Autoritratto di un boss
il libro mastro della camorra
Maurizio Prestieri, capo camorrista, è accusato di aver ordinato trenta omicidi.

Adesso collabora con i giudici. Così racconta la sua vita
ROBERTO SAVIANO

"È un tesoro quello che sta sotto terra a Scampia. Un tesoro di pietre preziose: smeraldi, topazi, rubini, lapislazzuli.
E diamanti. Diamanti soprattutto. Mettono tutte le pietre nelle bottiglie di Coca Cola, quelle di plastica sia piccole che grandi. Dico davvero; non pazzeo". Resto immobile dopo questa rivelazione. Poi chiedo al boss: "E dove si nasconde questo tesoro? Dove precisamente?". "Se lo sapessi, lo indicherei ai magistrati. Ma bisogna cercare: lì sta, in qualche buco scavato da qualche parte, in posti disseminati qua e là. Perché io con i miei occhi li vedevo, i Di Lauro, che andavano nella loro zona, in mezzo all'Arco, e poi tornavano con le pietre. Alcune così grandi che non entravano nel buco della bottiglia. Con i diamanti di Paolo Di Lauro si può lastricare l'autostrada Napoli-Roma...". A parlarmi è Maurizio Prestieri, boss camorrista del Rione Monterosa a Secondigliano. Uno dei capi del direttorio, la struttura che governava l'Alleanza di Secondigliano.

L'INCONTRO
"I narcotrafficanti italiani ormai comprano soprattutto pietre preziose per riciclare danaro. Hanno un valore che non si svaluta mai. Anzi sale di continuo, le nascondi facilmente, e per avere liquidità non hai problemi a venderle in qualsiasi parte del mondo. Case, macchine, ville, te le sequestrano. Le banconote puoi nasconderle in intercapedini, ma dopo un po' ammuffiscono si deteriorano. Ma i diamanti... sono come diceva la pubblicità, per sempre".

Braccio destro di Paolo Di Lauro, Maurizio Prestieri, secondo le accuse, ha ordinato circa trenta omicidi. Ma appartiene soprattutto a quella storia della criminalità organizzata che ha fatto delle cosche italiane le prime investitrici nel mercato della cocaina. Hanno pensato che fosse il futuro, trasformando una droga d'elite in droga di massa. Quando viene arrestato nel giugno del 2003, è un boss ricco. È a Marbella con la sua famiglia, nel paese che rappresenta la seconda casa per tutte le organizzazioni criminali europee, quando non la prima: la Spagna. Dopo quattro anni di carcere inaspettatamente decide di collaborare e fino ad oggi le sue dichiarazioni sono state considerate in tutti i processi credibili e veritiere. La sua storia è entrata anche in un libro. Uno dei pm dell'Antimafia partenopea che gestisce la sua collaborazione è Luigi Alberto Cannavale: ha firmato assieme allo scrittore Giacomo Gensini un'appassionata narrazione, "I Milionari" (Mondadori), ispirata alle vicende dei clan secondiglianesi e soprattutto alla storia di Prestieri ribattezzato nel romanzo no-fiction, Cavani. Il libro ne racconta l'ascesa repentina e la caduta lenta e dolorosa, in uno stile duro e asciutto. Una storia che molti lettori vorranno immaginare falsa, inventata, romanzesca. Perché sapere che queste vicende sono vere ti toglie il sonno, se ancora sei uomo che respira e prova indignazione.

Maurizio Prestieri è - era - un capo. Viene da una delle famiglie sconfitte dalla faida di Secondigliano. Ma quando inizia a collaborare i Prestieri sono ancora forti e hanno una struttura economica solida. Dopo le prime confessioni, il clan gli offre un milione di euro per ogni singola denuncia che decidesse di ritrattare. Una montagna di danaro per interrompere la collaborazione. Ma Prestieri non si ferma. Anzi denuncia anche questo tentativo di corruzione. Non se la sente più di essere un boss. "Io resto sempre lo stesso. Quello che ho fatto non si può cancellare. Ma posso agire in maniera diversa, ora". Ci incontriamo varie volte in una caserma. Luogo segreto. Orario indicativo. Puoi arrivare molto prima o molto dopo. Ad ogni incontro, Maurizio Prestieri è sempre elegantissimo e abbronzato. Gessato grigio o nero, polacchine, orologio di marca. Nessun cenno di trasandatezza come accade in genere agli uomini che hanno perso potere e vivono nascosti come topi.

"Vi ricordate di me?" mi chiede. "Io vi ho mandato a fare in culo, una volta... ma ora sono cambiato". Non ho la minima idea a che cosa si riferisce. Ma "O' sicco", il "secco" come lo chiamano a Napoli, si ricorda. "Stavate a un processo, mia madre mi mandava baci, voi però credevate che quella vecchietta li mandasse a Paolo Di Lauro. Allora faceste segno come a dire, "ma chi è questa, che vuole?". E io vi mandai a quel paese...".

Il boss
Maurizio Prestieri è uno di quei boss nati dal nulla. Rione Monterosa, quartiere di Secondigliano, è il punto di partenza e di arrivo della sua vita. "Con il primo guadagno ricavato da un po' di droga, decisi di fare quello che nessuno nel mio quartiere aveva mai fatto: volare. Lo dissi a tutti: prendo l'aereo. Sarei stato il primo della mia famiglia e il primo del mio rione a salirci sopra. Andai a Capodichino e presi il biglietto di un volo nazionale. Non mi importava la destinazione, volevo solo che fosse il posto più lontano da Napoli. E il posto più lontano da Napoli per tutti noi era Torino. Presi l'aereo emozionatissimo. Atterrai, scesi, mi feci un giro nell'aeroporto e poco fuori, e tornai subito indietro. Al mio ritorno c'erano tutti del rione che applaudivano. Sembravo Gagarin, il primo uomo nello spazio. Ero il primo secondiglianese su un aereo. Tutti mi chiedevano: "O' Sicco, ma è vero che l'apparecchio ti porta sopra le nuvole?". La miseria della periferia diventa il motore cieco e vorticoso per far decollare un clan che si struttura intorno alla cocaina. "Noi potevamo essere fermati subito dallo Stato e invece siamo diventati ricchi e potenti in un batter d'occhio. L'economia legale ha bisogno dei nostri soldi illegali. Abbiamo avuto talento, messo nella parte sbagliata della società...". Quei ragazzi per i quali un volo Napoli-Torino aveva il sapore di un'impresa da astronauti, hanno tanta fama d'emergere quanta ignoranza delle cose più elementari. Raffaele Abbinante detto "Papele è Marano", futuro capo degli scissionisti, secondo Prestieri, non sapeva neanche cosa fosse un assegno quando era ragazzino. "Mio fratello pagò una partita di hascisc con un assegno e lui lo fece cadere, come se scottasse, dicendo: "Voglio i soldi veri, che r'è sta carta?". E ora, vent'anni dopo, parla di borsa, investimenti nel petrolio, prezzo dell'oro. È diventato un uomo d'affari".

A scuola di omicidi
"Noi siamo diventati i numeri uno perché nulla ci fermava. Nulla ci faceva paura". La ferocia militare dei clan secondiglianesi cresce assieme alla loro capacità di far lievitare il danaro. Il figlio di Papele 'e Marano, non aveva mai ammazzato un uomo, doveva imparare ad uccidere. Durante una faida, avere molte braccia che sparano non è solo un elemento di forza o vanto, ma anche di sicurezza. E in più un tuo uomo, per quanto fedele, può sempre tradire mentre tuo figlio, il tuo sangue no. Per questo c'è la scuola di omicidi. "In via Cupa Cardone c'era un ragazzo che stava in una 126 bianca a spacciare, era un nostro dipendente. Abbinante disse al figlio di sparargli, che tanto era facile. Vai attingilo, muoviti, attingilo". È un termine che i camorristi hanno mutuato direttamente dai referti necroscopici. "Franchino scaricò il caricatore sul ragazzo sacrificato come bersaglio per il suo battesimo del fuoco. "Hai visto", commentò suo padre, "è na strunzata accirere"".

Cosimo Di Lauro dovette compiere la stessa prova. Il principe ereditario del clan responsabile della guerra scissionista, non sapeva sparare. "Per renderlo capo, dovevano fargli fare almeno un omicidio" spiega Prestieri. "Un giorno gli hanno piazzato la Quaglia appojata". Quaglia appollaiata significa obiettivo facile. Disarmato, fermo, ignaro di essere nel mirino. La camorra quasi sempre ammazza persone in queste condizioni. "Picardi era un pusher che i Di Lauro avevano deciso di offrire come bersaglio a Cosimino. Si avvicina al pusher che si aspetta un saluto, una parola. E invece Cosimo caccia la pistola, e spara, spara, spara. Però lo prende solo di striscio e lui scappa. Insomma na figur' e mmerd...". Di questa figuraccia era vietato parlare a Secondigliano.

La ferocia non finisce qui. Oggi, spiega Prestieri, per gli ex affiliati del clan Di Lauro che vogliono passare alla parte vincente degli scissionisti, vige una regola semplice. "Devi uccidere un tuo parente, ne scegli uno e spari. Solo così ti prendono nel loro clan perché sono sicuri che non stai barando". Maurizio Prestieri quando parla è attento e analitico. Ti guarda negli occhi e non ti sfida. Anzi. Quando gli sei di fronte hai come una sensazione di tristezza. Un uomo così avrebbe potuto fare molto e invece ha scelto di divenire un boss come si diventa uomo d'affari. Uomo d'affari e boss per la camorra sono la stessa cosa.

Manager di coca
Mi offre un problema di aritmetica della polvere bianca, tanto elementare, quanto da capogiro. "Da un chilo di coca pura, col taglio, ricavi circa due chili se vuoi l'ottima qualità, se vuoi bassa qualità anche tre, persino quattro. Un chilo di coca, comprese le spese di trasporto, arriva a Secondigliano al prezzo di 10-12.000 euro. 50-60.000 euro all'ingrosso equivalgono intorno ai 150.000 euro al dettaglio; guadagno netto di circa 100.000 euro. Se calcoli che ci sono piazze che arrivano a vendere sino a due chili al giorno, lavorando 24 ore su 24, mi dici quanto può entrare in un giorno?". Il calcolo è semplice. Se pensi che un gruppo-zona può arrivare a gestire anche quindici piazze, ti entrano solo con la coca tre milioni di euro ogni 24 ore. Gli chiedo dei rifornimenti. "La coca noi la prendevamo nelle Asturie", dice Prestieri "avevamo contatti con i baschi". Gli ricordo che quando ho raccontato in Spagna che l'Eta aveva contatti con la camorra è scoppiato un vespaio. "Lo so, vogliono tutti fare pace con l'Eta, e quindi non possono ammetterlo. Con un'organizzazione politica puoi sederti a trattare, con una invischiata nel narcotraffico, che fai? Comunque noi compravamo dai baschi, erano narco baschi che l'Eta autorizzava e sosteneva. Poi smettemmo di andare là, perché Raffaele Amato, "Lello o' spagnolo", nostro referente in Spagna, iniziò a trattare direttamente con i sudamericani. Lui aveva un ottimo rapporto con quelli di Cali, i colombiani che avevano vinto la guerra contro Pablo Escobar. Funziona così: ogni carico di coca viene pagato per metà, tu resti come ostaggio dai colombiani e se l'altra metà non arriva, ti ammazzano. Ma Lello era trattato benissimo nel periodo di, diciamo, sequestro. Hotel, gioco, donne".

Maurizio Prestieri in dieci anni diventa uno degli uomini più ricchi del territorio e uno dei boss più rispettati. Il suo portafoglio familiare nei momenti di massima espansione arriva a gestire 5 milioni di euro al mese. Il gioco d'azzardo e le auto di lusso diventano la sua ossessione. Adora le Ferrari, "ma mi scocciavo di girare col ferrarino a Napoli. Tutti che ti guardano, tutti addosso. Era una cafoneria. Col Ferrari giravo solo a Montecarlo". Prestieri, a differenza di Paolo Di Lauro, aveva il talento per la vita. "Sapevo campare, la vita per me era ogni giorno da vivere totalmente. Viaggiare incontrare fare soldi fottere chi ti vuole male. Me la sono presa a morsi la vita. E sempre non facendo mancare nulla alla mia famiglia e tenendola lontana dai guai". Inonda di coca l'Italia ma non ha idea neanche di che sapore abbia e che sensazione crei. "Mai usato cocaina. Se volevi essere un capo del nostro gruppo non dovevi drogarti. Anche i casalesi ci tengono. Per controllare se qualcuno tirava coca non facevamo analisi o altro. Li prelevavamo di notte quando tornavano e li portavamo al cospetto di Paolo Di Lauro, gli mettevamo davanti un piatto di pasta: mangia". Quando hai pippato, non hai fame. Quando non mangiavano o si capiva che si sforzavano, erano fuori. Fuori dalla nostra fiducia. Venivano degradati. Un buon killer non può essere pippato, se no fa casino. E deve andare a digiuno, per molte ragioni. La prima è che devi essere tesissimo, nessuna botta di sonno, non deve venirti la cacarella. La seconda è che se ti sparano in pancia e hai mangiato, sei fottuto subito. Se sei digiuno, puoi salvarti".

L'antimafia gli ha sequestrato decine di libri mastri. Quaderni su cui sono tracciate le entrate e le uscite quotidiane delle varie piazze di spaccio, della rete del narcotraffico. Bloc-notes dove gli affiliati segnano ogni giorno l'elenco delle spese. Come farebbe un salumiere, che apre il quaderno e ci mette i nomi dei clienti in debito, segna le uscite e le entrate, così fanno gli uomini di Prestieri. In queste centinaia di fogli ci sono elenchi inquietanti. E ciò che spiazza è l'assoluta normalità. C'è la cifra che serve per pagare le bollette, le auto, le spese per le pulizie dei covi e quelle delle case. E poi spese per "Botte" che sono i colpi di pistola, per "Funerale Federico", i funerali di affiliati uccisi, commenti sulle spese negative "meccanico mariuolo". Spese per le tute, un killer quando ammazza deve buttare il vestito. Molte voci riguardano "colloqui", ossia i soldi che il clan deve pagare alle famiglie degli affiliati per andare a trovare i parenti in carcere. Poi ci sono voci "fiori mogli": anche i fiori da spedire il giorno del compleanno alle mogli da parte dei mariti in carcere è compito del clan. Numerose le cifre dei chili di hascisc e cocaina trattati, le zone da dove provengono i soldi ZP sta per "zona puffi" ZA "zona arco" ZM "zona monterosa", sono le diverse piazze di spaccio. Non mancano strane sigle ME oppure LO: stanno per Merda o Lota, e sono i soldi da sborsare mensilmente ai poliziotti per evitare un controllo o un arresto. E per molti legali c'è scritto "mesata avvocato": sono messi a stipendio del clan.

Le stragi
Maurizio non era destinato da ragazzino a divenire un boss. Forse avrebbe potuto esser posto, per talento imprenditoriale, a far l'investitore della famiglia. I capi del gruppo erano suo fratello Rosario, ma soprattutto il maggiore Raffaele. Carismatico, imperturbabile, godeva di una fiducia maggiore di un consanguineo presso Paolo Di Lauro. Solo che i Prestieri finiscono in una guerra contro un capozona cui il clan aveva tolto potere, approfittando del suo soggiorno obbligato in Toscana: Antonio Ruocco detto Capaceccia. Una delle faide più feroci che si siano viste sul territorio italiano. In una serie di esecuzioni, cadono decine di uomini delle due bande fino a quando il 18 maggio 1992 Ruocco arriva con un comando di otto uomini al bar Fulmine di Secondigliano: con mitra, pistole, fucili a pompa e bombe a mano uccidono cinque persone. Fra loro c'è Raffaele, il fratello maggiore di Maurizio, il capo. C'è anche Rosario, l'altro fratello. Ciruzzo o' milionario non ragiona più e ordina un'esecuzione che le regole di mafia vietano. Uccidere la madre di Ruocco. "I clan di tutta Italia ci fecero sapere che non avevano condiviso la cosa, ma Paolo Di Lauro rispose: questo è il mio modo di fare la guerra".
Così Prestieri diventa un capo. "Tutto riuscivamo a prendere. Ristoranti, bar, alberghi, case in mezzo mondo. Fabbriche, negozi, appalti. Quando Napoli inizia il progetto di estensione nell'area nord per far appaltare le nostre imprese noi bloccavamo le betoniere. Gli mettevamo un 38 in faccia agli autisti, li facevamo scendere e ci prendevamo il camion. Bloccavamo l'autobetoniera, e il cemento si seccava dentro. Così l'impresa perdeva il cemento, perdeva l'autobetoniera che si doveva solo buttare e perdeva pure l'appalto perché ritardava i lavori. A quel punto dovevano appaltare a noi. Coca, appalti, politica, così governi la vita delle persone. Politica? "Politica certo. Prenda bene gli appunti. Sono storie che possono sembrarvi incredibili. Ma è solo la realtà di tutti i giorni... la realtà politica".

Grand Hotel camorra
Coca, donne e casinò: l'irresistibile ascesa e la vita dorata del boss di Secondigliano
Paolo Di Lauro e del suo braccio destro Maurizio Prestieri

L'Italia è un paese per vecchi, la camorra invece investe sui giovani. L'anziano del clan sa di dover dare la propria autorità a qualcun altro: la sua esperienza vivrà non se manterrà il potere ma se saprà scegliere il giovane a cui darlo (e si salverà se lo capirà prima che il giovane lo faccia fuori per prenderselo, quel potere).

Maurizio Prestieri divenne presto il preferito del boss dei secondiglianesi Paolo Di Lauro: lo divenne perché era il fratello di Raffaele, il suo più caro amico ammazzato. E perché era sveglio, determinato, abile. Paolo Di Lauro non aveva mai pianto, o almeno mai davanti a qualcuno. Una volta a Barcellona, luogo di investimento e acquisto di coca di tutti i clan del mondo, stavano passeggiando e guardando un tramonto quando Paolo Di Lauro disse a Prestieri: "A Raffaele sarebbe piaciuto questo tramonto...". E scoppiò in lacrime.

Il boss capace di ordinare l'esecuzione della vecchia madre di un suo nemico, di non vedere per anni i figli per poter meglio gestire i suoi traffici, pianse per 40 minuti di seguito davanti a un tramonto e al pensiero di un amico morto giovane. Oggi Prestieri - che incontro in un luogo protetto dalla mia e sua scorta perché da tre anni è diventato un collaboratore di giustizia - ricorda: "Non avevo mai visto Ciruzzo 'o milionario così".

Il loro rapporto diventa strettissimo. Presto diventa chiara a tutti l'investitura. Una volta Di Lauro va a casa di Prestieri perché Maurizio aveva una forte febbre che non guariva. Il boss, preoccupato, si presenta all'improvviso, bussa alla porta entra e si mette accanto a lui. Mentre parlano, il boss si addormenta proprio lì, nel letto accanto al suo amico Maurizio Prestieri. Quando gli altri uomini del clan lo vengono a sapere, iniziano ad invidiare Maurizio più di ogni altro: aveva avuto il privilegio di dormire con il capo. "E io temevo. A Napoli d'invidia si muore, credo che siamo il popolo più invidioso d'Italia. Per stare bene i napoletani devono sempre pensare che è la fortuna a far ottenere una cosa: non l'impegno o la capacità. Io avevo paura dell'invidia".

Boss e delfino erano legati come padre e figlio. Orfano di padre molto presto, poi la perdita dei fratelli, Maurizio è cresciuto con Paolo Di Lauro. Questi l'ha allevato, ha creduto in lui, si è fidato, l'ha considerato la vera testa pensante del gruppo. E quando ancora oggi Prestieri ne parla, si sente un chiaro tono di rispetto. "Io gli voglio bene. Lui ora mi odia. È giusto così". Ma a quel tempo Paolo Di Lauro lo mette su un piedistallo: quando comincia a essere stanco della sua vita, sempre nascosto, sempre lontano dalla vita inizia a dare più potere a Prestieri, a delegare responsabilità. Per un boss di camorra sei uomo se hai famiglia, non divorzi ma hai molte donne. Se divorzi, non sei uomo. Se non hai amanti, non sei uomo.

Ciruzzo fino ad allora non aveva avuto quasi mai amanti: aveva generato in un lungo matrimonio di oltre trent'anni dieci figli. "Tutti maschi glieli aveva mandati la provvidenza e questo era un altro segno di predestinazione al comando. Era sicuro di avere a disposizione dei prìncipi da mettere capo di tutte le generazioni di narcos a venire".

Invece proprio da lì iniziò la rovina del clan. I figli non seppero gestire l'impero e tutti i dirgenti del clan si rivoltarono. "Quando lo cercavano in mezzo mondo, lui faceva la latitanza a Castel dell'Ovo. Si proprio al centro di Napoli. Lo cercavano dappertutto, mentre lui era a Napoli in uno yacht nostro. Faceva la latitanza a mare. Ma poi anche in Grecia e Russia le famiglie mafiose l'hanno protetto. Ma io capii che voleva uscire dai tuguri, smettere di vivere come un monaco tutto figli e cocaina. E allora lo portai con me in Slovenia. E qui Ciruzzo cambia: si innamora di una ragazza russa bellissima. E per lei fa cose assurde, la segue in Russia, e quando lei sparisce e va a Ginevra, mentre tutte le polizie del mondo lo ricercano Paolo Di Lauro rischia l'arresto e la raggiunge col treno, la cerca tra le vie dove vivevano le russe della zona, fa la posta sotto casa come un adolescente innamorato disposto a tutto pur di riprendersi la sua fidanzata".

Sono gli anni d'oro del clan, che ormai egemonizza assieme ai calabresi l'economia della coca in Italia e mezza Europa. I boss vivono sempre più all'estero. "La Slovenia è per noi il paradiso. Tutto quello che vorremmo fosse il mondo lo trovavamo lì. Senza regole. Casinò, donne, amici di ogni parte del pianeta. E tutto puoi comprare e tutto puoi ottenere. Ci stavamo anche nove mesi. Io tornavo ogni quindici giorni a controllare gli affari dei Di Lauro mentre Ciruzzo se ne fotteva. Non tornava nemmeno per capodanno. I figli se li dimenticava. In Slovenia eravamo talmente sicuri che ci facevamo chiamare con i nostri nomi. Finalmente niente documenti falsi, niente di niente. Tanto lì le istituzioni sono comprate dalle varie mafie: i russi, i serbi, noi, i calabresi, i siciliani, i casalesi, i turchi. Tutti".

L'Italia ha intorno a sé una serie di nazioni che le organizzazioni considerano come territori facili, dove lo Stato è molto debole, dove investire è semplice e non esiste una cultura antimafia: Albania, Grecia, Slovenia, Croazia, Montenegro. "Non sono uno che può capire di crisi economiche, però posso assicurare che ad Atene e sulla costa greca Paolo Di Lauro investì per anni milioni e milioni di euro. Ristoranti, hotel, condomini e anche industrie. Lì tutti i cartelli hanno investito per anni. Questo gli ha tappato l'economia, erano come colonizzati... secondo me per capire la crisi bisognerebbe partire anche da questi fatti. Però io non sono un esperto...".

Gli uomini dei clan di Secondigliano passano i mesi in galattici hotel-casinò a chiudere affari e a divertirsi ai tavoli verdi. Guadagnano fortune e altrettante ne sperperano. "Una volta al casinò il direttore - era un americano - si avvicina a Paolo Di Lauro e chiede: Paolo come mai tu non giochi? Io so giocare solo a scopa, gli risponde Ciruzzo. Il proprietario si mise a ridere come a dire, che cafone che sei. Di Lauro gli fa, siediti e gioca con me, se vinci ti do due milioni di euro subito, se perdi dai due milioni di euro di consumazioni ai miei uomini. Il proprietario smise di ridere e lo salutò".

In fondo i boss italiani hanno chiaro due cose: le persone tengono ai propri soldi e alla propria vita. Se a queste due cose non tieni, o fai vedere di non tenerci, beh hai già intrapreso la strada per diventare un capo e comandare sugli altri. Ti stai predisponendo a non avere paura di nulla. Prestieri era fatto così. Non indossava mai vestiti che costavano sotto i diecimila euro, ma oggi ci tiene a precisare che, comunque erano abiti di classe. "Noi vivevamo al massimo. La cena più costosa della mia vita, me la ricordo. Eravamo io, Vincenzo e Paolo Di Lauro e Lello Amato, ristorante di pesce, champagne e tutto. Abbiamo speso 12mila euro. Eppure eravamo anche bestie. Pensa che una volta andiamo in un locale di Rimini: tutto il gruppo che comandava il clan. Raccomando di vestirsi eleganti. E questi si presentano con le scarpe senza calzini, con i bermuda. Tanto nessuno può fermarci, pensano. E io gli dico ma vi dovevate vestire decorosi, qui non ci fanno entrare presentati così. E Gennaro Marino "Mckay" mi risponde: "O' sicco, st'i scarpe l'ho pagate 700 euro." "Mica ti chiedono lo scontrino Mckay, vedono come sei vestito", gli ho ribattuto. Ovviamente i buttafuori non li fecero entrare e li ho dovuti fermare, altrimenti erano già partiti con "forse non stai capendo cù chi staje avenn'..." che non lasciava sperare niente di buono".

Prestieri aveva sempre frequentato la Napoli di attori, cantanti, calciatori: la chiave che apriva ogni porta era la coca. "Una volta nella villa di un attore napoletano portai coca a volontà e tutte le ragazze, i ragazzi gli attori, tutti volevano la mia amicizia. Mi sentivo di aver conquistato la fiducia di tutti i ricchi della città, io che venivo da quella parte di Napoli che consideravano una merda. La roba bianca della città di merda però gli piaceva molto".

Prestieri perdeva molti soldi al casinò. "Giocavo con un tavolino per mangiare a fianco. Non mi fermavo mai. Solo per qualche minuto per andare al bagno". Tutti i giocatori d'azzardo si ricordano Maurizio Prestieri, soprattutto gli appassionati di Chemin de fer, gioco che gli ha fatto perdere e guadagnare montagne di danaro. "Una volta in palio c'era una Ferrari, chi più azzeccava colpi consecutivi più saliva su un maxischermo messo al centro del casinò, e il mio nome era il primo tra tutti i giocatori. Era solo lo sfizio di vincere perché io di Ferrari ne avevo già tre. Poi un tizio napoletano come me ingarra sette colpi consecutivi. In un minuto mi raggiunge. Banco 230mila euro, e lui butta dentro 230 mila euro. Poi arriva a 730 mila euro, non abbandona, e io lascia il Sabot con 750 mila euro dentro. Così perdo la Ferrari e un milione di euro in poco più di un minuto."

Le storie di Casinò sono infinite. In questi luoghi ti addestri a bruciare danaro a considerare tutto una roulette, a sentirti guappo e forte perché davanti a tutti ti giochi cifre da profitto di una azienda. Con i soldi vogliono comprare tutto, anche le donne. "Mi ricordo che c'era una soubrette a inaugurare la stagione del casinò: una delle più belle e famose in Italia. Una che stava sempre in tv, ospitata in tutti i programmi. Il mio braccio destro impazziva per lei. Allora io gli dissi, vai offrile 50mila euro e vedi che viene con te a letto. Lui mi disse: O' sicco, ma siete sicuro? Vai e non rompere le palle, gli rispondo. Lui andò e tornò tutto bastonato. Che figur' è mmerd'ho fatto, quando le ho offerto i soldi lei mi ha guardato schifata e ha detto: non si permetta mai più. Allora io gli ho detto: ma tu devi farle vedere le fiches nella borsa, quella altrimenti pensa che sei un voccapierto (uno che parla soltanto). Vai, offro io. Falle vedere centomila euro di fiches. Dopo un po' tornò con gli occhi luminosi: O' Sicco, ha accettato. Continuammo a giocare e siccome vincevamo lui aveva vicino una russa bellissima, e non voleva più la soubrette, ma avevamo promesso soldi così lui andò in camera si fece fare solo un pompino. Per centomila euro. Il pompino più caro che abbia mai pagato".

Prestieri torna all'oggi. "Ora sono fiero di aver tenuto i miei figli fuori da tutto e apprezzo il rispetto se non è imposto dalla forza e dalla paura. Quando ero al rione e giravo con l'auto le persone mi fermavano, spostavano la loro auto per farmi parcheggiare la mia. Mi salutavano tutti e anzi quando io non li sentivo o vedevo mi seguivano per salutarmi, per far vedere che mi temevano. Mi ero fatto una casa spendendo milioni e milioni di euro, il bagno identico a quello dell'hotel de Paris. Me la sono fatta arredare dai migliori in Italia, solo il parquet costava una fortuna. Insomma una casa bella. Non quelle cafone piene d'oro e porcellane. Ma poi ho pensato che con gli stessi soldi mi compravo case a Posillipo, o al centro di Milano, a piazza di Spagna a Roma. Invece io avevo costruito la mia reggia nel centro di Secondigliano. Eppure la logica del camorrista quella è. Stare lì. Essere capi nel recinto. Oggi dove vivo qui a nord il mio vicino di casa mi saluta invita a cena me e mia moglie. Ma non sa chi sono. Nessuno lo sa più. E sono contento così".

La camorra nelle urne
I boss padroni del voto
Ecco come i clan organizzano la raccolta dei voti casa per casa
e consentono rapide carriere ai politici legati ai clan

"La camorra gestisce migliaia e migliaia di voti. Più la gente si allontana dalla politica, più sente che sono tutti uguali e tutti incapaci più noi riusciamo a comprare voti. E noi puntavamo sul rinnovamento degli amministratori locali. Abbiamo fatto eleggere quello che all'epoca fu il più giovane sindaco italiano: Alfredo Cicala sindaco di Melito. Uscirono mille articoli su di lui, il giovane sindaco della Margherita, dicevano. Ma era un uomo nostro". È l'ultimo colloquio con Maurizio Prestieri, il boss di Secondigliano che ha deciso di collaborare con la giustizia e da allora vive sotto protezione. E la storia che racconta, quella del sindaco di Melito, è una storia tragicamente comune in Campania. Cicala, dopo il trionfo e qualche anno in carica, finisce in carcere, arrestato per associazione a delinquere di stampo camorristico: gli vengono sequestrati beni per 90 milioni di euro. Una somma enorme per un sindaco di un paeso, impensabile poter guadagnare in breve tempo una cifra così grande e impensabile poter essere proprietario di interi agglomerati condominiali del suo territorio senza che dietro ci fossero i capitali dei clan.

In questo caso sono i soldi del narcotraffico dei Di Lauro-Prestieri. Ma Cicala non è uno qualunque: prima dell'arresto fa due carriere parallele, in politica e nel clan. Diventa membro del direttivo provinciale della Margherita e secondo le indagini riesce ad influenzare anche l'elezione successiva della giunta Di Gennaro, poi sciolta per infiltrazione mafiosa. Chiamato dai camorristi "ò sindaco" è l'unico politico a poter presenziare alle riunioni dei boss. Naturalmente partecipa a diverse manifestazioni per la legalità contro la camorra e i camorristi (soprattutto contro le famiglie nemiche del suo clan). Insomma: la personalità perfetta per coprire affari e governare un territorio.

L'inchiesta "Nemesi" della Dda di Napoli che indaga sul sistema elettorale a Melito descrive il clima del territorio come "la Chicago degli anni '30". Cicala diventa il candidato dei clan per sconfiggere Bernardino Tuccillo, candidato sindaco da un altro pezzo del centrosinistra. Tuccillo è stimato, ascoltato, risoluto, è stato sindaco e la camorra cerca di boicottarlo in tutti i modi. Ha i mezzi per farlo. "Alcuni candidati - ha raccontato Tuccillo - venivano da me piangendo, supplicandomi di stracciare i moduli con l'accettazione delle loro candidature. Altri, pallidi e impauriti, mi comunicavano che avevano dovuto far candidare le proprie mogli nello schieramento avversario".

Una mattina trovò i manifesti a lutto che annunciavano la sua scomparsa affissi per tutta la città di Melito. Capì che era l'ultimo avviso. Come molti altri amministratori per bene campani Tuccillo fu lasciato solo dalla politica nazionale. Ora nel Pd locale ci sono molti membri che sostennero e collaborarono con Alfredo Cicala.

Prestieri conosce bene la politica campana. "Per i politici durante la campagna elettorale la camorra diventa roba onesta, come un'istituzione senza la quale non puoi fare niente. Io mi ero fatto uno studio. Uno studio elegante, avevo comperato antiquariato costoso, pezzi antichi d'archeologia, quadri importanti in gallerie dove andavano tutti i grandi manager italiani per arredare le loro case. E la tappezzeria l'avevo fatta con le stoffe comprate dai decoratori che stavano tappezzando il teatro La Fenice di Venezia. In questo studio ricevevo le persone. Davo consigli, mi prendevo i nomi per le assunzioni da far fare ai nostri politici. Raccoglievo le lamentele delle persone. Se avevi un problema lo risolvevi nel mio studio, non certo andando dai sindacati, dagli inesistenti sportelli al Comune. Anche in questo la camorra è più efficiente. Ha una burocrazia dinamica".

Maurizio Prestieri in realtà viveva sempre meno a Napoli sempre più tra la Slovenia, l'Ucraina e la Spagna. Ma non quando c'era il voto alle porte. Durante la campagna elettorale era necessaria la presenza del capo in zona. "Io provengo da una famiglia che votava Partito comunista, mio padre era un onestissimo lavoratore e quand'ero piccolo mi portava a tutte le manifestazioni, io mi ricordo i comizi di Berlinguer, le bandiere rosse, i pugni chiusi in cielo. Ma poi siamo diventati tutti berlusconiani, tutti. Il mio clan ha sempre appoggiato prima Forza Italia, e poi il Popolo delle Libertà. Non so com'è avvenuto il cambiamento, ma è stato naturale stare con chi vuole far fare i soldi e ti toglie tutti i problemi e le regole di mezzo".

Prestieri sa esattamente come si porta avanti una campagna elettorale. Dalle mie parti i camorristi chiamano i politici "i cavallucci" : sono solo persone su cui puntare per farli arrivare al Comune, alla Provincia, al Parlamento, al Senato, al Governo. "Io una volta ho fatto anche il presidente di seggio, 11 anni fa. Noi facciamo campagna elettorale a seggi aperti, quando è vietato, non solo per convincere e comprare quelli che ancora non hanno votato, ma per farci vedere dalle persone che vanno a votare, come a dire: vi controlliamo. A volte facevamo circolare la voce che in alcuni seggi mettevamo le telecamere: era una fesseria, ma le persone si intimorivano e non si facevano comprare da altri politici o convincere da qualche discorso".

La campagna elettorale è lunga ma i clan riescono a gestirla con l'intimidazione da una parte e il consenso ottenuto con un semplice scambio. "Io me li andavo a prendere uno per uno. Ho portato vecchiette inferme in braccio al seggio pur di farle votare. Nessuno l'aveva mai fatto. Garantivo che i seggi negli ospedali funzionassero, pagavamo la spesa alle famiglie povere, le bollette ai pensionati, la prima mesata di fitto per le giovani coppie. Dovevano tutti votare per noi e li compravamo con poco. Organizzavo le gite con i pulmini per andare a votare. I clan di Secondigliano pagano 50 euro a voto e spesso corrompendo il presidente di seggio capisci più o meno se qualche famiglia, dieci quindici persone, si è venduta a un altro. Facevamo sentire la gente importante con un panino e una bolletta pagati. Se la democrazia è far partecipare la gente, noi siamo la democrazia perché andiamo da tutti. Poi questi ci votano e noi facciamo i cazzi nostri. Appalti, piazze di spaccio, cemento, investimenti. Questo è il business".

Oggi Prestieri è quasi disgustato quando parla di queste cose, sente di aver giocato con l'anima delle persone, ed è una cosa che ti sporca dentro. E per la politica italiana ha un disprezzo totale, come tutti i camorristi. Gli chiedo se aveva sempre e solo appoggiato i politici di una parte. Prestieri sorride: "Noi sì, a parte piccole eccezioni locali, come a Melito, ma la camorra si divide le zone e così si divide anche i politici. Ci scontravamo ogni volta con i Moccia che hanno sempre sostenuto il centrosinistra. Noi festeggiavamo alle elezioni politiche quando vinceva Berlusconi e loro festeggiavano alle comunali o regionali quando vincevano Bassolino e compagnia. Napoli città è sempre stata di sinistra, e a noi ci faceva pure comodo, tutti quelli di estrema sinistra che a piazza Bellini o davanti all'Orientale fumavano hascisc e erba, o si compravano coca ci finanziavano. Libertà, libertà contro il potere dicevano, contro il capitalismo e poi il fumo e la coca a tonnellate la compravano. Quindi quelli votavano pure a sinistra ma poi i loro soldi noi li usavamo per sostenere i nostri candidati del centrodestra".

Gli chiedo se ha mai incontrato politici di centrosinistra. "No, mai ma sono certo che il clan Moccia assieme ai Licciardi appoggia il centrosinistra, perché erano nostri rivali e quindi ne parlavamo continuamente tra noi e anche con loro della spartizione dei politici. Noi ce la prendevamo con loro quando vinceva la sinistra, perché significava che per loro erano più affari, più appalti, più soldi, meno controllo". E politici di centrodestra, mai incontrati? "Sì certo, io sono stato per anni e anni un attivista di Forza Italia e poi del Pdl. Ho incontrato una delle personalità più importanti del Partito delle Libertà in Campania. Non posso fare il nome perché c'è il segreto istruttorio, ma mi ricordo che nel marzo del 2001, pochi mesi prima delle elezioni, questa persona, seguita da una marea di gente, si fermò in Piazza della Libertà sotto casa mia. Ero affacciato al balcone, godendomi lo spettacolo della folla che lo seguiva (tutta opera nostra che avevamo spinto la gente ad acclamarlo), e questo politico, incurante perfino delle forze dell'ordine che lo scortavano, incominciò a salutarmi lanciando baci a scena aperta. Scesi e andai a salutarlo, ci abbracciammo e baciammo come parenti, mentre la folla acclamava questa scena. Questa cosa mi piaceva perché non si vergognava di venire sotto la casa di un boss a chiedere voti e mi considerava un uomo di potere con cui dover parlare. Sapeva benissimo chi ero e cosa facevo. Ero stato già in galera avevo avuto due fratelli uccisi in una strage. Era nel mio quartiere, chiunque fosse di Napoli sapeva con chi aveva a che fare quando aveva a che fare con me. Nel mio studio, invece, venne in quel periodo un noto ginecologo, una delle star della fecondazione artificiale in Italia. Quando si voleva candidare a sindaco venne ad offrirmi 150 milioni di lire in cambio di sostegno. Non potetti accettare poiché il clan già aveva già scelto un altro cavallo".

I politici sanno come ricambiare. Le strategie dipendono da che grado di coinvolgimento c'è con il clan. Se si è una diretta emanazione, non ci sarà appalto che non sarà dato ad imprese amiche. Se il clan invece ha dato solo un "appoggio esterno", il politico ricambierà con assessori in posti chiave. Poi ci sono i politici che devono mantenere le distanze e quindi si limitano ad evitare il contrasto, a costruire zone franche o a generare eterni cantieri per foraggiare il clan e dargli il contentino. "Io mi sono sempre sentito amico della politica napoletana del centrodestra. Per più di dieci anni ho avuto persino il permesso dei disabili avuto perché ero un sostenitore attivo del Pdl. In gergo di camorra quel pass noi lo chiamiamo il mongoloide. Con quello parcheggiavo dove volevo, quando c'erano le domeniche ecologiche giravo per tutta Napoli deserta. Bellissimo".

Padrone della coca, padrone della politica negli enti locali, il clan Di Lauro  -  Prestieri diventa sempre più ricco, trova nuovi ambiti di investimento: dalla Cina dove entra nel mercato del falso agli investimenti nella finanza. C'era il problema di gestire i soldi, riciclarli, investirli. "Enzo, uno dei figli di Paolo Di Lauro col computer ci sapeva fare e spostava in un attimo soldi da una parte all'altra. E mi stupii una volta che c'era una nostra riunione, loro parlarono di acquistare un pacchetto di azioni della Microsoft. Loro avevano un uomo in Svizzera, Pietro Virgilio, che gli faceva da collettore con le banche. Senza banche svizzere noi non saremmo esistiti".

Ma in realtà è proprio l'ascesa la causa della caduta. Tutto sembra mutare quando arriva l'attenzione nazionale su di loro, e arriva perché il clan ormai viaggia sempre di più, tra la Svizzera, la Spagna, l'Ucraina e Di Lauro affida tutto ai figli. Questi tolgono autonomia ai dirigenti, ai capizona, che il padre considerava come liberi imprenditori. I figli gli tolgono capitali e decisioni e li mettono a stipendio. Si scindono. E scoppia una guerra feroce, un massacro in cui ci sono anche quattro morti al giorno. "Io lo dico sempre: non dovevamo essere Vip, ma Vipl". Vipl? Chiedo. E cioè? "Si la L sta per Local". Very Important Person, Local! L'importante è essere importanti solo nel recinto. "Il danno più grave che avete fatto scrivendo dei camorristi è che gli avete dato troppa luce. Questo è stato il guaio. Se sei un Vipl a Scampia puoi sparare, vendere cocaina, mettere paura, avere il bar fico di tua proprietà, le femmine che ti guardano perché metti paura: insomma sei uno efficiente. Ma se mi metti sotto la luce di tutt'Italia il rischio è che la notorietà nazionale mi incrina quella locale, perché per l'Italia risulto un criminale e basta. L'attenzione mi sputtana, dice che sono uno violento uno che fa affari sporchi e costringono pure magistrati e poliziotti ad agire velocemente, e non ci sono più mazzette che ti difendono".

Prestieri ha deciso di collaborare, però non parla di sé come di un pentito, ma come di un soldato che ha tradito il suo esercito. "No, non sono un pentito, sarebbe troppo facile cancellare così quello che ho fatto, oggi sono solo una divisa sporca della camorra". Ma il peso di quello che ha fatto lo sente. "Le morti innocenti che faceva il mio gruppo mi sono rimaste dentro. Soprattutto una. C'era un ragazzo che dava fastidio a dei nostri imprenditori, gli imponeva assunzioni, gli rubava il cemento. Dovevamo ucciderlo ma non sapevamo il nome. Solo dove abitava. Così uno che conosceva la sua faccia si apposta sotto casa con due killer. Doveva stringere la mano alla vittima: quello era il segnale. Passa un'ora niente, passano due niente, esce poi un ragazzo, prende e stringe la mano al nostro uomo, al che i killer sparano subito ma questo urla "nunnn'è iss, nunn'è iss, non è lui!!" Inutile. Non solo è morto, ma poi tutti hanno detto che quel ragazzo era un camorrista, perché la camorra non sbaglia mai. Solo noi sapevamo che non c'entrava nulla. Noi e la madre che si sgolava a ripetere che suo figlio era innocente. Nessuno a Napoli le ha mai creduto. Io moralmente mi impegnerò nei prossimi mesi a fare giustizia di questo ragazzo, nei processi".

Chiunque entra in un'organizzazione criminale sa il suo destino. Carcere e morte. Ma Prestieri odia il carcere. Non è un boss abituato a vivere in un tugurio da latitante, sempre nascosto, sempre blindato. È abituato alla bella vita. E probabilmente anche questo lo spinge a collaborare con la giustizia. "Il carcere è durissimo. In Italia soprattutto. Noi tutti speravamo di essere detenuti in Spagna. Lì una volta al mese, se ti comporti bene, puoi stare con una donna, poi ci sono palestre, attività nel carcere. Se mi dici dieci anni in Spagna o cinque a Poggioreale, ti dico dieci in Spagna". Così come il carcere di Santa Maria Capua Vetere a Caserta l'hanno costruito le imprese dei casalesi anche il carcere di Secondigliano l'hanno costruito le imprese dei clan di Secondigliano. "Ce lo fecero visitare prima che il cantiere fosse consegnato. E ci scherzavamo. O' cinese qui finisci tu. O' Sicco su questa cella c'è già il tuo nome. Visitammo il carcere dove ognuno di noi poi sarebbe finito. Ho fatto più di dieci anni di galera, e mai un giorno mi sono fatto il letto. Quando sei un capo della mafia italiana in qualsiasi carcere ti mandano, c'è sempre qualcuno che ti rifà il letto, ti cucina, ti fa le unghie e la barba. In carcere quando non sei nessuno è dura. Ma alla fine tutti stiamo male in galera e tutti abbiamo paura. Io ho visto con i miei occhi Vallanzasca, che era un mito giusto perché al nord uomini mafiosi non li conoscono, quasi baciare le mani alle guardie. Poverino, faceva una vita di merda totale in galera, era totalmente succube delle guardie. E io mi dicevo, questo è il mitico Vallanzasca di cui tutti avevano paura? Che si mette sull'attenti e mani dietro la schiena appena passa un secondino? Dopo dieci anni di galera in verità sei un agnellino, tutti tremiamo se sentiamo che stanno venendo i GOM, (gruppi operativi mobili) che quando qualcosa non va in carcere arrivano a mazziare".

Faccio l'ultima domanda, ed è la solita domanda che nei talk show pongono agli ex criminali. Ridendo faccio il verso "Cosa direbbe ad un ragazzino che vuole diventare camorrista?" Prestieri ride anche lui ma in maniera amara. "Io non posso insegnare niente a nessuno. Sono tanti i motivi per cui uno diventa camorrista, e tra questi la miseria spesso è solo un alibi. Ho la mia vita, la mia tragedia, i miei disastri, la mia famiglia da difendere, le mie colpe da scontare. Sono felice solo di una cosa, che i miei figli sono universitari, lontani da questo mondo, persone perbene. L'unica cosa pulita della mia vita".