27/5/1989.

(108) Jean C., “Le armi nucleari substrategiche e la dissuasione nucleare in Europa”, in Rivista Militare, marzo-aprile 1990, pagg. 7-10.

(109) Treggi G. C., “Uno scudo fra le stelle”, in Difesa Oggi, n. 5, maggio 1991, pag. 245.

(110) AA.VV., Guerre Stellari, Ruggieri Editore, Roma, 1991, pagg. 6-7.

(111) Aeronautica & Difesa, n. 54, aprile 1991, pag. 78.

(112) RID Rivista Italiana Difesa, n. 7, luglio 1991, pag. 17.

(113) Interarma News, n. 11, 1988, pag. 392.
 

Capitolo 2 - La presenza militare italiana nel Mediterraneo

 (1) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo, Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, Catania, 1983, pag. 3.

(2) Miggiano P., “La politica di sicurezza italiana”, in L'Italia e la corsa al riarmo, Franco Angeli, Milano, 1987, pag. 120.

(3) Gabriele M., “Problemi del fianco meridionale della Nato”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 125-127, maggio-giugno 1985, pag. 126.

(4) House of Rapresentatives, Hearing on Military Costruction Appropriation (MCA) for Fiscal Year 1986, H 181-8, Washington, 1985, pag. 965.

(5) Palidda S., L'Italia: paese sintesi o vittima degli orientamenti strategici U.S.A., Relazione al Seminario "Il movimento per la pace in Sicilia e in alia”, Palermo, 18-20 luglio 1983, pag. 30.

(6) House of Rapresentatives, Hearing on Military Costruction Appropriation (MCA) for F.Y. 1986, cit., pag. 965.

(7) Santoro C. M., “L'Italia come "Media Potenza" e la politica estera e il modello di difesa”, in Obiettivo Difesa, Il Mulino, Bologna, 1986, pag. 80.

(8) Palidda S., “La revalorisation americaine du role de l'Italie”, in Travaux et Documents, CIRPES (Centre Interdisciplinaire de Recherches sur la paix et d'Etudes strategiques), Paris, 1983, pag. 9.

(9) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit, pag. 32.

(10) De Andreis M., Miggiano P., (a cura), L'Italia e la corsa al riarmo, cit., pag. 200.

(11) Miggiano P., “La ricerca militare non produce sviluppo”, in Politica ed Economia, febbraio 1987, pag. 56.

(12) Santoro C. M., L'Italia e il Mediterraneo, Franco Angeli, Milano, 1988, pag. 140.

(13) Lagorio L., Indirizzi di politica militare, Ministero della Difesa, Roma, 1980.

(14) Miggiano P., “La politica di sicurezza italiana”, cit., pag. 134.

(15) Lagorio L., Il "modello di difesa", Relazione al Parlamento in data 14 aprile 1981, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 4-5, 1984, pag. 23.

(16) Mazzeo A., “Fronte Mediterraneo: verso un nuovo modello di difesa”, in Al Magliocco, Magliocco, Bollettino d'informazione dell'IPC, Comiso, n. 5, ottobre 1982.

(17) Spataro A., “C'è una "dottrina" Lagorio?”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 78, 1983, pag. 13.
(18) Ibidem.

(19) Santino U., “Il pagliaio atomico: la Sicilia nella strategia di guerra degli anni '80”, cit., pag. 27.

(20) Nardulli G., “La difesa non provocatoria ed il Mediterraneo. La dimensione navale”, cit, pag. 76.

(21) Miggiano P., “La politica di sicurezza italiana”, cit., pag. 136.

(22) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 34.

(23) Sion A., “La Forza di Intervento Rapido”, in Rivista Militare, marzo-aprile 1986, pag. 52.

(24) Miggiano P., “La politica di sicurezza italiana”, cit., pag. 141.

(25) Giornale di Sicilia, 22/8/1984.

(26) Miggiano P., “La politica di sicurezza italiana”, cit., pag. 147.

(27) Ibidem, pag. 151.

(28) Ibidem.

(27) “Nota aggiuntiva - Bilancio Difesa 1986”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 134-136, ottobre-novembre 1985, pag. 81.

(30) Santoro C. M., “L'Italia come "Media Potenza" e la politica estera e il modello di difesa”, cit., pag. 80.

(31) Ibidem, pag. 82.

(32) “I vertici militari delineano le Forze Armate del 2000”, in Interarma News, n. 12, 1986, pag. 348.

(33) “Il sistema italiano di difesa”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 18/20, 1984, pag. 66.

(34) Santoro C. M., “L'Italia come "Media Potenza" e la politica estera e il modello di difesa”, cit., pag. 103.

(35) Nardulli G., “La difesa non provocatoria ed il Mediterraneo”, cit., pag. 76.

(36) Miggiano P., La trasformazione del sistema difesa come processo reale, Forum sui problemi della pace e della guerra, Firenze, 1988, pag. 4.

(37) Baroni P., Obiettivo Mediterraneo, Reverdito Editore, Trento, 1989, pagg. 112-113.

(38) Nardulli G., “La difesa non provocatoria ed il Mediterraneo”, cit., pag. 76.

(39) "L'Italia poteva fare di più", in Gazzetta del Sud, 20/3/1991.

(40) Panorama Difesa, n. 68, luglio-agosto 1990.

(41) Ruotolo G., “Gli arsenali di Taranto”, in Il Manifesto, 18/8/1990.

(42) De Matteis L., “La militarizzazione della Puglia”, in Fianco Sud. Puglia, Mezzogiorno Terzo Mondo: rapporto sui processi di militarizzazione, Piero Manni s.a.s., Lecce, 1989, pag. 34.

(43) Ruotolo G., “Taranto bunker della Nato”, in Il Manifesto, 22/8/1990.

(44) De Matteis L., “La militarizzazione della Puglia”, cit., pag. 36.

(45) Tavasani M., “Più forte la nostra Marina”, in Gazzetta del Sud, 22/8/1991.

(46) De Matteis L., “La militarizzazione della Puglia”, cit., pag. 41.

(47) Baroni P., Obiettivo Mediterraneo, cit., pag. 174.

(48) Ibidem, pag. 162.

(49) “Scioglimenti e trasferimenti di Unità dell'EI”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 7, luglio 1991, pag. 14.

(50) Interarma News, n. 5, 1991, pag. 189.

(51) La Sicilia, 9/9/1988.

(52) “Reggio Calabria avrà una Scuola per carabinieri”, in L'Unità, 8/6/1991.

(53) Caiti P., “Lo schieramento alleato nell'Operazione Tempesta nel Deserto”, cit., pag. 17.

(54) Andreis S., “Il ministro Rognoni: altre aree civili destinate alla guerra”, in Il Manifesto, 16/2/1991.

(55) “Malpensa scalo dei "tanker"”, in Aeronautica e Difesa, n. 54, aprile 1991, pag. 13.

(56) Gazzetta del Sud, 22/7/1991.

(57) Commissione Difesa della Camera dei Deputati, “Indagine conoscitiva sulla ridefinizione del modello di difesa”, in Atti Parlamentari, 25/3/1991, pag. 3.

(58) Ibidem, pag. 3.

(59) Ibidem, pag. 6.

(60) Botti F., “Difesa. una spesa inutile?”, in Panorama Difesa, n. 75, marzo 1991, pag. 36.

(61) Commissione Difesa della Camera dei Deputati, “Indagine conoscitiva”, cit., pag. 9.

(62) Politi A., “L'ora del volontario”, in Difesa Oggi, n. 5, maggio 1991, pag. 221.

(63) Commissione Difesa della Camera, “Indagine conoscitiva”, cit., pag. 9.

(64) Ilari S., “Una bozza che scotta”, in Panorama Difesa, n. 79, luglio 1991, pag. 34.

(65) Botti F., “Le lezioni di "Scwarzkrieg"”, in Panorama Difesa, n. 77, maggio 1991, pag. 35.

(66) Jean C., “Le forze armate italiane nel 2000”, in Pace e conflitti nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, Bonanno Editore, Acireale, 1991, pag. 191.

(67) Gazzetta del Sud, 1/8/1991.

(68) Botti F., “Le lezioni di "Scwarzkrieg””, cit., pagg. 36-37.

(69) Ronchi E., Salvoldi G., Comunicato Stampa, Gruppo Parlamentare Verde, Roma, 26 marzo 1991.

(70) Pianta M., “Il grande sogno del generale”, in Il Manifesto, 4/5/1991.

(71) Andreis S., “Il ministro Rognoni: altre aree civili destinate alla guerra”, cit..
 

Capitolo 3 - Il processo di militarizzazione della Sicilia

(1) Palidda S., L'Italia: paese sintesi o vittima degli orientamenti strategici U.S.A., cit., pag. 6.

(2) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 10.

(3) Jackson W. G. F., La battaglia d'Italia, Casa Editrice Baldini e Castoldi, Milano, 1970, pag. 36.

(4) Ibidem, pag. 49.

(5) Pelà A. ed R. (a cura), Storia controversa della Seconda Guerra Mondiale, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1977, vol. V, pag. 21.

(6) Ibidem, pag. 22.

(7) Bandini F., “Lo sbarco in Sicilia”, in Storia Illustrata, n. 194, gennaio 1974, pag. 31.

(8) Santino U. (a cura), Affare Comiso. Mafia, speculazione e base Nato, Centro siciliano di documentazione "G. Impastato", Palermo, 1983, pag. 2.
 
 

(9) Faenza R., Fini M., Gli americani in Italia, Feltrinelli Editore, Milano 1976, pag. 12.
 
 

(10) Ibidem, pag. 138.
 
 

(11) American Consulate General, Meeting of Mafia leaders with General Giuseppe Castellano, Palermo, November 21, 1944, in “Relazione di Minoranza - Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia”, Roma, 1976, pag. 1121.
 
 

(12) “Trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947”, in Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 295 del 24 dicembre 1947.
 
 

(13) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 22.
 
 

(14) “I trecento anni della Brigata Aosta al servizio della patria e della società”, in Gazzetta del Sud, 15/7/1990.
 
 

(15) Cimino M., “Militarizzazione e pacifismo in Sicilia (1950-1983)”, in Dossier sulla militarizzazione in Sicilia, Palermo, 1984, pag. 7.
 
 

(16) Sansone V., Ingrascì G., Sei anni di banditismo in Sicilia, Le edizioni sociali, Milano, 1950, pag. 146.
 
 

(17) “Operazione Gladio. Il testo integrale della Relazione Gualtieri alla Commissione Stragi”, supplemento al n. 20 di Avvenimenti, maggio 1991, pag. 5.
 
 

(18) Sansone V., Ingrascì G., Sei anni di banditismo in Sicilia, cit., pag. 146.
 
 

(19) Ibidem.
 
 

(20) Gurrieri P., “Il processo di militarizzazione in Sicilia”, in Industria bellica e militarizzazione, La Cooperativa Tipolitografica, Carrara, 1984, pag. 108.
 
 

(21) Cimino M., “Militarizzazione e pacifismo in Sicilia”, cit., pag. 7.
 
 

(22) Sansone V., Ingrascì G., Sei anni di banditismo in Sicilia, cit., pag. 146.
 
 

(23) “La componente aerea”, in Marina Militare Jp4 Dossier, supplemento al n. 4 di Aeronautica, aprile 1987, pag. 61.
 
 

(24) “Operazione Gladio”, cit., pag. 8.
 
 

(25) Pezzino, Failla, Pajetta, Interrogazione parlamentare presentata in data 16/7/1958, Camera dei Deputati, Roma.
 
 

(26) Spataro A., “La Sicilia diventa una "piazza militare"”, in L'Ora, 18/9/1980.
 
 

(27) Ibidem.
 
 

(28) Interarma News, n. 21, 1988, pag. 902.
 
 

(29) Spataro A., “Lampedusa dietro l'angolo di Israele”, in L'Ora, 4/10/1985.
 
 

(30) Nemo E., “Accuse da Tunisi, dubbi sull'Italia”, in Il Manifesto, 5/10/1985.
 
 

(31) Cassese A., Il caso "Achille Lauro", Editori Riuniti, Roma 1987, pagg. 40-41.
 
 

(32) Finocchiaro P., “Sigonella 1985: La Vam contro la Delta Force”, in Difesa Oggi, n. 7-8, luglio-agosto 1990, pag. 327.
 
 

(33) Goria G., “Il boeing dirottato due volte”, in L'Ora, 14/10/1985.
 
 

(34) Miduri C., “Si teme un raid sul carcere di Siracusa”, in L'Ora, 14/10/1985.
 
 

(35) Mazzeo A., Non solo Ustica. Il rischio militare in Sicilia, Armando Siciliano Editore, Messina, 1990,  pag. 27.
 
 

 (36) L'Ora, 27/11/1985.
 
 

(37) La Sicilia, 5/1/1986.
 
 

(38) “A Birgi c'è aria di mobilitazione”, in La Sicilia, 5/1/1986.
 
 

(39) Santelli L., “Il Consiglio supremo di Difesa prepara un 'piano di emergenza'”, in La Sicilia, 1/2/1986.
 
 

(40) L'Ora, 11/1/1986.
 
 

(41) Simone G., “In Sicilia arrivano i parà della Folgore”, in Corriere della Sera, 11/1/1986.
 
 

(42) Odinzov V., “Il grande occhio di "Argos"”, in La Repubblica, 18-19/5/1986.
 
 

(43) La Sicilia, 18/2/1986.
 
 

(44) Spampinato A., “Craxi chiude il 'caso Sirte' mentre arrivano da Beirut minacce all'Italia”, in L'Ora, 8/4/1986.
 
 

(45) L'Ora, 22/4/1986.
 
 

(46) Sgarlato N., “Duello sul Mediterraneo”, in Aeronautica & Difesa, n. 2, febbraio 1989, pag. 17.
 
 

(47) Die Tageszeitung, 28/1/1986.
 
 

(48) Giornale di Sicilia, 16/4/1986.
 
 

(49) L'Ora, 15/4/1986.
 
 

(50) “Stralcio degli interventi dei ministri degli affari esteri e della difesa alle Commissioni Parlamentari”, in Aeronautica & Difesa, n. 2, febbraio 1989, pag. 67.
 
 

(51) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra. Il coinvolgimento dell'isola nella Guerra del Golfo, Armando Siciliano Editore, Messina, 1991, pag. 7.
 
 

(52) Ibidem, pagg. 12-13.
 
 

(53) Gazzetta del Sud, 22/1/1991.
 
 

(54) Gazzetta del Sud, 10/9/1990.
 
 

(55) La Repubblica, 12-13/8/1990.
 
 

(56) Valpolini P., “Un mese di tempesta”, in Panorama Difesa, n. 75, marzo 1991, pag. 24.
 
 

(57) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 16.
 
 

(58) Giornale di Sicilia, 18/2/1991.
 
 

(59) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pagg. 27-28.
 
 

(60) Gazzetta del Sud, 16/2/1991.
 
 

(61) La Sicilia, 30/1/1991.
 
 

(62) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 36.
 
 

(63) Ibidem, pagg. 38-39.
 
 

(64) La Sicilia, 19/1/1991.
 
 

(65) Avvenimenti, n. 8, 27/2/1991.
 

Capitolo 4 - L'isola portaerei
 
 

(1) “Legge n. 898 del 24/XII/1976”, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 8, 11/1/1977.
 
 

(2) “Dichiarazione d'importanza militare per alcune zone del territorio nazionale”, Decreto del 15 maggio 1990 del Ministero della Difesa, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 117, 22/5/1990.
 
 

(3) Ministero della Difesa, Situazione servitù militari, Roma, Gennaio 1980, pag. 2.
 
 

(4) IRDISP, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, Roma 1983, pag. 68.
 
 

(5) Ibidem, pag. 68.
 
 

(6) D'Alessio A., Morire di leva, Editori Riuniti, Roma, 1987, pag. 158.
 
 

(7) “La Difesa e le economie locali”, in Interarma News, n. 19, 1987, pag. 604.
 
 

(8) Rimmaudo L., “Missili Patriot a Comiso?”, in La Sicilia, 21/5/1991.
 
 

(9) Ministero della Difesa, Rapporto sulle servitù militari in Italia presentato alla Conferenza nazionale sulle servitù militari, Roma, maggio 1981, pag. 47.
 
 

(10) Giornale di Sicilia, 15/5/1987.
 
 

(11) Ministero della Difesa, Rapporto sulle servitù militari in Italia, cit., pag. 47.
 
 

(12) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 55.
 
 

(13) Restifo G., “Processi di militarizzazione e sviluppo della mafia nella Sicilia contemporanea”, in  Incontri Meridionali, n. 3, 1987, pag. 26.
 
 

(14) Pianta M., Perani G., L'industria militare in Italia, Edizioni Associate, Roma, 1991, pag. 158 e pag. 178.
 
 

(15) Ibidem, pag. 178.
 
 

(16) “Un'incredibile imbarcazione che Hitler e Stalin non riuscirono a far volare”, in Gazzetta del Sud, 18/4/1991.
 
 

(17) Cosentino M., “L'impiego degli aliscafi”, in Panorama Difesa, n. 74, febbraio 1991, pag. 35.
 
 

(18) IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 10, 1982, pag. 4.
 
 

(19) Gazzetta del Sud, 18/4/1991.
 
 

(20) Labate R., “La Rodriquez Spa cambia proprietà”, in Gazzetta del Sud, 3/4/1991.
 
 

(21) RID Rivista Italiana Difesa, n. 10, ottobre 1987, pagg. 18-19.
 
 

(22) Sindacato di fabbrica "Selenia", Situazione e prospettive dello stabilimento Selenia di Palermo, Relazione presentata al convegno "Il ruolo della fabbrica nella realtà sociale dell'area metropolitana palermitana", Palermo, 18 dicembre 1990, pag. 4.
 
 

(23) La Sicilia, 19/6/1991.
 
 

(24) Panorama Difesa, n. 74, febbraio 1991, pag. 14.
 
 

(25) Sindacato di fabbrica "Selenia", Analisi della situazione dello stabilimento Alenia di Palermo, Bozza di piattaforma per il tavolo Regione-Alenia, Palermo, 1990.
 
 

(26) La Repubblica, 27/8/1991.
 
 

(27) Sindacato di fabbrica "Selenia", Situazione e prospettive dello stabilimento Selenia di Palermo, cit., pagg. 4-5.
 
 

(28) Bruno N., “Sciopero a oltranza alla Selenia”, in Gazzetta del Sud, 8/1/1991.
 
 

(29) Gazzetta del Sud, 5/4/1991.
 
 

(30) Virzì A., “Bacino, si vende”, in La Sicilia, 22/3/1991.
 
 

(31) Restifo G., “Processi di militarizzazione e sviluppo della mafia”, cit., pag. 26.
 
 

(32) L'Ora, 5/6/1987.
 
 

(33) L'Ora, 4/1/1983.
 
 

(34) Di Bernardo G., "Via la US Navy da Naxos", in La Sicilia, 6/4/1988.
 
 

(35) Grimmet R. F., United States Military Installationes in Italy, C.R.S. Congress Research Service, Washington, 1984, pag. 5.
 
 

(36) “Si prolunga ad Augusta il pontile della Nato”, in La Sicilia, 19/3/1983.
 
 

(37) La Sicilia, 29/1/1988.
 
 

(38) Gurrieri P., “Il processo di militarizzazione della Sicilia”, cit., pag. 108.
 
 

(39) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, Irene edizioni, Roma 1989, pag. 238.
 
 

(40) Ibidem, pag. 22.
 
 

(41) Cuda S., “La militarizzazione in Sicilia”, in Dossier Comiso, I.M.A.C., Comiso, 1983, pag. 11.
 
 

(42) La Sicilia, 22/9/1983.
 
 

(43) La Sicilia, 10/3/1985.
 
 

(44) Gazzetta del Sud, 1/9/1991.
 
 

(45) IRDISP, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, cit., pag. 91.
 
 

(46) Panorama Difesa, n. 71, novembre 1990.
 
 

(47) Traina F., “Altro fiore all'occhiello per la Marina italiana”, in Gazzetta del Sud, 17/7/1991.
 
 

(48) RID Rivista Italiana Difesa, n. 1, gennaio 1986.
 
 

(49) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 29.
 
 

(50) Gazzetta del Sud, 16/2/1991.
 
 

(51) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 31.
 
 

(52) Interarma News, n. 13, 1986, pagg. 397-399.
 
 

(53) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 31.
 
 

(54) “Rutelli: "L'Italia ha armi chimiche"”, in Il Manifesto, 18/5/1987.
 
 

(55) “Vi sono ancora in Italia depositi di prodotti chimici per uso militare”, in Parlamento e Forze Armate, n. 8-9, agosto-settembre 1985, pag. 14.
 
 

(56) I Siciliani, n. 29-30, giugno-luglio 1984.
 
 

(57) L'Ora, 7/3/1986.
 
 

(58) Ilari S., “Una bozza che scotta”, cit., pag. 37.
 
 

(59) Giornale di Sicilia, 10/10/1982.
 
 

(60) Giornale di Sicilia, 13/8/1984.
 
 

(61) Montina U., “La "Guerra" del Mammellone”, in Panorama Difesa, n. 68, luglio-agosto 1990, pag. 26.
 
 

(62) Ibidem.
 
 

(63) Ibidem.
 
 

(64) Gazzetta del Sud, 10/2/1991.
 
 

(65) Montina U., “La "Guerra" del Mammellone”, cit., pag. 28.
 
 

(66) Cosentino M., “L'impiego degli aliscafi”, cit., pag. 39.
 
 

(67) Negro F., “Se passa il progetto sarà potenziato il contingente di Augusta”, in Gazzetta del Sud, 5/4/1990.
 
 

(68) Aeronautica e Difesa, n. 6, giugno 1990.
 
 

(69) Interarma News, n. 16, 1989, pag. 608.
 
 

(70) La Sicilia, 14/6/1985.
 
 

(71) “Così la "Caserma-college"”, in Interarma News, n. 2, 1987, pagg. 41-44.
 
 

(72) RID Rivista Italiana Difesa, n. 5, maggio 1985.
 
 

(73) Carretta C. e Rollino P., “Maristaeli Catania”, in JP4 Mensile di Aeronautica, n. 7, luglio 1990.
 
 

(74) Cortese G., “Stranamore-Lagorio in Sicilia”, in Pace e Guerra, n. 3, gennaio 1982, pag. 41.
 
 

(75) Romano V., “Tutti gli uomini degli elicotteri”, in La Sicilia, 22/5/1991.
 
 

(76) Ibidem.
 
 

(77) Gazzetta del Sud, 15/1/1991.
 
 

(78) La Sicilia, 27/4/1980.
 
 

(79) Gazzetta del Sud, 25/3/1991.
 
 

(80) Bruno M., “Quell'"occhio" indiscreto dal cielo”, in La Sicilia, 4/9/1988.
 
 

(81) Baroni P., Obiettivo Mediterraneo, cit., pag. 202.
 
 

(82) Garofalo R., “Immagini dell'ALE”, in Quadrante, n. 9/10, maggio 1986.
 
 

(83) Giornale di Sicilia, 19/6/1988.
 
 

(84) Valpollini P., “Il futuro dell'ALE”, in Panorama Difesa, n. 71, novembre 1990, pag. 23.
 
 

(85) Aeronautica e Difesa, marzo 1990.
 
 

(86) “Aeroplani ed elicotteri per la "Guardia Costiera" italiana”, in Interarma News, n. 1, 1991, pagg. 16-17.
 
 

(87) Bosella E., Perissinotto M., “I guardiani del mare in Panorama Difesa, n. 71, novembre 1990, pag. 28.
 
 

(88) La Sicilia, 11/8/1990.
 
 

(89) Interarma News, n. 12, 1990, pag. 495.
 
 

(90) Finocchiaro P., “Il più importante polo aeronautico”, in Gazzetta del Sud, 13/3/1990.
 
 

(91) La Sicilia, 29/6/1985.
 
 

(92) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pagg. 16-17.
 
 

(93) “Alle dipendenze della Marina gli aerei antisom”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 13/14, 1986.
 
 

(94) Finocchiaro P., “Sigonella base strategica al centro del Mediterraneo”, in Gazzetta del Sud, 13/8/1990.
 
 

(95) Ibidem.
 
 

(96) “Il 41° Stormo Antisom”, in Rivista Aeronautica, n. 1, gennaio 1982.
 
 

(97) “Vigilanza sui mari”, in Aeronautica militare italiana - Dossier JP 4, supplemento al n. 5 di Mensile di Aeronautica, 1989, pag. 60.
 
 

(98) Ibidem.
 
 

(99) Finocchiaro P., “Sigonella base strategica al centro del Mediterraneo”, cit..
 
 

(100) “Vigilanza sui mari”, cit, pag. 63.
 
 

(101) Finocchiaro P., “Sigonella base strategica al centro del Mediterraneo”, cit..
 
 

(102) “Organizzazione e reparti dell'Aeronautica” in Aeronautica militare italiana, cit., pag. 21.
 
 

(103) “In Sardegna e in Sicilia due G 222 antincendio”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 12/86, 1983.
 
 

(104) IRDISP, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, cit., pag. 43.
 
 

(105) “Vigilanza sui mari”, cit., pag. 64.
 
 

(106) Carretta C., Rollino B., “36° - Cocktail di Starfigter e Tornado”, in JP4 Mensile di Aeronautica, n. 9, settembre 1990, pagg. 99-100.
 
 

(107) Jannetti F., “La difesa del fianco Sud”, in Aeronautica e Difesa, n. 1, gennaio 1989, pag. 20.
 
 

(108) Gianvanni P., “Un Patriot al momento giusto”, in Panorama Difesa, n. 75, marzo 1991, pagg. 28-29.
 
 

(109) Panorama Difesa, n. 68, luglio-agosto 1990, pag. 15.
 
 

(110) “Relazione di Giovanni Spadolini alla Camera dei Deputati in data 16 aprile 1986”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 142/144, marzo-aprile 1986.
 
 

(111) Travasani M., “In allarme i cacciaintercettori italiani”, in Gazzetta del Sud, 6/1/1989.
 
 

(112) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 38.
 
 

(113) Ministro della Difesa, Documentazione informativa allegata alla lettera al Presidente della Commissione Difesa del Senato in merito alla "progettata visita alle basi Nato in Italia", Protoc. 242/4, Roma, 28 febbraio 1986.
 
 

(114) Tedeschini Lalli M., “Il difficile status delle basi: italiane, Nato o statunitensi?”, in Il Messaggero, 14/4/1986.
 
 

(115) Marchisio S., Le basi militari nel diritto internazionale, Giuffrè Editore, Milano, 1984, pag. 121.
 
 

(116) Committee on Appropriations, House of Rappresentatives, Hearing on Military Costruction Appropriations M.C.A. for Fiscal Year 1981, Washington, 1980, pagg. 695.
 
 

(117) Salemi R., “Sigonella, mille ettari di piste aeree”, in Dossier sulla militarizzazione in Sicilia, cit., pag. 25.
 
 

(118) Ranzoni A., “USA e Jet”, in Panorama, 27/10/1985.
 
 

(119) Finocchiaro P., “Sigonella base strategica al centro del Mediterraneo”, cit..
 
 

(120) IRDISP, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, cit., pag. 8.
 
 

(121) Buzzati Traverso A., Morte nucleare in Italia, Laterza, Bari, 1982, pag. 104.
 
 

(122) Lund Puist E., “I postini della Navy”, in JP4 Aeronautica, n. 4, aprile 1988, pag. 73.
 
 

(123) Comittee on Appropriations, House of Rappresentatives, Hearings on Military Construction Appropriations for Fiscal Year 1988, Washington, 1987, pag. 629.
 
 

(124) Braghini F., “La Nato in Italia”, in Aeronautica & Difesa, n. 5, maggio 1990, pag. 14.
 
 

(125) Nardulli G., “La Difesa non provocatoria e il Mediterraneo”, cit., pag. 70.
 
 

(126) Ibidem.
 
 

(127) Handler J., Arkin W., Nuclear Warships and Naval Nuclear Weapons: A Complete Inventory, Neptune Papers n. 2, Washington, 1988, pag. 19.
 
 

(128) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for Fiscal Year 1984, Washington, 201-2-4 13/3/1984, pag. 330.
 
 

(129) Handler J., Arkin W., Nuclear Warships and Naval Nuclear Weapons, cit., pag. 18.
 
 

(130) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y. 1982, Washington, 1982, pag. 1285.
 
 

(131) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1984, cit., pag. 332.
 
 

(132) Gualerzi V., “Base di Sigonella, punto di snodo per armi nucleari”, in Il Manifesto, 11/8/1990.
 
 

(133) Finocchiaro P., “Sigonella base strategica al centro del Mediterraneo”, cit..
 
 

(134) Gazzetta del Sud, 10/8/1990.
 
 

(135) Interarma News, n. 2, 1991, pag. 50.
 
 

(136) Handler J., Arkin W., Nuclear Warships and Naval Nuclear Weapons, cit., pagg. 17-18.
 
 

(137) Gazzetta del Sud, 11/8/1990.
 
 

(138) Gazzetta del Sud, 12/8/1990.
 
 

(139) Ansaloni G., Sgarlato N., “Dragon Hammer”, in Aeronautica e Difesa, n. 7, luglio 1990.
 
 

(140) La Sicilia, 30/1/1991.
 
 

(141) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1984, cit., pag. 317.
 
 

(142) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 18.
 
 

(143) Ranzoni A., “Usa e jet”, cit..
 
 

(144) Ibidem.
 
 

(145) Salemi R., “Sigonella, mille ettari di piste aeree”, cit., pag. 13.
 
 

(146) Ministro della Difesa, Documentazione informativa, cit..
 
 

(147) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1989, cit., pag. 579.
 
 

(148) “Nato: Nemico in casa”, in Lotta continua per il comunismo, febbraio-marzo, pag. 2.
 
 

(149) La Sicilia, 29/9/1986.
 
 

(150) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1986, cit., pag. 744.
 
 

(151) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1988, cit., pagg. 982-986.
 
 

(152) Ibidem, pag. 629.
 
 

(153) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1986, cit., pag. 1036.
 
 

(154) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1988, cit., pag. 629.
 
 

(155) Handler J., Arkin W., Nuclear Warships and Naval Nuclear Weapons, cit., pag. 19.
 
 

(156) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 13.
 
 

(157) Arkin W., Fieldhouse R., Nuclear Battlefields - Global links in the Arms Race, Ballinger Publishing Company, Cambridge USA, 1985, pag. 224.
 
 

(158) Ibidem.
 
 

(159) Ibidem.
 
 

(160) Gazzetta del Sud, 10/9/1990.
 
 

(161) Semenzato S., “Ecco tutte le spese in più che Zanone dovrebbe conoscere”, in Il Manifesto, 1/7/1988.
 
 

(162) “Sixth Fleet - US/Soviet Naval Operations in the Mediterranean in the 1970's”, in Strategy & Tactics, U.S.A., n. 48, gennaio-febbraio 1975, pag. 8.
 
 

(163) Devoto G., “L'Italia e gli F 16”, in Note e Ricerche - Rivista del Cespi, n. 19, luglio 1988, pag. 5.
 
 

(164) Archivio Disarmo e Unione Scienziati per il Disarmo (a cura), Dal confronto alla cooperazione. Rapporto SIPRI sugli armamenti 1988, Edizioni Dedalo, Bari, 1989, pag. 56.
 
 

(165) Castellina L., “La Nato chiede nuove armi nucleari per l'Europa”, in Il Manifesto, 22/9/1987.
 
 

(166) US Air Force, The Economic Resource Impact Statement, The Cost and Management Analysis Branch, Comiso, 1984.
 
 

(167) Pincus W., “US Missiles to Sigonella”, in The Washington Post, 6/11/1983.
 
 

(168) Gruppo dei Deputati P.C.I (a cura), “Sigonella: il suo uso era già previsto”, in Dossier: il dibattito sui missili, Roma, 1983, pag. 44.
 
 

(169) “Non sarà alloggiata in Italia la forza di rapido impiego USA”, in Gazzetta del Sud, 18/2/1982.
 
 

(170) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 53.
 
 

(171) “Non sarà alloggiata in Italia la forza di rapido impiego USA”, cit..
 
 

(172) Olcese V., Risposta scritta all'interrogazione parlamentare n. 5-00341, Camera dei Deputati, Roma, 16 febbraio 1984.
 
 

(173) Tedeschini Lalli M., “Il difficile status delle basi”, cit..
 
 

(174) “Visite di una delegazione del Senato alle basi Nato di Sigonella e Comiso”, in Parlamento e Forze Armate, n. 3, marzo 1986.
 
 

(175) L'Ora, 13/1/1986.
 
 

(176) Giornale di Sicilia, 7/12/1986.
 
 

(177) Kreisher O., “Navy to revamp security on its bases”, in San Diego Union, 7/2/1987.
 
 

(178) Finocchiaro P., “Gli americani potenzieranno Sigonella”, in Gazzetta del Sud, 1/12/1989.
 
 

(179) La Sicilia, 15/5/1991.
 
 

(180) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y. 1990, cit..
 
 

(181) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 19.
 
 

(182) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 51.
 
 

(183) Giornale di Sicilia, 23/1/1987.
 
 

(184) US Air Force, The Economic Resource Impact Statement, cit..
 
 

(185) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y. 1982, cit., pag. 63.
 
 

(186) Ibidem, pag. 64.
 
 

(187) La Sicilia, 31/1/1990.
 
 

(188) US Air Force, The Economic Resource Impact Statement, cit..
 
 

(189) Ministro della Difesa, Documentazione informativa, cit..
 
 

(190) Giornale di Sicilia, 27/3/1991.
 
 

(191) Ibidem.
 
 

(192) Ibidem.
 
 

(193) Cicciomessere R., L'Italia Armata, Gammalibri, Napoli, 1982, pag. 391.
 
 

(194) S.I.P.R.I. (Stockolm International Peace Research Institute), Rapporto sugli armamenti, De Donato, Bari, 1983, pag. 170.
 
 

(195) Frailé R., “Le armi chimiche”, in Gli anni di Reagan, Dossier di Le Monde Diplomatique, n. 18, Rosemberg & Sellier, Torino. 1983, pag. 65.
 
 

(196) Caggegi T., “Un camion chiamato "TEL"”, in Dossier Pace, supplemento de Il Manifesto, 18/10/1983, pag. 24.
 
 

(197) Ibidem.
 
 

(198) AA.VV., Dossier Euromissili, De Donato Editore, Bari, 1982, pag. 67.
 
 

(199) Ministro della Difesa, Documentazione informativa, cit..
 
 

(200) “Documento fornito dal Ministro della Difesa Lagorio alla stampa”, in L'Italia Armata, cit., pag. 396.
 
 

(201) Ministro della Difesa, Documentazione informativa, cit..
 
 

(202) La Sicilia, 28/5/1986.
 
 

(203) Interarma News, n. 11, 1984.
 
 

(204) L'Ora, 10/1/1985.
 
 

(205) La Repubblica, 10/9/1989.
 
 

(206) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 20.
 
 

(207) Ministro della Difesa, Documentazione informativa, cit..
 
 

(208) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 52.
 
 

(209)  Cicciomessere R., “Interrogazione parlamentare 5-0 2329”, in L'Italia Armata, cit., allegato n. 15.4, pag. 379.
 
 

(210) Ibidem.
 
 

(211) Navarra A., “Italian Cruisewatch, in Al Magliocco, n. 13, Comiso, 10/12/1986.
 
 

(212) Vaccaro T., “Cruisewatch”, in Al Magliocco, n. 18, Comiso, 1/3/1988.
 
 

(213) Verbale n. 20 della Riunione del Comitato Misto Paritetico per le Servitù Militari in Sicilia, Palermo, 16 febbraio 1984.
 
 

(214) Gazzetta del Sud, 24/8/1990.
 
 

(215) Sgrena G., “Zanone: su Comiso decida la Nato”, in Il Manifesto, 12/4/1989.
 
 

(216) “Comiso, via i missili ma gli americani restano”, in Gazzetta del Sud, 5/1/1989.
 
 

(217) Finocchiaro P., “Gli americani potenzieranno Sigonella”, cit..
 
 

(218) Orsatti R., “F16 a Comiso, discorso aperto”, in La Sicilia, 2/2/1988.
 
 

(219) Sgrena G., “Zanone: su Comiso decida la Nato”, cit..
 
 

(220) Gazzetta del Sud, 6/11/1988.
 
 

(221) “A Comiso un centro coordinamento di centrali nucleari, in Gazzetta del Sud, 28/1/1989.
 
 

(222) Cappuzzo A., “La base di Comiso va riconvertita, non chiusa”, in Gazzetta del Sud, 9/8/1987.
 
 

(223) “Il punto sui lavori al Magliocco”, in Al Magliocco, n. 13, Comiso, 15 dicembre 1985.
 
 

(224) Parlamento e Forze Armate, n. 1, gennaio 1985, pag. 10.
 
 

(225) Navarra A., “L'accordo non ferma i processi ai pacifisti”, in Al Magliocco, n. 18, Comiso, 1 marzo 1988.
 
 

(226) IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 1, gennaio 1990, pag. 27.
 
 

(227) Gazzetta del Sud, 27/3/1991.
 
 

(228) Ibidem.
 
 

(229) La Sicilia, 15/6/1991.
 
 

(230) Science Applications Inc., Ground Launched AntiShip System (Glass), Report for the Director of Defense Nuclear Agency, DNA-83-05536, Washington, 1983.
 
 

(231) La Sicilia, 27/3/1991.
 
 

(232) “AMI: credibile lo schieramento al Sud”, in Interarma News, n. 1, 1986, pag. 16.
 
 

(233) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo (a cura), Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, cit., pag. 12.
 
 

(234) Silvestri S., “La Nato, i militari e il controllo politico”, in Il potere militare in Italia, Laterza, Bari, 1975, pag. 142.
 
 

(235) Marchisio S., Le basi militari nel diritto Internazionale, cit., pag. 19.
 
 

(236) Montali M., “Il Mediterraneo mare in fiamme”, in L'Unità, 7/12/1985.
 
 

(237) “Potenziata la presenza dell'Aeronautica al Sud”, in Interarma News, n. 14, 1983, pag. 481.
 
 

(238) I Siciliani, n. 4, aprile 1984.
 
 

(239) “Una base militare Nato quasi pronta vicino Centurie”, in La Sicilia, 12/8/1984.
 
 

(240) “La base Nato deturpa le bellezze ambientali”, in La Sicilia, 12/12/1984.
 
 

(241) “La Nato occupa Punta Castellazzo”, in Il Quindicinale di Ispica, n. 23, 15 luglio 1983.
 
 

(242) Gazzetta del Sud, 15/1/1991.
 
 

(243) Gurrieri P., “Il processo di militarizzazione della Sicilia”, cit., pag. 108.
 
 

(244) Moroni B., “Microonde nei nostri cieli”, in Avvenimenti, n. 8, 27 febbraio 1991.
 
 

(245)  Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 36.
 
 

(246) CUDIP (a cura), “La distribuzione delle forze militari in Sicilia”, in Quaderni di Cultura di Pace, Comiso, n. 4, novembre 1986.
 
 

(247) US Air Force, The Economic Resource Impact Statement, cit..
 
 

(248) “Insediamenti militari nei pressi di Niscemi?”, in La Sicilia, 22/2/1986.
 
 

(249) Giornale di Sicilia, 2/9/1987.
 
 

(250) Rimmaudo L., Vaccaro G., “Una base per amica”, in La Sicilia, 16/4/1991.
 
 

(251) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1987, cit., pag. 123.
 
 

(252) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1988, cit., pag. 633.
 
 

(253) Ronchi, Savoldi, Tamino e Russo Franco, “Interrogazione parlamentare n. 4-25403”, in Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Roma, 23 aprile 1991, pag. 1713.
 
 

(254) Ibidem.
 
 

(255) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1991, cit., pag. 441.
 
 

(256) House of Rapresentatives, Hearing on M.C.A. for F.Y.1988, cit., pag. 752.
 
 

(257) De Andreis M., “Controllo delle armi nucleari e dottrina strategica americana”, in L'Italia e la corsa al riarmo, cit., pagg. 36-37.
 
 

(258) Pelliccia A., “La difesa aerea del Mediterraneo”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 9, settembre 1990, pag. 48.
 
 

(259) Mazzeo A., Relazione al Convegno regionale dei Verdi sui Trasporti, Messina, 12 aprile 1991.
 
 

(260) L'Ora, 17/11/1983.
 
 

(261) Gamba S.,Vagnoni S., Ordinamento del Ministero della Difesa e delle Forze Armate, Edizione Trionfale, Roma, 1971, pag. 184.
 
 

(262) Gazzetta del Sud, 8/7/1987.
 
 

(263) Gazzetta del Sud, 13/3/1990.
 
 

(264) Gazzetta del Sud, 3/10/1990.
 
 

(265) Fatutta F., “I carabinieri subacquei”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 7/8, 1985.
 
 

(266) “Nuove unità a Marisicilia”, in Gazzatta del Sud, 18/10/1990.
 
 

(267) “Potenziata a Marisicilia la flotta dei pattugliatori”, in Gazzetta del Sud, 19/3/1991.
 
 

(268) Gazzetta del Sud, 18/9/1991.
 
 

(269) Ibidem.
 
 

(270) “Nota aggiuntiva - Bilancio Difesa 1986”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 134-136, ottobre-novembre 1985, pag. 88.
 
 

(271) Baroni P., Obiettivo Mediterraneo, cit., pag. 197.
 
 

(272) “Nota aggiuntiva - Bilancio Difesa 1986”, cit., pag. 85.
 
 

(273) Villari B., Perno della strategia difensiva, in Gazzetta del Sud, 26/6/1991.
 
 

(274) Gazzetta del Sud, 30/8/1989.
 
 

(275) Gazzetta del Sud, 2/8/1989.
 
 

(276) “Nota aggiuntiva - Bilancio Difesa 1986”, cit., pag. 87.
 
 

(277) Bitto L., “Carabinieri, è nata la "Divisione dello Stretto"”, in Gazzetta del Sud, 8/6/1991.

(278) La Sicilia, 12/12/1986.

(279) Messina G., "Quale difesa per il ponte", in Giornale di Sicilia, 1/4/1988.

(280) Caiti P., “Lo schieramento alleato”, in Guerra nel Golfo, cit., pag. 21.

(281) Gazzetta del Sud, 29/10/1989.

(282) Gazzetta del Sud, 15/1/1991.

(283) Giornale di Sicilia, 13/5/1981.

(284) “Da Battaglione a Reggimento”, in Gazzetta del Sud, 4/8/1991.

(285) Gazzetta del Sud, 4/1/1991.

(286) IRPISD, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, cit., pag. 37.

(287) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo (a cura), Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, cit.,  pag. 10.

(288) RID Rivista Italiana Difesa, n. 6, giugno 1985.

(289) “AMI: credibile lo schieramento al Sud”, cit., pag. 16.

(290) “Consegnata la bandiera di combattimento al 37° Stormo dell'AM”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 7/8, luglio-agosto 1985.

(291) La  Sicilia, 6/8/1986.

(292) Macchia S., “La V ATAF”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 10, ottobre 1983.

(293) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 114.

(294) Pelliccia A., “La difesa aerea del Mediterraneo”, cit., pag. 44.

(295) S.I.P.R.I., Rapporto sugli armamenti, cit., pag. 184.

(296) “Organizzazione e reparti dell'Aeronautica”, in JP4 Dossier, cit., pagg. 20-21.

(297) Carretta C., Rollino P., “37° Stormo”, cit., pag. 35.

(298) “Uno scudo contro le aggressioni: la difesa aerea”, in JP4 Dossier, cit., pag. 29.

(299) Giornale di Sicilia, 20/8/1982.

(300) “Attività di volo del 15° Stormo”, in Rivista Aeronautica, n. 2, febbraio 1983.

(301) “Organizzazione e reparti dell'Aeronautica”, in JP4 Dossier, cit., pag. 24.

(302) “Al servizio della collettività”, in JP4 Dossier, cit., pag. 70.

(303) Ibidem.

(304) La Sicilia, 30/6/1984.

(305) “Rafforzato lo schieramento AMI nel Mediterraneo”, in Interarma News, n. 7, 1985, pag. 196.

(306) Odinzov V., “Il grande occhio di "Argos"”, in La Repubblica, 18/5/1986.

(307) “Nota aggiuntiva al Bilancio della Difesa 1987”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 156-158, 1986, pag. 13.

(308) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 118.

(309) “Potenziata la presenza dell'Aeronautica al Sud”, cit., pag. 482.

(310) Interarma News, n. 4, 1991, pag. 146.

(311) Civoli M., “L'organizzazione della NAEWF”, in Rivista Aeronautica, n. 3, marzo 1982.

(312) Lazzaretti M., “Awacs in Europa. E3A Component”, in Rivista Aeronautica, n. 1, gennaio 1986.

(313) Ibidem.

(314) Macchia S., “La V ATAF”, cit..

(315) Reeder D., “AEGIS Aiborne Early Warning Ground Environment Integration Segment”, in Rivista Aeronautica, n. 1 gennaio, 1986.

(316) Cottone B., “L'aeronautica militare nell'era spaziale”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 149-150, 1-30 giugno 1986, pag. 18.

(317) Il Manifesto, 16/2/1991.

(318) Il Manifesto, 15/2/1991.

(319) Mazzeo A., La Sicilia va alla guerra, cit., pag. 43.

(320) Ibidem, pag. 45.

(321) “Malpensa scalo dei "tanker"”, in Aeronautica e Difesa, n. 54, aprile 1991, pag. 13.

(322) “Una base strategica italiana”, in L'Ora, 6/9/1982.

(323) “Consegnata la bandiera di combattimento al 37° Stormo dell'AM”, cit..

(324) Carretta C., Rollino P., “37° Stormo”, in Panorama Difesa, n. 61, dicembre 1989, pag. 37.

(325) “AMI: Credibile lo schieramento al Sud”, cit..

(326) “Il piano radar dell'AM”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 6, giugno 1985.

(327) Ferrari M., “Il 6° Reparto dello S.M.A.”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 6, giugno 1988, pag. 89.

(328) Barraco D., "Gli aviogetti della Nato ci rompono i timpani", in Giornale di Sicilia, 10/10/1988.

(329) Ibidem.

(330) Mazzeo A., Non solo Ustica. Il rischio militare in Sicilia, cit., pag. 12.

(331) Giornale di Sicilia, 7/7/1981.

(332) Giornale di Sicilia, 16/12/1983.

(333) “Una moderna rete radar a difesa del sud Italia”, in La Sicilia, 6/7/1983.

(334) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo (a cura), Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, cit., pag. 11.

(335) “I principali apparati di guerra nelle province siciliane”, in Comunic/azione diretta, bollettino del Ce.d.i.a., Catania, novembre 1986, pag. 3.

(336) Interarma News, n. 4, 1991, pagg. 143-144.

(337) Interarma News, n. 2, 1991, pag. 71.

(338) Il Manifesto, 16/2/1991.

(339) “Malpensa, scalo dei "tanker"”, cit., pag. 13.

(340) Gamba S., Vagnoni S., Ordinamento del Ministero della Difesa e delle Forze Armate, cit., pag. 175.

(341) Gazzetta del Sud, 30/6/1991.

(342) Giornale di Sicilia, 13/12/1986.

(343) Giornale di Sicilia, 28/11/1981.

(344) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 38.

(345) Giornale di Sicilia, 12/12/1986.

(346) Giornale di Sicilia, 3/2/1988.

(347) L'Ora, 28/10/1985.

(348) “L'Esercito si rinnova niente più comandi di zona”, in Gazzetta del Sud, 2/4/1991.

(349) “La bandiera di guerra consegnata al battaglione trasporti”, in Giornale di Sicilia, 23/5/1988.

(350) Lusa A., “La Forza di Pronto Intervento e le pubbliche calamità”, in Rivista Militare, novembre-dicembre 1985.

(351) “"Argo" assicurerà le comunicazioni in qualsiasi emergenza”, in Gazzetta del Sud, 31/5/1991.

(352) Basilici G., “L'Arma dei carabinieri si organizza meglio”, in Gazzetta del Sud, 22/8/1991.

(353) “Si scioglie il battaglione "Catanzaro"”, in Gazzetta del Sud, 9/4/1991.

(354) Cinque secoli in cantiere, in Giornale di Sicilia, 27/3/1987.

(355) Mazzeo A., La nuclearizzazione dei mari, Relazione al Convegno "Per un Mediterraneo denuclearizzato", Messina, 26-27/11/1988.

(356) “Caserme vendesi in cambio di alloggi”, in L'Ora, 16/5/1987.

(357) “Palermo sigla l'accordo con la Regione Militare”, in Gazzetta del Sud, 20/3/1987.

(358) “Caserme vendesi in cambio di alloggi”, cit..

(359) Regione Siciliana, Protocollo d'intesa - Proposte per una collaborazione fra militari e civili del 14/5/1987, Gruppo XIV, prot. n. 1365, Palermo, 1987.

(360) Ibidem.

(361) Giornale di Sicilia, 25/2/1989.

(362) “Mappa delle installazioni militari indicata dalla mozione di 42 deputati regionali presentata all'A.R.S., nel dicembre 1983”, in L'Ora, 22/12/1983.

(363) IRDISP, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, cit., Pianta militare allegata.

(364) Gentiloni P., Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 61.

(365) “Risposta del Ministro Spadolini”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 1/2, gennaio 1987.

(366) Cortese G., “Stranamore-Lagorio in Sicilia”, cit., pag. 41.

(367) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 236.

(368) “Mappa delle installazioni militari indicata dalla mozione di 42 deputati regionali”, cit..

(369) Carretta C., Rollino P., “37° Stormo”, cit., pag. 35.

(370) Giornale di Sicilia, 18/5/1982.

(371) “Polemiche su Loran”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 11/12, giugno 1986.

(372) “Le stazioni Loran omogeneizzate allo status delle basi Nato”, in Interarma News, n. 12, 1986, pag. 337.

(373) “Informazioni rese da Spadolini alla Commissione Difesa del Senato il 12 giugno 1986”, in IPD Informazioni Parlamentari Difesa, n. 11/12, giugno 1986.

(374) Ibidem.

(375) Baglivo A., “Lampedusa: avamposto in condominio”, in Corriere della Sera, 2/6/1986.

(376) Accame F., “Soluzione all'italiana per Loran”, in L'Ora, 3/6/1986.

(377) Gazzetta del Sud, 28/10/1989.

(378) “Che isola deliziosa facciamone una base Nato”, in L'Ora, 6/7/1982.

(379) Simone G., “Lampedusa, gli occhi puntati su Gheddafi”, in Corriere della Sera, 6/1/1986.

(380) Lo Dato E., “Lettera del Direttore Ufficio Stampa e Affari Culturali - Ministero della Difesa”, in Giornale di Sicilia, 18/1/1986.

(381) “Che isola deliziosa facciamone una base Nato”, cit..

(382) Simone G., “Lampedusa, gli occhi puntati su Gheddafi”, cit..

(383) Caprara M., “Passa all'Italia il comando della base americana di Lampedusa”, in Corriere della Sera, 1/6/1986.

(384) Gazzetta del Sud, 20/1/1986.

(385) “Ampliato l'aeroporto di Lampedusa”, in Rivista Aeronautica, n. 6, giugno 1986.

(386) Giornale di Sicilia, 27/5/1986.

(387) L'Ora, 29/4/1986.

(388) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 39.

(389) “Sixth Fleet - US/Soviet Naval Operations in the Mediterranean in the 1970's”, cit., pag. 8.

(390) La Sicilia, 13/8/1986.

(391) Giustolisi F., “Avamposto Italia”, in L'Espresso, 2/2/1986.

(392) L'Ora, 25/5/1982.

(393) “Con l'aeroporto militare Pantelleria diventa fortezza”, in L'Ora, 3/4/1982.

(394) “Una base strategica italiana”, in L'Ora, 6/9/1982.

(395) Stancanelli B., “Il risveglio del guerriero”, in L'Ora, 25/5/1982.

(396) “Il ministero decide esercitazioni militari a Pantelleria”, in L'Ora, 22/7/1982.

(397) Simone G., “Gli africani hanno attaccato Catania”, in Corriere della Sera, 4/8/1985.

(398) “Infrastrutture militari a Pantelleria”, in Parlamento e Forze Armate, n. 4, aprile 1983, pag. 9

(399) L'Ora, 12/6/1984.

(400) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo (a cura), Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, cit., pag. 10.

(401) “Nuovi impianti militari a Lampedusa e Pantelleria?”, in Giornale di Sicilia, 16/4/1983.

(402) Di Maria F., “L'isola di frontiera”, in L'Unità, 30/3/1986.

(403) Franco M., “Pantelleria megabase Nato”, in Il Manifesto, 3/9/1985.

(404) Bruccoleri G., “Pantelleria nuova sede del 141.mo”, in La Sicilia, 25/4/1991.

(405) Gentiloni P, Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit.,  pag. 57.

(406) Cortese G., “Stranamore-Lagorio in Sicilia”, cit., pag. 42.

(407) Gambino M., “Né acqua né turisti solo cannoni”, in I Siciliani, n. 3, marzo 1983.

(408) Melandri E., Semenzato S., Bella Italia armate sponde, cit., pag. 24.

(409) Gurrieri P., “Il processo di militarizzazione della Sicilia”, cit., pag. 121.

(410) Montali M., "Il Mediterraneo, mare in fiamme", in L'Unità, 7/12/1985.

(411) Air Press, fasc. 12, 17 marzo 1987, pag. 389.

(412) Di Maria F., “L'isola di frontiera”, cit..

(413) Aeronautica e Difesa, n. 2, febbraio 1990, pag. 74.

(414) L'Ora, 1/4/1986.

(415) L'Ora, 25/5/1982.

(416) Rivista Aeronautica, n. 6, giugno 1986.

(417) Bonasi U., “Si teme l'attacco di Mig suicidi”, in Gazzetta del Sud, 5/1/1989.

(418) L'Ora, 1/4/1986.

(419) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo (a cura), Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, cit.,  pag. 10.

(420) “La difesa aerea al Sud”, in Interarma News, n. 21/88, pag. 899.

(421) Jannetti F., “La difesa del fianco Sud”, in Aeronautica e Difesa, gennaio 1989, pag. 22.

(422) Di Maria F., “L'isola di frontiera”, cit..

(423) Jannetti F., “La difesa del fianco Sud”, cit., pag. 22.

(424) Gentiloni P, Spampinato A., Spataro A., Missili e Mafia, cit., pag. 61.

(425) “Mappa delle installazioni militari indicata dalla mozione di 42 deputati regionali”, cit..

(426) IRPISD, Quello che i Russi già sanno e gli italiani non devono sapere, cit., pag. 29.

(427) La Sicilia, 12/12/1986.

(428) “Ora Pantelleria superfortezza Nato”, in L'Ora, 21/5/1982.

(429) La Sicilia, 15/5/1991.

(430) La Sicilia, 8/3/1988.

(431) Gazzetta del Sud, 24/5/1990.
 

Capitolo 5 - Poligoni militari ed aree addestrative in Sicilia

(1) Coggi I., “Poligoni per l'Esercito: una situazione sempre più tragica”, in Difesa Oggi, n. 55, novembre 1982.

(2) Ministero della Difesa, Rapporto sulle servitù militari in Sicilia, Conferenza  nazionale sulle servitù militari, Roma, 1981, pag. 47.

(3) Ibidem, pagg. 48-49.

(4) Ministero della Difesa, Atti della Conferenza nazionale sulle servitù militari, Roma, 1981, pag. 15.

(5) Coggi I., “Poligoni per l'Esercito”, cit..

(6) Ministero della Difesa, Atti della Conferenza nazionale sulle servitù militari, cit., pag. 16.

(7) Giornale di Sicilia, 1/11/1985.

(8) Intervista effettuata al prof. Gaetano Silvestri, membro della Commissione Mista paritetica per le servitù militari in Sicilia, Messina, 25/5/1987.

(9) “Ancora poligoni tra i boschi”, in Papir, n. 10/11, maggio-agosto 1985.

(10) Gazzetta del Sud, 29/1/1991.

(11) La Repubblica, 17/1/1987.

(12) Comitato Misto Paritetico per le servitù militari della Sicilia, Verbale di riunione n. 20, Palermo, 16/2/1984.

(13) Comitati Siciliani per la pace e il disarmo (a cura), Dossier contro la militarizzazione in Sicilia, cit., pag. 12.

(14) Quadrante, n. 1/2, 15 gennaio – 1° febbraio 1983.

(15) Simone G., “Attacco a Sigonella”, in Corriere della Sera, 10/7/1986.

(16) “Un campo militare in Sicilia?”, in Interarma News, n. 7, 1983, pag. 224.

(17) Gazzetta del Sud, 27/4/1989.

(18) Ministero della Difesa, Atti della Conferenza nazionale sulle servitù militari, cit., pag. 119.

(19) “Sul monte Zimmara le grandi manovre della Brigata Aosta”, in Giornale di Sicilia, 29/9/1985.

(20) Comitato Misto Paritetico per le servitù militari della Sicilia, Verbale di riunione n. 20”, cit..

(21) L'Ora, 17/5/1983.

(22) La Sicilia, 8/4/1980.

(23) Giornale di Sicilia, 16/1/1988.

(24) Gazzetta del Sud, 6/6/1990.

(25) Gambino M., “Dove sono le altre fabbriche di guerra in Sicilia”, in I Siciliani, n. 10-11, novembre-dicembre 1983.

(26) Dalla Rosa E., “Dragon Hammer 1987”, in RID Rivista Italiana Difesa, n. 7, luglio 1987, pag. 68.

(27) Giornale di Sicilia, 1/4/1982.

(28) “Poligono, si attende la decisione definitiva”, in Giornale di Sicilia, 5/11/1985.

(29) Ibidem.

(30) Intervista effettuata al prof. Gaetano Silvestri, cit..

(31) Marotta F., "Non c'è una base segreta per i missili di Comiso", in Giornale di Sicilia, 4/1/1983.

(32) Giornale di Sicilia, 6/12/1983.

(33) “Olcese: "Parco e poligono compatibili sui Nebrodi"”, in La Sicilia, 25/11/1984.

(34) Associazione palermitana per la Pace, “Dossier Nebrodi”, in Comunic/azione diretta, n. 3, maggio/giugno 1985, pag. 6.

(35) Rescifina P., “Poligono di tiro: nuovo progetto, altre polemiche”, in Giornale di Sicilia, 19/12/1985.

(36) “Spadolini: installiamo il poligono. Dopo decideremo come usarlo”, in Giornale di Sicilia, 14/2/1987.

(37) “Sul poligono di tiro il Senato chiede un "ripensamento"”, in Giornale di Sicilia, 21/2/1987.

(38) Giornale di Sicilia, 15/3/1987.

(39) Giornale di Sicilia, 25/2/1989.

(40) La Sicilia, 6/12/1984.

(41) Cicciomessere R., L'Italia Armata, cit., pag. 523.

(42) Associazione palermitana per la pace, “Dossier Nebrodi”, cit. pag. 6.

(43) Mazzeo A., Melotti M. (a cura), Nebrodi: Un polmone verde per l'operatività dei Cruise, Bologna, 1984, pagg. 2-3.

(44) Aeronautica e Difesa, n. 4, aprile 1990, pagg. 66-67.