Il gran bazar dello spionaggio elettronico ha cinque principali appuntamenti annuali: le convention Iss-Intelligence Support Systems, raduni riservatissimi che si tengono nelle capitali continentali, da Washington al Dubai. "Sono le cattedrali della sorveglianza, chiunque dovrebbe provare almeno una volta nella vita a infilarsi nelle conferenze Iss", racconta a "l'Espresso" Christopher Soghoian, l'esperto di protezione informatica diventato celebre per avere trovato una falla nei programmi che stampano i biglietti aerei. Soghoian ha dimostrato di poter creare addirittura la carta di imbarco di Osama Bin Laden ma l'Fbi lo ha perquisito accusandolo di essere una minaccia alla sicurezza nazionale. Lui nel 2009 ha assistito a uno dei summit Iss: è stato sconvolto da quello che ha visto e ha deciso di divulgarne una parte. Un dato? Tra il settembre 2008 e l'ottobre 2009, una sola compagnia americana di telecomunicazioni, la Sprint Nextel, aveva fornito alla polizia informazioni sulla localizzazione dei suoi clienti tramite Gps ben 8 milioni di volte. La pubblicazione dei materiali Iss è costata cara a Soghoian, che è finito sotto inchiesta e ha poi perso il contratto di lavoro per un ente federale statunitense. Adesso WikiLeaks ha messo le mani anche sui documenti dei meeting Iss degli ultimi quattro anni.
I PREDONI DI GHEDDAFI
Nella rete di Assange è finito anche un dossier
dell'azienda francese Amesys, nella bufera per gli affari con il regime
di Gheddafi. Nel 2009 Amesys ha venduto alla Libia il sistema di intercettazioni
"Eagle": uno strumento destinato sia alle forze di polizia che all'intelligence.
Eagle permette di ascoltare tutto: dalle e-mail alle chat, dalle chiamate
via VoiP fino ai dati della navigazione. Può essere usato per monitorare
delinquenti e terroristi, ma anche per colpire gli oppositori di un regime,
come quello del Colonnello. WikiLeaks ha ottenuto un manuale di Eagle con
alcune sezioni "sbianchettate" elettronicamente. I reporter del giornale
on line "Owni.fr", partner del team internazionale di giornalisti che collabora
con Assange, lo hanno decriptato. E hanno scoperto sotto i paragrafi censurati
una lista di 40 indirizzi e-mail che, presumibilmente, erano intercettati
con la centrale fornita a Tripoli da Amesys. "L'Espresso" li ha contattati
tutti, ma solo quattro hanno risposto: si tratta di dissidenti storici
del regime di Gheddafi, come Ashur Shamis. "E' un oppositore di alto profilo
del regime, rifugiatosi a Londra", ci spiega Heba Fatma Morayef, per anni
responsabile per la Libia dell'associazione Human Rights Watch. Lo stesso
Ashur Shamis ci descrive il suo calvario: "Sono stato buttato fuori dall'Università
di Bengasi, dove insegnavo giornalismo, nel 1976. Sono stato incarcerato
e torturato fino a entrare in coma. Nel 2003 ho creato con alcuni amici
il Forum per lo sviluppo umano e politico della Libia. Il nostro sito è
stato aggredito dagli hacker tante volte e le nostre e-mail compromesse
dall'intelligence libica, che mi ha inserito nella lista dei ricercati
dell'Interpol. Hanno rubato la nostra corrispondenza privata e l'hanno
usata per attaccarci".
Altro personaggio di altissimo profilo la cui e-mail si trova nella lista di Amesys è il professore Younis Fannush, che ha raccontato a "l'Espresso": "Sono stato messo sotto sorveglianza perché ero un attivista dell'opposizione al regime. Io e la mia famiglia abbiamo subito molte forme di persecuzione: un mio fratello è stato impiccato in pubblico". Fannush, che ha anche insegnato all'università Ca' Foscari di Venezia, è parente del generale Abdel Fattah Younis, l'ex ministro degli Interni di Gheddafi passato alla guida della rivolta e assassinato in circostanze misteriose.
RETATE DI VOCI
Ma Amesys non è di certo l'unica azienda a
fare affari con le dittature e ora che molti regimi stanno saltando, in
Nord Africa come in Medio Oriente, vengono fuori tutti gli episodi oscuri
della Big Brother Holding. A Damasco Bashar Assad può schierare
una legione straniera telematica. Per mettere in piedi la centrale di sorveglianza
siriana, i varesini di Area hanno usato gadget di altre società.
Come la tedesca Utimaco, 163 dipendenti e 37 milioni di fatturato nel 2010,
a sua volta controllata dal gigante della sorveglianza Sophos: quartier
generale a Oxford, 340 milioni di fatturato, 1.800 dipendenti e clienti
eccellenti come il Vaticano. Utimaco vanta tecnologie per l'immagazzinamento
delle informazioni intercettate (telefonate fatte e ricevute, e-mail, siti
Web visitati e posizione geografica dell'utente) capaci di assorbire fino
a 100 mila dati al secondo: tutto viene conservato in un unico archivio
e in questo modo è possibile fare ricerche in database di miliardi
di dati in pochi secondi, stando alle brochure dell'impresa. A cosa serva
una simile riserva è chiaro. "Lo scopo primario è l'analisi
del traffico e la sorveglianza di massa. Analizzando i dati, i governi
possono localizzare un individuo, le persone a lui associate e i membri
di un gruppo, come gli oppositori politici", scrive nelle sue brochure
un'altra azienda tedesca, Elaman, quartier generale a Monaco e sedi a Dubai
e a Beirut. Leggendo questi documenti appare chiaro che ormai limiti fisici
alla vigilanza non esistono più: per quanto il traffico in Rete
e sui cellulari sia esploso e nel 2010 siamo arrivati a inviare 294 milioni
di e-mail al giorno e 6.100 miliardi di sms l'anno, le ditte del settore
assicurano che le intercettazioni di massa delle comunicazioni digitali
"sono tecnicamente disponibili", come scrive la francese "Scan & Target".
E offre sensori capaci di catturare "20-30 milioni di sms al giorno in
tante lingue: inglese, arabo e dialetti".
IL TRIANGOLO
La presenza di filiali delle premiate ditte europee
in capitali arabe o asiatiche alimenta il sospetto che molti piazzisti
di gabbie elettroniche usino i metodi dei vecchi mercanti d'armi: le triangolazioni
dalla casa madre alla branca extracomunitaria per scavalcare i vincoli
delle leggi occidentali. Quello che accadeva una volta per esportare elicotteri,
cannoni e mine anche negli Stati canaglia, adesso viene fatto per vendere
centrali d'ascolto e incursori cibernetici. Allora come oggi, però,
l'export avviene solo quando i governi d'origine chiudono un occhio. Gli
"Spy Files" di WikiLeaks evidenziano il proliferare di intrecci e accordi
tra società di continenti diversi, in modo da presentarsi sui mercati
più ricchi. E gli appuntamenti più affollati delle fiere
spionistiche sono quelli mediorientali e asiatici, dove tra ombre fondamentaliste,
istanze democratiche e conflitti latenti c'è più richiesta
per questi gadget micidiali come ordigni. Eric King, dell'organizzazione
umanitaria londinese Privacy International sottolinea a "l'Espresso": "Le
leggi europee impediscono l'esportazione di strumenti per torturare, ma
non fanno nulla per vietare la vendita di tecnologia che in Paesi come
Siria, Iran, Bahrain aiuta i torturatori. E' inaccettabile che le aziende
continuino a fornire legalmente sistemi che individuano la posizione degli
oppositori e sorveglino i loro siti. Governi e parlamenti devono svegliarsi
o saranno complici degli abusi".
DOPPI SERVIZI
I documenti tolgono ogni dubbio sul fatto che la stragrande
maggioranza delle ditte lavori sia per la magistratura sia per i servizi
segreti. Addirittura l'azienda della Repubblica Ceca, Phonexia, spin off
dell'università di Brno, si vanta di fare ricerca accademica, ma
"che ha come guida i bisogni reali dell'intelligence". Insieme "ci mettiamo
al servizio della comunità dell'intelligence per fare del mondo
un posto più sicuro".
Il confine tra le intercettazioni legali, regolarmente autorizzate dai magistrati in base a precise leggi nazionali, e quelle dei servizi segreti, usate per lo spionaggio e quindi sottratte al controllo di un giudice, sembra sottile, come spiegano i tedeschi di Elaman nei manuali ottenuti da WikiLeaks: "La possibilità di monitorare in modo passivo un enorme numero di linee telefoniche è diventata sempre più importante. In questo caso tutte le comunicazioni vengono intercettate passivamente, senza un intervento della rete delle comunicazioni. Questo è un metodo ideale per raccogliere informazioni per le agenzie di intelligence, ma anche per identificare gli obiettivi per le intercettazioni legali. Il numero delle registrazioni in questo caso è molto più grande di quello che si ha in caso di intercettazioni legittime".
In pratica questi sistemi pescano nel mucchio e quando individuano un soggetto criminale, si passa alle intercettazioni legali: nel database, però, ci finiscono tutti. Non solo: il concetto di criminale è relativo al governo che ha in mano queste tecnologie. In un regime, gli oppositori sono ricercati come criminali e terroristi. Lo confermano i cablo della diplomazia Usa rivelati da WikiLeaks: sono citati decine di casi di scandali gravissimi che hanno al centro le intercettazioni illegali, ordinate dalla polizia o dai servizi di intelligence contro giornalisti, giudici e politici. Dal Brasile alla Bulgaria, dalla Turchia a Panama, dal Perù al Libano.
L'ultimo è esploso poche settimane fa nella
democratica Germania, dove il più celebre gruppo hacker d'Europa,
il Chaos Computer Club, ha scoperto e analizzato un Trojan capace di installarsi
nei computer e di rubare informazioni. E' un prodotto dalla tedesca DigiTask,
censita negli "Spy Files", e commercializzato come uno strumento destinato
all'autorità giudiziaria. Stando però agli esperti del Chaos
Computer Club, quel Trojan non è solo in grado di intercettare tutti
i dati del proprietario del computer, ma è capace di inserire file
esterni: può essere quindi usato per mettere prove false nel pc
di un "sospetto" o di un nemico politico scomodo. "E' proprio questa caratteristica
che lo squalifica come uno strumento di prova legale, perché si
tratta di un apparato progettato anche per contaminare la memoria", spiega
a "l'Espresso" Andy Mueller Maguhn, membro storico e portavoce del Chaos
Computer Club. Ma in questo settore la tecnologia è molto più
veloce delle leggi e sembra muoversi in una zona d'ombra planetaria, quella
che le spie di tutto il mondo preferiscono.
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Ogni giorno vengono intercettati milioni di miliardi di dati. Telefonate, mail, sms finiscono nella rete creata da centinaia di aziende private, anche in Italia. Ecco i nuovi sconvolgenti Spy Files del gruppo di Julian Assange 1 dicembre 2011 Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi Ragnatele elettroniche capaci di imprigionare milioni di miliardi di dati ogni giorno. Tutto può essere sorvegliato, non c'è scampo: dai telefoni ai computer, le tecnologie a cui affidiamo la nostra quotidianità possono trasformarsi in traditori che riferiscono ogni cosa. Colpa soprattutto della Rete, dove viaggiano le informazioni sulla nostra vita ma che ormai è affollata di spioni d'ogni genere. Una sorta di Grande Fratello orwelliano che non ha più limiti operativi: si può entrare dovunque. Il nostro pc può diventare una telecamera che ci riprende nei momenti più intimi, la nostra posta può essere letta e c'è persino il modo di modificare i nostri sms prima che arrivino al destinatario. Le intercettazioni di telefoni e mail, ma anche pedinamenti satellitari e depistaggi via Web ormai sono un affare da cinque miliardi di dollari l'anno. Gli Stati sono i committenti principali, ma le operazioni sono condotte direttamente da aziende private che mettono i loro servizi a disposizione di democrazie e dittature. In molte occasioni, poi, giocano sporco. Perché in questo bazar mondiale dello spionaggio si può trovare di tutto. SENZA DIFESE.
E negli "Spy files" di WikiLeaks l'Italia si mostra all'avanguardia dal punto di vista tecnologico, presentando prodotti insidiosi che poi spesso vengono scatenati fuori da ogni regola. Noi siamo il Far West dello spionaggio privatissimo: lo dimostrano vicende come il sistema Trojan a disposizione di Luigi Bisignani, capace di infilarsi nei computer di personaggi da tenere sotto controllo. L'Italia è l'unico Paese occidentale dove il principale operatore telefonico aveva una squadra di hacker che penetrava nella mail di giornalisti ostili, come ha fatto il Tiger Team di Telecom nei confronti del vicedirettore del "Corriere della Sera" Massimo Mucchetti. E siamo un Paese dove si è scoperto un mercato nero di tabulati telefonici venduti da personale delle forze dell'ordine a prezzi persino modici. TRADITI DALLA RETE.
LA CYBER BOMBA TRICOLORE.
"Trojan come questo sono la risposta delle aziende della sorveglianza alle comunicazioni cifrate e al boom dei colloqui via Skype, che davano problemi a essere intercettate, perché sono criptate", spiega a "l'Espresso" Andy Mueller Maghun, il volto pubblico del Chaos Computer Club ossia il più celebre collettivo hacker d'Europa. "Sono venuto a conoscenza dell'Hacking Team nel 2009, dopo che mi sono intrufolato alla megaconferenza dell'intelligence elettronica Iss", racconta lo specialista statunitense Christopher Soghoian, "loro sono gli unici a non mostrare pudore e cercare di catturare l'attenzione". In una recente convention, il fondatore della società David Vincenzetti ha spiegato di avere venduto il suo 007 telematico a 30 clienti in 20 Paesi, "tutti organismi statali in nazioni non sottoposte ad embargo". Ingaggiare questo agente specialissimo costa 200 mila euro l'anno e i suoi creatori - finanziati da fondi bancari italiani con agevolazioni del ministero delle Attività produttive - sostengono di avere adottato ogni misura per impedire illeciti da parte dei dipendenti. Ma la commercializzazione di sistemi invisibili e invadenti come Rcs sta aprendo un dibattito nei Paesi anglosassoni sui limiti e le regole per l'impiego di queste bombe atomiche dello spionaggio. Esperti come Soghoian ritengono che i venditori di software per la sorveglianza non siano eticamente diversi dai mercanti di Kalashnikov: anzi, nel caso dei mitragliatori c'è un oggetto che può essere seguito fisicamente e a volte fermato alla frontiera, mentre i programmi informatici "d'assalto" possono essere ceduti ovunque. FACCENDIERI WEB.
L'origine resta misteriosa. L'inchiesta del pm Woodcock ha evidenziato come Bisignani fosse sponsor e referente della Italgo, società di sicurezza telematica creata da Anselmo Galbusera e controllata dal finanziere Francesco Micheli. Italgo spesso si è unita in consorzio con sigle di Finmeccanica come Selex Sema e Elsag: insieme hanno curato lo schermo cibernetico di Palazzo Chigi. Ma sono proprio le indagini su Finmeccanica ad aprire gravi dubbi sulla trasparenza e l'eticità del settore. La vicenda giudiziaria che sta travolgendo il vertice dell'ultimo colosso tecnologico italiano nasce proprio dall'ingresso di Gennaro Mokbel, pregiudicato romano in rapporti con criminali e neofascisti oggi accusato di ogni genere di traffici, nel capitale della Digint: un'altra ditta che opera nel campo della infosecurity, chiamata persino a blindare la scuderia Ferrari dopo i sospetti di spionaggio da parte dei rivali in Formula1. HACKER AZIENDALI.
AL SERVIZIO DEL TIRANNO.
Altra ditta italiana presente nei files e che è arrivata lontano è la Expert Systems. Quartier generale a Modena, uffici a Londra, Washington, Chicago e partner eccellenti come Eni, Ansa, il gruppo Rizzoli e il Sole 24 Ore; la Expert ha messo a punto Cogito, un programma di "intelligence semantica" che setaccia giacimenti di informazioni enormi per analizzare il significato e le relazioni tra le parole. Perché ormai il flusso di dati è uno tsunami: "Ogni giorno si producono 15 milioni di miliardi di nuove informazioni", scrive l'azienda nella brochure, "si fanno 15 milioni di ricerche al mese, un terzo delle quali non raggiunge i risultati sperati". Una memoria informatica collettiva e globale, spesso raccolta legittimamente per conto dei magistrati ma che resta poi in mani private. Il problema in Italia e nel mondo è stabilire regole e autorità che tutelino questi giacimenti di registrazioni e stronchino le mire dei furbetti. Da noi ci sono già state fughe clamorose: l'intercettazione di Piero Fassino sulle scalate bancarie consegnata a Silvio Berlusconi dai manager dell'azienda che l'aveva realizzata su incarico dei pm. E gli "Spy Files" di WikiLeaks mostrano come ormai il mercato sia così grande da rendere impossibili i controlli delle autorità statali. Persino l'ex premier pochi giorni fa si è lamentato di essere stato intercettato da "sette fonti diverse", ma anche lui dichiara di averlo fatto accertare "da un privato": i nuovi padroni della privacy elettronica.
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Dopo le rivelazioni di WikiLeaks i creatori milanesi del Trojan che trasforma pc e telefonini in spie si difendono: «Prima di vendere i nostri sistemi facciamo verifiche sui compratori. E non gestiamo noi i dati intercettati» Francesca Sironi Abbronzato ed elegante, David Vincenzetti, fondatore e amministratore di Hackingteam, non sembra affatto sconvolto dalle rivelazioni pubblicate ieri sulla sua società. Wikileaks ha diffuso dei file che riguardano il Remote Controle System, un software prodotto da Hackingteam che permette di entrare nei computer o negli smartphone e controllare ogni azione che vi viene eseguita. Un Troy, cavallo di troia, che una volta installato, senza che l'utente abbia dato alcuna autorizzazione, non si farà sfuggire niente di ciò che diciamo o facciamo. "La nostra attività è tutta alla luce del sole" sostiene il fondatore. La Hackingteam è stata fondata nel 2003 da Vincenzetti e Valeriano Bedeschi. Nel 2007 ha ricevuto fondi milionari da due venture capital italiani, il Fondo Next di Finlombarda e Innogest. Il Remote Control System è il core business della società, che ha però molti clienti privati per il resto delle sue attività, in particolare come agenzia di Ethical Hacking, ovvero i test di penetrabilità e sicurezza a difesa delle aziende. Alla Hackingteam lo chiamano doppio binario, sicurezza offensiva e difensiva: "Penso che sia un ottimo modo per trasmettere competenze da un ambito all'altro - dice VIncenzetti - migliora il lavoro dei nostri ingegneri". Uffici in via Moscova 13, nel pieno centro di Milano, alla Hackingteam lavorano 35 ingegneri. La maggior parte dei clienti, ormai, non sono italiani: "Vendiamo il Remote Control System a istituzioni di più di 40 Paesi in cinque continenti. Tutta Europa, ma anche Middle East, Asia, Stati Uniti d'America". Non solo stati, ma anche organizzazioni internazionali. La Hackingteam si rivolge forze di polizia, militari, servizi segreti. Il software viene venduto a pacchetti di "target", ovvero di computer e device da controllare: "Il nostro pricing model è molto flessibile. Posso vendere 5000 target come 500, su tutti i sistemi operativi o solo per alcuni. I prezzi? Variano molto, diciamo da 200.000 euro a un milione, a seconda dei numeri". Una volta comprato il pacchetto e terminata la formazione all'uso, che dura circa due settimane, il software diventa di proprietà dell'ente che lo ha comprato. La Hackingteam non ne sa più niente: "Altrimenti non ce lo comprerebbero. Noi non manteniamo traccia dei dati raccolti grazie all'RCS". Dopo che è stato consegnato, insomma, l'acquirente ne può far l'uso che vuole. Senza limiti di tempo. "Il problema del tempo è legato alla stabilità del software. La nostra è una corsa continua contro i sistemi di antivirus. Aggiorniamo il codice del nostro software in tempo, per non essere mai individuabili da firewall e sistemi di sicurezza. Se uno non compra gli aggiornamenti, RCS diventa presto obsoleto". Prima di vendere RCS però, vuole assicurare Vincenzetti, la Hackingteam fa controlli minuziosi sull'affidabilità dell'acquirente. Di valutare il possibile utilizzatore del troy si occupa il legal team della società, che deve rispondere, oltre che ai due venture capital presenti nel CdA, anche agli auditors di Price Waterhouse and Cooper. "Certo, se una volta che abbiamo venduto il software il governo diventa un regime, noi non possiamo farci niente. Ma prima di finire le trattative controlliamo la stabilità politica e la rispettabilità del Paese. Lavoriamo anche su indicazione di associazioni come Human Rights Watch, e non trattiamo mai con Paesi sottoposti ad embargo". Remote Control System è stato uno dei primi troy ideati per il controllo remoto delle conversazioni colpendo direttamente il device: "Quando si parla su Skype, o sugli altri software di comunicazione via internet, intercettare la comunicazione in circolo è praticamente impossibile, perché è criptata. Con RCS entriamo direttamente sul device. Da lì registriamo tutto ciò che avviene: chiamate in uscita e in entrata, geolocalizzazione, fotografie, testi". Tutto. Diventiamo, insomma, trasparenti. E RCS non solo registra passivamente. Può anche intrufolarsi, scrutare, fare azioni sul nostro pc o telefonino. Senza che rimanga traccia di niente. Non serve cambiare Paese o continente, saremo controllati ovunque. Come gestiscano le autorità questo problema, a Vincenzetti non sembra interessare. Business is business: "Gli Stati Uniti vendono armi in tutti i Paesi del mondo. L'uso che ne fanno le persone poi, non dipende certo da loro". Vincenzetti ha partorito l'idea del Remote Control System mentre guidava la sua terza azienda, la Intesis. Terza, già, perché sul curriculum dell'hacker, ormai manager, quarantenne, ci sono ben quattro aziende, aperte e vendute nel giro di poco tempo. "Ho iniziato a lavorare sulla sicurezza informatica a ventidue anni, è sempre stata il mio pallino". La Intesis, che era arrivata a contare 160 dipendenti e cinque sedi in tutta Italia, è stata venduta a Finmatica quando fatturava venti milioni di euro all'anno. "Ho sempre lavorato su quella che definisco 'sicurezza difensiva', per i governi e le aziende. Ma mi chiedevo: 'Il dipartimento di stato americano non fa anche controlli offensivi, oltre che difensivi, sui suoi potenziali nemici? Perché non farlo anche su internet?'". L'ha fatto, e il suo prodotto, non c'è dubbio, si è rivelato una gallina dalle uova d'oro. Legale o illegale, dipende dall'uso. Ma di certo, in mano a molti, vi è un'arma molto potente. |
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Comincia la pubblicazione in esclusiva delle centinaia di documenti riservati ottenuti da Wikileaks, con le prestazioni offerte dalle società di sorveglianza elettronica di tutti i Paesi. Un catalogo colossale di come la vita di chiunque possa essere 'rubata' Gianluca Di Feo LO SPIONE CIBERNETICO
LE REGISTRAZIONI DI MASSA
CHI INTERCETTA LA LUCE
I MANIPOLATORI DI SMS
I CACCIATORI DI PAROLE
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